Giornate del Caucaso – Un sorso di Borjomi

Facciamo colazione all'ombra, sulla terrazza dell'hotel Taoskari, l'aria è ancora fresca, davanti a noi illuminato dal sole e osservato a vista dalle aquile che volano in cerchio il sito rupestre di Vardzia. Neanche un rumore, il paesaggio sembra ancora avvolto nel sonno.

In tavola le mute e dimesse signore che gestiscono la grande baita servono cetrioli, pomodori, formaggio, pane e marmellata. Tè in accompagnamento. Colazione semplice che ricorda quelle fatte al di là delle montagne, in Turchia.

Scendiamo con un taxi alla volta di Borjomi. Il viaggio in taxi in queste aree remote ci costa 60 lari. Sei euro a testa. Per un'ora e mezza di guida.
Percorrendo le ampie curve in discesa, sotto la radiosa luce del mattino, la valle del fiume Mtkvari è ancora più bella di ieri. Una gola stretta tra ampie e scenografiche pareti di roccia, colori dal giallo all'ocra nei coltivi e quelli grigi delle rocce.

Passiamo un paio di centri abitati, il più 'grosso' è Aspindza, dove in posizione sopraelevata c'è una rocca che ha tutta l'aria di essere un caravanserraglio riadattato nei secoli. La Georgia era una delle innumerevoli deviazioni di quell'autostrada commerciale, fatta a piedi o a cavallo, che era la via della Seta. Tra l'anno zero e il 1300 si passava anche di qui. I caravanserragli erano gli autogrill fortificati lungo quel viaggio: la sera ci si chiudeva dentro con merce e animali, al riparo dai predoni, per riposare e riprendere il cammino il mattino seguente.

Oggi di predoni non ce ne sono. Lungo la valle vediamo qualche vecchia Lada scassata – auto che sempre ci ricorda i vecchi confini dell'URSS – un signore che con la pancia all'aria dorme sotto il suo baracchino pieno di cocomeri, qualche vacca che viaggia da sola o in piccolo gruppo dentro il paesaggio afgano.

Arrivati ad Akhaltsikhe, la strada piega a gomito verso destra, seguendo il fiume, il cui corso rallenta e si allarga. Imbocchiamo una valle piena di betulle e abeti, spesso in una inconsueta – ai miei occhi – forma di convivenza mista. È questo il tragitto in dolce e curvosa discesa che ci porterà fino a Borjomi. Lungo la strada centinaia di chioschi e venditori di strada propongono inesorabilmente la stessa merce: ceste, manufatti in legno, vasellame, – e che ve lo dico a fare – angurie; molti dormono su una sedia sdraio a bordo strada, tra le cataste dei loro oggetti. Mi chiedo che senso mettano queste persone in quello che fanno o non fanno: aspettano in solitudine, senza muovere un passo, che un giorno o l'altro qualcuno si fermi e compri. È una domanda per cui non ho risposta e anche per questo resta affascinante continuare a porcela.

A Borjomi ci accasiamo in alto alla collina che domina la città. Il quartiere storico è bellissimo, fatto di casette di legno intarsiato e tetti di lamiera. Sopra i vicoli portano l'ombra alti pergolati sui cui cresce la vite. Arrivati al nostro alloggio presso una casa in via Oberliani, bussiamo, ma non risponde nessuno.
In un paese come quello in cui abito, dove ormai esplode ovunque l'inutile cartellonistica del 'quartiere con controllo del vicinato' potremmo rimanere a lungo ad aspettare, ma in Georgia esiste e si vede una rete di comunità: tempo cinque minuti e da una casa poco distante si avvicina un ragazzo, ci chiede se abbiamo bisogno una mano e poi chiama per noi il nostro ostelliere di giornata.

Chako, così gli amici chiamano il nostro padrone di casa, è un compagno della rivoluzione. Treccine che ricordano una Jamaica un po' annacquata, poster della cannabis (con scritto peace & love su una grande foglia) e del Che appesi al muro, password del wifi: california. Credo bastino questi tre elementi per descrivere il gusto della nostra dimora odierna.
Ci caccia per pochi euro in una stanza da due a cui sopra un tavolo, incastrato tra la parete e il mobile, è stato aggiunto il terzo letto: un bello strato di tre materassi da 5 cm l'uno e graziose coperte rosa fluo.

Fuori Borjomi, vista dall'alto, è un accrocchio di case con i tetti di lamiera, che si snodano dentro il solco della valle fluviale, tra belle cime non troppo alte e tutte ricoperte dal bosco. Qua e là tra le lamiere che scintillano (e cuociono) al sole spunta qualche mostro di cemento armato a ricordare che la colonizzazione architettonica dell'unione sovietica è salita fino a qui.

Siamo arrivati a Borjomi per tanti motivi. Alcuni sono storici: Borjomi era l'acqua sempre presente sui tavoli del partito comunista durante l'impero sovietico, il georgiano Stalin si dice girasse sempre, anche nelle sue missioni diplomatiche all'estero, con una valigia di acqua Borjomi appresso. L'acqua, dal sapore sulfureo e salatino, diffusa in tutto l'impero, alla sua caduta, negli anni '90, si trasformó in una azienda privata che oggi in Georgia ha quasi il monopolio del settore 'acqua frizzante' e che fuori dal paese viene venduta a caro prezzo in mezzo ad altre acque di pregio.
La stazione termale, già cara ai Romanov, venne nel tempo trasformata in un parco delle acque minerali ad uso e consumo del turista della domenica; oggi attira migliaia di visitatori georgiani e dei paesi vicini.
Poi c'è un motivo personale che mi ha spinto a proporre ai miei due compagni questa fermata: con Tino da anni parliamo di Georgia e vagheggiamo un ritiro termale dalle parti di Borjomi!
Si tratta di uno di quei luoghi eletti come 'mitici' a prescindere. A prescindere anche dalla loro eventuale bruttezza!

Così, eccoci all'ingresso del Parco delle acque. In sostanza oggi si tratta di un parco giochi, pieno di cianfrusaglie, musiche pessime, ottovolante e zucchero filato, al cui centro ci sono delle fontane dove due addetti spillano acqua Borjomi gratis per tutti. I georgiani fanno la fila con casse d'acqua da riempire. Gli addetti intervallano il 'servizio famiglia', riempiendo bicchieri e bottigliette dei turisti.
Ci mettiamo in fila anche noi: direttamente bevuta dalla fonte la Borjomi è caldina, puzzettosa di uovo marciulino e salaticcia. I miei compagni, un po' miscredenti, hanno reazioni di sdegno: il più giovane di palato, disapprova con contegno, Alessandro sorseggia con moderazione e falso apprezzamento, poi sputa nel prato, io bevo a pieni sorsi, certo che l'acqua del Caucaso sortirà i suoi prodigiosi benefici!
Be', a distanza di ore non è successo nulla, in compenso mi sono innamorato della Borjomi in bottiglia e dovró cercare il modo di averla anche a casa!

Proseguendo la visita al parco, superati chioschi e giostre, si entra nel bosco, dove un bel sentiero, che corre a fianco del fiume, promette di portarci a delle piscine termali all'aperto. A mezzogiorno il sentiero è quasi solitario, il che ci fa sperare di poterci immergere nelle pozze in tranquillo idillio con la natura.
La verità è che i georgiani sono già tutti là: alla fine del percorso troviamo una specie di Rimini forestale: musica, ombrelloni, torme di bambini e adolescenti in branco che fanno i tuffi in piscine di qualche metro di larghezza.
Davanti al girone turistico e dantesco, a noi , ricercatori del luogo ameno e solitario, viene un naturale gesto di repulsione, così proseguiamo lungo il sentiero che sale all'altopiano di Borjomi. Arrivati in cima con un quarto d'ora di ripida salita, si può andare a destra, verso una serie di piccoli paesi di legno e lamiere, o a sinistra e fare ritorno dall'alto verso l'ingresso del parco delle acque.

Prima andiamo a destra e visitiamo un piccolo agglomerato di case antiche. È mercoledì, ma in questo paese senza lavoro – almeno come lo intendiamo noi – sembra sempre domenica: le donne stanno in cerchio a chiacchierare in veranda e i bambini giocano a calcio negli ombrosi giardini. Per la strada sterrata razzolano libere galline e altri animali di bassa corte.

Veniamo investiti dalla gomma che si stacca da un quad di passaggio. Il ragazzetto che l'ha persa non si è fatto nulla e neanche noi, unica a smenarci un pochino la macchina fotografica di Riccardo, che dalla botta con lo penumatico è stata sbalzata via dalla mano di Riccardo. Anche in questo caso, fortunatamente, solo qualche graffio. La qualità dei mezzi in circolazione in Georgia fa spesso pensare a questa scena: perderemo una ruota!

La strada che torna verso l'ingresso, via altopiano, attraversa una grande pineta e termina dove una funicolare collega l'altopiano al parco sottostante. Per concludere il quadretto da turismo di massa anni Sessanta, di fianco alla funicolare ci sono una deserta ruota panoramica e un tirassegno. Ci fermiamo un po' alla bella terrazza del bar della funicolare, da cui si domina la valle. I turisti salgono e scendono incessantemente e mentre passano alla radio Last Christmas degli Wham e Io non so parlar d'amore di Celentano, sorseggiamo un succo industriale alla mela e – ovviamente – dell'ottima e salvifica Borjomi.

Evitiamo la funicolare. Oltrepassandola di cinquanta metri, proseguendo lungo la strada, sulla sinistra, si imbocca un facile sentierino che scende a tornanti verso l'ingresso del parco. Lì, tra aste di selfie e coni gelato erogati alla spina, la festa del turismo continua allegramente. Strana e sempre fonte di sguardi e riflessioni la presenza di una gran quantità di donne integralmente velate. Turiste di famiglie azere? saudite? iraniane? Sinceramente non sapremmo dire. È certo che al medioriente l'acqua Borjomi (o il turismo paccottiglia?) piace e molto.

Attraversiamo poi il parco pubblico, dove si vendono bicchieri di more e pannocchie bollite. In fondo al parco ci sono dei tavoli da ping pong a prezzi popolari. Un lari e puoi giocare un quarto d'ora. Il business lo tiene sott'occhio una gang – affabile – di ragazzini locali, che concedono l'uso dei campi solo dopo pagamento. Noi improvvisiamo un torneo a girone.

Il resto del paese è sintesi dell'intera nazione: ambienti dismessi e decrepiti si intervallano a pacchiani interventi moderni. La gente è sempre affabile, non si ha mai sentore di pericolo o di tensione, come ha sintetizzato Alessandro, il loro: 'pare un onesto tirare a campare'. E con una certa classe, aggiungerei.

A cena mangiamo trota e kinkhali, dei ravioloni ripieni di carne, funghi o formaggio locale, in una delle poche taverne della città. E, proprio partendo dal senso del tempo che ci trasmettono gli autoctoni, intavoliamo una discussione sul lavoro e sul tempo per vivere. Il tempo come materiale per la rivoluzione: senza tempo per vivere non c'è spazio per fare o perlomeno pensare strade diverse da quella su cui si è. Non arriviamo ovviamente a soluzioni, ma è già molto sentire di poter costruire un orizzonte comune, mettendo insieme sguardi e sensibilità di generazioni diverse.

Torniamo verso casa di Chako salendo le scale del quartiere sotto una bella luna a metà. Nei cortili luci fioche e il mormorio dei discorsi. Il paese vive, le donne e gli uomini ancora stanno con la sedia davanti all'uscio, i bambini giocano a pallone in mezzo alla strada. Ci si parla, ci si conosce, non c'è paura, ci si sente in mezzo a un posto vivo. Quando torno a casa la sera a Contra sono da solo, se incontro qualcuno nella penombra c'è quasi tensione, inutile negarlo: se non ci si conosce ci si saluta a fatica.
Il discorso è lungo e articolato, per ora semplicemente – come altre volte girando ad Est – lo butto lì.

Domani andremo verso Gori, paese natale di Giuseppe Stalin e grosso centro di pianura. Tappa intermedia prima di salire lungo la strada militare georgiana, a Kazbegi, nel Caucaso maggiore.
Di questa giornata termale mancata mi restano grandi domande, tipo: ma con tutti i luoghi affascinanti della Georgia perchè tutta questa gente è qui e a Vardzia non c'è nessuno?
Forse che ognuno deve vivere i suoi anni Sessanta, il suo boom di massa piccolo o grande che sia.

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