Giornate del Caucaso – Tbilisi mon amour

Lasciamo l’Azerbaigian in un giorno di pioggia. Con una vecchia marshrutka oltrepassiamo le provincie più orientali del paese, Zaqatala (leggere Zagatala) e Balakan: sono aree diversissime dal resto del paese. Sono zone tra le più povere e climaticamente somigliano più alla Lombardia che a Baku. Il parco auto è più logoro, le abitazioni di lamiere e tetti rossi più precarie, le facce più brune e tristi. La strada è accompagnata da boschi di robinie che si interromponono per lasciare spazio a coltivazioni di nocciole e tabacco in gran quantità. Ogni tanto si incontrano anche i grandi essicatoi, dove le grandi foglie di tabacco, sono legate a testa in giù ad asciugare.

Ci fermiamo a fare gasolio prima di arrivare al confine georgiano. La marshrutka che ci è venuta a prendere a Qax è georgiana e ha tutto vantaggio nel fare carburante dalle economiche pompe del suo vicino petrolifero. Cosa mai vista: ogni pompa ha di fianco un rialzo di cemento dove l’automobilista deve salire per inclinare l’auto a favore del benzinaio.

Arriviamo alla frontiera di Lagodekhi con un tempo novembrino. La dogana azera è un po’ scalcinata. Si vede che siamo molto ben lontani dai fasti di Baku e che per il governo questa è un’uscita sul retro, di serie B.

Scendiamo tutti dal furgone e procediamo a piedi, prima ai controlli azeri. Foto come all’ingresso, controllo visti e passaporti, domanda di rito sull’apprezzamento del paese. Apprezzatissimo!

Poi si cammina nella terra di nessuno tra le due frontiere per 300 metri, si supera un ponte che deve averne viste tante e si arriva ai tornelli del controllo georgiano.

“Ma come solo tre giorni in Georgia?!”.

Gli spieghi che ci passi esclusivamente per andare in Armenia, ma che ci sei stato a lungo l’anno scorso e, sì, è un paese magnifico!

Si esce presto nella pineta di Lagodekhi dove si può sostare in attesa che anche la marshrutka svolga le sue pratiche e arrivi a riprenderci.

Eccoci quindi, di nuovo, felicemente, nel Kakheti. La regione del vino georgiano per eccellenza. Qui dicono i georgiani sia nato il vino prima che in ogni altro luogo al mondo. Vero o no, sono felice di aver rimesso piede qui.

Le frontiere tra Azerbaigian e Armenia sono sigillate a causa del mai risolto conflitto per l’area del Nagorno Karabakh. Per andare da un paese all’altro bisogna quindi transitare per la Georgia. Il consiglio, per non avere problemi alle dogane, è di fare il giro nel nostro stesso senso. Arrivare in Azerbaigian con i bollini di entrata e uscita dall’Armenia potrebbe causarvi qualche domanda di troppo, in quanto il paese è reputato dagli azeri un nemico che ha sottratto loro un bel pezzo di terra. Se poi doveste arrivare in Azerbaigian con il visto del Nagorno Karabakh sul passaporto verreste, come minimo, espulsi e considerati persone sgradite in patria. Questo perchè avreste visitato un pezzo di Azerbaigian – sottratto dall’esercito armeno e oggi de facto (ma non de iure) indipendente – senza le regolari autorizzazioni dello stato.

***

Arrivati a Tbilisi il cielo si squarcia, emergono macchie di blu, che poi diventano un mare punteggiato solo qua e là da spumose nuvole bianche. Spira un vento fresco tra le case storte della città vecchia e alza tutti i profumi, di erbe, di spezie, di frutta e di pane, di cui questa città è capace. L’avevo trovata bella lo scorso anno, la trovo ancor meglio oggi, con qualche elemento in più per guardarla e capirla.

Siamo alloggiati nel quartiere collinare di Avlabari, guardiamo dall’alto la città vecchia. Tra i tetti splendidamente incoerenti del quartiere spunta col suo lampo dorato la cattedrale di Tsminda Sameba.

Noi come sempre abbiamo un indirizzo errato, entriamo nel giardino al civico indicato, ma non c’è nessun ostello. Ci sono però due vecchiette che ci fanno segno di non preoccuparci, di entrare. Le signore, compreso il problema, con la tipica accoglienza georgiana, ci accompagnano in strada e ci danno tutte le informazioni per raggiungere il nostro alloggio che, nonostante le indicazioni ufficiali, si trova da un’altra parte.

Poi scendiamo in città per andare alla stazione ferroviaria ad acquistare i biglietti per il treno notte per Yerevan, su cui dovremmo tentare di infilarci la sera successiva. Quando stacchiamo il nostro bigliettino, come dal salumiere, leggiamo 269. Stanno chiamando il 2…

Con mentalità da veri uomini dell’est non ci facciamo turbare dalla sorte e restiamo più di due ore pazientemente in stazione(!). Alla fine l’attesa vale i posti in cuccetta in un vagone di seconda classe.

Usciamo dalla stazione con il sole già basso. Camminiamo su e giù per la città fino a raggiungere per sentierini i piedi di Madre Georgia, la statua di 20 metri d’altezza situata non molto distante dalla rocca e dalla funicolare che trasporta nella parte più alta di Tbilisi turisti e cittadini. Le luci del tramonto rendono l’impasto eterogeneo della città una specie di fotografia permanente. Non riusciamo a smettere e da ogni angolo pare necessario scattare una foto.

Ceniamo al Cafè Palermo che, a dispetto del nome, è una vecchia taverna in stile sovietico dove i prezzi sono bassi, le porzioni abbondanti e il cibo gustoso. Un posto da segnarvi, per le vostre prossime discese da queste parti. Il ristoro è gestito da una coppia: lui legge il giornale e si cura che tutti facciano il loro mestiere, lei accoglie i clienti e suggerisce caldamente il menù. Nel senso che voi potrete pure dire “mi porti un khachaphuri (qui se ne possono assaggiare alcune varianti regionali tra l’altro) e una birra”, ma lei vi convincerà che quella è una sera unica per prendere un piatto di khinkhali e bere del saperavi del Kahakheti. Vedrete che vi farete convincere.

***

Il giorno seguente abbiamo un programmino niente male: gita in giornata a Davit Gareji, con un paio d’ore di strada per raggiungerlo e un paio d’ore di trekking per girare i dintorni e poi rientro nella capitale e treno notte alle 22 in partenza per Yerevan e l’Armenia. I ritmi sono sempre quelli della vacanza in riviera, insomma.

Che veniate da Sighnaghi o da Tbilisi, la strada per arrivare ai monasteri di Davit Gareji è veloce fino a che non mancano una ventina di chilometri. Poi diventa in parte sterrata e in parte asfalto e buche profonde. Si avanza a rilento. La fatica tiene alla larga le orde di turisti e viene ampiamente ripagata dalla pace del luogo e dal bel trekking ad anello (2 ore scarse) che si può intraprendere tra il monastero più basso e quello più alto: uno spettacoloso sentiero in costa che percorre il confine tra Georgia e Azerbaigian. Ogni tanto incontrerete qualche (innocuo) militare di frontiera (con mitra) che farà finta di niente.

Dalla sommità più alta si gode di un panorama a 360 gradi: da una parte si ha la Georgia, con paesaggio mosso e colorato, oggi reso aeronautico da belle nuvole bianche. Dal versante azero i panorami si declinano all’infinito desertico, perdendosi nella polvere.

Rientrando facciamo sosta a Udabno. Un villaggio di quattro case a una decina di chilometri dal monastero. Quattro case, due ristoranti e un ostello popolato da vecchi russi seduti su sedie sdraio a contemplare la prateria e giovani freakkettoni parcheggiati tra amache e altalene. Se venite da queste parti potete fermarvi una notte a dormire qui. L’ostello mette a disposizione anche bungalow e posti tenda.

Rientriamo a Tbilisi che sono le 19. La gentile hospitalera del Nice View Hostel, oltre ad aver tenuto al sicuro i nostri zaini per la giornata, ci dà anche la possibilità di farci una doccia prima di andare a prendere il treno.

Arriviamo in stazione belli profumati – che in questi giorni è un piacere raro, da apprezzare con un gusto che nella nostra quotidianità di occidentali è ormai inedito – e con una borsa piena di khachapuri e pomodori come cena. Il treno arriva in orario ed è mezzo vuoto, popolato principalmente di armeni in viaggio di ritorno verso la loro capitale. Sembra tutto fin troppo liscio.

Prima di partire, le guardie di frontiera georgiane, come prassi, ci ritirano i passaporti e spariscono. Intanto, giunta l’ora della partenza, sul nostro treno non vola una foglia. Passa mezzora. Passa un’ora. Passa un’ora e mezza. Con 90 minuti di ritardo lasciamo Tbilisi e lanciamo la nostra lenta corsa verso Yerevan. I passaporti non si sono ancora visti e così, con l’ausilio di una ragazza a farci da gentile interprete, chiediamo delucidazione al capotreno: sia mai di arrivare alla frontiera senza documenti!

Ci dice che i nostri passaporti ci saranno ridati alla prossima stazione. Non capiamo esattamente la frase: intende dire che i nostri documenti non stanno viaggiando con noi sul treno?! Non lo abbiamo capito. Dopo un’altra mezzora e qualche perplessità di troppo, però, ecco che i passaporti ritornano, con bollino di uscita dalla Georgia incluso.

Ci prepariamo le cuccette e sonnecchiamo, ma senza molta decisione. Non è finita: sappiamo che presto o tardi arriveremo ai controlli della frontiera armena!

Ci arriviamo che sono le due di notte. Per fortuna non bisogna scendere dal treno. Entra un doganiere che sembra Montalbano, accende la luce con modi spicci e si siede su una delle nostre brande con il suo piccolo computer portatile e senza chiedere permesso. Il portatile… una tecnologia che stona su questo vecchio treno di fabbricazione sovietica!

Scannerizza i passaporti, fa una foto alla pagina con i bolli di ingresso e uscita dall’Azerbaigian (?) e ci augura buon viaggio. Finalmente chiudiamo baracca e dormiamo qualche ora.

Yerevan è vicina e la prima cosa da fare domattina sarà andare all’ambasciata della regione contesa del Nagorno Karabakh per ottenere il visto d’ingresso. Ma questo ve lo raccontiamo in una prossima puntata!

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