Giornate del Caucaso – A casa di Stalin

Lasciamo Borjomi e la sua speciale acqua minerale per Gori, che non vi dirà niente ma è il paese natale di Giuseppe Stalin! Se a Gori non si è scritta la storia, Gori ha fatto la sua parte fuori dal paese!

Con 5 lari, un euro e mezzo, i furgoni in partenza da dietro la stazione di Borjomi, picchiano in discesa verso la città. Ci si impiega un'ora e mezza: la prima parte del viaggio scende costeggiando il fiume Mtkvari, tra valli verdi e frondose; la seconda parte invece è in pianura, la poca che c'è, sull'autostrada che fa da spina dorsale al paese e congiunge Tbilisi a Batumi, capitale e Mar Nero.

Riccardo finito davanti al portellone laterale inconsapevolmente si autocandida come capovettura. Alla prima fermata è colto di sorpresa: i passeggeri locali lo esortano a chiudere. Dal secondo stop, senza che l'autista o copiloti diano ulteriori istruzioni, si occupa in autonomia di aprire e chiudere portiere ad ogni fermata: ci si ferma e lui apre, salgono i passeggeri e, mentre il dirver già accelera per andarsene, chiude alle spalle dell'ultimo imbarcato.

La pianura georgiana mi ricorda certi altipiani aridi dell'Asia centrale, la valle del Fergana o giù di lì; per tutto il viaggio mi ritornano le immagini di Kazakistan e Kirghizistan, un bel viaggio di due anni fa. Giallo e ocra, una sottile lingua di terra piana contornata da ripidi canyon, che sembrano di argilla seccata al sole; pompe di benzina abbandonate, piazzali di autostazioni usati per far seccare il fieno, case di lamiera arrugginite, venditori di cappelli in setola animale e commercianti seriali di angurie; dove non ci sono bancarelle è steppa a perdita d'occhio, interrotta solo da qualche industria in disuso o dal verde che sottolinea l'andirivieni del fiume.

Anche Gori (50.000 abitanti), vista dall'alto, ricorda Osh, centro più importante del Fergana: le sensazioni si sovrappongono e fa impressione pensare che le due cittadine abbiano tratti così simili a qualche migliaio di chilometri di distanza.
La fortezza che si erge in mezzo alla cittadina, col suo altipiano di erba secca, è un mega terrazzo da cui ammirare l'abitato: un villaggio di case basse di lamiera, oggi troppo cresciuto. Guardando non si evince ordine logico, anche qui l'urbanizzazione si è verificata a stadi successivi, generando città per accumulazione. Lontano, oltre una cortina di lugubre edilizia popolare sovietica, archeologie che parlano di un passato industriale e alcune zone di campagna strappate all'aridità.

Appena arrivati a Gori siamo avvicinati da un giovane tassista che, complice il suo inglese – qui vera rarità! – e le sue antiche recondite radici di commerciante lungo la via della seta, ci convince al costo di 30 lari (dieci euro) a raggiungere il vicino sito rupestre di Uplisstikhe. Addio programma di visita e via sfrecciando e zizagando -curve praticamente su due ruote- in mezzo a case scalcinate e mucche che placidamente, padrone a casa loro, riposano in mezzo alla strada.

Il sito merita di essere visitato. Meglio conservato di quello di Vardzia e meglio esposto, con una posizione a mezza costa che offre piacevoli panorami sulla valle del Mtkvari. Qui peró, come a Borjomi, si fan di nuovo i conti col turismo di massa che – per ignoranza non l'avremmo detto prima- interessa diverse parti del paese. Si avanza in processione entrando e uscendo tra una grotta e l'altra e si rischia di prendere sul naso qualche asta per i selfie.
Grosse lucertole, che sembrano piccoli dinosauri, appollaiate sulle rocce più alte osservano silenziose e apparentemente impassibili l'assedio in corso.

Rientriamo in città con maggiore lentezza. Il nostro driver è infatti troppo impegnato a venderci i suoi servigi per guidare come un pilota di formula uno: per pochi lari ci propone un programma di due giorni, comprendente visita di Mtskheta e salita fino a Kazbegi (1750 metri). Cerchiamo di contenere la sua verve commerciale, condita di 'hey guys, tranqui, I'm a businessman' e concordiamo semplicemente per un passaggio verso Mtskheta in serata.

Dopo un kachapuri consumato al volo mentre andiamo arrosto (40 gradi) sotto l'ombrellone di un bar, è la volta dell'ingresso al museo di Stalin, vero motivo per cui ci siamo fermati qui, in mezzo alla rovente pianura.
Il Museo fu aperto dal partito nel 1952 come museo generico e stabilmente convertito in museo dedicato alla figura di Stalin nel 1957, quattro anni dopo la sua morte. Da quel momento, tutto è rimasto com'era ed entrarci è come varcare il portale che permette di viaggiare nella storia.

L'edificio è imponente, occupa il fondo di una ampia piazza piena di giardini e fontane (spente). Nel piazzale, sotto una tettoia protettiva, resta in piedi la casa della famiglia del dittatore. Una stamberga in mattoni in cui Giuseppe passó i primi quattro anni della sua vita. Lì il padre aveva il suo negozio di scarpe.
A pochi metri dalla vecchia abitazione i comunisti georgiani vollero costruire un museo dedicato alle opere del partito e poi alla vita del noto concittadino.

Varcata la soglia di ingresso, popolata da dormienti cani randagi, si entra in corridoi in cui si respira, tra arredi dorati e moquette, un'atmosfera anni Sessanta in cui è meno difficile immaginarsi come dovessero essere quei tempi.
A farci da guida per le diverse stanze del museo, una corpulenta signora vestita come una maestra elementare delle campagne dell'oblast di Volgograd che, bacchetta di legno alla mano, con piglio fermo, indica, discetta e spiega rapidamente la vita e il contesto del personaggio Stalin. Nonostante tutto parli di allora, il suo racconto inanella dati e date, una fredda cronaca degli avvenimenti per niente apologetica.
Non era scontato fosse così. Da quando siamo qui Alessandro sta leggendo e apprezzando le pagine del Gorechi, un reporter polacco, figlio della scuola di Kapuscinski, che al Caucaso ha dedicato molti dei suoi viaggi. Nel suo viaggio in Georgia, risalente alla metà degli anni '90, ancora il giornalista polacco parla di un museo dedito all'esaltazione della figura di Stalin e di un paese fieramente attaccato all'illustre conterraneo, tanto da scendere in piazza contro il governo post-comunista per impedire la rimozione delle statue dedicate al dittatore. Statue che infatti campeggiano ancora oggi in giro per Gori.

Alla fine della visita, a lato del museo, si puó inoltre salire sulla carrozza ferroviaria che lo statista sanguinario utilizzava per recarsi agli appuntamenti diplomatici dentro e fuori dall'URSS. Due stanze per sé e diverse per gli inservienti che lo accompagnavano. Chissà dove veniva stivata la scorta di acqua Borjomi!

Verso le 18, dopo un bel gelato alla panna, anche lui dal sapor e dal prezzo (1 lari) anni Sessanta, ritroviamo al luogo stabilito il nostro autista mefistofelico, che, con sguardo indiavolato, ci porta a 130 km/h spianati verso Mtskheta. Arrivati in città, ci affidiamo a lui per trovare una guest house, dato che ci siamo scordati di prenotarne una.
Nonostante guidi come un cavallo imbizzarrito, non ci tira il pacco e ci porta in una casa che mette a disposizione due stanze appena rifatte e, nel moderno stile locale, ben pacchiane. Ai muri una carta da parati con gigli neri su sfondo argento, nel bagno sanitari di colore ebano.
Fuori peró la vista sulla città, sui suoi monumenti illuminati e l'affabile ospite, che sembra Giulietto Chiesa senza capelli, rendono tutto molto piacevole.

Bella è anche la piccola città, appisolata al bordo del fiume, in cui barcaioli, per una volta a caro prezzo, portano su e giù i turisti. Il viale centrale è tirato a lucido e pieno di botteghe, i turisti però – vai a capire – sono così pochi, che quasi non si vedono. Strano paese la Georgia!
A lato del viale patinato, un'ampia piazza e la cattedrale di Sveti Tskhoveli, la seconda più grande della Georgia e, a detta di Kapuscinski (nelle pagine di Imperium), tra quelle dell'undicesimo secolo la meglio conservata al mondo! La leggenda narra che all'architetto progettista dell'edificio venne poi tagliata una mano per ordine di Re Giorgio, affinché non eguagliasse più con la sua opera una bellezza simile. La cattedrale ha così subito pochissimi rimaneggiamenti.

Poco fuori città, in alto a un colle, con bella vista sulla confluenza dei due fiumi, di cui del secondo non ricordo il nome: il monastero di Jvari. Con la cattedrale, questi due edifici hanno permesso l'ingresso di Mtskheta tra i patrimoni dell'umanità UNESCO e come sapete io non so mai dire se questo sia un male o un bene.

Giornata lunga insomma, piena di differenze, angoli diversi. La Georgia è un paese pieno di sorprese. Nella antica discussione tra geografi sui veri confini d'Europa, la Georgia è sempre un paese in bilico: per molti un paese senza dubbio europeo, ultimo baluardo d'occidente in Asia, per altri un paese che per geografia ed attualità va inserito a pieno titolo nei paesi extra europei, quindi asiatici.
Non ho una verità, come non l'avevano molti pareri più illustri e competenti del mio, posso solo dire che a Gori la sensazione d'Asia centrale è vivissima e a 50 km da lì, molto meno.
Se la geografia è cernita dei segni del paesaggio e analisi dei rapporti di potere, la Georgia oggi è un bell'esemplare di paese 'ponte'. Qui l'Est e l'eredità sovietica sfidano gli impulsi della Via della Seta e devono fare i conti con cristianesimo e turismo di massa (in arrivo).

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