Nello sciame

Letteralmente rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi, questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine ‘spettacolo’, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo.

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Oggi domina una totale assenza di distanza, nella quale l’intimità è messa in mostra e il privato diventa pubblico. L’assenza di distanza porta a una commistione di pubblico e privato: la comunicazione digitale favorisce questa esibizione pornografica dell’intimità e della sfera privata. Anche i social network diventano spazi di esibizione del privato.

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Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e nel tenere desta l’attenzione. Per via della loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso e lo spazio pubblico. Per questo scopo sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe. Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente. Le ondate di indignazione si sviluppano spesso di fronte a degli avvenimenti che hanno una rilevanza sociale e politica ridotta.

La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza, di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Le ondate di indignazione presentano un’indicazione minima con la società, dunque non costruiscono alcun Noi stabile, che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso.

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Oggi non abbiamo altro tempo al di fuori di quello lavorativo: ce lo portiamo dietro, così, non solo in vacanza ma anche nel sonno. Poiché serve alla rigenerazione della forza lavoro, anche il riposo non è nient’altro che una modalità del lavoro.

Certo, oggi siamo liberi dalle macchine dell’epoca industriale che ci schiavizzavano e sfruttavano; i dispositivi digitali tuttavia producono una nuova costrizione. Ci sfruttano in modo ancor più efficiente perché – grazie alla loro mobilità – trasformano ogni luogo in un posto di lavoro. La libertà della mobilità si rovescia nel fatale obbligo di dover lavorare ovunque. Nell’epoca delle macchine, già soltanto per via dell’immobilità di quest’ultime, il lavoro era circoscritto rispetto al non lavoro: il posto di lavoro, sul quale ci si doveva appositamente recare, era nettamente separato dai luoghi del non lavoro. Oggi questa distinzione è stata completamente abolita in molte professioni. Così, non possiamo più sfuggire al lavoro.

Dagli smartphone, che promettono più libertà, deriva una costrizione fatale: la costrizione a comunicare. Nello stesso tempo abbiamo un rapporto quasi ossessivo, coatto con il dispositivo digitale. Il digitale conta e calcola continuamente, assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le “simpatie” vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente ci significato: oggi tutto viene trasformato in qualche di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così tutto ciò che non è contabile cessa di essere.

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Il comprare non presuppone alcun discorso: il consumatore compra ciò che gli piace. Segue le proprie inclinazioni individuali. Mi piace è il suo motto. Egli non è un cittadino: il cittadino si caratterizza per la responsabilità nei confronti della comunità, che invece manca al consumatore. Nell’agorà digitale, nella quale seggio e mercato, polis ed economia coincidono, gli elettori si comportano come consumatori. E’ prevedibile che internet sostituita definitivamente il seggio elettorale. A quel punto, votare e comprare avrebbero luogo sul medesimo schermo, ossia sullo stesso piano di coscienza. Gli spot elettorali si mischierebbero a quelli commerciali. Anche l’attività di governo si avvicina al marketing: il sondaggio politico assomiglia, allora, a una ricerca di mercato. Gli umori degli elettori vengono esaminati mediante il data mining. Umori negativi sono risolti attraverso nuove, allettanti offerte; qui non siamo più agenti attivi, non siamo più cittadini, ma utilizzatori passivi.

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Nel panottico digitale non è possibile alcuna fiducia, che anzi non è neppure necessaria. La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni più precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido informazioni è nociva per la fiducia. Vista in questa luce, l’odierna crisi della fiducia è causata anche dai media. La connessione in rete facilita a tal punto la raccolta delle informazioni che la fiducia come pratica sociale perde sempre più significato e cede al controllo. Così la società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza. Da qui deriva la logica dell’efficienza.

Ogni click viene registrato, ogni passo che compio diventa ricostruibile. Ovunque dietro di noi lasciamo tracce digitali: la nostra vita digitale si imprime fedelmente nella rete. Attraverso il controllo, la possibilità di protocollare l’intera vita sostituisce integralmente la fiducia. Al posto del big brother c’è il big data: questo protocollare l’intera vita porta a compimento la società della trasparenza.

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