Da questa parte del mare – A Rabat

Dal Caucaso all’Atlante marocchino, un lungo volo da est ad ovest, visitando due catene montuose che in qualche modo sono confini d’Europa. Si potrebbe discutere sulla definizione, ma è lana caprina… con quest’altra sponda del Mediterraneo, con la sua gente, ci piaccia o no, di storia in comune ce n’è.

Proviamo così in questi giorni a guardare il vecchio continente dalla soglia, stando alla porta o appena fuori dalla porta. Dall’altra parte del mare avrebbe detto Gianmaria Testa. Lo guardiamo da una terra che ci aiuta a confrontarci con i confini – politici, culturali, religiosi- se è vero che oggi storici e geografi accomunano il Maghreb al Medio Oriente; oriente anche se Rabat è a ovest di Milano; oriente anche se un profondo conoscitore dell’Islam, come Massimo Campanini, ha più volte parlato dell’Islam come di una “religione d’Occidente”.

Mi trovo in questo viaggio un po’ di sfroso. Sono con 5 volontari del gruppo MLAL di Piacenza in visita ai progetti che la loro associazione segue in Marocco a partire dal 2001.

Lecito chiedersi come mai.

Lo scorso maggio il gruppo MLAL e Angolo Giro di Casatenovo hanno organizzato una cena con la locale comunità marocchina per presentare quanto l’associazione sta portando avanti sull’altra sponda del Mediterraneo.

Durante quella serata, a cui avevo preso parte da spettatore interessato, mi era sembrato ci fosse sano entusiasmo, persone in gamba tra i responsabili di progetto, e quindi spazio per pensare di far qualcosa insieme, che potesse coinvolgere la scuola, uno scambio o qualcosa di simile su cui magari avremmo potuto lavorare.

Non so se sia il caso di ripeterlo, ché già altre volte qui l’ho scritto: per me la scuola dovrebbe portare i ragazzi e le loro famiglie là dove non arriverebbero da soli. Non a Londra e a Barcellona. Oggi, soprattutto oggi, ad aprire gli occhi e tendere le orecchie all’altra sponda del Mediterraneo o sul fronte orientale. Non credo si tratti di una buona idea per fare scuola, trovo sia semplicemente un’azione necessaria per comprendere il mondo, il luogo e il momento in cui siamo.

Una buona geografia cerca di restituire al mondo la sua immagine più autentica.

A seguito di quei pensieri, parlatone con Sara, una delle anime del MLAL di Casatenovo, è stata lei a segnalarmi la possibilità di prendere parte a questo viaggio, a esortarmi ad andare a vedere. Ed eccoci qui, mentre vi scrivo da una tenda dall’altra parte del mare.

***

La nostra visita nomade inizia ad Harhoura. Dieci km a sud di Rabat, località in cui ha una delle

sue sedi Progetto Mondo MLAL.

Il pomeriggio che ci accoglie è atlantico: cielo umido e seppiolino, grandi onde che spumano sui frangiflutti, spandendo salsedine nell’aria. La camicia appiccica alla schiena.

Harhoura è la marina di Rabat. Ad un’occhiata distratta potrebbe sembrare come una qualsiasi località di riviera dell’Italia meridionale, ma guardando più attentamente si vede più veli colorati, fantasie floreali, abiti lunghi, teiere e ciuffi di menta che viaggiano su e giù per la spiaggia.

Una grande litoranea a quattro corsie taglia a metà l’abitato, in mezzo palme e tubi di scappamento, tutti avanti e indietro dalla vicina capitale, che conta un milione e mezzo di abitanti, area metropolitana compresa.

“Harhoura è un posto da cui capire il Marocco”, ci dice Cristiano, uno dei coordinatori per “Progetto Mondo MLAL” in Marocco. “È un posto in cui dieci anni fa c’era campagna e ora è pieno di seconde case, stratificate per classi sociali”.

Si vede bene: le prime case lungo il mare son ville di diplomatici, funzionari, quadri, e sono difese da militari che ciondolano dentro le loro guardiole. Superata la strada ci sono palazzine della nuova classe media: tristi stecche chiare e senz’anima, un po’ come in tanti altri luoghi del litorale mediterraneo.

Oltre, resta la campagna che c’era: fino a dieci e quindici anni fa qui erano baracche e greggi, una terra di pastorizia vista mare. Oggi abitazioni informali e pecore restano alle spalle o negli interstizi lasciati liberi dalla nuova edilizia. Una perfetta immagine della fobrice sociale che affligge il paese.

Facciamo un giro per la umida medina di Rabat. Il centro storico è cinto da possenti muraglioni che sembran di sabbia. Appena oltre le mura si aprono le vie della medina, dove migliaia di bancarelle vendono da tempo immemore i prodotti del luogo (oggi misti alla solita vasta e abbondante cineseria).

Ad ogni angolo, ci sono lavori in corso. Sforzi della locale Amministrazione per rendere più presentabile la città ai turisti (che non sono molti). Il fiume di folla ogni tanto si apre e devia il percorso ai margini, facendo emergere operai con picconi e badili intenti a riparare tubature o ricostruire la pavimentazione.

La città è disposta su una tavola leggermente inclinata, che sale fino a raggiungere una piccola collina a ridosso della costa. Un lungo cimitero occupa parte del pendio vista mare, forse per un chilometro. Un chilometro di lapidi di tufo e erbe secche, che per chi non ci è abituato è un colpo d’occhio che lascia stupiti.

A Rabat dormiamo all’ostello della gioventù, appena fuori dalle mura e vicino a un pezzo di strada in cui la folla si accalca per prendere i malconci bus di passaggio. A mezzanotte,

nella vampa, c’è ancora gran movimento.

Negli stanzoni dell’ostello c’è caldo e puzza di piedi, così prendo le mie lenzuola e mi sposto nel chiostro esterno. Dormo all’aria aperta, che di sera, qui di fronte al mare, significa essere accarezzati da una brezza gradevole.

Alle 4.30 del mattino, quando la città si è ormai acquietata, squarcia il silenzio l’arcaico richiamo del muezzin. I megafoni diffondono le voci corali per una buona mezzora, manifestando il tempo della città islamica.

La prossima tappa ci porterà dall’Atlantico al Mediterraneo. Attraverseremo tutto il nord del paese per arrivare a Saidia, una piccola località costiera a confine con l’Algeria, dove Padre Antoine ha allestito un campeggio di supporto a profughi e migranti nel giardinetto dietro la chiesa.

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