Cartoline dal Turkestan – Arslanbob e il bosco di noci

Ripartiamo da Osh e ci addentriamo in un territorio ancora più brullo. Il paesaggio a grandi macchie di colore sembra una divisa mimetica stesa a cuocere al sole.

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La strada sale tra le pieghe della terra. Mentre cantiamo tutti insieme “No woman no cry”, Aziz accelera e frena in continuazione, impegnato a superare pecore, vacche e cavalli che a banchi invadono la strada. Bambini di neanche 10 anni guidano le greggi in sella ai loro asini. Piú in là, altri della stessa età giocano e si fanno il bagno nel fiume. Penso a noi, all’Italia, al mio lavoro, alla scuola, ai banchi, ai quattordicenni, ai problemi sentimentali, esistenziali. E poi riguardo questi bambini con la maglietta sdrucita e le ciabatte di plasticone che col frustino cavalcano il ronzino. Come cantava Franco Battiato: mi sembrano felici, mi sembrano felici.

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Arrivando al villaggio di Arslanbob incrociamo vecchie Lada scarburate, asini che vagano tra le case, pensiline dell’autobus a cui non arriverà mai nessun autobus (ma una volta al giorno un furgoncino sgangherato). Il paesino è contornato da monti di roccia, i Khrebet Babash-Ata, che superano i 4000 metri e abitato al 90% da uzbeki. Il confine uzbeko è vicinissimo e in questi villaggi sono i kirghisi ad essere minoranza.
Apecar con due panchine ancorate al cassone, ondeggiando pericolosamente sopra le buche del sentiero, portano rugose signore dall’alto al basso del paese e viceversa. I foulard delle anziane donne, legati in testa, correndo sul trabicolo a motore, fanno bei lampi di colore.

Il luogo, da queste parti, é relativamente conosciuto per due motivi: le cascate sopra al villaggio, molto apprezzate dai gitanti kirghisi – che amano fare la coda per farsi fotografare appesi a un ponticello di ferro – e il bosco di noci piú esteso al mondo (60.000 ettari).

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Nel paese la CBT ha un suo piccolo centro informazioni, ben gestito e utilissimo per chi voglia fermarsi, fare delle escursioni e magari essere ospitato in famiglia. Noi finiamo ospiti di una accogliente famiglia di cultura uzbeka. I nostri ospitaleri abitano in una casetta vicina a un ruscello. La casupola é di legni bianchi e azzurri, con vetrate luminose, tende colorate, contornata da un bel giardino selvatico in cui vivono insieme conigli, fiori, tacchini, gatti e polli. In fondo, oltre un filare di rose, un bel tapchan sotto a un bersò, isola di piacere e frescura per chi vuole bersi un té o leggere un libro in pace col mondo.

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Prendiamo un furgoncino che ci porta piú a monte, fino all’ingresso delle cascate. Le cascate si rivelano il tipico luogo di intrattenimento dal pessimo gusto “chinese”: un sentiero di cemento nel bosco, cosparso di bancarelle che vendono tutte le stesse cose (collanine, mela disidrata in formato “grattuggiata” o “cellophane”, erbe medicali, palline di formaggio essiccato) e le cascate colonizzate da una coda di kirghisi in fila per farsi fare una foto.

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Andiamo a dare un’occhiata e, un po’ interdetti, proseguiamo oltre. Il sentiero che sale nel cuore del bosco di noci, al contrario, é deserto. Incontriamo solo due tedeschi che con una coperta si sono buttati a leggere nel prato.

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Il bosco si estende per interi versanti di collina e tiene in sé esemplari di noce secolari. Si sale per una ventina di minuti fino ad arrivare a un pianoro ai piedi delle cime piú alte. Contadini sfalciano a mano e imbastiscono enormi covoni, i più grandi che io abbia mai visto. Camion talmente colmi da sembrare funghi trasportano debordanti quantità di fieno.

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Con la luce del sole che ormai filtra orizzontale tra le grandi verdi foglie dei noci, ci affacciamo da una specie di balcone di roccia naturale sopra il paese. Il paesaggio minerale intorno ricorda, in miniatura, alcune rocce delle Meteore o la arida Tracia bulgara. Paesaggi estivi, leggeri e asciutti; che fanno bene all’anima.

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Di nuovo a casa, mentre il pane cuoce nel forno di argilla e la zuppa è sul fuoco, giochiamo un po’ a palla con la piccola di famiglia, dal viso vispo e intelligente, e i vestiti coloratissimi. A cena si serve per tutti “Mastava” il piatto nazionale kirghiso: senza troppa fantasia, una zuppa con pezzi di montone, patate, peperoni e aglio, tanto aglio.

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Tino si addormenta leggendo sul tapchan, io e Jacopo condividiamo a sorpresa la stanza con il nostro accompagnatore, da tutt’intorno la casa ci culla il rumore dell’acqua che scende dalle  montagne.

Alle 23, la voce lontana del muezzin interrompe il paesaggio sonoro fatto di  gorgoglii, richiami notturni e frinire d’insetti, li sovrasta per un lungo momento, creando un’atmosfera  quasi irreale.
Impressioni sottili, semplici, qui non certo eccezionali, che però so già, senza sapere come, resteranno nella memoria.

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