Giornate del Caucaso – Treno notte per Zugdidi

Osservando dal quarto piano della nuovissima (e vuota) stazione centrale di Tbilisi, sui binari non muove convoglio. Per essere la principale porta ferroviaria del paese la penuria di treni in programma la dice lunga: tutte le corse del giorno appaiono in due sole schermate del tabellone elettronico. In un'ora e mezza di cena dalle vetrate all'ultimo piano vediamo muoversi un vecchio treno locale bivagone su cui salgono al massimo una decina di persone e un lunghissimo convoglio merci proveniente da Baku, carico di gas metano, e diretto a Batumi e poi, dal Mar Nero, molto probabilmente, alla volta dell'Unione Europea. Unione che oggi, in attesa dei nuovi gasdotti in cantiere (vedi TAP), non sa come far fronte all'aumento dei propri consumi di gas (attualmente il 75% degli idrocarburi consumati arrivano dall'estero). Il corridoio Baku – Batumi è insomma importante e la Georgia grazie alla sua posizione intermedia gioca un ruolo delicato. Questo spiega, in parte, la guerra con la Russia del 2008 e gli aiuti che arrivano dall'America.

Questa notte, per la prima volta nella nostra vita, io, Ale e Riccardo, ci siamo concessi un viaggio in prima classe; lo faremo sull'OrientExpress del Caucaso: otto ore a 10 euro. Oggi si smette di andare ad est e si fa marcia indietro. Prenderemo infatti il treno notturno che da Tbilisi porta a Zugdidi, estremo occidente del paese, a pochi chilometri dal mare, sarà quella la nostra porta d'ingresso sullo Svaneti, la regione impervia e montuosa, che orgogliosamente racconta di non essere mai stata conquistata da nessuno dei numerosi invasori e colonizzatori esterni della Georgia. Il potere straniero non ha mai avuto forza né coraggio per affrontare i riottosi popoli delle montagne.
Leggendo le pagine del Gorecki e del suo 'Viaggio in Georgia', si scopre che non più di quindici anni fa, salendo fino a Mestia, cuore della Svanezia, si sarebbe corso il pericolo di essere impallinati con qualche colpo di lupara!

Alle ore 21.45, nella calda vampa al gasolio di Tbilisi, in perfetto orario, un vecchio treno di fattura sovietica fa il suo ingresso in stazione. La seconda classe ha finestrini color brodo di pollo e sei cuccette di pelle marrone accatastate come loculi di un cimitero dentro lo scompartimento. La 'prima' si presenta vivibile e non senza qualche vezzo: moquette, velluto rosso sui sedili, specchi e un televisore, che non funziona. Da un rapido calcolo abbiamo stimato – ore e chilometraggio alla mano – che il convoglio procederà ad una velocità media di 37 km/h. Che sia il tragitto ferroviario più lento del mondo?

Si parte che è già buio pesto. Sul treno ci sono quaranta gradi e non una bottiglia d'acqua, se non quella che vi siete portati da casa. Lungo il corridoio una anziana signora, simile a una rigida tutrice di un collegio femminile dei primi del Novecento, squadrando uno a uno gli ospiti del vagone, ritira i biglietti. Guardie in divisa e militari continuano a fare il pendolo su e giù dai corridoi, creando un senso di insicurezza, come se stesse sempre per succedere qualcosa.
Il tutto concorre a creare una atmosfera retró, da tempi del Comitato Centrale. La verità probabile è che lo stato qui ancora si preoccupa di dare occupazione alla cittadiananza e che le guardie siano pagate, ma non sappiamo esattamente per far cosa, se non andar su e giù per il convoglio.

Dopo un'ora di viaggio ci raggiunge una flebile aria condizionata. Seconda o prima classe invece sono accomunate dal rumore assordante di ferraglia e dai colpi costanti che ricevono le ruote sugli scambi dei binari a scartamento ridotto. I binari più stretti, che erano tipici dell'URSS e che hanno una loro voce particolare, riconoscibile ancora oggi.

Presto le luci si diradano e, superata Gori, vanno a scomparire. Il percorso si addentra in un canyon selvoso dalla cui sommità solo la luna, flebilmente, rischiara le sagome buie. Io e Riccardo stiamo sdraiati in modo da poter guardare fuori dal finestrino. I contorni delle cose, rischiarati dal pallore lunare, disegnano forme e figure senza soluzione di continuità.
Così doveva essere anche molti anni fa, quando viaggiatori intraprendenti percorrevano il Caucaso insieme alle spie e ai soldati di tre imperi, a businessman britannici a caccia di oro nero.
Ogni viaggio notturno in treno mi fa sempre pensare a quanto questo modo di muoversi, in un mondo dove le epoche sfioriscono sempre più in fretta, sia rimasto in fondo simile a sè stesso.

Una delle cose curiose di questo viaggio è, che in un luogo decisamente insospettabile, un mezzo povero e lento, ci troviamo infilati dentro il sistema turistico: il treno è in stragrande maggioranza affollato da viaggiatori, che sfruttano la corsa notturna per non perdere, nel lungo trasferimento dalla Capitale a Zugdidi, un'intera giornata. È uno strano caso: come se, snobbate dal popolo georgiano (che per tempistiche e capillarità preferisce i furgoni), le ferrovie georgiane – lente e decisamente poco in grazia – si fossero prese una rinvicita grazie ai turisti. Dimenticato dalla gente, il cigolante treno notturno è diventato la notte alternativa di molti di coloro che hanno necessità di spostarsi e attraversare tutto il paese.

Non avevo dubbi sul fatto che il treno potesse essere pieno. Ma devo dire mi ha sorpreso molto trovarmi in mezzo a vagoni parlanti inglese. In tanti viaggi ferroviari all'Est ho sempre incontrato la situazione opposta: di essere il solo turista in mezzo alla gente del paese. È anche questa una delle altre piccole eccezioni che caratterizzano la Georgia.

Alle 6.05 il treno ferma a Zugdidi. Qui la massa dei turisti si riversa in tutta la sua imponenza nella stazione semiaddormentata. Cani vagano in cerca di cibo, qualcuno dorme sulle panchine, un uomo con in mano un bicchiere di vino, ci accoglie e urla che per i taxi e le marshrutke si deve uscire sul piazzale a destra.

Anche qui si ha conferma che il sistema turistico è operativo: noi che immaginavamo di essere i soli a prendere il furgone, con qualche anziano locale, per raggiungere una remota località dell'alta Svanezia, ci troviamo invece in un piazzale dove decine di furgoni caricano decine di ragazzi zainati provenienti dai quattro angoli del mondo.
Chi contratta i prezzi, chi sale e parte subito. In un quarto d'ora il piazzale resta vuoto. 20 lari per una corsa di 3 ore fino a Mestia, capoluogo dell'alta Svanezia.

Il mio animo da viaggiatore in cerca di lontananza dall'Occidente, inteso come modo di pensiero e di vita, vacilla e si contorce per un momento. Graffia quasi un certo snobismo, che mi fa mal tollerare la presenza di altri-come-me. Ma poi interviene il geografo che vede molto materiale da registrare e studiare e le anime fanno pace.

Effettivamente, superato il primo impatto, il viaggio diventa divertente. Quasi un tour per giapponesi. I furgoni si fermano lungo la strada per farci fare delle foto (tutte uguali) o a dei baretti dove alle sette del mattino si offrono kachapuri, trote fritte e poco altro. Gli 'uomini grossi come alberi' (cit.) che guidano i nostri furgoni si fermano così a pasteggiare tra focacce e pesce fritto, accompagnati a birra e vino.
Le fermate così possono superare anche i dieci minuti. Insomma, siamo in un sistema turistico di massa, ma con caratteristiche georgiane! Dove il tempo è un altro tempo e la fretta non è conosciuta.

Ad un tratto una ragazza si direbbe francese entra nel baretto dove sono riuniti in convivio gli autisti e sbraita, urlando con arroganza: 'allora! quando ci portate a Mestia?!'.
Ah, poveri noi, che mondo triste è il nostro che non conosce più il senso del tempo e delle cose. Poverini questi occidentali che fanno i fighi con lo zaino in spalla e non varcano neanche di un centimentro la soglia di un'altra cultura e di un'altra condizione.
Noi ci guardiamo e ci vergognano di essere assimilabili a gente del genere. Il cerchio degli autisti peró non sembra farci caso, continua a ridere e mangiare, come niente fosse. Come una vacca che senza neanche voltarsi, con un colpo di coda, scaccia la mosca.
No problema, insomma, al solito.

Il pubblico di questo viaggio verso Mestia è un pubblico insolito comunque. Sono un ibrido: tutti giovani con lo zaino pronti a scalare le montagne e al contempo ragazzi da ostelli, che qualche anno fa trovavi solo in aree urbane importanti piene di attrattive e divertimenti, e che oggi si spingono nel profondo est. Chissà se è questo della Georgia un caso unico. Una ulteriore speciale anomalia del Caucaso. Chissà cosa cercano qui, come questa piccola ma cospicua minoranza di viaggiatori con lo zaino sta cambiando. Infine, chissà che forse non sia solo più vecchio io. Che vedo intorno a me gente sempre più giovane semplicemente perchè continuo a frequentare un certo tipo di viaggio che i miei coetanei non fanno più.

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