Giornate del Caucaso – La Svanezia ha le ore contate

Arriviamo a Mestia in un bel mattino di sole e ci rechiamo da Roza, l'unica guest house prenotata qualche tempo fa per garantirci il miglior soggiorno possibile in Svanezia. Ma le garanzie qui, e forse in tante altre occasioni della vita, valgono quel che valgono: arrivati in alto a una ripida sterrata in salita, dopo averla cercata tra i tanti edifici sgarrupati in cui ha disseminato stanze della sua guest house, Roza ci accoglie con una cantilena stanca, tipicamente post sovietica, una di quelle tipo: 'ah! Lo stato si è dimenticato di noi, ora qui tanta povertà, ec ec', dicendo che non ha più posto per noi. Pur consapevoli che in Georgia tutto sia relativo, sottolineamo di avere una sua conferma per iscritto. Lei ci dice che le persone vogliono sempre rimanere un giorno in più e poi ancora uno e un altro ancora: 'come si fa a dirgli di no?'
'Ok Roza, ma noi? dove ci metti?'
'No problema, no problema, vi va bene se vi mando a casa del vicino?'
'Certo, basta avere un tetto e un letto'.

Attraversiamo un disordinato giardino pieno di alberi di noce e raggiungiamo, a non più di cento metri di sentiero, un'altra casa in cui, dopo aver parlato con la proprietaria, Roza ci infila. Nota tecnica: da che siamo partiti mai uno che abbia preso i nostri dati. Se siete foreign fighters di ritorno dalla Siria, ricordate: la Georgia è il posto giusto in cui far perdere le vostre tracce.

Foreign fighters a parte, da questo episodio si capiscono due o tre cose di questo paese: Roza sa l'inglese, almeno un po', questo può far la differenza qui: lei è stata brava ed è diventata il boss della zona. Secondo aspetto: la rete comunitaria qui è forte e il boss, se vuole prosperare, non deve dimenticare nessuno. Roza, lo si capisce dalla scioltezza con cui ha trovato una soluzione, a giro, cerca di far lavorare tutti. Terzo aspetto, la filosofia con cui il georgiano affronta i problemi della vita: senza inutili menate, con la sicurezza di chi ha già visto tempi bui e puó sempre contare sull'aiuto degli altri.

Come già Kazbegi, anche Mestia è metà tra paesaggio postbellico e paesaggio neoturistico. Un luogo in cui si coglie la transizione meglio che altrove e in cui si fa sintesi della vicenda che caratterizza molte aree del paese.

Divenuta famosa per le sue torri medievali, che ancora oggi indicano ognuna i possedimenti e il prestigio delle diverse famiglie del villaggio, con la progressiva apertura al turismo Mestia è diventata una tappa centrale di qualsiasi tour in Georgia. Il Caucaso, dice il Gorecki, si trova soprattutto nei villaggi di montagna è lì che la storia si è sedimentata. Per incontrare la memoria in Italia o in Francia andiamo nelle città. Per il Caucaso è diverso: le città sono spesso corpi estranei, cresciuti in pianura, di fianco agli avamposti del colonizzatore di turno.

L'inserimento nel patrimonio Unesco del vicino villaggio di Ushguli (luogo abitato in modo permanente più alto d'Europa, a 2.300 metri e 2 ore di sterrata da Mestia) sta portando in valle un gran numero di turisti e un bel po' di soldi, entrambe cose che da queste parti non si erano mai viste.
La rivoluzione in corso sta creando una specie di cittadina Frankenstein: la via centrale piena di negozi, bar e spazi moderni; le strade laterali viottoli appena dopo una guerra: ruderi, cantieri aperti o abbandonati, buche, sassi, bidoni arrugginiti, maiali che si rotolano nelle pozzanghere e mucche che mangiano la spazzatura.

La partizione, a onor del vero, non è così precisa e schematica: sulla via principale c'è ancora il panettiere che cuoce il pane nel forno di una volta, quello che in Asia chiamerebbero Tandoori. Ha l'aspetto di un Mastrolindo magro e porta un occhio di vetro. A lui dell'aspetto del suo panificio non interessa. Non ammoderna perché non ne capisce il senso. Per lui conta solo fare bene il pane. E ne fa di un solo tipo, una meraviglia. Impasta, fa lievitare, ne prende una quota e la stende su una specie di badile che al posto della pala ha una forma in legno coperta da una tela. Stende la pasta sulla forma, ne perfeziona gli angoli, e poi col badile si avvicina al forno in cui, con un colpo secco, fa aderire la pasta alle pareti verticali. In basso al forno un vassoio orizzontale di ferro brucia pieno di brace. Quando ti avvicini alla finestrella – il pertugio da cui vende il pane – quasi sembra non calcolarti e per qualche momento prosegue a fare il suo lavoro. Poi si avvicina e senza parole, con un gesto, ti chiede quante forme di pane (questo tipo di pane basso e ovale qui si chiama Puri) vuoi. Te le dà avvolte in un pezzetto di carta, prende i soldi (1 lari per pezzo) e ti ringrazia. Sacchetti di plastica non ne usa. Portatevelo, nel caso.

Sulla via principale c'è anche il fruttivendolo, che in verità, dentro la sua stamberga scalcinata, vende di tutto. Conosce tutte le squadre di calcio e le città italiane, ti accoglie con un 'Italia good, Inghilterra mmh', facendoti ancora una volta presente di quale grandissima simpatia internazionale goda il nostro paese.
Il fruttivendolo nasconde, dietro le quattro cassette di frutta esposte fuori da un negozietto, un intero market.

Poco più avanti, in un giardino sembra esserci un rimorchio di camion abbandonato, il cui retro dà direttamente sul marciapiedi. Ad una certa ora della sera, il cassone si apre e dentro si illumina un negozietto di souvenir, gestito da una signora vestita di scuro e con la faccia triste.

Ad Est ogni tanto è così: chi ha una certa età, anche e soprattutto quando i soldi girano, preferisce non investirli in una luminosa vetrina circondata dai marmi. É ancora nell'aria una mentalità da Unione Sovietica: il fruttivendolo sa che, con i marmi, in termini di clientela non cambierebbe nulla, ma si tirerebbe addosso in men che non si dica la finanza o qualche altra forma di potentato locale. Sotto i poteri centrali oppressivi i georgiani hanno imparato a stare 'schisci', ed è un riflesso difficile da eliminare.

Certo è che l'abitato – che tanto ci era stato raccomandato da siti, guide e viaggiatori – con le sue torri soffocate tra cantieri aperti e tetti di lamiera non sembra proprio granché. Qui entra in gioco la questione delle aspettative (create dal sentito dire), ma anche dall'immagine (oggi costruita, almeno per una meta come la Georgia, dal web). Se digitate Svaneti o Mestia su Google, il possente motore di ricerca vi restituirà in larga parte immagini di Ushguli. Non avendo possibilità di verifica sul campo, o essendo pigri e non provando una ricerca alternativa, finiremo per arrivare a Mestia cercando l'aspetto medievale del villaggio a tre ore di distanza.

Mentre scrivo a meno di 100 metri dalla nostra stanza sono aperti una decina di cantieri, si sta ampliando la strada e si stanno costruendo marciapiedi.
Passeggiandoci sopra incontriamo un tizio di Amburgo, che si dichiara un amante del paese: ha scoperto la Georgia nel 2011 e ci è già tornato quattro volte.
'Dal 2011 a oggi sono cambiate moltissime cose qui, tira una brutta aria, costruiscono casermoni, asfaltano e ci sono sempre più turisti. Il turismo puó distruggere'. Annuiamo alle parole dell'anziano teutonico, che sembra saperla lunga sul paese. Anche a noi lo sviluppo di Mestia sembra solo speculativo, di breve respiro. Per niente teso a tutelare o far conoscere patrimonio e storia (per esempio, solo una delle torri svan è visitabile e in precarie – pessime! – condizioni di sicurezza), ma a raccattare i soldi nel modo più rapido possibile. Ovviamente, qui si scontrano due sensibilità diverse e in certo senso entrambe legittime.

Che le priorità siano altre e che lo Svaneti sia una meta recente di colonizzazione turistica lo capiamo la sera rientrati alla guest house. Scopriamo infatti che mancano luce e acqua. Cioè non abbiamo luce in camera e non scende una goccia dai lavandini del bagno in comune.

Decidiamo si raggiungere Roza facendoci strada nel giardino di noci con una torcia. Le chiediamo se è possibile risolvere. Lei, con la solita flemma e cantilena post-soviet, ci dice: 'many problem here, sometimes..' – quindi che capita e quando capita non ci si puó far niente – e ci invita a lasciare la stanza per trasferirci in un'altra guest house a un km di distanza.
Vista la situazione da coprifuoco in tempi di guerra, accettiamo di buon grado la proposta. Ci rende il versato, fa un paio di telefonate e in pochi minuti arriva un omone su una macchinina. L'energumeno ci stipa in sette persone e rispettivi zaini nella piccola auto e, in due minuti, parte alla volta della sua pensione. Scendendo dalla sterrata che porta da Roza al viale principale, l'auto raschia col fondo tutte le pietre possibili, mentre il nostro nuovo padrone di casa ci dice felice 'italiani sono brava gente' e che lui è stato per due anni a lavorare a Firenze. A mezzanotte siamo in una nuova stanza con acqua corrente e una luce tremula, fioca, ma perlomeno accesa.

Lo Svaneti a prima vista può sembrare un mondo di matti. Le persone sono strane. Forse l'isolamento secolare e l'alta consanguineità tra le famiglie hanno qualche responsabiità nella vasta galleria di personaggi non del tutto registrati che stiamo incontrando. Il mito della purezza della razza qui è incarnato meglio che in ogni altro luogo d'Asia e Europa. Gli effetti di questa candida purezza però non sono proprio brillanti. Ditelo a Salvini e ai suoi amici.

Perderemo anche Mestia? È già persa?
Sinceramente non consiglierei a nessuno di fermarsi qui, a osservare il disastro alle porte. La furia cieca che sale dalle valli a ritmo di vagonate di turisti al giorno.
Non tutto è male, come già scrivevo a Kazbegi, ma sta al viandante occidentale portare con l'esempio una maggiore consapevolezza del fenomeno turistico e di come si possa sviluppare.
Invece, anche qui, noi, noi occidente in vacanza, diamo il peggio.

Un solo esempio.
Con Riccardo l'indomani decidiamo di metterci in marcia sui sentieri che portano ai laghi Kuroldi. Il percorso è molto impegnativo e tutto sotto il cocente sole meridionale del Caucaso: sale dai 1.500 di Mestia ai 2.800 dei laghi. Marciamo di buona lena prendendo il sentierino più corto, sperando – invano – di trovare un po' di ombra nel bosco. Il sentiero a tratti è da ribaltamento e si sale a quattro zampe. In due ore e mezza raggiungiamo i laghi e… sorpresa, sorpresa… nonostante lungo la strada non ci fossimo che noi, troviamo ad aspettarci tedeschi, australiani, israeliani, arrivati comodamente con le jeep a 3.000 metri per farsi le foto.

È normale portare un così gran quantitativo di jeep a quote così elevate? È giusto permettere l'accesso a questa specie di terrazza sul Caucaso a individui che poi fanno casino, lanciano sassi nel lago, sporcano e si scattano foto idiote e tutte uguali?

Vi lascio con le stesse e poco originali domande dell'altra volta. Capisco non sia il massimo dell'orginalità, ma il fenomeno qui è talmente accentuato che a vederselo davanti vien male e a qualcuno bisognerà pur dirlo.

Non preoccupatevi comunque, domani andremo a Ushguli, alla fine della strada e dell'ecumene (il mondo abitato e conosciuto). Ne vedremo delle belle .

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