Rosalia, Gorafe e il suo deserto

Il 31 dicembre dell’anno 2017 decidiamo di andare in cerca di un deserto. Sembra a tutti un modo ragionevole per arrestare la corsa e mettere un punto. Gorafe è il nome che abbiamo su un biglietto, segnato al volo dopo averlo letto su qualche guida. Lasciata l’auto ci incamminiamo lungo il bordo di un canyon tra olivi e mandorli. In fondo, la Sierra Nevada ci guarda le spalle.

A un certo punto il canyon si allarga e, in fondo, appare una macchia bianca. E’ Gorafe, con le sue case di calce scavate nell’argilla dei calanchi; un patto di fiducia tra l’uomo e la terra, praticamente.
Un carretto attraversa la piazza, mentre ci fermiamo al bar e chiediamo informazioni per proseguire. La signora Rosalia con i suoi capelli a spazzola bianchi e il suo pile leggero fa volentieri da ufficio turistico e assessorato alla cultura. Lascia il bancone e esce in mezzo alla strada per indicarci la via del deserto.

Non abbiamo un posto per cenare e vista tanta accoglienza proviamo a chiedere se mai il bar sia aperto anche la sera. No, dice lei, il bar stasera è chiuso, ma se vi accontentate di quello che ho in casa vi posso preparare una cena semplice. Si ferma un attimo – non si sa bene quali calcoli faccia – e ci dice “vanno bene 13 euro a testa, bevande incluse?”
Vorremmo abbracciarla, ma ci limitiamo ad un “affare fatto!”.

Il deserto di calanchi è chiamato “Desierto de los Coloraos”; le pieghe della terra, che si stendono sempre identicamente diverse fino all’orizzonte, a seconda delle condizioni di luce e del giorno cambiano colori.

Ora, a rivederlo in foto, potrebbe sembrare un ambiente inquietante e, invece, quel giorno là, a camminarci in mezzo, e nonostante il vento forte, ci eravamo sentiti solamente fortunati.
L’ultimo raggio di sole del 2017 l’abbiamo visto spegnersi lì. Poi siamo andati a cena.

Zuppa di porri, spezzatino di maiale, pollo all’arancia, vino, caffè, ammazzacaffè, dentro un bar chiuso, aperto solo per noi, in fondo a un deserto di calanchi. Dopo cena alla sala civica comunale con un’orchestrina di liscio in salsa andalusa e gente che, come rito propiziatorio, mangia uva bianca.
Giuro che se va avanti così un giorno mi sentirò in dovere di scrivere (non vi preoccupate, senza pubblicare) un libro su i nostri sempre più improbabili capodanni: da quello in piazza a Tunisi con l’esercito e i cavalli di frisia a quello tra le montagne albanesi senza cena.

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