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Professore di geografia nella scuola secondaria di secondo grado.

8 marzo e Sol Levante

Uno spunto in più parlando di sciopero, donne, lavoro, mi viene oggi dalla stesura di alcuni appunti per le prossime lezioni che dedicherò al Giappone. A volte è strana la geografia dei pensieri.

Il Giappone come noto sta vivendo una crisi demografica importante: il paese negli ultimi due anni ha perso quasi 2 milioni di cittadini. Secondo i dati pubblicati un anno fa dal governo Abe nel 2060 ci saranno 87 milioni di giapponesi (contro i 126 di oggi) e metà di questi avrà più di 65 anni.

Analizzando i vari studi che circolano sul tema si trovano motivazioni disparate. Più o meno tutte concordano però sul fatto che il calo dei matrimoni e il calo dei tassi di fertilità siano dovuti al numero di ore lavorative e alla netta predominanza dei temi lavorativi tra le priorità di vita dei giovani; al fatto che molte ragazze preferiscano non sposarsi o rimandare la maternità per dedicarsi alla carriera o per timore di perdere il lavoro. Il governo è intervenuto negli ultimi mesi cercando di promuovere forme di lavoro flessibile che consentano alle donne di conciliare casa e lavoro, una di quelle misure che sa tanto di foglia di fico messa sopra alle vergogne di un mondo del lavoro di nuovo violento.

Non si tratta solo di calo demografico, in ogni caso. Per quel che possano valere questo genere di statistiche in molte concordano sul fatto che i giapponesi pur ricchi si dichiarano infelici, insoddisfatti e stressati dal lavoro. Il paese fa segnare alti tassi di suicidio (sopra i 30.000 casi/anno) e un milione di hikikomori, giovani che si ritirano dalla società per vivere nella propria stanza tra videogame e amore virtuale. Un problema che, tra l’altro, pare stia iniziando a materializzarsi qua e là anche nella nostra penisola.

Per non fare questa fine, uno dei temi più importanti che andrebbero rivendicati con lo sciopero di oggi credo sia quello del “tempo”. Del tempo per vivere, per realizzare pienamente le persone che siamo, come prevede la nostra Carta costituzionale. E’ un tema caro a donne e uomini, che dovrebbe generare un’ampia riflessione sul modello sociale ed economico che andiamo costruendo e di cui invece non si parla mai. E’ un argomento di volta in volta esiliato o delegittimato; non c’è più forza politica che prenda seriamente le sue difese.

Nell’epoca della competizione globale il tempo per vivere sembra classificato come lusso e non come diritto. É qui, dentro questa mancanza via via più vasta, che si annidano – a mio modo di vedere – alcune delle cause alla base di questo momento di crisi culturale e sociale. A scuola incontro studenti che sembrano isole senza famiglie, genitori che sanno poco o nulla dei loro figli. Fuori da scuola mi sembra di vedere sempre più cittadini senza tempo per informarsi o per leggere un libro. Lavoratori senza tempo per l’amore. Stare coi figli, studiare, leggere, fare una passeggiata, parliamo di cose basilari che, pure, sembrano essere spesso scambiate come privilegi o passatempo confinati alle vacanze.

Due passi a Montevecchia tra vino e paesaggio

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Domenica 22 gennaio,  viene a trovarci in Brianza un gruppo di giovani geografi, provenienti dai quattro angoli della Lombardia e interessati a conoscere il Parco del Curone.
Nel Parco si incrociano almeno tre storie interessanti per chi si occupa di territori: il percorso trentennale di un ente che ha preservato e preserva spazi naturali e agricoli in una delle aree più densamente abitate della Lombardia; la storia di un vino che ha saputo guadagnarsi una certificazione IGT; e quella di un paesaggio agricolo che è tornato a vivere dopo l’abbandono.
Queste tre storie si incrociano in particolare tra le vigne e i terrazzamenti del parco.
Io ho l’onore e l’onere di fare da navigatore lungo strade e sentieri e di accompagnare il gruppo da Giovanni Zardoni, che da tempo segue le vicende del parco, ben conosce la storia del luogo e, non ultimo, è intenditore di vini nonché vignaiolo.

Per informazioni: qui.

La strada del nord – Vento forte tra Ulcinj e Podgorica

Dopo la neve la mattina di Ulcinj appare gelida e calma. Il mare e il cielo si confondono in scala di grigi. Il promontorio che ci copre le spalle ripara la costa dal vento siberiano che sta schiaffeggiando il resto del paese e si può star fuori.
Passeggiamo un po’ per la città vecchia, appollaiata sopra una scogliera e invasa da (pessime) sgargianti insegne di hotel e ristoranti di pesce. Percorriamo la spiaggia al cospetto di un monumento d’epoca socialista, che somiglia alla coda di un razzo, un siluro caduto dalla luna e conficcatosi a terra. Proseguiamo scalando un promontorio verso sud. È tutto un pullulare di bar e club abbandonati all’inverno. La costa di Ulcinj somiglia purtroppo a tante altre coste bellissime viste tra Croazia e Montenegro: natura divina tempestata da infrastrutture estive di tamarra volgarità.
Alla fine del promontorio c’è una lunga spiaggia di 12 chilometri, termina più o meno in località Ada Bojana dove il fiume Bojana sfocia nell’Adriatico formando un’isola. Lungo il fiume il paesaggio deve essere suggestivo: le guide ne parlano come di sponde che ricordano il Mekong o qualche altro angolo del sud est asiatico, con palafitte e reti da pesca pittoresche. Per noi però, oggi, è fuori portata; non ne abbiamo il tempo necessario.
Nel tardo pomeriggio ci aspetta una corriera diretta a Podgorica. Sarà – scopriremo poi – il viaggio più suggestivo di questi giorni.

Lasciata Ulcinj ci accorgiamo di com’è messo il resto del paese dopo la nevicata del giorno precedente e una notte di gelido vento.
Il paesaggio è incantato: montagne innevate si tuffano nel mare, il mare nebulizza sferzato dal vento, crea mulinelli e nuvole bianche che volano in cielo e si confondono nella luce pallida. Il vento arriva a raffiche, lungo il percorso troviamo tetti divelti, cartelli, rami o interi alberi caduti. Sotto i balconi e le gallerie brillano piccole e medie stalattiti di ghiaccio. Il ghiaccio copre pericolosamente alcuni pezzi di strada.

Passiamo per il porto industriale di Bar, orrendo, e per l’anonima Sutomore, poi prendiamo verso l’interno.
All’altezza di Virpazar, nel cuore del Parco nazionale del Lago di Scutari, il percorso del bus affianca quello del treno. C’è un’unica linea ferroviaria a senso alternato che corre da Bar e va verso il Kosovo, passando per luoghi che hanno tutta l’aria di essere meravigliosi. Bisognerà tornare e prendere quel treno con la giusta calma, scendendo qua e là in paesini di cui sappiamo troppo poco.

Il pullman sfreccia su un lungo ponte che taglia la punta nord del lago più grande dei Balcani, il paesaggio è sublime: acqua a destra e a sinistra, il cielo che prima era un piano di perla è andato in frantumi. I colori ora irrompono insieme ai raggi del tramonto. Il sole accende il lago di blu, i canneti diventano macchie di giallo intenso e sullo sfondo il profilo chiaro dei Balcani. Bocche aperte, cellulari e naso all’insù (anche tra i locali).

Si apre infine un altopiano contornato da montagne bellissime. Lungo il vasto tavoliere corrono appaiate la strada e la ferrovia. In poco tempo all’orizzonte compare Podgorica. Il tutto ha qualcosa di kazakistano: la steppa e le alte montagne, gli ampi vialoni vuoti, l’edilizia squadrata e povera di sapore e colore sovietico.

In città siamo ospiti al Seven Hills, un ostello che vi consiglio, passaste mai di qui. Sono accoglienti, il posto è in centro, in altre stagioni potreste noleggiare delle bici (per andare dove non ho idea!).
La sera, nonostante “un vento a trenta gradi sottozero, incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, che a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve” (cit.) Ecco, con questo vento decidiamo comunque di uscire a cena, per una degna ultima cena montenegrina.

Ci aggiriamo per gli ampi vialoni, completamente vuoti, sembra una città evacuata e sferzata da una tormenta senza neve. Dopo un chilometro di stradone a due corsie e palazzi, troviamo Pod Volat, un ristorante aperto. Non stiamo molto a domandarci se sia la scelta giusta. È la scelta giusta (per sopravvivere all’assideramento).
E allora, tra camerieri in costume tradizionale, via con taglieri di formaggi misti locali, olive greche, peperoni in salsa di yogurt, kebab alla montenegrina con formaggio, pita calda al sapor di camino, e una necessaria bionda beverina per innaffiare il tutto.

Finisce qui, con questa pietra sepolcrale sullo stomaco, questo breve racconto a puntate e anche il nostro giro. Se l’aereo riesce ad alzarsi in questo vento, domani dovremmo essere in Italia. Come vuole il viaggio vero, non abbiamo raggiunto praticamente nessuno dei nostri obiettivi, ma ci siamo molto divertiti e abbiamo scoperto realtà prima nemmeno pensate. Marta durante l’ultima cena mi dice: mai un paese è risultato tanto distante dall’idea mentale del posto che avevo all’inizio.
L’accoglienza e lo spirito dei luoghi e quella ferrovia che corre oltre Podgorica verso le montagne però invitano a tornare d’estate a vedere quel che si è già visto in inverno (cit.) E non è detto che una più lunga peregrinazione balcanica non sia già il progetto da mettere in cantiere per l’estate 2017.

ps. Ah, oltre a una certa difficoltà di deambulazione post pasto, nel ritorno dal ristorante abbiamo avuto anche il vento in faccia.