Da mare a mare – Osimo

L’Italia percorsa in regionale è lunga, ce ne accorgiamo forando con la carlinga del convoglio la calura padana. Sapore di binari, ferro, piscio e pietrisco entrano dai finestrini insieme all’Italia che ci scorre davanti.
Cascine abbandonate, stazioni patinate della post modernità, stazioni dimenticate del passato, capannoni – tanti -, scambi ferroviari – arrugginiti -, frutteti, adolescenti in infradito accatastati sulle banchine della riviera romagnola in attesa di un treno, e presto o tardi è Ancona.
Ancona, dal greco ankos, gomito, si legge sui libri; per la forma del promontorio su cui sorge i greci di Sicilia la nominarono così.
A guardarla arrivando in treno sembra una carie sulla costa; bracci meccanici, container, scafi e profili nautici, muri scalcinati, zero spiagge e immigrati, asiatici, africani, eredità di una funzione portuale importante.

Visitiamo il porto e la Mole di Vanvitelli, per le strade roventi ora neanche un gatto; città deserta, città esangue. Sostiamo per un’ora ai tavolini di un bar in attesa di un autobus per le colline. Passa qualche indiano, un po’ di Maghreb, ma la piazza è vuota, i muri delle case scrostati, tutto ha l’aria di una stanchezza anni ottanta. Il lato b degli anni ottanta. Una città triste o forse è solo domenica, luglio, e tutti sono al mare. Ancona come un’impalcatura vuota, senza vita.

Prendiamo l’autobus. Traversiamo rotonde e cavalcavia, il monopaesaggio della città diffusa sembra avvolgere tutto, si mangia con la sua banalità, le insegne e i suoi spazi commerciali, una bella fetta d’entroterra.
Guardo allibito un paesaggio che è anche il mio, anche il nostro, in Brianza. Un non paesaggio, la fine di ogni identità possibile. Guardo e penso: segno dei tempi. Se ha ragione la Convenzione Europea sul Paesaggio e ogni paesaggio è figlio del suo popolo, questa roba qui è figlia di un individualismo deviante, gente che non ha più una minima idea di comune e comunanza, del costruirsi un contesto di vita, se non bello, almeno possibile. Non ha un’idea di prossimità, di vicinanza, di cura dell’immediato vicino, e lo si capisce da come gli interventi edilizi fatichino ad adeguarsi, non al contesto, perlomeno agli edifici che han di fianco.

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Si sale un paio di curve più in alto e sono le prime dolci colline, i girasoli, le lavorazioni a ritocchino di campi e vigneti. Due curve e la riviera lascia il passo all’Appennino o almeno a una sua piccola epifania.

A Osimo si gode già di una vista di collina e oltre la coltre d’umidità, là infondo, si dovrebbe poter scorgere il mare.

Ci sistemiamo nella casa di accoglienza adiacente alla basilica di San Giuseppe da Copertino. Una finestra affacciata su un bel chiostro dal camerone spartano. Non sembrano molto abituati a vedere pellegrini da queste parti, ma in futuro, ne son convinto, inizieranno ad esserlo.

A Osimo non perdetevi una visita alla città ipogea. Il borgo è pieno di grotte usate nel tempo per rituali religiosi, ritrovi massonici e poi come riparo dai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Fino a vent’anni fa questi cunicoli scavati dentro farinosa arenaria erano pubbliche vie e sottopassi cittadini. Poi la chiusura in nome della sicurezza. Oggi un tentativo di valorizzazione e in un certo senso riappropriazione.
Alcuni camminamenti, dove non murati dalle esigenze del privato, sono visitabili tramite visite guidate che meritano un’ora e mezza del nostro passaggio.

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Avevo un conto in sospeso con questo itinerario, da quando anni fa su un banchetto di libri usati scovai “Nessuno lo saprà” di Enrico Brizzi. In quel libro Brizzi realizzava per primo questa traversata da mare a mare; pagine che mi sono rimaste nel tempo, come un inno di libertà.
Ed eccoci qui. Domani si comincia a camminare.

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