Morozov e la “rivoluzione dei dati”

Uscito pochi mesi fa, tradotto da Fabio Chiusi, questo libretto mi sembra una lettura importante per capire il presente.L’analisi di Morozov sulla “rivoluzione dei dati” è articolata e ricca di esempi, due mi sembrano le idee centrali:

  • Inutile continuare a distinguere tra virtuale e reale: il virtuale provoca effetti concreti e importanti nel mondo materiale e serve una politica complessiva per capire e governare il presente.
  • Dietro la retorica della sharing economy ci sono spesso mercificazione e riduzione di ogni tema a problema di ordine tecnico. Questa riduzione delle problematiche dalla scala sociale a quella individuale annulla totalmente ogni orizzonte comune e l’idea di qualsiasi politica.

 

«Per trascendere il programma neoliberista, la Silicon Valley, sempre rapida nel mettere a frutto la controcultura, si è appropriata della preesistente retorica dei beni comuni orientata al dono, presentando start up come Uber e Airbnb come parte della cosiddetta sharing economy, in quanto futuro utopico caro ad anarchici e libertari in cui gli individui sono in grado di avere a che fare l’uno con l’altro direttamente, saltando i grossi intermediari. Tuttavia assistiamo alla sostituzione di intermediari di servizi, come le società di taxi, con intermediari dell’informazione come Uber (peraltro sostenuta da quei noti filo-anarchici della Goldman Sachs).
Dal momento che il settore dei taxisti e degli albergatori non gode di grande simpatia il dibattito pubblico è stato impostato nei termini di una lotta tra coraggiosi innovatori e apatici monopolisti al potere. Una rappresentazione così distorta, sebbene non sia sempre scorretta, non tiene conto del fatto che il fatto che le start up della sharing economy operano secondo un modello “pre-welfare”: i lavoratori godono di reti di protezione sociale minime, devono farsi carico di rischi che prima riguardavano i loro datori di lavoro, la contrattazione collettiva è quasi inesistente.
I sostenitori della sharing economy ricorrono a una retorica degna di Friedrich von Hayek per giustificare una simile precarietà: quando avremo rimpiazzato le leggi con meccanismi di feedback – in modo che siano i mercati ad attestare la qualità del guidatore o dell’ospite – potremo fare a meno di ogni regolamentazione preventiva. Come ha detto recentemente l’influente venture capitalist Fred Wilson: “una volta raggiunta una posizione in cui i sistemi si governino e regolino veramente da soli non avremo più bisogno di regolatori”. E saranno meccanismi di feedback ubiqui – in realtà, semplici indicatori di qualità forniti dagli attori nel mercato – a farcela raggiungere.
La digitalizzazione della vita quotidiana e l’avidità della finanza rischiano di trasformare tutto – dal codice genetico alle nostre camere da letto – in valore produttivo. Come ha detto Esther Dyson, membro del board di 23andme, leader nel settore della genomica personalizzata, l’azienda è “come uno sportello bancomat che vi fornisce accesso alla richezza intrappolata nei vostri geni”. Ecco il futuro che la Silicon Valley ha previsto per noi: data una quantità sufficiente di sensori e connessioni internet, le nostre intere esistenze diventano giganteschi bancomat. E chi rifiuta non può incolpare altri che se stesso. L’uscita dalla sharing economy sare
bbe considerata un tentativo di sabotaggio economico e un terribile spreco di preziose risorse che avrebbero potuto accelerare la crescita. Infine, chi si rifiuta di “condividere” sarà visto alla stregua di chi si rifiuta di risparmiare, lavorare o pagare i propri debiti: con una patina di moralità a coprire – ancora una volta – lo sfruttamento.»

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