San José e le vacanze estive di Natale

Dopo la sierra e i grifoni di Hornos, dopo il quartiere Sacromonte di Granada, coi suoi fuochi di strada, dopo i calanchi e il vento di Guadix, i canyon rossi di Tabernas, la infinita distesa di plastica delle serre di Almeria, siamo all’ultima tappa del nostro viaggio d’inverno, davanti al mare di San José, nel parco nazionale di Cabo de Gata. Il nostro punto per tornare a capo.

San José è una delle poche macchioline bianche lungo un centinaio di chilometri di costa vulcanica davvero poco toccata dalle mani dell’uomo.  I giorni che passiamo lì sono un’improbabile anticipo d’estate piombato nel bel mezzo delle vacanze di Natale; con il corpo, ossa, pelle e muscoli, che fanno fatica a credere e ad abituarsi. Al 3 di gennaio, una spiaggia nel pomeriggio, chiacchiere in cerchio, il tepore del sole e (per i più arditi) un bagno in mare: un paradiso terrestre. L’angolo più caldo e arido d’Europa, sostengono i manuali di geografia. L’agave come regina incontrastata del paesaggio vegetale, notiamo noi scodinzolando liberi su e giù per la battigia.

A Rodalquilar ci sono bei murales da andare a cercare tra le case, una miniera d’oro abbandonata vista mare, 212 abitanti e un orto botanico con alberi di pepe rosa, tamerici e eleganti eucalipti. Andando verso la costa si piega a gomito nei pressi di una torre abbandonata poi la corsa si arresta davanti a El Playazo. Sullo spiazzo sterrato camper di vario colore, vecchie berline anni ’70 e persino un camion militare riadattato alla vita balneare. Un popolo di felici fuggiaschi dal mondo, in cerca della primavera. Dell’Europa e i suoi temi e problemi qui non sembrano sapere. Davanti al mare la felicità è un’idea semplice, scriveva Izzo. Ci si dimentica in fretta della vita di prima; e, per quel che ci concerne, anche di quella di dopo.

Con questo stato d’animo in corpo ci incamminiamo verso cala San Pedro, uno degli ultimi villaggi hippie della zona. E si badi, l’interesse non è antropologico, ma paesaggistico. Ci si arriva da Rodalquilar in mezza giornata di cammino, bisogna passare tre scogliere, attraversare l’abitato di Las Negras e poi partire per una sterrata a mezzacosta, esposta a sud est, assolata, panoramica, che porta fin sopra la baia, su cui poi si frana veloci lungo un sentierino per capre. Fa così caldo che ad un certo punto, senza altri ripari, usiamo le magliette come turbanti. Arriviamo arrostiti.
Fortunatamente la comunità hippie ci accoglie e dal piccolo chiringuito sulla spiaggia escono un paio di cose fresche da bere. Peraltro, le ultime rimaste.

Tra nudisti e personaggi venuti dritti dalla Summer of Love, baciati dal sole, sospesi tra incanto e sensazioni di degrado imminente, è facile perdersi a pensare alla vita che facciamo e alle alternative che spesso non riusciamo più nemmeno a pensare o contro cui, nei casi peggiori – a proposito di accettazione dell’altro-da-noi – ci scagliamo con livore.
Nel frattempo, mentre mi lascio a questi pensieri un po’ sconclusionati, mi prendo a pizzicotti e mi ripeto: 3 di gennaio, 3 di gennaio, 3 di gennaio…

Il sole cala ormai dietro la scogliera e noi siamo ancora fermi sulla spiaggia. L’aria si fa fine. Avremmo almeno tre ore di cammino veloce per tornare indietro e arriveremmo a meta col buio. Chiediamo aiuto al prossimo nostro. Da un gruppo di tende dietro ai cespugli salta fuori un tipo vestito da folletto menestrello; lo Ian Andersen dell’imbarcazione, mi vien da pensare lì per lì. Ci dice venti euro e vi riportiamo al punto di origine. Accettiamo l’offerta. Chiama un amico, portano una barchina verde dentro l’acqua del mare e ci fanno segno di salire. Così il 2018 inizia con un viaggio su una bagnarola verde tra schizzi d’acqua salata e accecanti raggi di sole negli occhi. Difficile pensare che sarà un anno cattivo.

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