La strada del nord – Flogert e il paese reale

Il canto del muezzin riecheggia nel silenzio delle sei. Non è ancora l’alba e il borgo è immobile e luccicante sotto la pioggia.

Dopo la colazione imperiale albanese – dalle salsiccie alla torta di noci – lasciamo Kruja alta e il suo monte avvolti tra le nuvole.
Ci porta a valle un Ford Transit di prima generazione: dodici persone dove ce ne stanno otto, solita temperatura tropicale, solita condensa che piove dai vetri.
Arrivati a valle umidicci, prima di essere scaricati, chiediamo al pilota informazioni per andare a Scutari. Risposta: “no direkt, prima back in Tirana, poi Skhodra” e tanti saluti. Lo sconforto ci assale. Ci viene in soccorso un ragazzetto che, vista la scena, in un italiano scarno ma efficace, ci dice: “no no, avanti un chilometro, sali sul ponte dell’autostrada e fermi un bus che va a nord”. La fai facile amico, ma ti ringraziamo e come provetti cittadini di Kruja bassa ci tenteremo. Pronti via andiamo ad arrampicarci sul ponte dell’autostrada! Trattasi proprio di assalto al ponte, prima affrontando il declivio d’erba e poi scavalcando il guard rail. Ci troviamo così a bordo dell’autostrada con altri cittadini. La cosa ci conforta, ma in un attimo, ad ogni furgone che accosta, i concittadini si rivelano famelici competitors: bisogna farsi largo.
Non ce la caviamo male e tempo 10 minuti siamo su un vecchio Mercedes carico e diretto a Skhodra.
Amo il sistema di trasporti albanese.

Mentre sudo ancora infagottato – provo a togliermi almeno la giacca, ma in uno spazio così angusto e con lo zainone in braccio, è puro contorsionismo – intavolo una discussione col mio vicino di sedile, Flogert.
Flogert è un ingegnere elettronico, ha studiato in Italia e in Germania, vive a Tirana con due figli e moglie. La prima domanda che gli faccio è che ci fa su quel furgone:
– vado a Skhodra ad aggiustare un macchinario, mi occupo di apparecchiature elettroniche industriali.
– ti muovi sempre coi furgoni?
– no, quando posso: sono frequenti e costano meno della macchina.
– e voi, cosa ci fate qui? montagna?
– no, solo vacanze di Natale.
– eh ma non è periodo, meglio d’estate.
– sì, ce ne siamo accorti!
Sei stato in Italia di recente?
– a ottobre, a Bologna, per strada continuavano a darmi i volantini sul referendum!
– eh, sono stati mesi da manicomio.
Qui come siete messi?
– ci sono state le elezioni quest’anno, hanno vinto i socialisti, ma non cambierà niente.

Flogert è sfiduciato, dice che le condizioni oggi in Albania sono difficilissime. Gli chiedo quanto prende un operaio mediamente al mese da queste parti e mi dice 250 euro. “Non si riesce a vivere: i prezzi salgono e i salari scendono”. Molti si stanno dando ad attività illecite: “il lusso che vedi nei centri – mi dice – arriva spesso dal giro di droga che si spartiscono i clan. Attualmente molti campi vengono convertiti a cannabis da esportare. Principalmente finisce in Italia. Il governo non interviene, inspiegabilmente tollera, lascia fare. E questo non è buono – prosegue – la ricchezza che arriva veloce, se ne va veloce”.
Non ho tempo in questi giorni di strada per verificare, ma Flogert mi sembra un tipo serio, attendibile nelle sue riflessioni.

Dopo due ore di chiacchiere, a Scutari ci salutiamo e ci scambiamo i contatti: “se avete bisogno quando tornerete a Tirana, contate su di me”. Cresce il numero di persone cordiali e accoglienti incontrate in questi giorni.

Scutari ci sembra la logica conseguenza dei discorsi mattutini: un bagno nel paese reale. O una doccia fredda.
Posati gli zainoni, ci avviamo – rigorosamente a piedi – verso il castello di Scutari, che sorge su un promontorio a sud, appena fuori città.
A duecento metri dal centro accanto alla via principale inizia un’interminabile sequenza di palazzi distrutti, un’urbanistica avvilita come – nonostante diverse scorribande nel mondo post sovietico – non avevo mai visto. Ruderi, balconi caduti, muri scrostati, grigiore intenso. Cani randagi in ogni dove. Cavalli al pascolo negli spazi verdi a bordo strada. Anziani che vendono il pesce poggiato per terra sul marciapiedi. Le laterali talvolta sterrate.
Percorriamo due o tre chilometri che ci lasciano addosso un senso di disagio forte. Al termine dello stradone a doppia corsia che porta fuori città, da una parte le viottole che salgono al castello, dall’altra una baraccopoli di lamiere.
Non siamo in qualche sud del mondo, penso. Questa qui è Europa, questa è l’altra sponda dell’Adriatico, un centinaio di chilometri in linea d’aria dalle nostre coste. Non che non ne avessi consapevolezza, ma è sempre così: nel nostro torpore digitale vedersi le cose davanti, sentirne l’odore, è un’altra questione.

Dovremo arrivare in alto al castello per sciogliere il nodo e tornare a respirare un po’. Anche oggi la salita redime e bastano duecento o trecento metri di dislivello per elevarci sopra la città e guardare il paradiso: dall’alto della rocca si ha una visione a 360° sui dintorni. A Scutari tre grandi fiumi – il Drini, il Kiri e il Buna – confluiscono nel più grande lago dei Balcani, disegnando nelle campagne circostanti curve che si lascerebbero guardare per ore. Il resto lo fa la luce di un tramonto intenso, che svela tutta la fortuna del viaggio in questo vicino oriente, affascinante e pieno di contrasti.

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