Giornate del Caucaso – Non fermatevi Qax

Prendendo una marshrutka in venti minuti da Sheki si può raggiungere Kis (da leggere Cisc), un grazioso villaggio appolaiato sulle montagne sopra la città. Il cuore sacro del villaggio è la chiesa albanese risalente ai primordi dell’età cristiana. L’Albania dei Balcani non c’entra niente. Linee pulite, torre rotonda, oggi la chiesa è utilizzata come piccolo museo trilingue, che vi spiega tutto, ripercorrendo la storia dell’Albania caucasica: la nazione cristiana che un tempo occupava buona parte dell’Azerbaigian settentrionale.

Il territorio montuoso azero, come quello del resto del Caucaso, ha offerto nel corso dei secoli una naturale protezione all’assimilazione politica e culturale di tante minoranze. Così, seppur esigue numericamente, ancora oggi vivono tra queste valli decine di popolazioni con etnie e lingue diverse. Per restare in zona senza tornare ai khinalugh di Xinaliq: lesghini, avari e tsakhuri occupano ancora adesso le pendici del Caucaso nelle zone di Balakan e Zaqatala, udini e rutuli risiedono nelle province di Gabala e Sheki. La quasi totalità di questi popoli professa oggi l’Islam, ma fanno eccezione gli udini, che sono cristiani pre-calcedoniti nonché ultimi eredi proprio di quel regno di Albania, che si citava sopra.

Dalla piccola chiesa si dipartono vie acciotolate che irradiano tutta la sommità del monte. Case storte o mezze abbandonate, armonicamente aggrovigliate da rovi e ortiche, altre tenute a regola d’arte e di fresco decorate; poi fontane, ruscelli, alti cancelli, mucche e galline, tubi gialli del gas che corrono su e giù per le strade, bambini che giocano per strada. Si passa volentieri qualche ora a fare foto e curiosare.

Decidiamo di tornare a Sheki a piedi. La strada non è niente di che, ma la bella luce del tramonto invoglia. Percorrendo un viottolo troviamo una bella moschea rurale, di quelle semplici e forse proprio per questo eleganti. Tra la chiesa e la moschea ci saranno in linea d’aria trecento metri.

Il Caucaso ha conosciuto e conosce molti dei. Il primo ad arrivarvi è stato il dio dei cristiani; poi è stato il turno di Allah, mentre qua e là alcuni fedeli continuano a pregare lo Jahwèh ebraico. Questa trinità – specie qui sulle montagne – non ha tuttavia scalzato le divinità pagane di mille anni più antiche. Le religioni monoteiste non hanno distrutto quelle precendenti, limitandosi ad assorbirle, assimilarle. I culti si sono fusi, mescolati e compenetrati uno con l’altro. Il dio osseto Uastryrdzi, protettore dei viaggiatori e patrono dei combattenti, di solito raffigurato come un cavaliere armato in sella a un cavallo bianco, con il tempo ha finito per assimilarsi al San Giorgio venerato nella vicina Georgia, però continua a pretendere dalla popolazione, da tempo battezzata, offerte a base di vodka e carne di agnello. Gli ingusci musulmani sono soliti fare pellegrinaggi in alcuni boschi che ritengono sacri, i musulmani del Karçai si inchinano davanti alle grandi vette caucasiche. L’elenco potrebbe essere lungo.

Quando i caucasici brindano – scriveva il Gorecki – brindano sempre al Grande Dio, evitando accuratamente di dargli un nome.

Esprimono la convinzione che tra tanti esseri soprannaturali debba essercene per forza uno più importante, più grande, più potente degli altri e che questa gerarchia divina sia fuori portata della mente umana. E quindi che la cosa migliore sia rendere onore a questo ignoto Onnipotente bevendo alla sua salute e spargendo a terra le ultime gocce di alcol.

Il Caucaso ancora oggi – basterebbe un giro nelle sue tre maggiori capitali: Tbilisi, Yerevan e Baku – è un esempio di pacifica convivenza di lingue, identità e credi diversi. Ci sono delle tensioni, che a volte sfociano in violenti e drammatici conflitti, ma non è quello lo spirito dei luoghi, non è quella la loro quotidianità. Spesso, sotto certi sommovimenti, che poi diventano esplosive eruzioni, agisce il delicato intrico di interessi che questo territorio di cerniera da sempre genera. Ma in questi casi le storie sono altre e passano sopra le teste della gente.

***

Il giorno seguente lasciamo Sheki e ci dirigiamo a Qax (che, più o meno, dovreste leggere Ghakh). Anche in questa occasione pare che la guest house prenotata la sera prima sia inesistente. All’indirizzo indicatoci c’è un portone di legno senza alcuna insegna. Iniziamo a interrogarci percorrendo su e giù il viale Heydar Aliyev, punteggiato di cartelloni raffiguranti l’ex presidente e che termina nel parco Heydar Aliyev, in cui c’è una statua del padre padrone della patria, chino sul suo scranno d’oro.

Niente, le nostre esplorazioni non chiariscono la situazione. Memore degli usi georgiani appresi lo scorso anno (in Georgia non ci sono citofoni e semplicemente si aprono i cancelli e ci si addentra nei giardini in cerca del proprietario) spingo il portone di legno e faccio ingresso al civico 49, dove dovrebbe esserci secondo indicazioni del sito, la nostra pensione. Dietro il grande portone di legno ci sono in primo piano macerie sparse alla rinfusa, in secondo piano una Lada Niva e, molto più in fondo, una casetta. In Italia avremmo già richiuso il cancello, ma ormai non ci facciamo più sorprendere dalle bizzarie del Caucaso e andiamo avanti. Ci avviciniamo quatti quatti, cercando di capirne di più: no, non sembra affatto una guesthouse. È una casa privata. Mettiamo la retro e con grande accortezza, senza far rumore, come veri topi d’appartamento, raggiungiamo di nuovo il portone e ce lo chiudiamo rapidamente alle spalle.

Che fare quindi?!

Ci guardiamo intorno perplessi. Proviamo ad entrare dal vicino barbiere: che forse sappia qualcosa dei suoi misteriosi vicini del civico 49? Qualcosa sa. Non l’avessimo mai fatto! Alla nostra domanda nasce una accesa discussione a tre, tra il barbiere, il cliente che si sta facendo fare barba e capelli e un terzo individuo in attesa.

Iniziano a chiamare a destra e a manca, ancor prima che io faccia vedere loro la prenotazione. Quando legge il nome del posto, il cliente mi dice, o almeno io credo mi dica: “ah sì! Dietro casa mia!”.

Al che si alza preso da foga improvvisa, esce dal negozio, seguito dal barbiere e dall’altro e gesticolando prova a spiegarci la strada.

Ma no, uno non ci capiamo e due siamo troppo lontani. Troppo difficile. Allora tutti e tre si mettono in mezzo alla strada per fermare un taxi. Uno, due, tre, i taxi sfilano via tutti occupati. Allora barba e capelli ha un guizzo di genio: corre all’angolo della strada, ferma un tizio che passa a caso di lì, gli da due manat e gli dice: “Fai la retro e accompagna quei signori in questo posto”. Il tizio, come fosse la cosa più normale del mondo, prende i due soldi, gira l’auto e ci carica. Salutiamo e ringraziamo a non finire i tre del barbiere.

Nel lampo di dieci minuti ci ritroviamo nel retro di un ristorante ben lontano dall’indirizzo scritto sul sito della guesthouse. Siamo davanti a sei camerieri di cui nessuno sa una parola di inglese, nel tentativo di spiegare che siamo stati portati lì dopo aver mostrato la prenotazione, che adesso stiamo mostrando anche a loro.

I camerieri confabulano per un po’, ma non se ne viene a capo. Forse siamo stati portati nel posto sbagliato?

Poi arriva il capo, ci dice di seguirlo e ci mostra una stanza abitata sopra il ristorante. Puzza di fumo, e contiene i segni di una vita abitudinaria: birre aperte, ciabatte, pacchetti. Qualcuno dei camerieri, a naso, la usa come alloggio. Ci dice (o crediamo ci dica): “Ok? Faccio pulire e poi alle 13 qui?” indica col dito sull’orologio. Per noi sempre bene, pochi euro e noi siamo d’accordo.

Intanto lasciamo gli zaini più pesanti e prendiamo una marshrutka per Ilisu, villaggio montano sopra Qax. La guida dice che è una amena località di montagna, in cui è possibile effettuare un paio di passeggiate. Una va verso il confine russo, daghestano per l’esattezza. Inutile andarci perchè si cammina in piano dentro una ampia vallata fluviale per poi essere fermati dalle guardie di frontiera nel cuore del Caucaso. L’altro percorso, di un’oretta scarsa, porta invece a una cascata dove gli azeri si accalcano a prendere l’acqua, spingendosi fin sotto la cascata con numerose bottiglie di plastica vuote.

Il sentiero – come spesso accade da queste parti e specie oggi che è domenica – è una brutta strada piena di 4X4 che salgono e scendono portando su un mucchio di escursionisti della domenica e intossicando la salita dei quattro cristiani che vanno a piedi. Famiglie con borse di cibo, signore con calzature luccicanti, il popolo delle ciabatte (vi ho già detto che gli azeri vanno ovunque in ciabatte?!), le nonne con i nipoti, i selfie pretenziosi, gli intrepidi della doccia sotto il getto della cascata.

Bene, l’esperienza antropologica è fatta: ora ridiscendiamo al villaggio e da lì a Qax.

Qax è piccola e senza grandi attrattive, oggi è domenica ed è pure la sera della finale dei mondiali di calcio. Praticamente un incubo: è tutto chiuso e i due posti che sono rimasti aperti sono assediati da azeri che tifano – non si sa bene perché – tutti Croazia.

Noi finiamo nel ristorante più sfigato del paese, dove anche il cuoco è palesemente distratto dal suo mestiere. Aspettiamo un pollo alla brace per un’ora.

Risultato mondiale avverso e mesta cena a parte, sul taccuino si registra che in un prossimo programma di viaggio in questa bella terra azera, noi, da Qax e Ilisu, non ripasseremmo. Poi vedete voi.

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