La strada del nord – Capodanno a Berat

​Berat è una U che cinge ai piedi il monte su cui si erge la sua fortezza. Da una parte la città moderna, dall’altra la città vecchia. Quest’ultima, dal 2008, negli elenchi UNESCO, quale esempio di città ottomana ben conservata. Il fiume Osumi percorre la stessa identica U, rimarcando la forma dell’abitato e dando un tocco d’alta montagna. La città museo non è mummificata, è città del popolo, come l’altra: abitata, umile, per niente infiocchettata. Sopra al trambusto di bancarelle, mercedes e polvere, si ergono un mucchietto di case bianche addossate al monte, con migliaia di finestre quadrate che regalano bei riflessi e giochi di luce all’ora del tramonto.

Quando scendiamo dal bus che ci lascia in paese, in cerca di cibo, finiamo in un alimentari quasi vuoto, ma con dei tacchini vivi, legati per le zampe, davanti all’ingresso. I pennuti sono in attesa di essere trasformati in portata principale sulle tavole quella sera stessa. Gettiamo uno sguardo di solidarietà, che pare rimanere incompreso.
Berat è una piccola sintesi albanese, con la moschea e la cattedrale affacciate sulla stessa piazza. Nel quartiere antico, tekké e altre moschee più piccole, spazi di un islam minore, quasi francescano nella povertà di mezzi.

Sulla riva meridionale dell’Osumi, che scorre placido portando con sé il riflesso rosa delle montagne, sta Gorica, il vecchio quartiere cristiano. Qui sono molti gli edifici in stato di abbandono. Un dedalo di piccoli viottoli acciottolati e scale ormai informi aggrappati a una costa di monte. Dentro ci vivono ancora diverse famiglie, ma alcuni edifici sono mezzi crollati, se li è presi l’edera o ci crescono dei fichi in mezzo. La vita  gli gira attorno, si mischia, non separa, li tiene come fossero parte della storia di famiglia, da noi avrebbero già evacuato tutti.
La sera dell’ultimo giorno di dicembre, sotto un ciglio sottile di luna, il cielo all’imbrunire sfuma tra blu e ambra. Sotto le vette e le valli dei pastori, il villaggio sembra un presepe. Col calare del sole hanno chiuso tutte le porte, si sono abbassate tutte le serrande, i motori sono spariti. La gente si è ritirata nelle case e solo il silenzio e il gelo hanno preso le strade. Qui capodanno è come Natale e si passa in famiglia.

Usciamo fuori sotto le stelle, tra comignoli fumanti e  fontane mezze gelate. Scesi in piazza solo il gorgogliare morigerato dell’Osumi ci parla. E ci dice una cosa chiara: che per stasera, per l’ultima sera dell’anno, noi, resteremo senza cena. Non un bar, non una taverna, ci aggiriamo lungo il grande piazzale, che nel pomeriggio era brulicante di chiacchiere, vino e caffé, e non si muove foglia. Non c’è anima viva.

Il 2016 si conclude così,  aggirandoci per un paese vuoto, che sembra un presepe silenzioso e profuma di legno. Al cospetto del nuovo anno ci presenteremo, se non con grandi ambizioni, perlomeno con grande appetito.

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