Giornate del Caucaso – Il ruggito della marshrutka

A 2.300 metri s.l.m., pare che Ushguli sia l’insediamento umano permanente più alto d’Europa e il migliore tra i villaggi in cui osservare le torri svan senza di mezzo bar e hotel per turisti, in un paesaggio che non deve essere cambiato molto negli ultimi mille anni.

Ci portiamo nella piazza principale di Mestia e iniziamo ad attraversarla come esche trascinate dalla corrente. I pesci grossi si muovono subito e subito arrivano i primi tassisti e autisti di furgone a farci le loro offerte. Decidiamo di dare credito a una signora che sembra la bisnonna di Jessica Fletcher.
35 lari, poco più di dieci euro, sono una quota onesta per affrontare le due ore di sterrata che distanziano Mestia da Ushguli. Buttiamo un occhio al vecchio Ford Transit, con le ruote liscie, ci interroghiamo sulle inquietanti facce degli autisti, ma, non vedendo molte altre opportunità, accettiamo.

Sul furgone ci siamo noi tre, due tedeschi, due russi, una ragazza irlandese con le infradito di gomma e dei sacchetti di plastica, un giapponese e due coreane, ma non si tratta di una barzelletta.
Dal nugolo di autisti che fumano e bevono davanti ai furgoni, se ne stacca uno corpulento e con lo sguardo bovino. Uno dei miei compagni di viaggio di cui non posso rivelare l’identità sottolinea con una certa lucidità che: ‘ha la faccia di uno che si è mangiato un bambino a colazione‘, ma sospetto che il comunismo in questi casi non c’entri.
A vederlo così, fosse cresciuto in un’altra e più ricca provincia, il nostro pilota sarebbe stato uno di quelli che la sera arriva in piazza con il suo bolide dotato di alettoni, minigonne e fiamme sulle portiere laterali, ma è di Mestia ed è arrivato a piedi in sandali.

Il corpo e le espressioni difficilmente mentono e infatti, appena partiamo, il ragazzo ci fa sentire come deve tirare le marce un vero autista georgiano.
Inizia la salita su una lingua di asfalto. Noi ci autorassicuriamo: ‘visto che è asfaltata?’, ‘sì la metteranno giù un po’, ma se ci va un Ford Transit carico come un mulo, sarà di certo una bella sterrata‘ e altre idiozie consolatorie simili.
Ma qui siamo in Georgia e non facciamo in tempo a finire il pensiero che la strada asfaltata termina in un cantiere, diventa una sconnessa sterrata e scollina nella valle accanto.

Il nostro driver dallo sguardo bovino attacca la discesa come un rapace in picchiata. Una roba da matti, difficile da raccontare ai voi fortunati che leggete in panciolle.
Nei pezzi rettilinei il ragazzo si lancia senza limiti a velocità folli, il furgone non sobbalza sulle buche, le prende così velocemente che sembra fluttuare nell’aria, c’è la sensazione di essere dentro un frullatore. Alla curva stacca all’ultimo metro ed entra come se dovesse affrontarle tutte col freno a mano tirato.

Anche sullo sterrato valgono le regole del buon autista georgiano: l’orizzonte davanti deve essere sempre libero, sgombro, pulito. Non appena il nostro mette nel mirino qualcuno davanti a noi – normalmente jeep ben più attrezzate per il fuoristrada – lo avvicina, mangia qualche metro di polvere (che riduce a zero la visibilità), inizia a suonare all’impazzata e tenta a più riprese di infilarsi in varchi impossibili. Se quello davanti capisce di avere a che fare con un toro impazzito, bene. Se non capisce, scatta la gara a chi tiene più duro e per i passeggeri l’inferno!
In cabina c’è chi ha sguardi sgomenti e chi, come noi, forse forgiati da due settimane sulle strade e tra i piloti georgiani, pervaso da un’idiota ilarità, manco fossimo sull’ottovolante. Ci siamo allenati ad accettare le tradizioni locali senza pensare alla possibilità che una gomma scoppi, una sospensione parta o si finisca diretti nel bosco.

Le due ragazze coreane, che stanno davanti con l’autista – intubate nella loro improponibile tenuta turistica dai colori inutilmente sgargianti e cappellino con fiori e pizzi -, sono terrificate dalla guida del ragazzotto con l’occhio bovino. Lui cerca di tranquillizzarle dicendo ‘autisti georgiani tutti campioni’ o canticchiando immotivatamente canzoni in lingua locale, mentre effettua curve su due ruote.

Ad un tratto, il Transit lanciato come una betoniera giù dalla discesa stacca all’ultimo prima di una curva per sorpassare una jeep. Il sorpasso ovviamente va a punto, ma dietro la curva, mentre siamo ancora lanciari a gran velocità, troviamo delle mucche! É tardi per frenare e allora driver decide di tentare un varco. Entra tra i bovini tenendo la mano pigiata sul clacson, lo slalom impossibile tra gli animali riesce e solo una mucca si becca una lieve spintarella, che si sente sulle lamiere lanciate a mille del furgone. Noi ci guardiamo e tiriamo l’ennesimo sospiro di sollievo.

Nella parte finale del percorso, prima dell’ultima salita per arrivare a Ushguli, la strada si fa pericolosa; alla sconnessione si aggiunge uno strapiombo laterale: la carrereccia corre infatti per qualche chilometro accanto a un canyon fluviale minaccioso.
Qualche centinaio di metri e il nostro si ferma, spegne il motore e restiamo per qualche momento fermi davanti a una anziana china su se stessa a lato della pista. Intorno a lei un gruppetto di uomini dall’espressione contrita e di nero vestiti.
Dopo un’ora e mezza di musica georgiana e fragorosi sballottamenti, rimaniamo ammutoliti in un silenzio irreale. Restiamo così per qualche istante, poi il nostro pilota con il suo inglese stentato ci dice: ‘qui tre giorni fa un mio amico è finito nel dirupo con il suo furgone. Tutti morti: lui e dieci turisti. Quella signora è la madre, prega ininterrottamente da quando è successo‘.

Rimaniamo attoniti, in una miscela di sensazioni tra incredulità, tristezza e sgomento. Lui si accende una sigaretta, scende a dire qualche parola agli uomini e a rincuorare l’anziana, che resta inginocchiata con il capo chino a terra.
Altri autisti di passaggio fermano la loro corsa e fanno lo stesso.

Ripartiamo e affrontiamo con furia di toro imbizzarrito le ultime curve che salgono a Ushguli: il nostro uomo, divertito, ci fa notare come le jeep siano guidate da brocchi e invece noi col Transit si vola via che è un piacere. Ok capo, contento tu, basta che al ritorno non ci fai volare nella scarpata…
Arriviamo già sudati.

Ushguli oggi è un luogo parecchio strano. È un sito Unesco, ma la scarsa accessibilità non ha permesso al turismo di massa di cannibalizzare l’area. Ci sono quattro piccoli villaggi posti tra i 2.200 e i 2.400 metri di altezza, che si stendono nel raggio di due o tre chilometri dentro una ampia valle sul cui sfondo svettano alcune delle cime da 5.000 metri del Caucaso Maggiore.

Nella piazzetta principale, dove arrivano jeep e furgoni, non ci sono pannelli illustrativi, info point o bar. Dietro una coltre di tassisti, si vedono cassonetti depredati dalle mucche e maiali che si rotolano beati tra fango e rifiuti. Poco più lontano, latrine immonde scaricano direttamente nel fiume che traversa i villaggi.

Superato il triste e maleodorante impatto iniziale, ci si incammina per un sentiero polveroso e percorso su e giù dai taxi 4×4; occorre ancora mangiare -letteralmente – polvere per un chilometro, prima di arrivare al più alto e tranquillo dei quattro villaggi, al riparo dai motori.

Ci addentriamo in solitudine nell’abitato: si cammina tra torri svan marcescenti, ruderi, case diroccate, ma inspiegabilmente ancora abitate, e casette un po’ più integre con il cavallo legato fuori dalla porta. Ci sono pochi turisti e ancor meno abitanti. O forse gli abitanti sono montanari veri e, mentre gli stranieri si aggirano per le strade, si tengono ben alla larga da sguardi invadenti e obiettivi fotografici.
Incontriamo invece gallinacci, maiali e vacche che girano in abbondanza e libertà tra le case.

Nuvole e sole in cielo e un mix di sensazioni ambivalenti in terra.
Un piccolo brandello di paesaggio rurale alpino che sopravvive? O un paesaggio relitto?
Una cultura capace ancora delle cose semplici e del contatto con la natura? O un’umanità avvilita e coi giorni contati?
Cos’è questo posto?

Giriamo in silenzio, facciamo qualche foto, osserviamo divertiti una nutrita famiglia di maiali e pensiamo. Pensiamo a come debba essere questo posto d’inverno, quando per sei mesi la neve, che qui pare cadere ancora abbondante, taglia i collegamenti con Mestia e quindi con l’ultimo scampolo di civiltà.
Cosa fanno queste persone annegate sotto la neve? Come vive nel 2017 uno che fa la vita dei suoi trisnonni, ma con il wi-fi (quindi con rappresentato davanti cos’è il mondo lontano da qui)?

Ci piacerebbe saper parlare la lingua locale. Sicuramente saremmo già in qualche angolo di strada a parlare con un vecchietto, forse ne sapremmo di più. O forse no, che certe persone non ci pensano neanche al perchè e al come e vivono in un modo tanto diverso dal nostro da non essere comunicabile, non del tutto perlomeno.

Qualche casa un pochino più in grazia ospita i turisti, qualche altra si improvvisa bar mettendo un gazebo della birra locale nel prato di fianco.
Un uomo carica del fieno su un camion militare che avrà almeno quarant’anni.
Dentro una casa si sente una signora che fa imparare dei canti – di chiesa? popolari? – a un gruppo di bambine.

Saliti su una collinetta più alta, tra gli abitati, lo sguardo puó spaziare.
Temo che anche per Ushguli sia un addio. Tornare qui tra dieci anni, forse anche meno, vorrà dire trovare qualcos’altro. I giorni contati Ushguli ce li ha scritti addosso in ogni caso. Ce li ha perchè è difficile pensare che, con i turisti quotidianamente in arrivo, un villaggio possa andare avanti come niente fosse, allevando mucche e maiali, facendo il formaggio, coltivando quattro patate, restando per sei mesi sommersi dalla neve. I giovani se va bene apriranno delle guest house per l’estate e passeranno l’inverno in città.
Ushguli ha i giorni contati perchè la costruzione di una strada asfaltata è già incominciata e in un paio d’anni cancellerà il terribile percorso sconnesso, riducendo notevolmente i problemi e i tempi di collegamento. Quando sarà arrivata la strada Ushguli diventerà come Mestia, forse peggio.

Non credo ci sia il tempo per questa gente per pensare, preparare un progetto e gestire questo cambiamento. Qui per secoli non è arrivato nessuno. Tutti gli eserciti e gli invasori si sono fermati prima: l’impresa non valeva la pena per quattro villaggi di riottosi pastori.
Oggi invece il pacifico esercito dei turisti rinforza le sue truppe e marcia deciso in avanti.

Mangiamo un kachapuri d’altura nel giardino accanto a una casetta di legno. Ci serve una ragazzina che, stranamente per questo paese, parla un buon inglese. Bisognerebbe chiedere anche a lei dove va a scuola, se ci va, che vita fa, se è qui solo d’estate e poi scappa altrove, ma non cogliamo il momento.
Va bene così, in un viaggio così pieno di tappe, di luoghi, di sguardi, di voci, si puó solo mettersi nell’animo di ascoltare. Senza pretendere di ottenere, di capitalizzare tutto. Lasciarsi alle sensazioni. È un viaggio che apre, che non pretende di conoscere – sarebbe idiota – ma coltiva il gusto per la comprensione.

Riprendiamo la marshrutka. Il nostro pilota dopo il pranzo è allegro e canta. Chiede il nome a Sonny, la ragazza coreana al suo fianco e le dice: ‘Sonny you are so beautiful, I love you!’. Intanto il furgone sembra una frana di sassi giù per la discesa.
Ci fermiamo di nuovo sul luogo dell’incidente e di nuovo, come fosse un rito, il nostro uomo si ferma, scende e va a dire due cose ai famigliari dell’amico deceduto.

Riprendiamo la corsa. A furia di tirare il motore come fossimo su un’auto da rally, il nostro si ferma di nuovo, scende, apre il cofano del Transit, corre al fiume con una bottiglietta e traffica un po’ nella zona motore.
Quando risale dice: ‘problem radiator’. E te credo, se uno fa i rally con un furgone per muratori non è che puó andare tanto lontano.
La strada sale e scende e, nonostante ‘problem radiator’ lo stile di guida non cambia di una virgola e nemmeno i sorpassi: la temperatura continua a salire.

Ci fermiamo in mezzo all’unico gruppo di case che sta sulla strada tra Ushguli e Mestia. Un gruppo di case isolate, di legno. Un pensiero corre sempre all’inverno. A come si possa vivere in case di legno con qualche vetro rotto in una valle immersa nella neve. Il nostro intanto chiede una canna dell’acqua e ovviamente non gli viene rifiutata; anzi, mentre armeggia sul motore, la padrona di casa si ferma volentieri a far due chiacchiere e offre la frutta.

Lungo l’ultima salita prima di Mestia ci dobbiamo fermare perchè dal cofano inizia a uscire un po’ di fumo, ma siamo lontani da fonti d’acqua. Driver è innervosito, forse per non poter mettere in mostra le proprie doti di pilota, forse perchè, a modo suo, ci tiene a che tutto si svolga nei tempi e modi previsti. Ferma un paio di auto, ma non hanno acqua per noi. Il popolo dei passeggeri non resta a guardare il suo autista in panne: si consulta e tira fuori tutta l’acqua minerale che ha. In un baleno gli porgiamo dal finestrino una decina di bottigliette: risata collettiva.

Aspettiamo un momentino, per lasciar raffreddare, e riproviamo la partenza in salita, ma non va. Il Transit non si riesce proprio ad accendere. Allora il pilota tira fuori tutta la competenza georgiana che c’è in lui, innesta la retro, ci lancia all’indietro in discesa e accende il rombante motore Ford. Con la cinghia che fischia fatica, ma ripartiamo.

Le sorprese, ovviamente, non sono finite qui: arrivato in alto alla salita, con l’ossessione della temperatura, driver inizia a scendere col motore spento, accendendolo solo per accelerare o per fare i tornanti. Forse per lui è una buona idea, per abbassare la temperatura, per noi invece no: è una pessima idea che ci fa sembrare la discesa ancor più pericolosa! Scende a tutta velocità col furgone spento. Il culmine di questa giornata automobilistica surreale arriva quando il nostro domatore di marshrutka tenta il numero della morte e si lancia nel sorpasso di un altro furgone in un lungo rettilineo in discesa a motore spento! Inutile descrivere i nostri occhi fuori dalle orbite e il nostro colore all’incirca cadaverico.

Arriviamo a Mestia stremati come se a Ushguli ci fossimo andati a piedi.
Ci sediamo ad un tavolo e ordiniamo tè caldo, come bevanda per placare la nausea da sballottamento. Arriva la pioggia, rimaniamo incastrati al bar e la merenda sfocia in una cena.

Andiamo in un ristorantino sul fiume, l’unico che ha posto: ci cacciano in fondo a una taverna piccolissima dove stanno cantando quattro ragazzotti nerboruti, che fanno musica tradizionale. Le loro voci da tenores rimbombano nella piccola sala. Le canzoni georgiane non sono esattamente quello che uno vorrebbe come sottofondo per una cena tranquilla: il folk georgiano è un mix tra i Gipsy kings e il Coro dell’Armata Rossa, vagheggiano sempre atmosfere da western caucasico ed epiche cavalcate. Cantata a squarciagola nella sala da pranzo… lascio immaginare.

Non avendo voglia d’altro facciamo un gesto fatale: ordiniamo tre pizze margherita. In Georgia la pizza – almeno crediamo, essendo la seconda volta che ci capita – viene impastata al momento. Morale della favola, le aspettiamo un’ora e venti minuti. Arrivano quando i ragazzi del folk stanno smontando l’attrezzatura e il pubblico se ne sta andando. Rimaniamo noi tre e le nostre tre margherite su cui, tra l’altro, ci sono olive, cipolle e peperoni in abbondanza. Ma è un dettaglio, poiché il prodotto infine si difende.

Torniamo a casa con la sensazione di aver vissuto tre giornate in una.
Sotto una lieve pioggerellina, con le torri svan illuminate lungo la valle e le mucche nere e silenziose che dormono ai lati della strada, le difficoltà di questi giorni si annacquano. In fondo, viene da pensare, anche lo Svaneti, con noi, è stato gentile e ‘ci ha svelato il suo mistero, con in cambio la promessa di non raccontarlo in giro’ (cit.).

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