L’inverno politico turco

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Per Vorrei un articolo sul terzo incontro del ciclo “Medioriente”. La Turchia di ieri e di oggi diventa più comprensibile grazie alla spiegazione di Lea Nocera.

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Prosegue il ciclo di incontri sul medioriente promosso da “L’Altra via” di Calolziocorte e “Comunità di via Gaggio” di Lecco, questa settimana con un approfondimento dedicato alla Turchia.

Alla Casa sul Pozzo di Lecco, Lea Nocera, docente di Lingua e letteratura turca presso l’Università degli studi l’Orientale di Napoli, ha raccontato con curata sintesi cosa accade alle porte del medioriente, in un grande paese che negli ultimi tempi è fonte di molti interrogativi.

«Le trasformazioni interne si susseguono con grande rapidità – ha esordito Nocera – e portano il paese verso un ritorno all’autoritarismo, un ritorno che fa crescere tensioni all’interno della società turca e preoccupano i vicini. Dalla fine degli anni ’90 eravamo abituati a guardare alla Turchia come ad un paese diretto verso un futuro migliore: sviluppo economico e nuovi costumi sociali. Oggi ci ritroviamo davanti una nazione inquieta, lacerata da grandi tensioni interne e alle cronache per un accordo sulla gestione dei flussi migratori che fa acqua da tutte le parti».

Di seguito riportiamo i passaggi fondamentali dell’intervento di Lea Nocera.

L’isola turca

«La Turchia è un paese esteso e popoloso, confina con 8 stati con i quali ha rapporti storicamente difficoltosi. Solo nell’ultimo decennio, con la salita al potere dell’AKP del presidente Erdoğan, il governo turco ha provato a limitare le tensioni, a instaurare una sorta di “dialogo per la coesistenza” tra vicini. Il tentativo è stato improntato costantemente alla creazione di una egemonia culturale e politica su tutta la regione circostante. L’attualità lascia intuire che questo tentativo non è andato a buon fine».

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Più europea che mediorientale

«Si ha sempre idea della Turchia come di un paese lontano, molto legato al medioriente. E’ un’idea sbagliata. La Turchia ha fatto ingresso nella NATO subito dopo la seconda guerra mondiale e oggi siede in quasi tutti i tavoli di potere occidentali. Solo nell’ultimo decennio gli sforzi del governo si sono concentrati sulla costruzione di una rete regionale, i turchi hanno provato a presentarsi come attori importanti per tutta l’area mediorientale, spingendosi fino ai Balcani e all’Asia centrale; da pochi anni, in alcuni paesi dell’Africa, competono con la Cina nel finanziamento all’industria e all’istruzione».

«La Turchia inoltre non è un paese arabo e fin dalla sua nascita, nel 1923, si fonda sulla laicità dello Stato, sia dal punto di vista del codice civile che penale. Per la loro redazione i burocrati turchi si sono ispirati ai codici europei (al nostro codice penale e al codice civile svizzero). Per questi e altri motivi ci troviamo oggi davanti ad un paese che si differenzia molto dai comprimari regionali; questo ha di certo rappresentato un punto di forza nei rapporti con l’Occidente».

turkey political

Sguardo a Occidente

«Questo governo non ha perso occasione di ribadire che, in Turchia, l’esperimento di sintesi tra Islam, democrazia e sviluppo economico è pienamente riuscito. L’appoggio dell’Unione Europea e degli USA in questo senso è stato fondamentale. Il “ritorno” per l’Occidente è stato quello di avere un grande paese dell’area mediorientale a fargli da testa di ponte.

Negli anni ’60 la Turchia firmava accordi doganali con la Comunità Europea, lasciando immaginare un percorso di integrazione relativamente veloce. Le cose non sono andate così e il percorso in questi anni è stato molto difficoltoso, ostacolato anche da alcuni paesi europei, in primis Francia e Germania».

«Negli anni ’90 uno dei principali “freni” all’integrazione turca era rappresentato dal mancato rispetto dei diritti umani e dalla costante repressione attuata nei confronti della popolazione curda. Nel 2006 il mancato riconoscimento di Cipro ha arrestato bruscamente il percorso di avvicinamento utile per l’ingresso nella Comunità europea. Oggi la situazione interna turca è peggiorata, negli ultimi 3 anni le condizioni in termini di diritti umani hanno fatto passi indietro: violazioni personali, censura, giornalisti e docenti finiti in carcere, situazione di conflitto aperto coi curdi, ma nonostante tutto ciò l’Unione Europea ha chiesto e sottoscritto l’accordo per la gestione dei flussi migratori, riavviando il percorso di ingresso. Di fronte alle nostre esigenze abbiamo ripreso a dialogare dando prova che i diritti umani sono qualcosa di trattabile in nome di altri interessi».

Il rapporto con la religione

«Della Turchia si dice spesso sia un paese laico che negli ultimi anni è vittima di un ritorno al passato imposto in fretta dall’alto. La situazione è più complessa: la Turchia, nonostante nasca sulle ceneri dell’impero Ottomano nel 1923, è laica per Costituzione. Ad Istanbul aveva sede il Califfato e venne abolito già l’anno successivo alla proclamazione della repubblica. L’Islam però non viene cancellato o represso. Mustafa Kemal avviò un processo di laicizzazione che consisteva in una sorta di “domesticazione” dell’Islam. Vennero vietati gli ordini Sufi e tutte quelle forme di Islam popolare e eterodosso che nella penisola anatolica erano molto diffuse e sentite. Per portare a termine questa “domesticazione” venne istituito un “Ministero per le politiche religiose” per la formazione degli insegnanti e degli Imam e per il controllo delle pubblicazioni utilizzate nelle scuole. Non c’è mai stata una negazione dell’Islam quindi, ma un controllo diretto della religione da parte dello Stato. Si riteneva che forme autonome di Islam potessero minare alla base la coesione nazionale».

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Il nazionalismo

«Il nazionalismo turco era ed è fortissimo. Lo stato-nazionale venne costruito non solo sulla negazione del passato ottomano, ma soprattutto sull’affermazione di una nuova statualità. Dopo la prima guerra mondiale e il Trattato di Sèvres, che spartiva tra i paesi occidentali i territori ottomani, maltrattando gli interessi turchi, per le élites del Paese divenne fondamentale avviare un progetto di costruzione della “nazione”. Vennero stabilite politiche nazionalistiche radicali che interessarono la lingua, la storia e l’identità territoriale. I principi stabiliti all’epoca divennero fondanti l’identità turca moderna e ancora oggi non possono essere messi in discussione. Per queste ragioni la lingua curda restò illegale fino al 2000: i curdi che chiedono autonomia sono da sempre considerati nemici della coesione nazionale. Anche il premio nobel Pamuk è stato censurato per aver parlato degli Armeni in un suo scritto».

Il laicismo

«Negli uffici pubblici è fatto divieto di indossare il velo: è uno dei tanti provvedimenti utili a sancire una laicità formale dello Stato. Nella sostanza invece l’Islam dalla politica turca non se n’è mai andato, fin dagli anni ’50 è stato strumentalizzato da diversi partiti a scopi elettorali ed ha continuato a far parte del discorso pubblico fino ad oggi. La società civile spesso si è opposta al laicismo formale calato dall’alto: negli anni ’90, ad esempio, alcune studentesse universitarie reclamavano il diritto di poter andare in università con il velo».

Il consumismo

«Nel 1980 si ha un terzo colpo di stato (che seguiva quelli del 1960 e del 1971). L’ultimo è il più violento della serie, specie nelle sue conseguenze sul paese. Seguono tre anni di regime militare in cui vengono aboliti partiti e associazioni, con il pretesto di garantire una maggior sicurezza: il tono dello scontro tra destra e sinistra negli anni ’70 aveva raggiunto, secondo i militari, toni troppo violenti ed esasperati».

«Da un altro lato, gli anni ’80 in Turchia segnano l’apertura al libero mercato e l’adesione alle logiche della globalizzazione. Nasce la televisione commerciale, aumentano notevolmente i prodotti di consumo (in un paese che fino a quel momento era rimasto economicamente abbastanza isolato) e si sviluppa così un’attitudine diversa nei confronti della società: il cittadino diventa in primo luogo consumatore. Cambiano di conseguenza i modi di fare politica, che si intersecano con la spinta consumistica. Tutti gli aspetti e le caratteristiche della società vengono utilizzate dal mercato per creare nicchie di clienti e, così, ad esempio, anche la rivendicazione islamica passa attraverso il consumo. “Pop verde” così si chiamava in Turchia un genere musicale di quegli anni che passava messaggi religiosi sopra melodie orecchiabili. Cosi è stato con la letteratura commerciale a caratterizzazione islamica».

curdi

 

L’arrivo di Erdoğan

«I partiti islamici fino agli anni più recenti sono sempre stati estromessi dalla Corte costituzionale perché violavano i principi di laicità contenuti nella Costituzione. Lo stesso trattamento che veniva riservato ai partiti curdi rei di non rispettare i principi di coesione e integrità territoriale».

«Erdoğan è comparso sulla scena politica con il “Partito del Benessere” a metà degli anni ’90, diventando sindaco di Istanbul: segnò un cambiamento poiché per la prima volta un partito islamico ottenne molti voti nelle grandi città. Alle elezioni nazionali del 1997 il partito vince ancora, ma la consultazione viene invalidata, il partito viene chiuso ed Erdoğan viene arrestato. Il partito messo al bando si divide in due correnti, una radicale (meno del 2% alle successive elezioni) e l’altra “innovatrice”. Quest’ultima sarà presto di nuovo guidata da Erdoğan e scioglierà il “nodo religioso” considerandosi semplicemente un partito conservatore senza fare riferimento diretto all’Islam. Grazie alla capacità di captare un desiderio diffuso di cambiamento, molto vivo all’interno di una popolazione desiderosa di poter finalmente scegliere come vivere, la corrente “innovatrice” tornò al governo già nel 2002».

«Il partito di Erdoğan si propose quindi quale miglior difensore delle libertà individuali. A quella vittoria seguì un periodo di effettiva apertura, in cui ognuno poté esprimere le proprie istanze e non solo quelle di tipo religioso. La strategia del AKP non è quindi quella di voler affermare una società islamica, ma di porsi a difesa della libertà di espressione (aggirando così ogni questione relativa al rispetto dei principi di laicità).

La sinistra turca dei kemalisti aveva reso la popolazione insofferente dopo anni di vessazioni. Lo scarso ascolto, la grande instabilità politica, i tre colpi di stato, avevano esasperato il clima sociale. Erdoğan vince intercettando questo desiderio, votato anche da una parte della sinistra intellettuale turca in cerca di discontinuità».

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La stagione delle riforme

«I primi anni di Erdoğan sono caratterizzati da molte riforme, anche sulla spinta del possibile ingresso nell’Unione Europea. In questa fase di cambiamento sembra aprirsi una porta anche per i curdi, a cui vengono riconosciuti alcuni diritti, tra i quali il riconoscimento della lingua. A fianco delle riforme sociali si sviluppa un grande dinamismo economico: negli anni in cui in Europa imperversa la crisi, la Turchia fa segnare +11% nella crescita del PIL; crescita che, seppur meno sostenuta, prosegue anche oggi (+6%). Tutti questi fattori hanno portato a valutare positivamente l’operato del AKP».

Gezi Park

«Quando nel 2013 divampano le proteste attorno alla vicenda del Parco Gezi, in piazza a manifestare c’è soprattutto una generazione cresciuta negli anni del primo Erdoğan, in un clima di apertura. Quegli anni hanno rappresentato una stagione di grande fermento politico e culturale che ha finito per cambiare definitivamente la società turca, almeno quella urbana. E’ questa società che oggi si contrappone alla deriva autoritaria del presidente. Erdoğan dopo le elezioni del 2011 ha infatti avviato un percorso nuovo e con tratti di sempre più spiccato autoritarismo, riportando il clima sociale a prima del 2000: restrizioni alle libertà di parola e di stampa, censura sui contenuti televisivi e internet, introduzione del reato di blasfemia, riforma dei programmi d’istruzione nelle scuole primarie e superiori per rafforzarne i contenuti religiosi».

La questione femminile

«La Turchia diede il diritto di voto alle donne già nel 1934, prima di alcuni paesi europei. Le donne hanno avuto, sin dalla nascita della repubblica, spazio in parlamento e negli uffici pubblici. Queste iniziative facevano parte del processo di laicizzazione e modernizzazione voluto da Kemal. Si tratta di un dato di partenza interessante per capire la Turchia, poiché in queste società è attorno al ruolo della donna che si misura il clima sociale e il progetto di cambiamento politico».

«Il primo movimento femminista di grande scala in Turchia ha visto la luce negli anni ’80, nacque per contrastare la violenza sulle donne. Violenza domestica, dentro le famiglie, spesso a sfondo sessuale, neo che rimane ancora oggi tra le più spiacevoli caratteristiche del Paese, specialmente nelle aree rurali.

La relazione della società turca con la dimensione femminile è quindi controversa, non scontata e da non banalizzare. Sul piano politico negli ultimi anni ci sono stati diversi cambiamenti: uno su tutti la trasformazione del “Ministero sulla condizione della donna” – istituito sulla spinta del movimento femminista e in risposta ad una serie di riforme chieste dall’Unione Europea – che nel 2011 venne trasformato in un più generico “Ministero per la famiglia”. Nel dibattito pubblico in merito gli esponenti del AKP spesso fanno dichiarazioni in cui sottolineano l’inferiorità della donna e il suo ruolo di moglie subordinato a quello del marito».

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La società turca non sta in silenzio

«Un dato di fatto positivo e che forse in Italia può sorprendere è il livello di vigilanza presente circa i cambiamenti politici. Una grossa parte di società civile è oggi attenta ai cambiamenti politici e culturali ed elabora critiche e proposte alternative. Anche con la pesante cappa creatasi dopo gli attentati dei mesi scorsi non c’è silenzio. Sono molte le manifestazioni di protesta, le iniziative, e spesso coinvolgono chi ha meno trent’anni».

Il confine curdo-siriano

«Un macigno sull’attuale equilibrio interno del paese ce l’ha sicuramente il combinato tra crisi siriana e questione curda. La situazione era critica già all’inizio della guerra in Siria, nel 2011. E’ un puzzle difficile da leggere a causa della porosità del confine meridionale. La Turchia, per quanto oppositrice degli Assad, ha sempre temuto il consolidamento delle alleanze tra curdi siriani e curdi turchi e mantenuto quindi un atteggiamento ambiguo».

«La faccenda è stata evidente quando il governo ha imposto la chiusura del confine per i ragazzi che volevano andare a Kobane a combattere contro l’ISIS. Ankara ha sofferto molto il protagonismo curdo – l’YPG è alleato del PKK – e ha chiuso gli occhi sull’attivismo dell’ISIS pur di ridimensionare le aspirazioni curde. Dal confine, come hanno evidenziato le indagini del quotidiano turco “Cumhuriyet”, passavano anche camion diretti in Siria e carichi di armi. I giornalisti che hanno curato quell’inchiesta tra l’altro sono stati condannati pubblicamente da Erdoğan, cosa quanto mai peculiare».

«A questa situazione si è ovviamente sovrapposta quella delle migliaia di profughi che scappano dalla Siria e chiedono rifugio in Turchia. Oggi sono quasi 3 milioni i siriani nei campi e nelle tendopoli al confine turco. Una situazione molto critica perché una parte del conflitto siriano è travalicata anche nel sud della Turchia».

Il percorso di integrazione europeo

«Formalmente oggi la Turchia è un paese sulla via dell’adesione all’Unione Europea. Negli anni ’90 penso non ci sia stato uno sguardo sufficientemente strategico, che cogliesse la grande opportunità di accelerar

e i tempi e portare la Turchia nell’Unione. Si sarebbe trattato di una grande sfida di cittadinanza. E’ pur vero che la questione curda in quegli anni era molto forte e paesi come la Germania, che ospita una popolazione turca consistente, si era fermamente opposta all’ingresso. Spaventavano le dimensioni del Paese, e il suo essere musulmano e molto giovane».

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I curdi e la sinistra

«In Turchia le elezioni politiche dello scorso giugno hanno rappresentato un momento importante, che ha però perso velocemente il suo valore. Il buon risultato del Partito democratico del popolo (HDP) – partito filocurdo che ha lavorato per ricompattare le forze di sinistra insieme alla causa curda – ha segnato una battuta d’arresto del disegno politico di Erdoğan . Superando la soglia dell’11% l’HDP ha costretto l’AKP ad un governo di coalizione per la prima volta dopo anni. Questo mentre Erdoğan sperava in una maggioranza assoluta che gli avrebbe permesso di rivedere la Costituzione e proseguire il suo lavoro di riaffermazione di una identità turca più marcatamente islamica. Da giugno a novembre si sono susseguiti attentati e violenze che hanno portato diversi commentatori a parlare di “strategia della tensione”. A novembre, a nuove elezioni, ha stravinto Erdoğan».

L’accordo sulla gestione dei flussi migratori

«La firma di questo accordo sulla gestione dei flussi migratori, pur malfatto e poco dignitoso per l’Europa, legittima Erdoğan come interlocutore forte e ancora capace di mantenere la stabilità. La visita della Merkel lo ha rilanciato agli occhi dei turchi e sul piano internazionale.

Oltre alle considerazioni politiche che si possono fare sull’atteggiamento dell’Unione Europea, c’è un punto concreto a cui bisognerebbe dare una risposta immediata: in Turchia non c’è una rete di strutture in grado di garantire una accoglienza dignitosa alla grande quantità di persone in movimento dalla Siria».

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