Dal Mar Baltico al Mar Nero – Ultima fermata, Cluj

L’ultima tappa del nostro viaggio ci vede mogi con la testa inclinata e lo sguardo vagante oltre i riflessi del vetro, fuori, a rincorrere le linee delle campagne e delle periferie che il nostro bus, partito da Sibiu e diretto a Cluj, attraversa.

La Transilvania, che fino a ieri era una ridente regione fiorita e baciata dal sole, anche d’estate sa mettere l’abito scuro e diventare un luogo di una tristezza densa, di quelle che ti rimangono appiccicata addosso anche quando torna il sole.

Pioviggina sui finestrini, siamo in silenzio, lo sono tutti i passeggeri del pullman; nella luce lattiginosa di un mattino di pioggia, tra l’odore di tappezzeria, cibo e umidità, sentiamo che il glorioso viaggio romeno – che per chi mi accompagna è anche il viaggio della maturità – sta concludendosi, e con lui si concludono l’estate, una lunga carriera scolastica, un’intera stagione.

E queste impressioni d’ottobre non possono che farci ricordare con tepore interiore i giorni passati.

Altri orizzonti si aprono davanti a noi, per l’anno che verrà, ma da qui, da questo bus che vaga tra capannoni industriali e periferie tristi, in mezzo a un paese che cambia, li possiamo solo immaginare, intuire, e di volta in volta si mischiano entusiasmo, timore, nausea, voglia di tornare indietro, voglia di correre avanti.

Bus Station

Ci fermiamo in un’autostazione in qualche remota provincia, una di quelle fascinose stazioni dell’est in cui il tabellone orario è un pannello di legno bianco affisso sopra la porta d’ingresso, gli orari sono composti con lettere e numeri adesivi e in qualche parte corretti a mano col pennarello. Durante la pausa di qualche minuto, tra chi beve un caffè e chi si compra una manciata di covrigi legati con lo spago, scruto il tabellone e registro le varie destinazioni che si possono raggiungere partendo da lì. Rimango colpito dalla notizia che, quotidianamente, durante la notte, passa e ferma un pullman che raggiunge Istanbul.

Inizio a pensare con quale tipo di viaggiatori si possa riempire ogni giorno un bus che percorre questo lungo tratto d’Europa. Sto immaginando… quando la mia giovane compagine di viaggio mi avverte che stiamo per ripartire.

***

Arriviamo a Cluj-Napoca che ancora piove. La stazione degli autobus è disastrata e sta a un paio di chilometri dalla piazza centrale, oltre un cavalcavia, oltre dei lavori in corso, oltre il traffico, oltre la pioggia. Il morale è così così, lo zaino pesa più di altri giorni. Ci guardiamo e senza bisogno di aggiungere altro optiamo per un taxi.

***

Posta a metà strada tra Bucarest e Budapest, trecento chilometri di qui e trecento di là, Cluj fu centro culturale e universitario di fondazione sassone, a lungo popolata in prevalenza da ungheresi, è oggi una delle città più importanti del paese. Qui meglio che altrove si rintracciano i segni della guerra identitaria romeno-ungherese raccontata nell’ultimo post.

Gli ungheresi in città erano l’80% della popolazione a inizio del Novecento. Oggi sono il 15% e la loro riduzione procede rapida per via dei trasferimenti, che molte famiglie e in particolare molti giovani hanno compiuto alla volta di Budapest, sia perché la comunità, sempre più anziana, tende a un naturale declino demografico.

Nonostante le cose vadano così da un pezzo e la minoranza ungherese sia numericamente meno rilevante di un tempo, è come se le comunità di questo territorio, ieri come oggi, si sentano in qualche misura al centro di una contesa più o meno latente, a seconda dei momenti.

Cluj Napoca, una via del centro

E’ forse questo clima ad aver portato i cittadini di Cluj a sostenere in passato la lunga decade (1992-2004) del sindaco nazionalista Gheorghe Funar (Partito dell’Unità Nazionale Rumena). Un decennio in cui gli amministratori locali non hanno perso occasione per ricordare, mediante azioni simboliche, la “latinità” della città (in continuità col periodo comunista: nel 1974, per esempio, la città fu ribattezzata “Cluj-Napoca” proprio per ricordare il piccolo insediamento romano-dacico da cui prese origine e così le sue radici “latine”).

Alla fine degli anni ’90, la stessa amministrazione comunale si rifiutò di mettere in atto le norme relative al bilinguismo (previste con una legge nazionale dal 1997) impugnando i dati dell’ultimo censimento allora disponibile, in cui la popolazione ungherese si attestava al 19% del totale (la legge sul bilinguismo doveva essere applicata solo nei contesti in cui la minoranza etnica superasse la soglia del 20%).

Invano la minoranza ungherese di Cluj chiede ancora oggi una maggiore flessibilità nell’applicazione della legge, sostenendo – a ragione – che la soglia del 20% sia un parametro indicativo e la legge possa applicarsi anche sotto tale soglia.

Che la natura del contendere con gli ungheresi sia di carattere squisitamente politico (e non legale) è dimostrato dalle molte località di fondazione sassone in cui la legge è stata applicata con grande flessibilità introducendo una cartellonistica stradale bilingue rumeno-tedesca, pur in presenza di percentuali minime di popolazione germanica.

La guerra dei cartelli bilingui prosegue, a Cluj-Napoca e in altre città nelle quali la legge non è stata applicata: la cartellonistica in lingua ungherese viene periodicamente affissa da gruppi di attivisti e rimossa dalle autorità rumene. Al tempo stesso, diversi comuni in cui la componente ungherese è largamente maggioritaria, hanno installato cartelli stradali monolingui magiari, o hanno posto i toponimi magiari al di sopra di quelli rumeni, sollevando parecchie questioni con le autorità nazionali.

La statua di Corvino troneggia nella piazza centrale di Cluj, personaggio conteso tra rumeni e ungheresi

Queste diatribe non si limitano peraltro all’ambito della cartellonistica stradale. Statue, monumenti, intitolazioni, sono stati al centro di contese tra figure storiche riconducibili alla storia, alla politica, alle arti e alle scienze: prima della Grande Guerra prevalevano nettamente intitolazioni, statue, monumenti dedicate a personaggi ungheresi, dopo il 1918 si fece rapida pulizia rimpiazzandoli con celebrità care alla storia rumena. L’Arbitrato italo-tedesco durante il secondo conflitto mondiale riportò in auge per un breve periodo i simboli magiari accompagnati da installazioni che raffiguravano Hitler, Mussolini e Horthy. Dopo il 1945 si fece nuovamente pulizia dei segni della presenza ungherese e fascista, riabilitando quelli romeni a cui progressivamente si affiancarono eroi di guerra sovietici e personalità del comunismo internazionale (Brașov, per portare un esempio eclatante, per una decina d’anni fu ribattezzata “Orașul Stalin”). Con la fine del regime comunista si ripristinò un clima di “puro” nazionalismo.

Ingresso (scritte in romeno e ungherese) dell’univerisità privata “Sapientia”

Anche l’offerta universitaria a Cluj è stata campo di battaglia per questo scontro. L’università in città ha sempre rivestito un ruolo importante, la formazione in lingua ungherese, dopo la fusione forzata delle università rumena e magiara di Cluj-Napoca, imposta nel 1959, incontrò notevoli difficoltà e, ancora oggi, si scontra con un clima piuttosto ostile La convivenza tra le due comunità etnico-linguistiche nell’università Babe-Bolyai di Cluj, nata da quella fusione, è difficile in quanto la netta prevalenza degli studenti e dei docenti di lingua rumena ostacola il rispetto del principio del bilinguismo, sul quale è stato fondato l’ateneo. Per questo, insieme alle continue campagne per ottenere il ritorno ai due atenei separati, sostenute da numerosi rappresentanti della comunità magiara, altre iniziative hanno cercato di correggere questa criticità.

Nel 2000 il governo di Budapest finanziò l’apertura della “Sapientia”, per offrire agli ungheresi presenti a Cluj un nuovo ateneo privato di lingua ungherese.

Questo clima di contesa rende la regione differente dalla Valacchia e dalla Moldavia anche in termini di geografia elettorale. Basta osservare l’infografica qui di seguito, elaborata dall’Economist e relativa al ballottaggio delle elezioni 2014. Quell’anno le presidenziali vedevano la contrapposizione fra il candidato liberale Klaus lohannis e Victor Ponta, rappresentante socialista e conservatore. La Transilvania ha votato compattamente per il primo, il resto del paese prevalentemente per il secondo. Al ballottaggio, di misura, Iohannis, di origine tedesca e a lungo apprezzato sindaco di Sibiu, l’ha spuntata.

(Fonte: Economist)

Se si sovrappone quella carta al vecchio confine dell’Impero Austro-Ungarico le due coincidono e confermano il diverso retaggio socio-economico, culturale e identitario delle regioni che compongono il Paese.

La carta dell’Economist coinvolge anche la Polonia, in cui fenomeni simili, pur con proprie peculiarità, si osservano nella periodica riemersione del vecchio confine orientale tedesco.

***

Davanti a questa carta si conclude il nostro lungo itinerario dalle sponde baltiche al Mar Nero. La riflessione in cui siamo più volte inciampati ci si ripropone anche qui a Cluj e parla della natura dei confini. Camminando da queste parti il confine si rivela nella sua potenza e arbitrarietà. L’arbitrarietà non toglie peso agli effetti, che si continuano a produrre anche quando visivamente le demarcazioni non ci sono più. La carta dell’Economist è lì a dimostrarcelo.

Il Novecento tutto è stato percorso da un’euforia ambivalente nei confronti del confine: mentre il numero di stati (e quindi di confini) è passato dagli 81 che erano nel 1950 ai quasi 200 di oggi, l’imporsi dell’ideologia neoliberale ha lanciato una vera “rivoluzione culturale” contro i confini: per un certo periodo siamo stati più o meno consapevolmente impegnati, con fervente dedizione, ad erodere e smantellare ogni barriera e ogni linea di demarcazione che non fosse funzionale al nuovo che avanza. Alcuni di noi lo hanno fatto anche in buona fede, credendo che tolti di mezzo le linee di separazione avremmo tolto di mezzo anche razzismo, discriminazioni e altri affini. Lo abbiamo fatto dimenticando che i confini hanno un ruolo insostituibile nei processi identitari, tanto dei singoli quanto dei gruppi.

Confini

Il confine ha così presentato il conto: nel bel mezzo dello smantellamento – avvertito dai più come una perdita di sicurezze e riferimenti e con la sensazione che il processo fosse deciso da altri – i confini hanno riaffermato il loro valore di difesa; alcuni, pur senza grandi ragionamenti, hanno afferrato e affermato i confini che potevano, come chi si aggrappa all’argine durante la piena del fiume.

Possiamo pensare di essere alla fine di questa stagione? A sentimento sembrerebbe che questo tentato smantellamento non abbia ancora finito di produrre i suoi effetti negativi, che ci faranno paura ancora per un po’. Quel che possiamo fare in ottica di progresso, nel frattempo, è pensare a una diversa educazione al confine e preparare le prossime generazioni ad approcciare il discorso e il suo svolgimento da un altro punto di vista. Non possiamo pensare di farne a meno o auspicarci di vivere rincorrendo l’utopia/distopia di uno spazio indistinto.

Di là dal confine c’è sempre qualcuno, il confine segna sempre una relazione, un dialogo minimo necessario. Il confine come relazione può e deve trasformarsi nel tempo e, a costo di sembrare retorico, è sulla qualità di questa relazione che dobbiamo lavorare.

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