La strada del nord – Kruja?

Dopo una giornata sui prati alti, tra greggi e pastori, là sui sentieri bianchi, tra gli ulivi, dove per far festa bastano un tozzo di pane e il sole in faccia, oggi Berat si è svegliata sotto una coperta di nuvole. Dopo un primo giorno dell’anno così luminoso da far strizzare gli occhi, oggi il cielo di cenere ci ricorda che la vita è grigia e blu, e bisogna sempre rallegrarsi del giorno di sole regalato e mai, mai, darlo per scontato.

Un autobus ci porta all’autostazione nella città nuova. Da lì cerchiamo un pullman che rientri a Tirana. Ne troviamo uno che deve avere visto i tempi di Enver Hoxha: saliamo noi e scende l’acqua, dai gradini. Dentro il vecchio carrozzone è una serra umida e fredda coi pavimenti bagnati. Rimaniamo mezzora ad attendere che il mezzo si riempia, la temperatura interna sfiora i 10 centigradi, la condensa aumenta e non vediamo più l’esterno. Solo quando partiamo ci accorgiamo che il posto in cui ci troviamo, quello davanti alla portiera posteriore, non era rimasto vuoto per caso. Dalle vecchie guarnizioni entra un sibilo d’aria gelida. Viaggiamo per due ore bardati come degli inuit.

A Tirana si scende in un piazzale affollato di bus e furgoni che vanno e che vengono. Chiediamo informazioni per andare a Kruja. L’italiano che qui, di solito, sembra essere seconda lingua, nel passaggio critico ci abbandona. Due che arrostiscono spiedini ci fanno segno che di quei cento pullman lì davanti nessuno va a Kruja. Una ragazza ci indica la fermata degli autobus urbani.

Quando gli diciamo “Kruja?” l’autista della circolare ci fissa con uno sguardo in bilico tra il cattivo e il perplesso. Restiamo tutti e tre immobili per un tempo indefinito, poi ci fa segno di salire e non dice altro. Dopo una decina di minuti, in qualche periferia di Tirana, ci consegna a un tizio che attende su un marciapiedi. Lì tra tipi mezzi avvelenati al tavolino – che se non son gigli, son pur sempre figli vittime di questo mondo (cit.) – un tassista ci dice che lui quando fa il pieno di passeggeri parte per Kruja.

Mezzora e si parte. Sul furgone, oltre a noi, due anziani rubicondi e ciarlieri e due giovani, più urbani, completamente muti. Mentre Radio Tirana trasmette musiche balcaniche (cit.).
La strada attraversa una pianura dove la dispersione e la confusione urbana la fanno da padrone, sembra abbiano rovesciato una scatola di mattoncini di Lego su un grande tavolo: un benzinaio, un mobilificio, tacchini al pascolo, un fiume che dopo la piena ha lasciato due ali di sacchetti di plastica al suo fianco larghe dieci metri, un benzinaio con autolavaggio, una struttura incompiuta, una concessionaria, un campo con carcasse d’auto, tacchini al pascolo, due bambini che giocano tra le sterpaglie, una struttura incompiuta, tacchini al pascolo, un altro fiume di plastica.

Ad un tratto la strada prende a salire a tornanti. Sale e salendo il purgatorio si fa paradiso e il degrado urbano lascia il posto a belle pinete.
Arriviamo a Kruja e il paese non è come ce lo aspettavamo: una cartolina post comunista aggrappata alla montagna. Un luogo ancora una volta non infiocchettato per i turisti e abitato dalla gente. Un posto come piace a me.
Bisogna salire in cima al paese per vederne il meglio e il peggio. Un antico bazar ottomano ben conservato e un castello dalla cui sommità si vede l’Adriatico dirimpettano con un monolite di calcestruzzo alto dodici piani e nemmeno portato a termine.

Mi piacciono questi posti perché non ti aspettano, bisogna cercarli. Domani proviamo a salire al Monte Kruja e ai suoi tekké bektashi, ma danno neve.

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