Da mare a mare – Colline d’Italia

Sui testi di geografia si legge che la collina, a seconda delle definizioni che le si danno, copre circa il 50 o 60% del suolo nazionale. Siamo un paese collinare, il più collinoso d’Europa, e questo è stato vantaggio e svantaggio nel tempo. La collina ha rappresentato in epoche buie un paesaggio salubre e sicuro e nella nostra penisola più che altrove la colonizzazione delle colline è stata precoce. Il risvolto negativo sta nel fatto che la geografia ha finito per dare forma alla mente e il ritiro medievale entro la cerchia delle mura ha creato le basi per la formazione di quella cultura clanica, ancora molto viva, che separa il bene e il male a seconda di ciò che sta dentro e fuori dal borgo. La novità, il vagabondo, colui che arriva dall’esterno, in questo paese è ancora oggi “errante”; la lingua parla: errante, uno che vive nell’errore.

Attraversare l’Italia da est a ovest è infrequente; è più probabile seguire le grandi vie di comunicazione da nord a sud.
Andare dall’Adriatico al Tirreno significa passare un paio di settimane camminando e mettendo a fuoco una cosa: la collina è l’anima prevalente di questo paese; ovunque andrete in Italia vi fermerete prima o poi ai piedi di un colle.

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Spostarsi da est a ovest è poi come tagliare e sezionare una cipolla: si scopre una stratificazione fine, si scopre che “la collina” sono in verità tante colline diverse. Lo si vede bene in campagna – per povertà un ambiente da sempre poco soggetto a grossi cambiamenti – la campagna porta sulla pelle i segni del tempo ed è rivelatrice di differenze interessanti.

In una regione storicamente antiurbana come le Marche, ad esempio, dove l’agricoltura ha sempre avuto pochi capitali a disposizione, la campagna ha conservato strutture agrarie tipicamente premoderne. I campi sono ancora coltivati a ritocchino (seguendo le linee di massima pendenza del terreno), le proprietà sono state in qualche caso riaccorpate, le piantate e i filari, tipici della policoltura, sono stati abbondantmente ridotti, ma il disegno complessivo della campagna è ancora essenzialmente quello antico. Le cascine, che altrove hanno logge, pertinenze, fienili, qui somigliano per sobrietà a dei casoni quadrangolari, senza fronzoli.
L’Umbria è coperta di colline a bosco e dove c’è agricoltura prevale l’olivo; nei borghi umbri l’architettura militare e quella religiosa si mischiano in una miscela che in una volta sola affascina e opprime. La Toscana cambia pelle dalle amare e povere terre di Maremma, a sud, fino alla Val d’Orcia, più a nord, con le sue linee nitide, ulteriormente sottolineate da filari di cipressi. Le colline della Val d’Orcia sono figlie di raffinata cultura urbana, modellate dal pennello dei pittori senesi e dal sudore dei mezzadri. Uno di quegli esempi, direbbe Farinelli, in cui è la carta (l’immagine) a dare forma al mondo e non viceversa.

Questo vasto ondulato un tempo scelto come sede di vita dignitosa e sicura, con la modernità, perde molto del suo magnetismo e viene tagliato fuori dai flussi importanti, uomini e risorse vengono drenati a valle.

In moltissime tappe di questo cammino ci siamo fermati dentro borghi in via di spopolamento, dove le case vuote e le finestre chiuse superano di gran lunga i locali abitati.

A Gualdo Cattaneo abbiamo parlato con un residente che torna in centro perché lì è la casa degli anziani genitori: “Il centro è ormai un pezzo da museo, è vuoto. La gente di qui preferisce la villetta con giardino, il box per parcheggiare facilmente, non interessa a nessuno tornare in questo scomodo e bellissimo centro”. È un peccato, penso tra me e me, perchė si perde una forma dell’abitare insieme per un’altra dell’abitare da soli. Un giorno capiremo che questo ha dato una mano all’involuzione culturale a cui stiamo andando incontro.

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A Nocera Umbra abbiamo avuto l’occasione di fare un giro in paese col vicesindaco. Ci ha mostrato i lavori in corso per suturare le ferite del terremoto che colpì gravemente il paese nel 1997. Dopo vent’anni mancano ancora alcune parti della città da recuperare, ma non è questo il problema. I soldi pian piano sono arrivati e sono stati ben spesi, il centro è rimesso a nuovo con grande rispetto del passato. Tutto è pronto per essere riabitato, ma nel frattempo chi abitava in centro si è ritrovato a vivere in villette o case popolari esterne al borgo e non intende rientrare nella sua vecchia dimora. Fuori è più comodo, ci sono meno limitazioni. Così, un vasto patrimonio storico restaurato si trova messo in vendita o affitto, mentre la popolazione vive nelle frazioni. Per rifarci al titolo di un bel libro di Tomaso Montanari, le pietre sono state abbandonate dal popolo.

Non diversa la sorte che tocca a città come Onano e Sorano, di cui ho scritto qualcosa nei giorni scorsi. Abbandono in corso anche in città medie come Todi e Orvieto, per ragioni diverse: il turismo ha fatto lievitare i prezzi delle case e degli affitti, il cuore storico è oggi economicamente inaccessibile per buona parte della popolazione e chi ha proprietà in centro preferisce metterle a profitto sfruttando la rendita da posizione.

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In questi giorni, con lentezza, osserviamo il tempo della storia pendolare tra pianura e montagna e camminiamo l’Italia interna accompagnati da notizie macabre, che salgono fino a qui da centri e pianure. Il terrorismo acefalo, le nuove dittature, la nuova barbarie. Che presto torni il tempo delle alture, del rifugio in collina, lontano dai grandi flussi e dai grandi centri? Forse sì. E se cosį sarà, saranno spostamenti figli di chiusura mentale? o ritorno a una dimensione delle cose più a contatto con la vita e con le umane possibilità di un uomo?
Ovviamente nessuno lo sa, in fasi di passaggio così rapide e profonde è difficile solidificare idee. Magari i poeti e forse qualche grande intellettuale potrebbero dirci qualcosa, i pochi che guardano il mondo e guardando vedono.

Io come camminante sono sempre in cerca di punti di riferimento. Se ne avete visti, fate girare qualche indicazione, non tenetele per voi. O se ne esce insieme o non se ne esce.

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