I giorni di Altamura – Ad Aliano

Da tempo volevo andare al festival della paesologia di Franco Arminio, ma mai avrebbe potuto avere così senso andarci che dopo aver passato una settimana nell’alta Murgia immerso nella vita del posto, con persone che mi hanno saputo consigliare luoghi da vedere, letture da intraprendere, persone da conoscere. Carlo Levi e Tommaso Fiore, ad esempio, ho letto e sto leggendo in questi giorni. Due antifascisti, due meridionalisti, due storici e due geografi. Quanto ne avremmo bisogno al tempo presente.

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In questa settimana ho ricollegato punti e spunti di riflessione seminati nei percorsi di questi anni, tra l’oriente, l’est, l’Italia interna. Volevo venire a vedere cosa fa Arminio dietro il velo della sua poesia, pagine che hanno sempre tanti temi geografici che mi sono cari e a cui, involontariamente, in questi anni, ho dato spesso la stessa importanza: il margine, l’incerto, l’inutile, la lentezza, la promiscuità, l’incompiutezza, l’avversione all’efficientismo, al capitalismo somatico; ci sono molte linee in comune tra la sua pagina scritta e la riflessione che è rimbalzata tra occhi, gambe e cuore nei miei gironzolamenti.

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Arminio, in maglietta e calzoncini, spiega perché vuole candidare Aliano come prossima capitale europea della cultura:

«La società dell’autismo corale può essere curata solo in luoghi in cui c’è tanto spazio e poche persone. Ci vuole uno spazio che è tutto dentro la modernità, ma che è poco urbanizzato. Uno spazio in cui salutare è un gesto coltissimo, è grande cultura passare il tempo, avvertire quello che accade nei volti, sentire la pioggia, sentire gli animali, sentire i morti. Un paese capitale della vita scampata al genocidio degli affari, alla smania del tempo pieno, al delirio di sfruttare ogni occasione. Aliano non ha avuto fretta, non ha mai fretta. La sua grazia è nel pane, nell’olio. Un paese è bello quando non somiglia a nessun altro, quando ha un’aria solamente sua, un’aria inattuale, un’aria che sembra ignorare quale secolo è in corso.
Si dice che l’Appennino sta morendo e invece l’Appennino è uno dei luoghi più intensi d’Europa. Il modello economico dominante ha portato via molte persone dai loro paesi, ma nei prossimi anni non sarà più così. L’Appennino bisogna guardarlo con occhi nuovi. Pensate al sacro che si annida nei luoghi più affranti e remoti. Come se Dio e la poesia, scacciati dal meccanismo infernale del consumare e produrre che impera nelle pianure, si fossero andati a nascondere nei vicoli dei paesi sperduti, nelle facce degli anziani che non parlano con nessuno, nelle campagne dove il bosco cancella le tracce dell’agricoltura. La festa della paesologia ha poco a che fare coi creativi e con certa cultura, è piuttosto un raduno attorno alle ultime tracce del sacro».

Inutile schierarsi pro o contro queste parole, sono vere, solo che non bastano. Bisogna coglierne il tratteggio e cercare di proseguire la linea anche dove le parole non arrivano e si perdono. Stiamo cercando di immaginare oltre. Mi vengono in mente Pasolini e Ivan Illich dentro queste frasi. Illich parlava di “discorso occulto”: Arminio ha la mia simpatia e il mio appoggio perché è una delle poche voci che oggi prova a smascherare il discorso occulto e ad indicare un’occasione di svolta. Il discorso occulto è il dominio dei centri, della città, della copertina patinata, della burocrazia, delle assicurazioni, del mercato. Tutte cose che noi non vediamo nemmeno più, cose buone e giuste a prescindere. Quando si dibatte di economia tutti ragionano dentro i margini del sistema dato, nessuno si spinge più a criticare, a ripensare. Il “discorso occulto” guida le nostre riflessioni e le anestetizza fino al conformismo più basso.

Alla festa della paesologia il programma è sfilacciato in vari luoghi e ad orari approssimativi. Si legge sui volantini: evento “x” al calar del sole, passeggiata “y” dopo pranzo, musica “z” all’alba, parlamento sul paesaggio poco prima dell’imbrunire. Bisogna andare a cercare i luoghi e le persone.

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Al festival gli alianesi aprono le loro case, gli abitanti hanno capito e sono felici di ospitare chi sale fino alla soglia delle loro porte. Gli altri possono accamparsi dove vogliono con un sacco a pelo o una tenda. Musica, riflessioni e cucine restano aperte tutta la notte. Ci sono molti tempi morti, c’è anche molta disorganizzazione innegabilmente. Ma fanno parte della filosofia del progetto, il tempo dell’inutile è desiderabile, ma bisogna saperlo gestire e addomesticare, non è un tempo facile come si potrebbe pensare. Saper “perdere” tempo è un’arte di cui ci hanno privato. Siamo disabili del tempo molto più di quanto non lo fossero i nostri nonni.

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Io amo poter perdere tempo senza sentirmi in colpa, mi vengono le migliori idee, posso sentire le cose, posso respirare tranquillo; ad Aliano si può. Quello che vive meglio il festival è colui che perde tutti gli appuntamenti e resta appeso a un calanco a guardare la luna. Si avverte questo spirito e, non so a voi, ma a me sembra meraviglioso. Se ci deve essere una strada per la nuova ascesi, compagni, passa dalle parti di Aliano.

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Intorno c’è la Basilicata. La guardi sfrecciare dal finestrino o quasi immota dall’alto di una rupe ed è simile a un assalto di animali selvatici, non ti lascia fermo, dentro è tutto un vibrare. Esprime un’alterità, una distanza dal mio e dal nostro mondo, enormi. La guardo e la prima cosa che mi viene in mente è che sembra una divisa mimetica stesa a cuocere al sole. Una cosa simile l’avevo pensata sulla strada verso Biškek, lasciando il Kazakistan. L’alterità dell’Asia  e delle steppe selvatiche e vuote è già nel meridione.

A chiarirmi tutto e meglio arrivano le parole di Levi:

«La Lucania mi pare più di ogni altro, un luogo vero, uno dei luoghi più veri del mondo. Qui ritrovo la misura delle cose […] le lotte e i contrasti qui sono cose vere, il pane che manca è un vero pane, la casa che manca è una vera casa, il dolore che nessuno intende un vero dolore. La tensione interna di questo mondo è la ragione della sua verità: in esso storia e mitologia, attualità e eternità sono coincidenti».

Ecco lì: la casa che manca, il pane che manca. Mi hanno acceso mille lampadine queste poche frasi. Ripenso al cuore gioioso davanti a un calice di (pessimo) vino a Melnik o ad un (pessimo) bicchiere di sidro nelle Asturie, alla tristezza provata davanti al fiume Li, nel Guangxi, in Cina, dove il vortice del capitalismo si sta mangiando un’epoca intera in un sol boccone; potrei andare avanti un giorno con questo elenco. Questi luoghi ci offrono le loro debolezze, le ferite, non quello che c’è, ma quello che manca. Sono i luoghi che non hanno niente da scrivere per le guide turistiche, che non sono sui libri della pessima geografia ministeriale.

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Dobbiamo fondare una geografia delle debolezze, delle mancanze, della vacanza, dove c’è lo spazio per essere, per esprimersi, per trarre il meglio, il vero, il nuovo. Una geografia che ci indichi come un faro nella notte che la felicità e la gioia stanno nei luoghi dove non siamo obbligati ad andare e non siamo obbligati ad essere. I luoghi della deviazione, della rivelazione e di un futuro possibili. Impegnamoci affinché quante più persone inizino a guardare e vedere. La mia cattedra a scuola ha avuto e avrà – se ne ha uno più importante degli altri – questo obiettivo.

 

 

 

 

 

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