Intervista ad Andrea Legni

Giovedì 7 aprile presso l’ARCI La.Lo.Co. Di Osnago è stato proiettato “Quale Petrolio?” documentario uscito un mese fa, che sta facendo il giro d’Italia in concomitanza con la campagna referendaria. A promuovere la serata il “Comitato Brianza Est”, una rete di associazioni che si sono unite, tra Monza e Lecco, per coordinare le attività della campagna a sostegno del “sì” in vista dell’ormai prossima consultazione. Ho colto l’occasione per fare qualche domanda ad Andrea Legni, giornalista freelance e autore di un breve, ma efficace, documentario che tutti dovrebbero aver l’occasione di vedere.

Andrea Legni
Andrea Legni

Chi ha lavorato con te a questo documentario?

«Il progetto è realizzato da una realtà indipendente – SMK Videofactory – composta da diverse professionalità che hanno deciso di collaborare alla realizzazione di inchieste come quella proiettata stasera. Il documentario è distribuito da “Distribuzioni dal basso».

Il progetto nasce in concomitanza alla campagna referendaria?

«Quando abbiamo cominciato a pensarci, all’inizio dell’autunno 2015, non tenevamo in considerazione il referendum e avevamo in mente un progetto più ampio, un’analisi di tutto il sistema energetico italiano nel suo complesso. Con l’avvicinarsi della data referendaria abbiamo deciso di selezionare una parte del materiale già registrato e farne una sintesi che potesse aiutare a impostare un ragionamento documentato anche riguardo ai temi del referendum».

Cosa racconta in sintesi il documentario?

«Attraverso una fitta raccolta di informazioni e letture sono finito in tre luoghi significativi della vicenda petrolifera italiana. In Val D’Agri, Basilicata, a Taranto in Puglia e a Sciacca in Sicilia. Emergono da queste visite aspetti preoccupanti: trivellazioni tra le falde acquifere, in zone sismiche, persino in prossimità di vulcani sottomarini attivi. Ed emerge un atteggiamento delle istituzioni intento ad agevolare in ogni modo l’attività delle compagnie petrolifere nazionali e internazionali».

Come?

«Se paragoniamo la situazione italiana con quella di altri paesi lo si capisce presto. Le royalties pagate dalle compagnie allo Stato in Russia equivalgono all’80%, in Danimarca al 70%, in Canada al 40%, negli USA al 30%. In Italia al 7% per le estrazioni in mare e al 10% per quelle a terra. Per 100€ di petrolio estratto, insomma, l’azienda versa 7 o 10 euro allo Stato. Inoltre, è in vigore un sistema di ulteriore agevolazione che consente l’esenzione completa per molte compagnie. Ogni permesso di coltivazione è esente dal pagamento delle royalties sui primi 300.000 barili che estrae nel corso dell’anno per gli impianti in mare e sui primi 125.000 estratti per gli impianti in terraferma. Dati del 2011 ci dicono che su 206 concessioni attive solo 49 hanno dovuto pagare».

Il circolo ARCI La.Lo.Co.
Il circolo ARCI La.Lo.Co.

Cosa c’è dietro queste scelte?

«Si tratta di una scelta politica degli ultimi governi. C’è un programma ministeriale del 2013 che definisce la strategia di sviluppo energetico nazionale: nel documentario lo analizziamo. In esso si scrive nero su bianco che l’obiettivo è quello di ampliare al massimo lo sfruttamento petrolifero della penisola e giungere a un raddoppio delle produzioni entro il 2020. Per dare seguito a questo obiettivo politico, date anche le complicate situazioni geologica e abitativa che caratterizzano l’Italia, le compagnie vengono attratte con condizioni economiche favorevoli. Nel documentario mostriamo anche un documento redatto dal Ministero a scopo divulgativo dove si spiega con parole più semplici la questione, arrivando a dire che si vuole fare del territorio italiano “una palestra tecnica per la ricerca e coltivazione di idrocarburi».

Ha avuto effetti questa scelta?

«Ci sono 157 richieste di permessi depositate e al vaglio del governo. 213 sono quelle presenti sul territorio e già attive».

Quanto vale oggi la produzione interna italiana?

«Siamo il 5° paese europeo per produzione di idrocarburi. Da 886 pozzi vengono estratti 5,8 miliardi di tonnellate di greggio e 6,4 miliari di metri cubi di gas. Copriamo in questo modo il 10% del fabbisogno gas e il 7% del fabbisogno di petrolio. Poco, in sostanza: il petrolio che estraiamo annualmente ci basterebbe per per mandare avanti il Paese 25 giorni. Tutto il resto è comprato all’estero».

E quindi non è un bene aumentare la produzione interna?

«No, perché anche quando saremo al massimo delle nostre capacità produttive lo saremmo per un breve arco di tempo, avendo messo nel frattempo in ginocchio molti territori, e senza risolvere il problema dell’enorme dipendenza dall’estero. Se gli stessi sforzi venissero profusi nello sviluppo e utilizzo di fonti di energia rinnovabili costruiremmo un sistema energetico più stabile nel lungo periodo e più sostenibile. E’ sulla base di questi ragionamenti che con questo documentario sosteniamo il “sì” al referendum del 17 aprile».

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Il quesito riguarda un aspetto minimo però, non ti pare?

«Sinceramente no. Dovremmo chiederci perché tutto questo caos se il quesito fosse da poco. Lo stesso fatto che rappresentanti del Governo invitino all’astensione dovrebbe far riflettere. Eliminare la scadenza temporale delle concessioni, visti anche gli altissimi costi di smantellamento, rischia seriamente di far restare gli impianti di estrazione in mare ben oltre la loro funzione produttiva, con tutti i problemi che a questa permanenza potrebbero legarsi».

Torniamo a voi, dopo la serie di appuntamenti in vista del referendum riprenderete a lavorare sul progetto iniziale?

«Confermo. Dopo il referendum riprenderemo il lavoro di indagine per dare uno sguardo critico all’intero sistema energetico italiano».


Nel video pubblicato di seguito Andrea Legni risponde a una domanda del pubblico, circa le maggiori difficoltà incontrate nella realizzazione del documentario “Quale petrolio?”.

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