Hornos

Da Caravaca de la Cruz, che si spaccia come quinta città santa del mondo cristiano e che merita una visita, ma solo se ci si passa di fianco, dovremmo raggiungere Hornos in un paio d’ore. La strada da percorrere sembra piuttosto arzigogolata sulle mappe, ma in vero implica una sola svolta.

Si parte immettendosi sulla RM-730 e si gira a destra dopo un centinaio di km per prendere la A-317, che attraversa le montagne e va diretta ad Hornos. La prima è una strada a scorrimento veloce che si percorre ammirati, guardando la lingua scura d’asfalto adagiarsi e ondeggiare tra colline lunghe, quasi impercettibili, e altipiani a perdita d’occhio.

Intorno qualche masseria e uliveti che sfumano lungo la linea dell’orizzonte, che qui appare (per noi che stiamo in fondo alla Brianza) di vastità inconsueta. La seconda è invece una strada forestale curvosa che si inerpica in mezzo alle montagne del parco nazionale della Sierra de Segura y Cazorla. Se il paesaggio della prima sembrava spopolato, il paesaggio della seconda è da limitare delle terre conosciute: non una casa e non un’auto per chilometri. Salendo di quota, il pomeriggio solivo dell’altopiano si trasforma in vento e nubi basse tra le creste. In località Puerto del Pinar, 1600 metri di altezza, con la strada che zizaga sul confine tra Castiglia e Andalusia, siamo colti da una piccola bufera di neve. Sembra attaccare, la strada imbianca e – qui non ci nascondiamo – iniziamo a fare pensieri lugubri: notte da passare ammassati dentro una Seat Leon in attesa che qualcuno ci venga a estrarre da sotto la coltre nevosa. Vendendo i nostri volti tesi, a lato della strada, dove la Leon sfreccia a 15 km orari, le capre ci guardano interdette.
Perdiamo quota e la neve, fortunosamente, diventa pioggia. Ancora quaranta minuti di curve e nuvole e saremo a meta.

A Hornos la strada sfiora il vecchio borgo arroccato. Ci aspetta in piazza Manolo, un ometto elegante, vagamente british, con tanto di ombrello, è un’emissario del nostro padrone di casa, Jesus. Con andatura ciondolante ed ombrello al braccio ci conduce prima ad un parcheggio fuori dalle mura e poi dentro le mura fino alla nostra abitazione (che attualmente si chiama Appartamento El Volaero, ma presto cambierà nome in El Portalon de Hornos). La casa è bella, ha un terrazzino e delle finestrelle affacciate sulla valle piena di ulivi. Dentro è di legno e terracotta, ha un bel camino e ampie stanze. Ci diciamo che si potrebbe rimanere anche per una settimana.

Hornos, 900 metri di altezza, conta all’ultimo censimento poco più di 600 abitanti e un territorio di 120 km quadri. La profonda provincia di Jaén ha, insomma, una densità abitativa di 4 abitanti-chilometro-quadro che sfida la Mongolia. Case bianche, pioggerellina lieve e raggi di sole che ogni tanto irrompono tiepidi tra le nuvole, odore di legna…


Siamo nel cuore del parco nazionale di Cazorla, che scopriamo essere il più grande della Spagna. Uno degli ultimi rifugi in Europa dove nidificano i grifoni. Saliamo fino al Castello da cui si gode una bella vista sul piccolo abitato. In un gabbiotto appena fuori dall’ingresso della fortezza c’è una coppia di signori, lui si chiama Miguel e sembra Lucio Dalla. Esce dalla sua scatola di vetro e ci viene incontro. Chiediamo informazioni su passeggiate da fare in zona. Cordiale e di occhio vispo ci dà qualche suggerimento, ma ci tiene a specificare che: “domani le previsioni danno acqua e non sarà la giornata giusta per fare passeggiate”. Data la gentilezza appassionata di Lucio Miguel, promettiamo di tornare il giorno successivo per una visita al castello.

Ceniamo nell’unico ristorante aperto, sulla strada principale, si chiama Raisa. La sera fa da bar per i locali, che stanno a bere appollaiati al bancone sopra un tappetto di bustine di zucchero usate. Il proprietario, un bell’uomo rubicondo di mezza età, ci conduce ad un tavolo in fondo alla saletta, ma ci fa cenno di aspettare un secondo prima di sederci. Sparisce. Poi lo vediamo fare slalom tra gli avventori con una pala piena di braci ardenti tra le mani. Si dirige verso di noi – che guardiamo la scena con un misto di curiosità ed apprensione – scosta la tovaglia lunga fino al pavimento e butta la brace in un apposito contenitore alla base del tavolo. Per la prima volta nella nostra vita ci sediamo, così, ad un tavolo riscaldato. Prima ancora di ordinare atterra in tavola un vassoio di spezzatino di maiale offerto dalla casa. Il pasto è lauto e a buon mercato, alla fine della cena vorremmo un amaro locale. Proviamo ad intenderci. Ne beviamo uno scuro. Osea sentenzia che il gusto è tra la liquirizia e il Braulio. Ne ordiniamo un altro giro sempre allo stesso cameriere per capire meglio. Solo la sera successiva scopriremo di aver bevuto tre giri di ottimo Jagermeister (Germania, primi del Novecento). Buona notte Andalusia.

La mattina piove, ma soprattutto le nuvole sono basse e si sono mangiate il paesaggio. Sprezzanti delle intemperie ci rechiamo a Segura de la Sierra, a 1200 metri. Dal castello di Segura, dicono le guide, si gode di un panorama a 360°, il più bello dell’intero parco. Ma le intemperie sono sprezzanti con noi e una volta sulle mura del castello non si vede più nemmeno il portale d’ingresso. Siamo nel vento, completamente avvolti da una fitta e bagnata nebbiolina.

Rientriamo alla base, senza paesaggio in tasca, ma piuttosto divertiti. Avendo buon tempo, ci fermiamo a metà strada per pranzare, in un villaggio agricolo che senza molta fantasia si chiama Rihornos. Ci sono due ristoranti sulla strada che taglia l’abitato. Entriamo in quello più pieno, tutti i tavoli sono gremiti, i gestori non ci filano e gli astanti ci guardano come fossimo alieni. Che così su due piedi vien da pensare non sia una zona tanto turistica. Cambiamo lato della strada e ci sediamo in un ristorante che sembra il bar di Campofiorenzo. Come sempre non abbiamo grandi esigenze: pechuga de pollo para todos e via andare.

Tornati a Hornos saliamo al castello dove ci aspetta Miguel. Dalle mura del castello si vede un lago artificiale, l’Embalse del Tranco; le acque che la diga blocca sono quelle del Guadalquivir, fiume importante che nasce da queste parti per poi sfociare dall’altro capo dell’Andalusia. Lo specchio d’acqua sembra smagrito, in fase di prosciugamento. Miguel dice che è grigia: “non piove da mesi”, lo dice con fare preoccupato e involontariamente beffardo a noi che prendiamo acqua dalle 8 del mattino.
Nel frattempo siamo entrati nel castello, che scopriamo ospitare un modernissimo museo dell’astronomia e persino un planetario. La storia è molto bella e ce la racconta il nostro cicerone: lui e la moglie, appassionati di astronomia, lasciano la città (Granada) una ventina di anni fa, per venire a fare i custodi del castello quassù. Data la passione per le stelle e approfittando dello scarsissimo inquinamento luminoso della zona, iniziano a organizzare serate di osservazione astronomica sul torrione del castello e nel frattempo partecipano a diversi bandi europei per la riqualificazione del patrimonio storico. Ne vincono uno nei primi anni duemila, restaurano l’edificio e lo riqualificano facendone spazio per un museo di astronomia (splendidamente divulgativo) e un piccolo planetario che hanno chiamato Cosmolarium.


Mi avvince sempre la storia di chi sceglie di andare a vivere al confine, verso qualche margine. Penso a che giornate passeranno quassù questi due. Non riesco bene a immaginarmele. Vuote? Poetiche? Normali? Lente? Uguali o sempre diverse?
Mi viene solamente da riflettere, guidato da un pensiero istintivo, che qui forse le giornate contengano più tempo.

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