Giornate del Caucaso – Autostop per Tatev

La giornata che ci si presenta davanti è forse quella con più incognite di tutto il viaggio. L’idea è di lasciare Yerevan nel mattino e dirigersi nel profondo sud, al monastero di Tatev, abbarbicato sopra lo scosceso canyon in cui scorre il fiume Vorotev. Da Tatev si vedono le montagne del Karabakh, che sarà la nostra meta più orientale prima di avviare le manovre di rientro nella capitale. In sintesi: oggi dobbiamo attraversare tutto il paese!

Ci alziamo presto ed emergiamo dal nostro ostello sotterraneo senza finestre né aria condizionata. Fuori dalla cripta la luce del sole inonda la città ancora addormentata, solo qualche taxi sfila lento lungo i viali alberati (a tre corsie) del centro.

Sappiamo che dobbiamo raggiungere la fermata di Gortsaranahin e da lì cercare un parcheggio accanto all’uscita della metro. L’indicazione contenuta nella guida (Lonely Planet) si rivela inesatta. Nei parcheggi attigui alla stazione potrete comprarvi un buon khachaphuri, ma non troverete alcuna marshrutka. Bisogna invece andare alla rotonda e girare a sinistra. Sul lato della strada si vedono dei furgoni. Ci dirigiamo dove ce n’è la maggior concentrazione e finiamo in mezzo a una spedizione militare in partenza per Stepanakert nel Karabakh, la regione contesa tra azeri e armeni. Chiediamo informazioni per Yeghegnadzor e ci guardano male, come a dire: ma non lo vedete che sono tutti militari qui?

Giriamo i tacchi.

Incrocio lo sguardo con alcuni di questi ragazzetti in divisa. Potrebbero essere miei alunni di quinta, hanno gli occhi torvi, brutti, tristi. Arruolarsi nell’esercito è una scelta, ma io continuo a non capirla e non riesco a non dispiacermi per loro. Che vita faranno?

Torniamo sui nostri passi e domandiamo in giro. Alla fine arriviamo a un Ford Transit bianco e senza cartelli, messo un po’ in disparte:

“Yeghegnadzor?”

“Prego, salite”.

Saliamo e sgattaioliamo in fondo, dove sono rimasti gli ultimi posti. Io e i miei due zaini stiamo in un sedile di 50 centimetri di larghezza, schiacciati contro il finestrino… che non si chiude! L’aria è già calda nel mattino armeno, ma vi assicuro che viaggiare in autostrada davanti a un finestrino spalancato può non essere piacevole. Dopo mezzora di phonatura passo agli estremi rimedi: estraggo la giacca antivento e mi infilo il cappuccio, generando l’ilarità di tutti i presenti!

Dopo due comodissime ore di viaggio da sardine e aver rischiato un’otite, una permanente e una colite, ci facciamo lasciare al bivio per il monastero di Noravank; uno dei più importanti del paese. Siamo nel bel mezzo di un altipiano arso dal sole. L’ultimo abitato lo abbiamo visto cinque chilometri prima, l’altro sta dieci chilometri dopo.

Dal bivio al monastero sono 6 km d’asfalto in salita. Dato che ormai ci accompagna una discreta faccia tosta, ci fermiamo nell’unico esercizio commerciale aperto in mezzo a un oceano di steppa – un bar che propone degustazione di vini locali. Senza remore chiediamo se è possibile lasciare i nostri grossi zaini da qualche parte e riprenderli una volta di ritorno dalla “scampagnata” al monastero. Nel Caucaso capita spesso che vi rispondano semplicemente: no problema. E così è: aprono uno sgabuzzino e ci fanno lasciare i bagagli. Ringraziamo sentitamente per i dieci chili in meno sul groppone.

Nota bene: che qui in mezzo al nulla ci sia un’enoteca non è casuale. Il vicino villaggio di Areni – che ha dato il nome all’omonimo vitigno armeno – e le valli circostanti sono una importante zona di produzione del vino, seconda solo alle pianure alle pendici dell’Ararat.

La salita al monastero parte con la strada che ondeggia sul fondo di uno splendido canyon fluviale. I muri di roccia si innalzano per un centinaio di metri sopra le nostre teste. Percorriamo la salita tentando l’autostop ad ogni auto che passa. Sono poche e, di queste, molti sono mezzi dei tour organizzati: carichi di paganti e certamente senza posti per poveri pellegrini che si ostinano a girare col trasporto pubblico.

Poco prima di essere abbandonati dalle ombrose pareti del canyon sotto il sole della steppa asiatica, ecco fermarsi un’auto. Non sono solo gli uomini del Caucaso pronti ad aiutarci, questa volta sono due gentilissimi signori belgi: ci accompagnano fino in cima e ci propongono di trovarci dopo un’ora per fare ritorno insieme. Accettiamo di buon grado.

Prima di parlare del monastero giova ricordare che gli armeni sono stati il primo popolo a dichiararsi cristiano nel 301 d.C. e la chiesa apostolica armena vive di vita propria, con un alto grado di autonomia rispetto al resto del mondo cristiano. Il percorso diverso degli armeni nasce da una disputa teologica: secondo gli armeni Gesù Cristo è Dio a tutti gli effetti, che ha preso in quel tempo le sembianze di uomo ed è sceso sulla terra, rifiutano l’idea che fosse il figlio di Dio fattosi uomo. Sottogliezze, direte. Ma la storia ci insegna che quando si tratta di guadagnare terreno o spazi di manovra ogni pretesto è valido.

Il Monastero di Noravank (che significa ‘nuovo monastero’), fondato nel 1100, testimonia con il suo carattere arcaico le lunghe radici cristiane di queste terre. L’atmosfera che lo avvolge rimanda alle rocce, alle ossa, alla notte dei tempi del cristianesimo; impressiona. Tutto intorno al monastero le lapidi finemente intarsiate, i khachkar. L’incantesimo finisce quando arriva un pullman carico di turisti. Tanti, maldestri, irrispettosi. Calpestano le tombe con le loro ciabatte, si fanno i selfie da donna pantera sull’uscio dei monsteri, e altre porcherie di questo genere. Scappiamo.

Tornati al bar delle degustazioni, beviamo qualcosa e, ripresi i nostri sacchi sulle spalle, ci rimettiamo sulla statale.

È l’una del pomeriggio, il sole è allo zenith, noi facciamo l’autostop disposti in linea, seguendo l’ombra dell’unico palo sullo spiazzo sterrato.

Ci mettiamo non più di dieci minuti. Si fermano due tizi vestiti di nero, che, ad un primo momento, ci diciamo possono essere: o dei papponi o i blues brothers.

Uno, basso e tarchiatello, ha la faccia che ricorda vagamente Roy Paci, l’altro, alto, grande e grosso, sembra un buttafuori da discoteca di terza categoria. Silvia esclama: “Oh mamma…”.

Noi ci avviciniamo e chiediamo per Yeghegnadzor. “No problem, my friends, go!”.

No problem, dice. Saliamo in auto e si va. Pur con quattro parole in croce, imbastiamo una prima conversazione che potremmo intitolare “gran elogio della terra armena”:

Yerevan?

Oh yea, beautiful Yerevan!

Noravank?

Very nice!

Spitak!

Wonderful!

(E così per altre 16 località)

Arriviamo a capire che loro ci possono portare ben oltre Yeghegnadzor, al bivio per Tatev. “No problem my friends, go! Welcome to Armenia!”.

Questi due tizi che all’inizio ci erano sembrati loschi si rivelano pian piano due animi gentili.

Quello basso, che guida, è di Yerevan, si chiama Vardar, verrebbe a fare un viaggio in Italia, ma “è troppo costosa”. Ama la sua terra. Sta accompagnando quello grande e grosso, che è un suo amico iraniano, al confine.

Vetri abbassati, gomiti ai finestrini, musica tradizionale, mentre fuori corre un paese di pietre arse dal sole. Montagne che sembrano le pieghe profonde della pelle di un tirannosauro.

Si sale e si sale, il paesaggio si fa più verde, i villaggi sempre più radi, sembrano piccoli gruppi di baracche in legno e lamiera; compaiono moltissime arnie con di fianco i tipici container usati come abitazioni e sparsi per tutta l’ex Unione Sovietica: in questo caso fungono da laboratori a km zero per la smielatura.

Per arrivare al sud est del paese bisogna affrontare il passo di Vorotan a 2.400 metri di altezza. Il più alto del paese (ma vado a memoria).

Molti dei residuati bellici che girano per le gibbose strade armene si fermano coi cofani aperti a far raffreddare i motori. Sotto questo sole possente per molti è un vero calvario

Il nostro pilota si ferma per prendere dell’acqua in un baracchino.

Volete qualcosa?

No, grazie mille, a posto!

Torna con caffè freddo per tutti. Lo ringraziamo.

Poco dopo aver scollinato il passo ci fermiamo di nuovo. Siamo invitati a pranzo in un ristorante iraniano. Accettiamo di buon grado.

Ci siamo solo noi al ristorante. Intorno alla struttura: profumo d’estate, il sole, il vento, il fieno: i campi del vasto altopiano sono punteggiati dall’azzurro dei vecchi camion russi, che vengono caricati d’erba così tanto da assumere la forma di funghi. Così lo avevo visto fare solo in Kirghisia.

La cucina è ottima, un bello shashlyk (spiedone) di pollo accompagnato da verdure e pane stirato, tipo pita greca.

Cerchiamo di offrire il pranzo ai nostri autisti, visto lo “strappo” di duecento chilometri, ma niente. Riusciamo a negoziare un “ognuno paga per sé”. E si riparte.

Veniamo scaricati attorno alle tre del pomeriggio al bivio dal quale, per il villaggio di Tatev, mancano ancora 30 km! Ci salutiamo calorosamente e ci auguriamo buon viaggio.

E ora?

Ora l’unica presenza umana che c’è nei paraggi è una malconcia pompa di benzina, con mini market annesso. Ci passiamo davanti, ma non c’è anima viva.

Ci mettiamo lungo la strada che porta al villaggio. È tutt’altro che trafficata: guardando l’orizzonte c’è solo campagna e, dopo i campi, montagne a perdita d’occhio. La fortuna però è grande (in tutti i sensi): ecco arrivare un camion da cantiere, di quelli che di solito trasportano ghiaia; svolta e arriva lento. Ci fa segno di no con il dito, noi facciamo le mani giunte e sorridiamo, si ferma.

Tatev?

No!

E dice il nome di un altro paese a metà strada che ora, sinceramente, boh, non ricordo. Saliamo comunque, va benissimo. L’importante è procedere.

Il paese in questione, se non dovessimo trovare altri passaggi, perlomeno sulla carta, sembra più vicino alla partenza della lunga (qui dicono – da verificare – la più lunga del mondo!) funivia per Tatev.

Il nostro grosso camionista, pantaloni della tuta, ciabatte e collo taurino, ci porta fino a casa sua e, rivolgendosi a noi in russo, ci propone anche di dormire da lui. Onorati, ma rifiutiamo.

Intanto sono le quattro del pomeriggio e io per la prima volta nella mia vita, a 35 anni, ho viaggiato su un camion da cantiere. C’è tutta un’altra vista da lassù!

Di nuovo fermi a bordo strada, in un villaggio povero, dove si va ancora in giro a cavallo (oltre che con le immancabili Lada). Ci incamminiamo verso la funivia. Questa volta è il destino a bussare alla nostra porta: un altro robusto uomo di montagna, chiuso dentro la sua scura scatolina post sovietica, ci dice:

Taxi? Tatev?

Certo amico, puoi dirlo forte! Per arrivare a Tatev viaggiamo da questa mattina! Ormai è questione di principio.

Contrattiamo un prezzo e partiamo.

La strada scende in un profondo avvallamento fluviale, fino alla località chiamata Ponte del diavolo; poi iniziano dieci chilometri di salita su strada sterrata, piuttosto sconnessa. Non esattamente una passeggiata.

Arriviamo al piazzale della funivia sudati e impolverati. Il villaggio, 800 abitanti, è più in alto e il monastero poco più in basso. Siamo sderenati dopo aver cambiato 5 mezzi e percorso 300 km di strade piuttosto malconce. Il manuale dice: cercare una stanza per la notte e depositare i pesanti sacchi lontani dalle vostre spalle. Eseguiamo.

Non distante dal monastero c’è un bar che si spaccia da ufficio informazioni turistiche: proviamo a chiedere. È gestito da Anna e sua madre. Anna parla inglese e italiano, ma anche tedesco, un po’ di arabo e vorrebbe imparare il cinese. Sua madre è un’ottima cuoca e una buona organizzatrice. Senza aver studiato alla facoltà di scienze turistiche hanno messo in piedi un albergo diffuso, una di quelle cose che oggi spaccerebbero come case study nei master di turismo. Lei da una parte fa da collettore delle richieste di alloggio e si occupa del vitto, dall’altra raccoglie le disponibilità delle famiglie che nel villaggio vogliono offrire ospitalità.

Oggi i turisti (compresi noi) in paese saranno non più di una decina, ma nei week end va un po’ meglio e meglio ancora andrà adesso che c’è anche la comoda e spettacolare funivia.

Ci accolgono con té alle erbe e dolcetti: basterebbe questo per far innamorare dei pellegrini provenienti da giorni di fatiche e stenti. Non bastasse, finiamo in una casa nel cuore del villaggio, tutta di legno, con belle finestre; un po’ storta e scricchiolante, ma con un suo fascino. Il giardino pieno di erba, erba alta, e diverse piante da frutta, su cui domina un bellissimo noce, è da fiaba. È in questo preciso istante, mentre ci facciamo i letti con lenzuola fresche e profumate, che decidiamo di restare qui due notti. Ci sono il bellissimo monastero da visitare e diversi itinerari da percorrere tra villaggi e montagne.

Dopo esserci fatti una doccia, dentro una palafitta tremolante, scendiamo al monastero nella bella luce dorata del tramonto. L’edificio sta su uno sperone di rocce basaltiche che si erge sopra una valle di profonde incisioni fluviali e offre la vista sulle vette del Karabakh. Un quadro.

Visitiamo il frantoio e la cantina e poi il monastero, dove ancora risiedono dei monaci, che si limitano alle anime di locali e turisti e non più di olio e vino. La chiesta principale, dedicata ai santi Pietro e Paolo, che in armeno diventano Petros e Poghos, risale al nono secolo.

Raccogliamo le ultime forze per salire fino a un punto panoramico, sull’altro lato della valle.

In fondo alla vallata è visibile anche l’edificio che ospitava l’università di Tatev, ora in rovina. Connessa alle attività del monastero, nel medioevo era l’università più grande dell’intero Caucaso.

Ceniamo sotto la pergola del bar di Anna. Verso le 8 di sera è necessario indossare almeno una camicia a maniche lunghe. Ci scaldiamo con un passato di verdure e altri manicaretti preparati dalle signore del locale. Finiamo con l’immancabile tazza di tè e una fetta di torta al limone appena fatta.

Si torna a casa con l’aria fresca, sotto le stelle, col rumore delle fontane e di un’accesa discussione che viene da lontano. Le gente del villaggio, praticamente nel buio, è fuori dalle proprie case, seduta in strada o a passeggio, ricorda le estati di tanti anni fa.

Una bella sensazione in cui avvolgersi dopo una lunga giornata di passaggi presi al volo, cortesia e fiducia nel prossimo. Cose che di questi tempi ci possono far bene e che noi, noi nordici col mito dell’autonomia, forse, possiamo imparare anche venendo a prendere una boccata d’aria da queste parti.

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