I giorni di Altamura – Gravina in Puglia

Il quinto giorno della mia permanenza altamurana mi dirigo in stazione per spostarmi a Gravina in Puglia. Gravina è una Matera più piccola, meno turistica e più scalcinata, quindi più bella.
La stazione è poco fuori dal centro, in mezzo a quartieri popolari. Quando scendo nell’aria immota e calda del primo pomeriggio le strade sono deserte e arriva solo un diffuso rumore di posate e stoviglie dalle tavole dietro le mille finestre.
Entrando in città si incontra un murales dedicato a una vera e propria istituzione del paese: i fratelli Loglisci, i principali e più brillanti artigiani della Cola Cola, un fischietto a forma di galletto(?), tipico del gravinese.

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Visito la città in solitaria, in giro poco nessuno, negozi  e bar quasi tutti chiusi. Scendo nella gravina, nel canyon, e risalgo dall’altro versante per vedere la città nel suo insieme. Al suo centro ci sono ruderi e alberi; si tratta del quartiere Piaggio, abbandonato e oggi chiuso al pubblico, pieno di stabili pericolanti. Vedo panni a  certe finestre qua e là e saprò solo più tardi, nel pomeriggio, che alcuni appartamenti, quelli un poco più integri, sono stati occupati aggirando reti e divieti.

Caterina per  meglio visitare la città mi ha affidato alle cure del suo amico Giuseppe, un ragazzo gentilissimo, restauratore molto preparato,  che nella seconda metà del pomeriggio mi conduce a spasso per le vie, tra musei, chiese, sotterranei, colline. La cultura dell’accoglienza è una bella e stupefacente scuola, ma non è di questo che ho riflettuto a Gravina. A Gravina mi ha stupito la mia maggiore facilità nell’accettare la proposta di Caterina e farmi accompagnare, senza sentirmi di peso.
Forse mi sto ambientando e lentamente adeguando al sistema di riferimento locale. Non so, certo è che mi accorgo per riflesso di come il settentrione mi metta addosso in alcuni periodi una appiccicosa pigrizia relazionale. Mentre cammino con Giuseppe per il centri metto a fuoco questo pensiero: spesso l’esigenza molto brianzola di essere autonomi finisce col creare handicap relazionali e di far perdere fertili occasioni d’incontro. Il nuovo, il diverso, l’essere gentili, il saper accogliere, il dare e il ricevere, il riconoscere di avere bisogno degli altri, sono tutte cose che chiedono predisposizione mentale e un po’ di lavoro (su di sé e nei confronti di chi si ha davanti). Forse dietro la bandiera dell’autonomia nascondiamo anche la pigrizia. Il fare da soli senza pesare sugli altri – che sembra un principio indiscutibilmente sano – a queste latitudini evidenzia un lato d’ombra, un lato che, se non governato, se non ne siamo consapevoli, ammala. Dobbiamo allenare la socialità. Io mi sto allenando molto in questi giorni e sento che sto meglio assai.

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Giuseppe mi mostra con grande garbo luci e ombre della città all’arrivo delle prime onde del turismo (uno dei tanti effetti di Matera capitale europea della cultura e del richiamo che questa nomination sta creando). Il comune si è consorziato con curia, provincia e privati per sbolognare la gestione del patrimonio artistico. I privati dovrebbero quindi guadagnare da una gestione che non porta una lira nemmeno al pubblico. Come si fa? Si fa che da un mese è stato istituito un biglietto unico per la visita dei principali siti della città. Costo: una decina di euro. Per la singola chiesa o museo  di cinque. Giuseppe da gravinese  si sente defraudato: dove è entrato  gratuitamente fino a ieri, oggi deve pagare o l’accesso è interdetto.  Gli amici del libero mercato saranno felici: stanno cedendo sovranità popolare e rovinando le fortune di diversi paesi. La cittadinanza invasa dai turisti e privata dei suoi spazi come reagirà? Facile arrivare a conclusione.

A fine giornata Giuseppe ci tiene a portarmi a conoscere Beniamino Loglisci, genio e sregolatezza nell’arte della Cola Cola. Personaggio ruvido, ironico, che nonostante gli acciacchi e i suoi ottanta e passa anni, ha ancora voglia di recitare la parte del provocatore, del sovvertitore dell’ordine costituito. Lui fu il primo e il più creativo degli innovatori dell’arte della Cola Cola, produsse in tempi non semplici fischietti con forme bizzarre di donne nude, di parroci colti sul fatto a guardar le parrocchiane e altri soggetti del genere. Una sfida all’orizzonte culturale della Puglia degli anni Sessanta e Settanta.

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