Paradigma di ingiustizia

Su Vorrei oggi l’ultima puntata del ciclo di incontri sul Medioriente.

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Si conclude con una relazione di Cecilia Dalla Negra, sulla questione palestinese, il ciclo di incontri dedicato al Medioriente organizzato da L’Altra Via e la Comunità di Via Gaggio. Giornalista per l’Osservatorio Iraq, Medioriente e Nord Africa, da anni frequentatrice dei territori palestinesi, Dalla Negra ha parlato di terza intifada, generazione Oslo, colonialismo di insediamento e indifferenza della comunità internazionale. Di seguito i passaggi fondamentali della sua relazione.

Cecilia Dalla Negra inizia premettendo che oggetto della serata non sarà l’analisi di un conflitto, ma di una occupazione. Parlare ancora una volta della Palestina, dice: «è importante, lo è sempre, perché la condizione dei palestinesi è paradigmatica di ogni situazione di sopruso e ingiustizia e deve interessare per questo a ciascuno di noi».

Il mandato britannico

«Volendo fare sintesi della vicenda palestinese bisognerebbe partire almeno dal 1917, anno in cui le forze occidentali procedono alla divisione del medioriente. In questo contesto la Gran Bretagna pone sotto il proprio controllo i territori palestinesi e contestualmente il ministro britannico Balfour si esprime a favore di un  nucleo di insediamento ebraico in Palestina. Comincia in quel momento l’immigrazione della popolazione ebrea verso la Palestina, che raggiungerà il suo apice dopo la seconda guerra mondiale».

«Il mandato britannico ha inizio formalmente nel 1922 per durare fino al 1948. Nel 1947 per risolvere una situazione di crescente tensione tra israeliani e palestinesi viene coinvolta l’Organizzazione delle Nazioni Unite, che propone un piano di spartizione del territorio iniquo. L’ipotesi di spartizione propone di destinare agli israeliani – 6% della popolazione complessiva della regione – il 56% del territorio. Il piano ovviamente viene rifiutato dai palestinesi.

Nello stesso anno Israele si autoproclama stato. Questa proclamazione nella storia palestinese darà inizio alla “catastrofe” o “nakba”, come la chiameranno in seguito i palestinesi. 456 villaggi palestinesi vengono distrutti in poco tempo. E’ l’inizio della colonizzazione illegale degli israeliani sui territori palestinesi. Oggi si contano 5 milioni di profughi palestinesi che vivono nei campi di accoglienza di Siria, Libano e Giordania; molti altri palestinesi sono finiti ai quattro angoli del mondo».

La Guerra dei Sei Giorni e la prima Intifada

«Nel 1967 la “Guerra dei Sei Giorni” vede Israele occupare i territori di Gaza – liberati solo nel 2004 – e le aree della Cisgiordania, quest’ultime tuttora occupate.

Nel 1987 scoppia la prima intifada, una risposta popolare all’invasione israeliana. Si tratta di una vera  e propria colonizzazione: controllo pervasivo di ogni movimento palestinese a base di check point e strade destinate all’esclusivo transito israeliano. La rivolta popolare contro questo assedio ha l’appoggio dei principali partiti politici palestinesi, all’epoca ancora forti del sostegno popolare».

Gli Accordi di Oslo

«Tra il 1991 e il ’93 si giunge agli accordi di Oslo. L’OLP  viene da quel momento riconosciuto come voce ufficiale dei palestinesi nei consessi internazionali. Il territorio occupato viene suddiviso in tre zone: zona A, a controllo dell’autorità palestinese, zona B, a controllo misto,  zona C interamente controllata dai militari israeliani. Jamil Hilal – sociologo palestinese – ha attribuito a questi accordi un ruolo molto negativo: è questo il momento in cui – dice Hilal – si sono  completamente annullate le prospettive di miglioramento della condizione palestinese. Sono state create le strutture di potere tipiche di una burocrazia senza riconoscere a quel sistema alcuna reale autonomia operativa.  Con questo meccanismo – prosegue il sociologo – la comunità internazionale da quel momento in avanti attribuisce le responsabilità della situazione alle istituzioni palestinesi senza che queste abbiano alcun concreto modo di cambiare le cose».

IMMAGINE A

La costruzione del muro

«La seconda intifada risale al 2000. Sfruttando anche la tecnica degli attentati suicidi, assume rapidamente tratti più violenti della prima. In risposta ai movimenti dei palestinesi, nel 2002, Sharon lancia l’operazione “Scudo difensivo”. L’operazione comporta un netto peggioramento della situazione palestinese, con l’occupazione di nuovi spazi e l’avvio della costruzione di un muro, che, in teoria ha funzioni difensive, ma in pratica diventa lo strumento per perseguire una nuova espansione territoriale israeliana. Questo muro oggi misura 450 km e protegge colonie israeliane illegali. Una volta terminato il progetto dovrebbe raggiungere la lunghezza complessiva di 700 km.  Questa infrastruttura entra nei territori palestinesi dividendo case, campi, persino famiglie, e si trasforma in uno strumento di apartheid.

Dal 2000 al 2007, anche a seguito di questa operazione, vengono uccisi dall’esercito israeliano più palestinesi che nei vent’anni precedenti».

IMMAGINE B

La vittoria di Hamas

«Dato che la situazione sembra caduta in uno stallo senza fine, alle elezioni del 2006 in Palestina vince Hamas. La forza estremista non convince nemmeno i palestinesi stessi, ma la frustrazione data dall’immobilismo della classe politica porta a questa radicalizzazione. Da quelle elezioni la situazione si spacca a metà: nella West Bank prende il potere Fatah, attorno a Gaza il potere è nelle mani di Hamas. Le due forze si spartiscono i territori residui e lo status quo in questo modo viene assicurato per lungo tempo: si gestisce il piccolo potere e ci si arrende a convivere con l’occupazione militare del più forte».

IMMAGINE C

«L’immagine qui sopra ci indica bene quanto successo in questi decenni. Nella prima immagine è rappresentata la situazione prima del piano di spartizione ONU del 1948. Nella seconda immagine è rappresentata la proposta di spartizione dell’ONU. Nella terza immagine si vede la situazione al momento della “Guerra dei Sei Giorni”. L’ultima immagine a destra è la più recente e risale al 2010».

Movimenti popolari di resistenza

«Circa quindici villaggi ogni venerdì, da quindici anni, scendono per le strade manifestando contro il muro, sono movimenti di resistenza popolare nati tra i contadini, persone che si sono viste scippare la terra al momento della costruzione del nuovo confine. Scendono in piazza a loro rischio, subendo durissime repressioni, per ricordare al mondo la loro condizione. Protestano in modo non violento, come a dire: provate ora a chiamarci terroristi! E lo fanno nell’assordante silenzio della comunità internazionale. Nelle loro iniziative settimanali hanno puntato sulla creatività, nella consapevolezza che è importante, prima di tutto, portare i media stranieri ad occuparsi della vicenda. Sono scesi in strada vestiti da Babbo Natale, da Gandhi e in tanti altri modi curiosi. A Bil’in la popolazione ha riutilizzato le granate per farne vasi di fiori».

«La popolazione oggi si auto-organizza: dopo vent’anni di immobilismo i partiti palestinesi hanno perso ogni credibilità. Dire che siano riusciti a creare un movimento di massa sarebbe falso. Purtroppo questi anni di occupazione hanno fiaccato la voglia di lottare, i palestinesi hanno pagato con tante tante, troppe, vite perdute tra familiari e amici.

Chiunque abbia visto coi propri occhi la realtà dei fatti, sa che il solo fatto di continuare a scendere in piazza, in queste condizioni, è già di per sé una forma di resistenza».

La generazione Oslo: “ribelli scomodi”

«Nei mesi scorsi in Palestina gruppi di giovani – quella che viene definita “generazione Oslo” – hanno dato vita a numerose proteste, inizialmente nate da provocazioni israeliane, una per tutte: il divieto per i palestinesi di pregare nelle moschee di Gerusalemme. Chi ha frequentato Gerusalemme in questi anni si aspettava lo scoppio di una nuova rivolta. In città l’occupazione israeliana nei sobborghi è stata ed è silenziosa,  poco evidente. Periferie degli ultimi, di coloro che non hanno nemmeno accesso ai servizi di base e che devono subire continui affronti e vessazioni.  Questi ragazzi sono partiti dai margini della città come lupi solitari, senza nessun coordinamento, attaccando all’arma bianca».

«Siamo davanti ad un intifada di giovani senza guida politica, che alcuni commentatori hanno chiamato proprio per questa loro forma anarchica “ribelli scomodi”,  ragazzi che non hanno niente a che fare con le élites che hanno dato un indirizzo politico negli anni passati ai movimenti di protesta. Sono nati negli anni degli accordi di Oslo e da quegli accordi non hanno visto alcun miglioramento: avendo nulla da perdere e nella prospettiva di passare tutta la vita in quel modo si sono rivoltati».

IMMAGINE D

La colonizzazione prosegue

«Mentre i “ribelli scomodi” insorgono minacciando la città, nei territori palestinesi la colonizzazione  continua. Oggi dentro le colonie abusive israeliane sorgono centocinquanta insediamenti, alcuni dei quali trasformatisi nel tempo in vere e proprie città, della dimensione di Firenze e altri capoluoghi simili. Centri con piscine, università e ogni genere di servizio. Altri cento outpost sono sparsi qua e là e sono propaggini dell’avanzata israeliana in seguito destinati a trasformarsi in nuove colonie.

Oggi insomma ci troviamo davanti ad un vero e proprio colonialismo di insediamento e ad una condizione sociale di apartheid. Si possono ricercare gli errori storici, le colpe, ma qui e ora si tratta dell’aggressione di uno Stato forte verso un popolo inerme».

«La colonizzazione però non consiste solo nell’occupazione di nuovi territori, si compie anche attraverso altri canali. Arresti arbitrari e detenzione amministrativa, ad esempio, sono oggi la prassi per Israele. Sono settemila gli oppositori politici arrestati sulla base di semplici sospetti, senza alcuna prova concreta. Di questi, settecento sono parlamentari e quattrocento sono ragazzini.

i, prigioniero politico palestinese, che gode ancora di grande rispetto da parte del suo popolo, qualche tempo fa ha scritto una lettera dal carcere in cui ha concluso: “l’ultimo giorno di occupazione sarà per noi il primo giorno di pace”».

I palestinesi sono un problema per i palestinesi

«Il già citato Jamil Hilal ha più volte sostenuto che sono gli stessi palestinesi a rappresentare un problema per la Palestina. Per scansare eventuali equivoci occorre però dividere le responsabilità del popolo e quelle delle istituzioni.

Fino a pochi anni fa i palestinesi non ammettevano alcuna responsabilità dei loro leader, perché tendevano a una lettura garantista e finalizzata unicamente al contrasto del grande invasore.

Oggi invece la società civile prende più iniziativa e dice di avere non più uno, ma due nemici: gli israeliani e i leader palestinesi che siedono ai tavoli importanti, ma non vogliono davvero cambiare le cose. Le leadership hanno grandi responsabilità nel mantenimento dello status quo e, addirittura, tra le clausole stipulate con il governo israeliano ci sono accordi finalizzati a tenere sotto controllo le proprie proteste interne».

Le organizzazioni non governative

«Le organizzazioni non governative sono spesso realtà che mettono toppe, ma non risolvono i problemi. La cooperazione internazionale ha dei rischi, specie quando viene da lontano, perché non sempre figlia di una vera conoscenza del territorio. Calare progetti dall’alto spesso si è rivelato dannoso. Ad esempio, insegnare ai contadini metodi di coltivazione più efficaci che gli consentano di sopravvivere meglio con un fazzoletto di terra, spesso induce la popolazione a non proseguire la battaglia per riottenere la parte di terreni sottratta al momento della costruzione del muro».

Il popolo israeliano

«Il popolo palestinese è oggi rassegnato e stanco di lotte e di martiri. Attualmente l’ironia è una delle poche armi rimaste e i palestinesi ne fanno grande uso. Girano molte battute sull’occupazione, ad esempio: “quando toglieranno i check point non avremo più scuse per arrivare in ritardo!”».

«I palestinesi da soli non possono farcela. Anzitutto, deve cambiare la società israeliana, che invece in questi anni è preda di una deriva a destra che sta portando solo a un irrigidimento dei rapporti e a crescente militarizzazione. In Israele deve prendere vita una riflessione circa quanto la società è disposta a farsi togliere, in termini di libertà, armonia, benessere, per combattere un nemico “costruito”, narrato ad arte.  Esistono tanti esempi di coraggio che vanno aiutati dentro la società israeliana, ma la questione palestinese sembra sparita dal dibattito pubblico internazionale».

Il ruolo dei paesi arabi

«Enorme responsabilità in questa situazione è dei paesi arabi. In passato hanno usato la questione israelo-palestinese in modo strumentale. Dal 2011, dopo le “Primavere”, la situazione palestinese ha fatto un passo indietro, dimenticata nel silenzio. Eppure questi lembi di terra restano il cuore irrisolto del Medioriente».

«Avreste dovuto vedere che reazione hanno avuto i palestinesi nel momento in cui hanno assistito alle rivolte in Egitto o in Tunisia: c’è un forte sentimento di unione, i palestinesi avvertono ancora un orizzonte arabo comune, le “primavere” del 2011 sono state molto sentite».

IMMAGINE E

La condizione femminile

«Hamas ha cercato sponde mediorientali nuove, in particolar modo da quando la situazione siriana si è ulteriormente complicata. I prodotti del Qatar sono gli unici che riescono a entrare costantemente nella Striscia di Gaza. Entrano prodotti dal Qatar, ma “escono” provvedimenti, mutamenti legislativi, in linea con i dettami del Golfo. Per esempio, la condizione femminile a Gaza e dintorni sta peggiorando, alle donne è vietato andare in bicicletta, sono state reintrodotte le classi separate, è stata proibita l’esposizione di abbigliamento intimo in vetrina e via dicendo. Tanti piccoli elementi che sommati insieme aggravano un quadro di oppressione di per sé drammatico».

 

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