Un salto in Maramures – Il giorno dell’organizzazione

Per organizzarsi poco tempo e troppi desideri. Finisce che arrivi a Sighetu Marmatei senza avere la minima idea di come fare. Unica certezza: il volo di ritorno.
Di primo mattino decidiamo così di prendere d’assalto un insperato ufficio turistico della città (città forse è un termine esagerato, diciamo villaggio più grosso degli altri).

Il responsabile dell’ufficio in un primo momento fa un sorriso ironico e tenta di liquidarci con un: ‘è Pasqua, in Maramures tutto chiuso‘. Fermi gli autobus, i pulmini, i taxi. Niente noleggi auto. C’è un treno, una volta al giorno, ma va sempre dalla parte sbagliata! Una regione ben collegata insomma.
Noi peró piantiamo le tende: appoggiamo gli zaini, ci sediamo e iniziamo a fare domande a raffica. Presto è un allegro caos, tra treni, tassisti, noleggi auto, noleggi bici, prendiamo Petru all’improvviso, come l’onda di Kanagawa, e Petru si arrende; capisce che comunque sia non ci liquiderà e tanto vale collaborare.

Lentamente si appassiona alla causa, diventa alacre. Fa cento chiamate e dalla porta dell’ufficio, come in una piece teatrale, iniziano ad apparire e scomparire guide, tassisti, autisti, aspiranti accompagnatori. Tutti insieme per capire come salvare i nostri giorni di Pasqua dall’immobilismo della regione più tradizionalista e religiosa dell’intera Romania!
Abbracciamo Petru e lo ringraziamo per il grande contributo: ora abbiamo i contatti di mezzo paese.

In men che non si dica siamo su un taxi senza cartello e senza tassametro diretti a Sapanta (che non si scrive così, ma pazienza). Lo guida Johnny, un ragazzo molto ciarliero, dall’aspetto magrebino, ma che sostiene di essere del luogo. Come tanti altri giovanotti del posto coi suoi trent’anni ha in tasca stagioni in Francia, Spagna e Inghilterra. Da una parte cameriere, dall’altra muratore, poi cassiere. Questi miei coetanei dell’est hanno patenti d’esperienza che io non ho, alle loro storie bisogna guardare con rispetto.

Sapanta è sui libri di geografia per due motivi: il cimitero allegro e il monastero con le chiese in legno più alte d’Europa.
Il cimitero allegro è l’idea di un artista boscaiolo che, ad un certo punto, agli inizi del Novecento, colto da un attimo sgurz (cit.), ha incominciato a intagliare lapidi di legno per i morti del paese. Lapidi filosofiche peró. Ironiche e colorate, queste tavole di legno  prensentano la vita del defunto attraverso un aneddoto spiritoso, un episodio che lo fissi nella memoria comunitaria con leggerezza. Mentre visitiamo il cimitero, infatti, non manca qualcuno che ridacchia sotto i baffi tra le tombe. Gli altri si accontentano di qualche selfie con lapide annessa.

Il monastero del paese ospita invece l’edificio di legno più alto d’Europa (quasi settanta metri). Perlomeno, così dicono da queste parti. Primato o meno che sia, la grande chiesa lignea è un capolavoro ad incastro di quercia e di pino. A salirci sopra certi scricchiolii non lasciano quieti (con tutto il rispetto per i maestri di falegnameria della zona, s’intende).


Visitiamo entrambi in una mattina soleggiata e mite, sorprendentemente mite specie pensando che, al di là del bosco, si annidano silenzioso il confine ucraino e le montagne trans-carpatiche  coperte di neve.

Durante il ritorno, mentre superiamo carretti in legno trainati da cavalli e sbirciamo i nidi delle cicogne su pali e tetti, Johnny ci racconta che il Maramures in estate diventa  una meta turistica abbastanza frequentata. Europei, ma anche americani ed asiatici. Qui del resto – e forse per poco – si puó osservare la Romania più autentica, com’era al tempo dei nonni dei nonni. Persone oggi per lo più dedite all’agricoltura di sussistenza, ma la cui occupazione principale potrebbe presto essere il turismo. Sarà così, non sarà così? Johnny è un caro ragazzo, ma non mi sembra il tipo giusto a cui chiedere. Ne sapremo di più il giorno seguente.
Certo è che qui le case tradizionali in legno vengono abbattute e tante strutture in cemento sorgono qua e là: una trasformazione del paesaggio inusuale per una comunità di agricoltori autarchici.


Nel pomeriggio ci dirigiamo invece al museo etnografico del Maramures. Dato che è solo un paio di km fuori da Sighetu perchè non andarci a piedi, cogliendo l’occasione di percorrere qualche strada secondaria?
Ci incamminiamo così per la periferia, lasciamo le strade tranquille del centro e ci immettiamo su quelle contornate da un’edilizia popolare di regime ormai ridotta a pezzi. Povertà, ma anche dignità: qui a Sighetu si ha proprio l’idea di una comunità che tiene. Successivamente, seguendo la mappa, ci infiliamo in un viottolo di campagna.

Purtroppo la promessa di arrivare al museo per strade bucoliche si scontra presto con un’altra realtà, sinceramente insospettata e  che in parte smentisce quanto appena pensato.
Qualche centinaio di metri dopo aver lasciato la strada principale finiamo in mezzo a carcasse di auto abbandonate e cumuli di rifiuti. Qui nel silenzio della campagna, corvi e cani randagi setacciano il pattume in cerca di cibo. Poco più avanti scorgiamo qualche presenza umana, fantasmi che abitano dentro furgoni e baracche tirate su con stracci, plasticoni e lamiere. Preferiamo tornare sulla strada principale e proseguire da lì. In queste situazioni non è tanto il sentimento di possibile insicurezza a decidere, quanto la sensazione di essere fuori posto. Brutto portare il turismo in faccia alla sofferenza di qualcun altro. Non sono per il turismo della disperazione.

Dopo una lunga strada provinciale, si svolta a sinistra e si arriva ai piedi di un colle e quindi al museo. Noi arriviamo giusto all’orario di chiusura (ed è la sera di Pasqua!). Il rubicondo custode però non sembra aver fretta di tornarsene dalla moglie, ci invita a  visitare con calma. Scende per la sterrata e ci dice qualcosa di simile a  ‘vi aspetto all’uscita’  (il rumeno, pur restando pieno di misteri, si intuisce).

Il museo è semplice: conserva, in un piacevole percorso collinare,  edifici che mostrano le principali tecniche costruttive e i principali ambienti dei villaggi tradizionali nei dintorni.


Intanto il cielo litiga con se stesso e cambia ogni cinque minuti, tra minacce di acquazzone e dorati raggi di sole. Intorno è un acquerello.

All’uscita troviamo il custode che cammina avanti e indietro sull’aia. Ci salutiamo calorosamente e prendiamo la via del ritorno.

La giornata potrebbe finire qui. Ma invece no. Ceniamo a Casa Iurca, fantastico ristorante di pietra e legno, dove scorrendo il menù, si scoprono le somiglianze di italiano e rumeno e persino di rumeno e brianzolo, vedi ‘brodo de gaina‘. Coloriti camerieri con cinturone di pelle nera e camicia da spadaccino ci servono polenta, funghi e nuca di maiale alla griglia, con buona pace della mia naturale ritrosia alla carne.

Usciti dal ristorante troviamo un paese magnetizzato dalla cattedrale ortodossa. Da ogni strada confluiscono in centro famiglie con cestini pieni di cibo, che si dispongono poi in una lunga fila davanti al portone della chiesa.

Le strade sono sbarrate, il silenzio irreale. Ci sono un centinaio di metri di persone in fila da ogni lato della cattedrale. Mormorano, tenendo in una mano il cestino di viveri e nell’altra una candela. L’atmosfera è forte. La funzione si segue restando all’aperto e ascoltando la voce amplificata di una decina di sacerdoti. Alla fine della celebrazione i cestini vengono benedetti e finalmente si puó andare a mangiare.
In tempi di continue divisioni, qui, nel cuore geografico d’Europa, la messa pasquale, dopo secoli, viene celebrata insieme da cattolici (in lieve maggioranza a Sighetu) e ortodossi. Questione di buon senso, dicono qui,  e buon esempio.

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