Dopo la neve – Bacău e le ossa del realsocialismo

Bacău sta nella parte meridionale della Moldavia romena, in mezzo a campi arati che dopo mesi di gelo e di neve, al primo tepore, sembrano torbiere zuppe d’acqua. Planando sopra le lamiere rosse e blu dei tetti una lieve nebbiolina attenua anche i colori più sgargianti. Vista dall’alto, oggi, Bacău sembra un villaggio fatto di Lego.

Da dentro ci si fa un’idea decisamente meno felice: sembra di camminare in mezzo a una città abbandonata da trent’anni, tra le grigie ossa del socialismo reale. L’apertura al mercato – se così si dice – qui ha riempito lo scheletro della interminabile periferia comunista con una fioritura di sgangherate insegne a colori, ma non ha modificato di un millimetro la struttura della città.

Camminando per viale Mărășești, la Prospettiva Nevskij (povera) di Bacău, si fiancheggia uno stradone a più corsie contornato da spaziali monumenti al cemento armato, che in scala di grigi puntano dritti sulla cattedrale ortodossa. C’è il teatro comunale, unico edificio antico e decoroso del corso, ora purtroppo coperto dalle impalcature dei lavori di ristrutturazione, c’è un casinò, ci sono i nuovi locali pacchiani finto chic, un posto coperto da gigantografie con sopra accostate la facce di Gandhi e di Trump (?!), e dei negozietti di alimentari che, per varietà e densità, sembrano il riassunto in 5 metri quadri di un ipermercato.

In mezzo ai casermoni che tengono duro nella corsa di resistenza contro il tempo, lo spazio urbano è pieno di vuoti, di assenze. Girando su calea Bacovia, tra la stazione di polizia e la mensa militare, gli spazi di abbandono abbondano: case senza più padrone, cucce senza più cani, roveti che avvolgono carcasse d’auto, antichi ed eleganti edifici implosi, tetti caduti, finestre rotte, muri colassati. Difficile da credere, specie vedendo la vita cittadina che senza fare una piega gli scorre attorno. Spingendosi ancora oltre, fino ai margini dell’abitato, le laterali si fanno di fango e i ragazzini giocano a schizzarsi tirando sassi nelle pozzanghere della via.

Leggendo qualche articolo qua e là si capisce meglio come mai la città non abbia avuto, come altri luoghi in Romania, una seconda possibilità, una nuova vita. Questo distretto industriale più di altri ha subito il contraccolpo alla fine del regime e due ondate migratorie, la prima negli anni ‘90, alla caduta di Ceausescu, e poi la seconda dal 2008, con l’ingresso del paese nell’Unione Europea, l’hanno svuotato. Così, Bacău oggi ospita 145.000 abitanti – il livello del 1970 – dopo essere arrivata a toccare quota 250.000 nel 1991.Se la demografia non bastasse, ci sono le storie, i frammenti di vita che emergono nei discorsi delle persone (che spesso parlano italiano). Andrei, per esempio, ha passato otto anni in Sicilia e ha imparato, girando di stalla in stalla, a fare la ricotta; poi è volato a Londra con la promessa di un lavoro nuovo e la speranza di vivere meglio, ma ha trovato solo tanta pioggia e un posto meno accogliente. Messo da parte il gruzzolo necessario è quindi tornato in patria e ha aperto un micro-negozio come fruttivendolo. Lo dice con tono orgoglioso, nonostante la frutta abbia la faccia un po’ triste e il locale sia quantomeno angusto.

La storia di Andrei è una delle tante, di gente che sa l’italiano e racconta di aver lavorato a Genova, a Teramo, a Milano, guidando dalla Romania fino a Torino per anni una o due volte la settimana. Dovremmo avere grande rispetto di queste persone: hanno esperienze di vita spesso straordinarie, che la mia a confronto impallidirebbe.

Le storie di migrazione sono state e sono talmente numerose che a partire dal 2007 è cresciuto un quartiere cinese ai margini del centro per via dei numerosi nuovi operai in arrivo da Oriente. Oggi sono più di 2000. Manodopera asiatica che accetta le 300 euro al mese per un posto in manifattura che i romeni non accettano più. Eccoci qui, davanti ai movimenti del tritacarne globale che qualcuno vorrebbe anche farci credere Babbo Natale.

In una piccola pensione dentro una casa dai fasti antichi, ma rimessa a nuovo, parliamo con Marian. Si può a buona ragione pensare che lui faccia parte della nuova borghesia cittadina: una figlia che studia architettura a Bucharest, l’altro che lavora a Londra come analista finanziario, lui ha lasciato in anticipo il lavoro in banca e ha messo su una pensione che sembra girare, soprattutto – dice – grazie a gente che si muove per lavoro e affari. Turisti stranieri niente? Non molti, non tanto, direi di no, balbetta sommessamente, quasi dispiaciuto di non poter rispondere sì alla nostra domanda.

Per cenare in un locale che non sia tremendamente ‘alla moda’ tocca spingersi ai margini del centro, lungo una specie di tangenziale, dietro Mc Donald’s, sta un ristorante che sembra una stalla in mezzo a stecche da dieci piani di granitico cemento. Per quattro euro a testa, una cena soddisfacente e una zuppa ai funghi che dà il gusto a questa nuova campagna romena.

La nostra fermata a Bacău è rapida, siamo diretti a nord, nei Carpazi, verso le gole di Bicaz. Il mattino dopo siamo già on the road. Saliamo su un taxi chiedendo di raggiungere l’autogara, la stazione da cui partono i furgoni. Faccio l’involontario gesto di allacciarmi la cintura di sicurezza e taxi-driver – sessanta portati male, giubottino di pelle, occhio affilato come una lama e baffo da giannizzero – mi fa no con il dito. ‘Romania!’, dice. ‘Niente cintura’.
E quindi niente. Sento già i vostri rimbrotti, ma non riesco a non pensare che trovo simpatici, se non intriganti, questi modi da smargiassi. Giunti alla stazione, piena di bus e furgoni diretti ad ogni angolo del paese, il vecchietto parcheggia, scende e ci fa cenno di seguirlo. Ancor prima di pagargli la corsa, ci porta sin dentro al furgone diretto a Bicaz e ci mette a sedere.
Paghiamo. Poi prima di andarsene sulle sue scarpe nere lucidate, si raccomanda con l’autista di farci scendere nel posto giusto, ricordandomi sempre perchè amo questo paese e torno a cercare qui.
Terra che avrà pure un rapporto difficile con le regole, ma che conserva un modo di essere uomini, nel senso di umani, che guardo con ammirato rispetto.

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