Giornate del Caucaso – Come un’ultima discesa in bicicletta

A Kutaisi non saremmo venuti se non avessimo dovuto prendere da qui il volo del ritorno. In questi casi c’è sempre il privilegio di arrivare in un luogo con gli occhi puliti, senza aspettative. Quando si arriva in un posto di cui non si ha un’immagine mentale o di cui non si è sentito dire (ai tempi dell’internet è un privilegio che va in un certo senso coltivato), si arriva nelle migliori condizioni per immergersi e assorbire senza filtri. Non si rimane quasi mai delusi, in questi casi.

La lezione la scrisse già un grande maestro e la sintetizzò in una delle sue pagine più note: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.

E così Kutaisi, col suo clima umidiccio e i grandi viali alberati, ma senz’arte, può diventare un angolo ideale da cui salutare la Georgia, la terra che ci ha accolto e si è lasciata guardare lungo queste settimane. Il capoluogo dell’Imereti, la regione occidentale della Georgia, conta oggi 200.000 abitanti, è una città somigliante a un grande villaggio sparso su quattro o cinque colline all’inizio della pianura della Colchide. In mezzo alle case, con il suo colore grigio chiaro, scorre il fiume Rioni.

 

Arrivati alla stazione degli autobus, cerchiamo un taxi per raggiungere il centro. Con una leggiadra camiciola bianca a righe e dei bei pantaloni eleganti, consunti dal tempo e portati con tono naif, ci lasciamo convincere da un vecchietto canuto. Dal finestrino della sua Lada, fa degli ampi gesti con la mano, come a farci segno di seguirlo senza indugio. Là in mezzo, tra mille altri tassisti, sono lui e la sua elegante berlina a convincerci.

Saliamo sulla macchinina, la prima dopo molto tempo che vediamo conservata con cura, ancora in stato di grazia. Le esili porticine non sono più di due fogli sottili di lamiera, dentro sembra una scatola di vetro, con una luminosità che nelle auto moderne – con la loro banale e tronfia pesantezza – è difficile trovare.

Scorriamo tranquilli per le vie semi vuote nella città d’agosto. Il nostro autista si rivela presto un vero e proprio cicerone. Si ostina a raccontarci fatti e luoghi della città in georgiano, indica i palazzi, i monumenti, i parchi, le scuole, come se potessimo capirlo. E qualcosa, talmente è forte la passione del racconto, capiamo davvero.

Ci porta all’indirizzo indicato e ci dice che se vogliamo fare un giro nei dintorni lui è a disposizione. Elenca una serie di mete a portata di Lada, appena fuori città. Un uomo così bello e la sua auto così elegante ci sembrano da subito il modo migliore per salutare il nostro ultimo giorno georgiano.

Proviamo a metterci d’accordo: ci dice che ora deve andare a casa a mangiare e a fare un riposino, ma che per le quattro può tornare a prenderci allo stesso posto. Ci diamo appuntamento per il pomeriggio con una forte stretta di mano e quasi si dimentica di farci pagare la corsa.

Noi intanto ci risistemiamo da Acinio, il tizio che ci aveva ospitato la prima notte, quella bellissima prima serata passata mangiando anguria, formaggio e bevendo vino. Ci aveva conquistati ed eccoci qui, siamo tornati. Non c’è citofono o campanella, ma il cancello è aperto e le porte di casa pure – come sempre in questo paese della tranquillità – e noi che nei giorni ci siamo fatto un po’ più georgiani, sappiamo che non c’è niente di male ad addentrarsi da soli nella proprietà altrui. Entriamo in casa e troviamo tutta la famiglia di Acinio al completo, ma non lui. Dei famigliari nessuno parla inglese, ma con le espressioni e i gesti si possono dire tantissime cose e così cerchiamo di spiegarci: siamo già stati qui, abbiamo parlato con vostro figlio, dovremmo aver prenotato una stanza. La prenotazione che avevamo fatto mettendoci d’accordo con Acinio, ovviamente, non risulta, ma “no problema”. Ci portano al piano di sopra e ci ridanno la nostra bella stanza da tre, piena di finestre e di tende che svolazzano nell’aria calda e luminosa del pomeriggio.

Usciamo per mangiarci l’ultimo dei kachapuri. Qui a Kutaisi se ne fa una versione imperiale con formaggio dentro e pure sopra, la pasta è più panosa e meno fritta rispetto alla versione diffusa nella parte orientale del paese.

Nel primo pomeriggio facciamo un giro al mercato locale. Amo i mercati delle città: sono una bussola. Da come sono fatti i mercati si capisce quanto è vicino l’Oriente. Il mercato di Kutaisi è, in vero, diffuso, sparso ad ogni angolo della città. Ogni vicolo, ogni ponte, ogni sottopassaggio, è pieno di vecchiette che vendono ogni bendiddio. Formaggi, frutta e verdura, montagne di churchkhela (dolciume tradizionale georgiano fatto con noci, nocciole, mandorle e frutta essiccata di vario tipo, che vengono infilzati in una gugliata di filo e immersi a più riprese in un succo di uva condensato), fiori, verze, scarpe, scialli. Ogni angolo della città è mercato e il mercato significa zona di scambio commerciale, ma anche di relazione sociale; è il mercato in oriente qualcosa di simile alla piazza nel meridione d’Italia.

A Kutaisi esiste però anche un vero e proprio bazar, una zona dedicata esclusivamente alla compravendita. E’ un mercato coperto nel cuore della città, alla fine del parco che si stende tra la piazza centrale e il fiume. Il bazar di Kutaisi è più bello di molti dei bazar rimasti in attività lungo la via della seta (più bello, ad esempio, del mercato di Tbilisi stessa). È piccolo, ma densissimo, e si svolge sotto un ampio porticato, avvolto da una quasi penombra. Tante file di banchi vendono, divisi per zone, vari prodotti: carne, pesce, frutta, verdura, spezie, vestiario, stoffe. In ogni zona diversi venditori condividono lo stesso lungo bancone e offrono gli stessi prodotti, praticando gli stessi prezzi e offrendo gli stessi identici sconti. Anche da questo funzionamento, per noi poco comprensibile, si può capire che il bazar non è uno spazio regolato dalle leggi del “nostro” mercato: il mercato orientale ha in sé qualche cosa di diverso, di più complesso, che temo si perda nella notte dei tempi.

Con cinque minuti di anticipo il nostro elegante tassista dagli occhi chiari parcheggia la Lada davanti alla porta di ingresso. Usciamo per andare a fare un piccolo tour sulle colline fuori città, dove stanno alcuni dei monasteri tra i più importanti del paese. Il primo è raggiungibile direttamente dal centro, anche a piedi: la cattedrale di Bagrati. Dell’undicesimo secolo, annoverato tra i capolavori dell’architettura medievale, l’edificio è stato recentemente ricostruito dopo secoli di rovina. Dal prato che sta davanti alla cattedrale si gode una panoramica vista sull’intera città di Kutaisi. Una veduta dall’alto che fa capir meglio l’anomalia della città.

Senza un riconoscibile centro e con una densità abitativa molto bassa, sembra quasi di guardare un parco alberato da cui spuntano moltissime casette e pochi casermoni. Si legge sulle guide che un tempo fuori città esistevano anche delle aree industriali, ma sono state inghiottite dal crollo dell’URSS, che se le è portate con sé nella tomba.

Risaliti sul taxi, abbandoniamo per dolci curve la città fino a raggiungere il monastero di Gelati (con la g dura, non quella di ‘gelati alla panna’). Posto in panoramica posizione sulle colline a una decina di chilometri dalla città, per lungo tempo il monastero rimase uno dei principali centri culturali della Georgia medievale. Era dotato di un’accademia in cui lavoravano scienziati, teologi e filosofi. Il complesso aveva raggiunto un’importanza tale da meritarsi appellativi come ‘il secondo Monte Athos’, o ‘la seconda Gerusalemme’. Nel monastero ci fa da guida il nostro tassista. Parla con il solito entusiasmo delle storie e del patrimonio del paese, noi lo seguiamo ammirati anche se capiamo un decimo di quello che ci vuol dire! Scandisce con autorità tappe e tempi di visita e quando ci lascia qualche minuto per osservare gli affreschi nelle tre chiese del complesso, instancabile intavola la discussione con qualche georgiano di passaggio o con altri turisti.

I turisti, in vero, qui sono pochissimi e l’atmosfera né giova: la luce del tardo pomeriggio e il paesaggio circostante, rendono questo angolo incantevole. Il complesso ospita ancora oggi una comunità monastica: aggirandoci attorno agli edifici vediamo i monaci seduti qua e là ai quattro angoli del grande giardino; l’aria che si respira guardandoli smanettare al cellulare o mentre bevono il caffé però non è esattamente quella gloriosa da seconda Gerusalemme.

Appena fuori dal monastero il nostro cicerone apre il baule della Lada e tira fuori delle pesche. Ce le offre, con un gesto che esprime in un istante lo spirito di questa terra, dove – al di là dei piloti da formula uno e della terribile legge della strada – si trovano ad ogni angolo buon umore e gesti di accoglienza e fiducia nel prossimo.

Noi, per non fare sgarbo al nostro tassista non possiamo, ma se venite fino a qui, all’uscita dal complesso monastico, sulla destra, potete imboccare una sterrata che conduce, in quattro o cinque chilometri, fino al piccolo monastero di Motsameta. Può essere l’occasione per godervi un po’ la collina e i piccoli villaggi che vi sono disseminati.

Ripartiamo verso la città. In discesa, a motore spento – ché la benzina per chi vive con poco è cosa preziosa –, con i finestrini abbassati, scendiamo i tornanti che riportano in pianura con la sensazione di essere su una bicicletta. Davanti a noi si stendono la pianura della Colchide, il percorso del fiume Rioni e le colline di Kutaisi. Dopo tanta strada fatta a rotta di collo, scendiamo portati da un traghettatore gentile, con l’arietta che solletica la faccia e una velocità che consente di non temere un arresto cardiaco, respirare e guardare il paesaggio.

Le giornate del Caucaso si chiudono qui, con questa immagine che vale tutta la leggerezza di questi giorni. Sono stati giorni di sopralluogo, un primo contatto, una perlustrazione. Abbiamo trovato un paese di vera grande frontiera, a cavallo tra Europa e Asia, tra Est e Oriente. Un terra che, a differenza degli altri paesi ex sovietici visitati in questi anni, sta per affrontare uno sviluppo turistico forte, con il bene e il male che questo comporta e che ho cercato di raccontarvi nei giorni passati.

Le giornate del Caucaso, se la fortuna ce lo concede, torneranno. Avranno seguito magari fra due, cinque, dieci anni. Il Caucaso è ancora lungo: ci sono l’Armenia e l’Azerbaigian, l’arcipelago di piccole repubbliche in conflitto con per l’indipendenza e, perché no, un ritorno in Georgia. A queste “giornate”, insomma, se il vento alle spalle continua a soffiare, ne potranno aggiungere altre.

 

 

 

 

 

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