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Professore di geografia nella scuola secondaria di secondo grado.

Da questa parte del mare – Le rotte verso nord

Il giorno seguente ci spostiamo tutti insieme a Oujda, per partecipare al funerale in rito islamico del giovane Halim.

In Marocco la convivenza tra chiesa cristiana e Islam è di non interferenza. Un musulmano non può frequentare la chiesa cristiana e un cristiano non può entrare in moschea, ma della chiesa è accettata la presenza e data libertà di azione per i rapporti con i suoi fedeli.

Noi restiamo fuori dalla moschea, ma dopo la preghiera accompagnamo alla sepoltura il feretro del giovane, che era ospite al campeggio ormai da qualche mese. Alla sepoltura con rito islamico, segue un momento di preghiera cattolico. I compagni di campeggio di Halim partecipano ad entrambi con estrema intensità, qualcosa che è difficile scrivere.

Tornati in parrocchia, Padre Antoine ci accompagna in un giro per la struttura: “Abbiamo cercato di riadattare gli spazi al meglio per accogliere i giovani in arrivo. Nel solo mese di giugno abbiamo avuto più di 100 arrivi. Molti si fermano pochi giorni, qualcuno dei mesi, altri restano in Marocco definitivamente”.

La procedura è sempre la stessa: “Per prima cosa chi arriva da mesi di vita difficilissima ha bisogno di lavarsi ed essere visitato, per capire se ci sono specifiche esigenze mediche. Poi necessita un pasto caldo e un posto letto. Nei giorni seguenti la persona viene inserita nella vita della comunità. Sono ragazzi a cui spesso serve riguadagnare le regole base dell’interazione sociale, cose semplici come un “grazie” e un ”prego”, l’attenzione al vicino di tavolo, cose che si sono perse nel percorso di orrore e barbarie che hanno vissuto fino a lì (un percorso che può durare da mesi a due o tre anni). I giovani imparano a cucinare e mangiare insieme, occuparsi degli altri e mantenere in ordine gli spazi comuni. Poi arriva il momento di riflettere insieme sul percorso che stanno facendo, su cosa è importante per loro. A seconda delle loro capacità e inclinazioni cerchiamo di offrire delle possibilità di formazione professionale in loco: elettricisti, muratori qualificati, piastrellisti, installatori di pannelli fotovoltaici e così via.

Molti di loro davanti a questo bivio scelgono di rimanere in Marocco e darsi un’opportunità di formazione, abbandonando l’idea che la soluzione unica sia rischiare il salto (senza reti) verso l’Europa”.

Durante la visita agli spazi, lasciamo diverse valigie piene di vestiti che abbiamo raccolto nelle settimane precedenti alla partenza. Padre Antoine ci ringrazia: “con il numero di arrivi che avete sentito tutti questi abiti ci saranno molto utili. Qui d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo: serve di tutto”.

Per la sera ci offriamo nuovamente di preparare una pizza: mentre siamo seduti cercando di capire come operare in cucina, abbiamo occasione di parlare un po’ con alcuni dei migranti ospitati in parrocchia.

Ci raccontano la loro storia: due sono della Guinea, uno del Camerun, un altro del Senegal. Qualcuno è felice di raccontare, altri sfuggono alle domande e hanno occhi che parlano per loro e dicono degli orrori a cui hanno dovuto assistere lungo la rotta che li ha portati qui.

Le storie hanno diversi punti in comune: partono dai paesi d’origine a sud del Sahara, dove si paga una cifra attorno alle 150 euro per farsi portare in Mali. 150 euro in quei paesi equivalgono alla paga di tre mesi. Arrivati in Mali si viene rinchiusi in case che i ragazzi chiamano “foyer”. Qui chi ha i soldi può attendere una delle prossime partenze. Gli altri vengono trattenuti e obbligati a contattare le famiglie affinché inviino loro i soldi necessari. Le famiglie vengono minacciate e se i soldi non arrivano i ragazzi possono essere semplicemente abbandonati nel deserto al loro destino.

Un altro modo per raggranellare le somme necessarie è quello di provare a lavorare lungo le varie tappe del viaggio. I lavori che si possono ottenere da migranti di passaggio sono però spesso schiavistici, pagati poco o niente, pericolosi. Moussa ci dice: “puoi lavorare per gli arabi, ma non c’è certezza di essere pagati. Ci sono ragazzi che hanno lavorato per mesi senza poi vedere alcun soldo. Oppure puoi lavorare per i cinesi: pagano sette euro al giorno, ma chiedono di lavorare fino a 14 ore. Io ho lavorato per loro nel cantiere per costruire un tunnel autostradale in Algeria: chiedevano ritmi insostenibili e soprattutto le condizioni di lavoro erano pericolose. A un certo punto non ce l’ho più fatta a sopportare fatica e paura e ho deciso di andarmene”.

Dalle città maliane servono altre 250 euro per raggiungere il nord dell’Algeria e avvicinarsi al mare. Il viaggio per le vie del deserto avviene su pick up carichi all’inverosimile. Si viaggia anche in 12/14 persone. Se il mezzo prende una buca e qualcuno cade la marcia non si ferma.

Arrivati a nord dell’Algeria i ragazzi si rendono ben presto conto che la situazione è a rischio per i frequenti rastrellamenti organizzati dalle autorità algerine, la via più facile per l’Europa diventa così il Marocco. Altri foyer, altri soldi da pagare per passare il confine. Chi non ha soldi si accampa nella foresta nei pressi della frontiera e tenta passaggi disperati. Due dei ragazzi che si stanno raccontando sono stati catturati dalla polizia di frontiera marocchina che, però, non li ha respinti: li ha spogliati di tutto e li ha lasciati proseguire.

Mentre i ragazzi raccontano Padre Antoine, recatosi in stazione per accompagnare uno studente, torna con un nuovo ragazzo: “lo abbiamo trovato disorientato e senza un soldo in tasca e gli abbiamo offerto ospitalità”. Ci rendiamo conto che questo lavoro prosegue così 24 ore su 24.

A un certo punto Paolo domanda: “Ma avevate idea di quali ostacoli e sofferenza vi avrebbero atteso lungo la strada? Eravate informati?”.

La risposta di tutti e quattro è no, non sapevamo. Le notizie che girano a sud del Sahara sono diffuse ad arte dai trafficanti e alimentate dalle false buone notizie che manda a casa chi ha raggiunto l’Europa e deve dimostrare agli occhi delle famiglie di origine di “avercela fatta”, di aver avuto successo. Cattiva informazione che ha un gran nemico naturale: una scuola fatta bene, un buon livello di istruzione.

Poi il racconto continua. Una volta in Marocco ci sono diverse sorti possibili condizionate sopratutto dai soldi che si hanno o non si hanno in tasca. Chi non ha soldi si accampa nelle foreste fuori dai confini spagnoli di Ceuta e Melilla, cercando disperatamente di scampare alle retate della polizia marocchina e di riuscire poi scavalcare in un raro momento propizio le reti che recintano i due territori spagnoli in Marocco.

Altri tentano con imbarcazioni precarie e canotti gonfiabili di spingersi in acque internazionali sperando che siano poi la Croce rossa spagnola l qualche ONG a recuperarli. Si tratta di un rischio enorme.

Per chi ha qualche soldo in più i trafficanti organizzano atrraversamenti in barca; come in un menù le cifre variano a seconda del tipo di imbarcazione scelta: più è grossa e sicura e più il viaggio costa.

Per chi ha la spropositata cifra di 2500 euro esiste anche una specie servizio di attraversamento in barche in buono stato e con più tentativi a disposizione. Se un viaggio va male, perché fermato dal maltempo o dalle guardie costiere, si può riprovare. Con queste cifre il servizio diventa professionale: i soldi vengono bloccati su un conto corrente e scalati solo all’arrivo a destinazione.

Noi spendiamo sempre più soldi per irrobustire i controlli e più controlli e difficoltà ci sono e più si alzano i tariffari. I trafficanti si arricchiscono proprio grazie al nostro sistema di controllo. Davanti a queste storie i numeri statistici e i flussi migratori diventano ragazzi che hanno solo voglia di vivere dignitosamente, di avere un lavoro, potersi vestire meglio, mangiare ogni giorno, mandare soldi a casa. I numeri diventano persone e tutti i nostri ragionamenti da lontano si sciolgono come neve al sole. Quando ci decideremo a costruire canali di informazione e corridoi umanitari che evitino la proliferazione di business criminali e tanto dolore e sofferenza? Perché mai un giovane italiano dovrebbe avere il diritto di andare a Londra per guadagnare di più o imparare un’altra lingua e un camerunense no?

Cristiano a nome di tutto il gruppo racconta ai ragazzi di come gli italiani stessi siano stati e siano un popolo di migranti (dal 2011 in avanti, va ricordato, sono più i giovani italiani che lasciano il paese che gli immigrati in arrivo!) e che se anche in questo momento tira una brutta aria, siamo un popolo capace di accogliere e all’interno del quale tante organizzazioni e associazioni come la nostra operano per creare una rete di supporto e diffondere una cultura dell’accoglienza.

Ci ringraziamo più volte per il breve confronto che abbiamo avuto e ci diamo appuntamento poco più tardi per una fetta di pizza insieme. Pensiamo a quanto sarebbe utile per chiunque, di questi brutti tempi, avere l’opportunità di dare un nome e un volto ai “flussi migratori”, guardare in faccia questi ragazzi e ascoltarli.

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Da questa parte del mare – Al campeggio di Saidia

Arriviamo a Saidia, piccolo paese costiero prima del confine algerino, che è tarda sera. Ad accoglierci nel camping allestito dietro la chiesa da Padre Antoine Exelmans, ci sono solo una ventina di studenti provenienti da ogni angolo d’Africa; ragazzi che studiano in Marocco grazie a delle borse di studio internazionali e che nel campeggio stanno facendo un’esperienza di conoscenza e condivisione con i migranti che che passano di lì.

Oggi al campo però ci sono solo studenti. Arriviamo in un momento tragico per la comunità di migranti, poche ore prima del nostro arrivo un giovane di 17 anni, Amil, è morto annegato nel mare lì davanti. Padre Antoine e gli altri sono quindi rientrati nella casa accoglienza di Oujda – chiesa sede principale di lavoro per Padre Antoine – a un’ora di strada da lì, per denunciare l’accaduto alle autorità e preparare il funerale.

Nonostante la tragedia gli studenti ci accolgono come veri padroni di casa, ci mostrano le tende in cui possiamo alloggiare, i servizi, ci offrono qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo lo passiamo insieme, in attesa di incontrate Padre Antoine di ritorno dalla città con notizie in merito alla cerimonia funebre per Amil.

Cuciniamo insieme la pasta e la pizza, andiamo in spiaggia, chiacchieriamo; insomma passiamo una giornata dove cerchiamo di vivere comunque con serenità. Gli studenti ci raccontano da dove vengono, cosa studiano, quali sogni anno. Ci sono ragazzi provenienti da diversi paesi francofoni dell’Africa occidentale e dal Madagascar. Ingegneri, studenti di medicina ed economia, studenti di legge. Ragazzi seri, educati, con grandi speranze in testa. Piuttosto consapevoli di come vanno le cose nel mondo, per quanto consapevole possa essere un ragazzo di vent’anni. Qualcosa di molto diverso dall’immagine dei giovani africani che più frequentemente arriva in Europa. Una parte fortunata delle loro rispettive comunità, si dirà e certo è così, ma anche il futuro di un continente che, dalle nostre parti, continuiamo a non voler vedere né considerare.

Padre Antoine arriva nel pomeriggio e ci racconta il perché in quel campeggio e a Oujda ha iniziato a intraprendere un’attività di assistenza ai migranti in arrivo dal confine algerino.

“Nel 1994 sono rimasto scosso dalla vicenda del genocidio in Rwanda. Mi sono detto: davanti a una cosa simile non possiamo rimanere davanti alla televisione e continuare a blaterare. Realizzare il messaggio del Vangelo è un’altra cosa. Chiesi al mio vescovo di allora di lasciarmi partire per l’Africa centrale. Lasciai quindi la Bretagna e atterrai per tre anni nella Repubblica Centrafricana, dove mi sono occupato, tra le altre cose, della pastorale giovanile. Sono poi tornato in Francia allo scadere di quei tre anni e ho inziato a pensare a come agire concretamente anche nel mio territorio di origine”.

Antoine non ha dubbi sulle sfide che la chiesa cattolica francese sarà chiamata ad affrontare: “Per me sono due – dice – l’accoglienza dei migranti e il dialogo con l’Islam”.

“Ho iniziato a lavorare in patria sul tema dell’accoglienza e sono andato avanti per tre anni. Dopo qualche tempo ho chiesto al mio superiore di poter tornare in Africa. Credo che solo chi lavora da questa parte del mare comprenda davvero un fenomeno di cui noi vediamo sempre e solo la coda. Così sono tornato prima di nuovo nella Repubblica Centrafricana e poi sono arrivato in Marocco”.

Parliamo ancora un po’ all’ombra delle piante del campeggio, bevendoci un caffè, fatto con materia prima e moka portate in dono dall’Italia.

“Ho iniziato a lavorare qui a Oujda e Saidia perchè siamo molto vicini al confine con l’Algeria. Qui arrivano i ragazzi che scappano dai loro paesi nell’Africa subsahariana. Passano dal deserto, risalgono l’Algeria e poi cercano la via per il Marocco. I motivi sono diversi: il Marocco, con le exclaves spagnole di Ceuta e Melilla e lo stretto di Gibilterra, è la porta più vicina per l’Europa. In secondo luogo, rimanere in Algeria è pericoloso perchè il governo adotta delle politiche di respingimento dei migranti barbare: a volte i migranti vengono presi, spogliati di tutti i loro averi e rispediti verso sud, abbandonati in località nel bel mezzo del deserto, lasciati lì al loro destino”.

Padre Antoine non lo specifica, ma è probabile che il deterioramento della situazione libica faccia il resto, dirottando parte dei flussi migratori più a ovest.

“Così – prosegue il parroco – molti di loro una volta a nord dell’Algeria provano a varcare il confine col Marocco. Se hanno soldi a sufficienza proseguono diretti verso le porte d’Europa, nella speranza di attraversare il mare ed essere accolti in Spagna; altrimenti, una volta superata la frontiera arrivano qui, in città e, o per loro volontà, con il passaparola, o perché li intercettiamo noi, vengono al campeggio o in parrocchia.

Qui non ci occupiamo di favorire il loro passaggio in Europa. Qui diamo un pasto, dei vestiti, umana vicinanza e una ri-educazione di base a persone che dopo mesi di viaggio non hanno più niente, fuori e dentro. Cerchiamo di creare le condizioni per le quali i ragazzi possano fermarsi in un posto sicuro in cui confrontarsi e riflettere, magari arrivando a capire che quel che stanno facendo, se tentare la traversata verso l’Europa, è davvero il loro obiettivo”.

Come venga operata concretamente questa accoglienza e la possibilità di riflettere insieme Padre Antoine ce lo spiegherà il giorno successivo a Oujda.

Da questa parte del mare – A Rabat

Dal Caucaso all’Atlante marocchino, un lungo volo da est ad ovest, visitando due catene montuose che in qualche modo sono confini d’Europa. Si potrebbe discutere sulla definizione, ma è lana caprina… con quest’altra sponda del Mediterraneo, con la sua gente, ci piaccia o no, di storia in comune ce n’è.

Proviamo così in questi giorni a guardare il vecchio continente dalla soglia, stando alla porta o appena fuori dalla porta. Dall’altra parte del mare avrebbe detto Gianmaria Testa. Lo guardiamo da una terra che ci aiuta a confrontarci con i confini – politici, culturali, religiosi- se è vero che oggi storici e geografi accomunano il Maghreb al Medio Oriente; oriente anche se Rabat è a ovest di Milano; oriente anche se un profondo conoscitore dell’Islam, come Massimo Campanini, ha più volte parlato dell’Islam come di una “religione d’Occidente”.

Mi trovo in questo viaggio un po’ di sfroso. Sono con 5 volontari del gruppo MLAL di Piacenza in visita ai progetti che la loro associazione segue in Marocco a partire dal 2001.

Lecito chiedersi come mai.

Lo scorso maggio il gruppo MLAL e Angolo Giro di Casatenovo hanno organizzato una cena con la locale comunità marocchina per presentare quanto l’associazione sta portando avanti sull’altra sponda del Mediterraneo.

Durante quella serata, a cui avevo preso parte da spettatore interessato, mi era sembrato ci fosse sano entusiasmo, persone in gamba tra i responsabili di progetto, e quindi spazio per pensare di far qualcosa insieme, che potesse coinvolgere la scuola, uno scambio o qualcosa di simile su cui magari avremmo potuto lavorare.

Non so se sia il caso di ripeterlo, ché già altre volte qui l’ho scritto: per me la scuola dovrebbe portare i ragazzi e le loro famiglie là dove non arriverebbero da soli. Non a Londra e a Barcellona. Oggi, soprattutto oggi, ad aprire gli occhi e tendere le orecchie all’altra sponda del Mediterraneo o sul fronte orientale. Non credo si tratti di una buona idea per fare scuola, trovo sia semplicemente un’azione necessaria per comprendere il mondo, il luogo e il momento in cui siamo.

Una buona geografia cerca di restituire al mondo la sua immagine più autentica.

A seguito di quei pensieri, parlatone con Sara, una delle anime del MLAL di Casatenovo, è stata lei a segnalarmi la possibilità di prendere parte a questo viaggio, a esortarmi ad andare a vedere. Ed eccoci qui, mentre vi scrivo da una tenda dall’altra parte del mare.

***

La nostra visita nomade inizia ad Harhoura. Dieci km a sud di Rabat, località in cui ha una delle

sue sedi Progetto Mondo MLAL.

Il pomeriggio che ci accoglie è atlantico: cielo umido e seppiolino, grandi onde che spumano sui frangiflutti, spandendo salsedine nell’aria. La camicia appiccica alla schiena.

Harhoura è la marina di Rabat. Ad un’occhiata distratta potrebbe sembrare come una qualsiasi località di riviera dell’Italia meridionale, ma guardando più attentamente si vede più veli colorati, fantasie floreali, abiti lunghi, teiere e ciuffi di menta che viaggiano su e giù per la spiaggia.

Una grande litoranea a quattro corsie taglia a metà l’abitato, in mezzo palme e tubi di scappamento, tutti avanti e indietro dalla vicina capitale, che conta un milione e mezzo di abitanti, area metropolitana compresa.

“Harhoura è un posto da cui capire il Marocco”, ci dice Cristiano, uno dei coordinatori per “Progetto Mondo MLAL” in Marocco. “È un posto in cui dieci anni fa c’era campagna e ora è pieno di seconde case, stratificate per classi sociali”.

Si vede bene: le prime case lungo il mare son ville di diplomatici, funzionari, quadri, e sono difese da militari che ciondolano dentro le loro guardiole. Superata la strada ci sono palazzine della nuova classe media: tristi stecche chiare e senz’anima, un po’ come in tanti altri luoghi del litorale mediterraneo.

Oltre, resta la campagna che c’era: fino a dieci e quindici anni fa qui erano baracche e greggi, una terra di pastorizia vista mare. Oggi abitazioni informali e pecore restano alle spalle o negli interstizi lasciati liberi dalla nuova edilizia. Una perfetta immagine della fobrice sociale che affligge il paese.

Facciamo un giro per la umida medina di Rabat. Il centro storico è cinto da possenti muraglioni che sembran di sabbia. Appena oltre le mura si aprono le vie della medina, dove migliaia di bancarelle vendono da tempo immemore i prodotti del luogo (oggi misti alla solita vasta e abbondante cineseria).

Ad ogni angolo, ci sono lavori in corso. Sforzi della locale Amministrazione per rendere più presentabile la città ai turisti (che non sono molti). Il fiume di folla ogni tanto si apre e devia il percorso ai margini, facendo emergere operai con picconi e badili intenti a riparare tubature o ricostruire la pavimentazione.

La città è disposta su una tavola leggermente inclinata, che sale fino a raggiungere una piccola collina a ridosso della costa. Un lungo cimitero occupa parte del pendio vista mare, forse per un chilometro. Un chilometro di lapidi di tufo e erbe secche, che per chi non ci è abituato è un colpo d’occhio che lascia stupiti.

A Rabat dormiamo all’ostello della gioventù, appena fuori dalle mura e vicino a un pezzo di strada in cui la folla si accalca per prendere i malconci bus di passaggio. A mezzanotte,

nella vampa, c’è ancora gran movimento.

Negli stanzoni dell’ostello c’è caldo e puzza di piedi, così prendo le mie lenzuola e mi sposto nel chiostro esterno. Dormo all’aria aperta, che di sera, qui di fronte al mare, significa essere accarezzati da una brezza gradevole.

Alle 4.30 del mattino, quando la città si è ormai acquietata, squarcia il silenzio l’arcaico richiamo del muezzin. I megafoni diffondono le voci corali per una buona mezzora, manifestando il tempo della città islamica.

La prossima tappa ci porterà dall’Atlantico al Mediterraneo. Attraverseremo tutto il nord del paese per arrivare a Saidia, una piccola località costiera a confine con l’Algeria, dove Padre Antoine ha allestito un campeggio di supporto a profughi e migranti nel giardinetto dietro la chiesa.

Giornate del Caucaso – L’ultima marshrutka per Yerevan

Siamo così giunti all’epilogo di questa lunga cavalcata al confine di quattro imperi. I giorni di Yerevan sono giorni caldissimi. Stiamo in alto a una collina in una bianchissima casa a tre piani, chiamata “Villa Rosa”. Spaziosa, l’abitazione è disseminata di attrezzi da palestra, giochi, luci colorate. Gherard, il padrone di casa, è la fotocopia di Higgins, il maggiordomo sornione del telefilm americano “Magnum P.I.”. Due gocce d’acqua, ma con l’armeno più sbracato.
Quando ci presentiamo alla sua soglia, Gherard ci viene ad aprire in ciabatte, calzoncini e una camiciola aperta che lascia uscire una bella e villosa pancia a botte. Si muove per gli alti corridoi trascinando i piedi e tenendo il collo e le spalle rigide. Ha uno sguardo astuto. Passa diverse ore al giorno giocando a scacchi con ospiti e amici. Nell’androne tiene diversi orologi che indicano le ore del mondo, ma nessuno segna l’ora giusta. Parla solo parole armene, russe e ogni tanto, a capocchia, aggiunge un tocco di francese; riesce sempre a farsi capire benissimo. Se non ci riesce a parole, si siede e scrive su foglietti, che poi, svolto il loro compito, vengono abbandonati in giro per la villa, o restano ammucchiati nelle piccole cataste che sorgono sulle sue tre scrivanie.

Dalla nostra terrazza al terzo piano si domina la città. Una immensa distesa di cemento raccolta in un catino naturale, i cui margini sono le brulle montagne settentrionali. Guardando verso sud invece c’è la pianura e sullo sfondo della pianura il monte Ararat coi suoi 5000 e passa metri. Ogni tanto la sua punta perennemente innevata, stile monte Fuji, emerge dalla vasta cappa di foschia che affoga la città. Quando squarcia l’umidità delle giornate estive, indica, laggiù, il confine turco; ma per la maggior parte dei giorni dell’anno rimane immerso nel bagliore fumogeno della pianura.

Il centro di Yerevan è stato tirato a lucido: il grosso del corpo urbano è stato rifatto o perlomeno ricoperto come se i palazzi fossero confetti: dentro ancora le ossa sovietiche, ma fuori chirurgia urbana e lifting di vario gusto. Di edifici originali dell’epoca oggi a Yerevan  ne rimangono pochi (specie se si confronta il patrimonio cittadino con quello di altre città post-comuniste, che corrono dal Caucaso alla valle dell’Amur,  nella profonda Siberia orientale.

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Passeggiando con Vakho in giro per la città – Vakho è un signore molto ben informato che organizza un ottimo free walking tour del centro – le storie che emergono son tante. Se oggi la grande architettura confetta il passato sovietico, ieri erano Stalin e i suoi urbanisti a cambiare faccia alla antica città, bazar lungo la Via della Seta: in piazza Aznavour – sì, il grande chansonnier naturalizzato francese – oggi si possono vedere il cineteatro “Moscow” – il nome è eloquente – e il Grand Hotel Yerevan, laddove prima c’erano una moschea e una sinagoga. Questi cambiamenti furono introdotti in base al progetto urbanistico che interessò la capitale negli anni trenta.
In quel periodo lo sventramento hausmanniano è avvenuto anche qui come di moda in tante capitali d’Europa. Furono anni in cui andarono perduti tratti antichi della città insieme a gran parte degli edifici Liberty precedenti. Tuttavia, ci fa notare Vakho, è interessante osservare come qui non si sia al cospetto della monumentalità neoclassica di Mosca o Leningrado, ma di una formula originale. Merito dell’architetto Alexander Tamanian, che, pur formatosi nel cuore dell’impero, quando venne spedito a lavorare nella sua terra di origine, seppe unire con originalità il neoclassicismo sovietico a elementi locali, come l’ampio utilizzo del tufo nero, di cui l’Armenia è ricca.

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L’Opera è un’altra monumentale astronave sovietica, sempre frutto della matita di Tamanian. Due sale da concerto con un totale di quasi 3000 posti a sedere. Una delle tante eredità culturali del comunismo – ci dice il nostro Virgilio – è l’abitudine cittadina a frequentare teatro e concerti. I prezzi popolari dell’epoca sovietica rimangono anche oggi e fanno sì che gli armeni della capitale si rechino frequentemente dentro la grande astronave.

Intorno alla piazza dell’Opera si sviluppa una grande area costellata di caffè e ristoranti, sparsi alla moda caucasica dentro zone a verde. Si spende poco e si sta all’aria aperta, ma si tratta di locali omologati, tutti uguali, tutti imperversati dallo stesso orrido tunz tunz.
Luogo di aggregazione altrettanto gradito da residenti e turisti è la Cascade, una scalinata in marmo affetta da gigantismo e  intervallata da statue, aiuole e fontane, che sale sul fianco di una collina collegando il centro cittadino con il Parco di Haghtanak, il principale polmone verde di Yerevan. Dalla sommità – dove c’è un tetro monumento che ricorda il cinquantesimo anniversario del Soviet armeno – si gode una visuale su tutta la città. Oggi l’intero progetto è stato acquisito da un ricco armeno diasporato che ha deciso di farne una galleria d’arte, in cui tra le altre spiccano diverse opere di Botero.

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Nella città dei grandi viali a tre corsie e delle prospettive sovietiche non mancano poi delle piccole realtà che bisogna andare a cercare. In una via piuttosto nascosta e laterale del centro, in mezzo a palazzi di trenta piani, ad un certo punto, per esempio, si può incappare in una capanna di legno e lamiere, sede di uno degli ultimi artigiani che, con scalpellino e pazienza, incidono le khachkar. Il ragazzo e i suoi collaboratori sono contenti delle visite e di raccontare il loro lavoro: “ce n’è, e ce n’è tanto – di lavoro, dicono – con produzioni che vanno ben oltre il confine armeno. Ci sono armeni russi, americani, europei, che commissionano queste lapidi commemorative tipiche della loro terra natìa e se le fanno spedire”. Oggi hanno cambiato significato: “più che per commemorare i defunti, sono opere richieste per celebrare momenti e ricorrenze”.
Quanto tempo ci vuole per farne una mediamente? “Due mesi di lavoro”. Il tariffario in euro è sempre e almeno a tre zeri.

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Per sfuggire alle grinfie della calura metropolitana, l’ultimo giorno, decidiamo di raggiungere la vicina località montana di Garni, un villaggio di qualche migliaio di abitanti abbarbicato sopra una delle anse create dal fiume Azat, lungo la sua discesa dal Caucaso. La località è visitata in primis perché ospita un tempio edificato nel primo secolo d.C., ad imitazione (mignon) del Partenone, e terme romane ancora ben conservate; in secondo luogo, perché sta sulla strada che porta al vicino monastero di Ghegard.
Arrivare qui è facilissimo: pochi euro e mezzora di taxi o uno dei tanti tour che partono dal centro città; ma a noi amanti del vero(!?) Caucaso le cose semplici non interessano e così proviamo a capire come arrivare a Garni solo con mezzi pubblici.

Da Villa Rosa si può prendere un piccolo scuola bus, il numero 8, che porta in GAI avenue – una specie di tangenziale esterna – e scendere all’altezza di un grande concessionario della Mercedes. Lasciato il furgone, ci si trova catapultati di fianco al mercato comunale, una di quelle strutture coperte piene di tavoloni chilometrici su cui sono disposti prodotti dell’agricoltura tipici della regione: frutta secca, pesce essiccato, formaggi, carni, carni di ogni genere, pezzi di carne appesi a ganci di ferro, quarti interi di animale, fiori, conserve, pane. In fondo al mercato c’è una panetteria dentro cui è visibile un bell’esemplare di forno tandoori; il forno dentro cui cuoce il pane di mezza Asia.
Sul piazzale antistante il mercato un vero e proprio formicaio: la gente va e viene, litiga alle bancarelle, parcheggia in modo selvaggio o aspetta. Cosa aspetta? Aspetta l’arrivo delle marshrutky, tra cui quelle per Garni. Chiediamo in giro e ci indicano di metterci lì, sotto un platano: “si tratta di attendere”, ci dice un ragazzo.
Passa un’ora, passa un’ora e mezza e, finalmente, si presenta davanti a noi uno scuola bus degli anni cinquanta, senza carena, con il motore completamente scoperto, una gigantesca ventola che gira emettendo un rumore sordo; il mezzo post sovietico certamente più conciato che io abbia mai visto (e preso) in questi anni.

Saliamo. E ancora aspettiamo. Il mezzo arrivato alle 9.30 sta fermo per un’altra mezzora abbondante. La gente si siede e pare non essere per niente turbata, dimostrando ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, la siderale distanza tra la nostra e la loro antropologia del tempo. Ad est dell’Adriatico, aspettare, perdere una giornata per spostarsi, sono cose comuni. Il lavoro qui non incardina, non dà forma alle vite; il lavoro è una delle attività della vita, ma non più e non meno dello spostarsi o dell’attendere. Non si corre. Forse in questo – e nonostante le sue velleità modernizzatrici – l’URSS fallendo, non aveva tradito la classe operaia. Assicurando un lento, ma popolare, sistema di trasporti pubblici – in cui l’obiettivo non era la velocità, e con lei la messa a reddito del tempo, ma l’accessibilità per tutti – aveva creato delle pieghe nel meccanismo: l’attesa era la salvaguardia di uno spazio libero dall’ottimizzazione pervasiva, dallo sfruttamento e dal consumo. Le due attività che invece noi abbiamo costantemente alle calcagna.
Forse gli uomini dell’Est hanno sentito questa cosa sulla loro pelle e hanno vissuto e vivranno, chissà ancora per quanto, questo tempo come un tempo liberato.

Finita l’attesa. Si parte. I sedili sono tutti sgangherati e coperti di una moquette a fiorellini marroni, che ricorda gli interni di qualche vecchia dacia russa raccontata da Tolstoj. Ad ogni curva sobbalzano, male affrancati al pavimento del furgone. Le strade armene fanno il resto. Quando inizia la salita la velocità di crociera scende a 10-15 km orari e non sto scherzando. Il vecchio motore non ce la fa, il pulmino è pieno, l’autista continua a tirare la prima e a provare a stare per qualche decina di metri in seconda, finché il motore non emette un lamento morente e tocca di nuovo scalare. Ad un certo punto il pilota estrae una tanica e chiede a un passeggero che gli sta affianco di aggiungere acqua al motore. “Lì”: indica un buco poco distante dal volante.
Non è esattamente un viaggio nel comfort, diciamo.
Poi pian piano, villaggio dopo villaggio, la gente scende. L’aria sul furgone diventa respirabile, il motore riesce a spuntare le curve con maggiore brio, il panorama intorno cambia e si fa più aperto.

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Il monastero di Ghegard è bello di una bellezza arcaica, le sue volte oscure nascondono tesori; dentro una stanza in una fitta penombra sgorga una sorgente qui ritenuta sacra: i visitatori attingono acqua o fanno gangetiche abluzioni.

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Il sito di Garni è interessante, ma lo è anche la camminata, ben meno frequentata, che scende nelle gole del fiume Azat. Dalla gola fluviale si possono vedere da vicino le pareti del canyon, formate da migliaia di colonne di basalto di forma esagonale. Sembrano opera dell’uomo, ma la loro genesi deriva da attività vulcanica: lava raffreddata velocemente per azione dell’acqua qualche milione di anni fa. L’unico spettacolo geologico simile lo avevo incontrato lungo la Giant’s Causeway, nell’Irlanda del Nord.

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E’ quasi la una e nella valle dell’Azat c’è un caldo torrido. Alcune famiglie del luogo scendono al fiume e occupano i tanti piccoli gazebo sgangherati che, lungo le rive, vengono usati come strutture d’appoggio per imponenti barbecue familiari. L’ombra è garantita anche da un pochetto di vegetazione fluviale.

 

Noi risaliamo e ci mettiamo, pazientemente, ad aspettare il nostro ultimo furgone per Yerevan, prima del ritorno nella capitale e la chiusura della nostra seconda stagione caucasica.
Il Caucaso non ci delude e arriva un furgone opportunamente scassato e, soprattutto, pienissimo. A guardar dai finestrini sembra un groviglio umano. Ferma comunque, e i passeggeri compressi aprono in qualche modo il portellone laterale. Ci infiliamo – è proprio il caso di dire – tra gli altri. Io mi ritrovo prima in ginocchio tra due file di sedili che mi guardano, con la borsa di una signora a farmi da tetto sopra la testa e il suo grosso sedere che mi fa da schienale. La posizione ha un limite: dopo un po’ di buche e curve si inizia a perdere l’uso degli arti inferiori. Senti formicolio nel piede destro e la tua mano prova, facendosi largo tra la folla, ad allentare il laccio della scarpa. Poi si informicola il piede sinistro e allora provi ad appoggiare di più il peso sulla gamba destra; salvo il fatto che nel giro di mezzo minuto la situazione è peggiorata ambo i lati. Nel frattanto la situazione attorno a te peggiora: il pulmino, essendo uno dei pochi al giorno, continua a fermarsi sfidando le leggi di capacità della fisica. Carica persone, le carica a ogni villaggio che incontriamo lungo la discesa verso la capitale. La densità aumenta contro ogni possibile logica e tocca cambiare posizione. Nel secondo tempo mi alzo in piedi e mi sposto più a sinistra sopra la testa dell’autista. In piedi non si può stare, perché siamo su un furgone e non su un bus: tocca stare con la schiena storta, leggermente reclinati in avanti. Ora do il mio bel fondoschiena in faccia a una signora, e mi sporgo in avanti, quasi abbracciando una ragazza; poggio i gomiti sul poggiatesta dell’autista, che scruto dall’alto come un avvoltoio, e la mia ascella destra, nelle curve, ospita spesso la testa di un bambino in braccio alla sua mamma. Un bambino dell’est che – come sempre – è imperturbabile anche in un viaggio di grande disagio. La posizione curva che devo tenere per la mezzora di discesa rimanente, mi consente di analizzare la situazione in cabina di comando: la lancetta del contachilometri e quella del carburante sono ferme sullo zero. Si va a sentimento. Per andare dritti il volante va tenuto inclinato di circa 45 gradi, per curvare va tenuto dritto. Le monete che la gente porge all’autista arrivano da ogni angolo del furgone, passando di mano in mano e vengono riposte in uno straccio di spugna sul cruscotto. Riposte e coperte. La spugna credo sia scelta per insonorizzare il continuo salto delle monetine ad ogni avvallamento. E sono tanti. La mia testa, adesa alla scarna tappezzeria del tetto ne sa qualcosa.

Finisce qui, senza andare oltre. Vi lasciamo con questa bella immagine: un groviglio di uomini in scatoletta, in discesa libera lungo le roventi e gibbose strade dell’estate armena.
Come lo scorso anno e questa volta ancora con maggiore consapevolezza sappiamo che non è finita qui, che ancora giornate del Caucaso avranno da venire. Qui mi sono trovato sinceramente a casa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giornate del Caucaso – Passaggio in Karabakh

A Yerevan l’ambasciata del Nagorno Karabakh è una specie di casa occupata. Si entra senza suonare, il cancello è aperto. Quando ci andiamo due uomini stanno lavando degli enormi tappeti sulla scalinata d’ingresso, buttandoci sopra dell’acqua con una canna.

Una volta dentro, a destra c’è la cucina, come se si entrasse a casa della zia; a sinistra c’è l’ufficio dell’ambasciatrice, ben felice di rilasciare visti a 3000 dram (6 euro) e ancor più di fare da promoter turistica della sua terra, cercando di rifilare agli utenti diversi pacchetti turistici preconfezionati.

Rifiutiamo cordialmente e ci congediamo con il visto sul passaporto.

Nota bene: il visto per il Nagorno Karabakh può essere fatto anche una volta sul posto entro 48 ore dal vostro ingresso, ma dovendo visitare una regione separatista autoproclamata e militarizzata, la prudenza del buon padre di famiglia ci ha consigliato di prendere contatti con anticipo.

Da Yerevan, si arriva nell’alto Karabakh in sei ore di furgone su pessime strade armene. L’asfalto è liscio e privo di buche, ma la carreggiata è piena di avvallamenti improvvisi, come fosse stata costruita sulla sabbia. Fino alla cittadina di Goris – una città sdraiata tra le montagne e disposta lungo una profonda vallata fluviale – è la stessa rotta che porta in Iran. Dopo Goris il confine della Repubblica di Artsakh, come la chiamano gli armeni, dista mezzora: un piccolo posto di blocco senza nemmeno uno sbarramento, sopra il quale si levano due bandiere quasi identiche. A distinguere il vessillo del Karabakh dal tricolore armeno è solo una grechina che disegna un triangolo, forse ad indicare lo strappo inferto al paese dalla Storia e la ferita che si sta rimarginando e che unirà di nuovo due terre in una sola.

Il militare alla guardiola ride e scherza coi passanti, ritira i passaporti e annota l’identificativo su un registro cartaceo. Una procedura che ha tutta l’aria di essere un proforma.

Dopo il confine iniziano 60 km di strada senza un rettilineo. Curva dopo curva ci si addentra in un paesaggio montuoso di valli e declivi, prima gialli come il fieno e poi verdi come le foreste che li ammantano. Scarsissimi i segni di umanizzazione: un villaggio di baracche, uomini e greggi, uno nuovo con le casette prefabbricate tutte uguali, tutte col tetto rosso, probabilmente costruito con gli aiuti internazionali dopo il terremoto del 1989; l’ennesima tragedia novecentesca per un paese già provato dal genocidio e dalla sovietizzazione. Poi fino a Shushi, niente. Niente! In un’atmosfera che, per chi guarda dal finestrino, ondeggia tra idillio della natura e inquietudine da desolazione.

Dopo Shushi la strada sbuca dalle montagne ed entra nell’ampio altopiano (900 metri di altitudine) su cui si distende la capitale, Stepanakert, con i suoi 55.000 abitanti. Di fianco alla carreggiata iniziano a comparire segnali di vita: auto parcheggiate, capannelli di militari, donne intente con i loro cesti a cogliere le more, che venderanno sedute sui marciapiedi della città.

A Stepanakert hanno sede il governo e il parlamento. È il centro di comando della repubblica che nessuno riconosce. Qui tutti hanno combattuto, tutti hanno parenti o amici che hanno perso la vita. L’ultima vittima di questo conflitto a bassa intensità, ma ormai ventennale, è di maggio. Che le cose qui non siano come in qualsiasi altra città della provincia armena lo si capisce non appena scesi dal furgone: sui vecchi palazzi sovietici sono affisse gigantografie che celebrano l’esercito e il paese, lungo il viale principale tanti cartelloni che invitano i giovani ad arruolarsi. Per le strade la presenza di militari senza precisa occupazione è cospicua e lascia, perlomeno in chi ha appena messo piede in città, un senso di tensione latente, di qualcosa di imminente che potrebbe succedere. I fatti del 2016 testimoniano che basta una scintilla, che il conflitto arde comunque sotto la cenere della normalità.

La parte bassa della città è scalcinata e occupata dalle vecchie case di ringhiera di costruzione comunista, la parte alta, quella più colpita durante i combattimenti dei primi anni ‘90, è oggi risultato di grossi sforzi economici (armeni) per tirarla a lucido. Ci sono un parco giochi, un paio di ristoranti, qualche pizzeria, un hotel, gli uffici governativi, una fontana, le statue dei patrioti e un piccolo ufficio turistico. Nessun segno della guerra.

Per trovare il museo dei soldati caduti bisogna infilarsi nel cortile interno di un anonimo palazzo. Dentro il cortile la situazione sembra ferma al 1994. Triste edilizia post sovietica, camion dei militari, alcuni cannoni, dei manifesti di propaganda e il piccolo museo, che noi però in questi giorni troviamo chiuso.

Il nostro ostello sta nel mezzo della città, siamo ospiti di una coppia di vecchietti che gestiscono una delle poche guest house di Stepanakert. In pieno centro la casa è vecchia, contornata da un piccolo orto e un pollaio, con una bella terrazza che guarda sui tetti attorno. Lungo la via gente seduta davanti a casa su panche di legno. I negozi, l’alimentari, il barbiere, sono lungo il marciapiedi, in piccoli monolocali aperti sulla strada. Il panettiere sta davanti alla stazione dell’autobus dentro una cabina. C’è un unico sportellino da cui passano pagnotte e soldi.

La sera, quando l’aria è solo un po’ meno calda, andiamo da Ureni, un bel ristorante al modo caucasico, con tante piccole pergole di legno disseminate dentro il giardino. Si possono ordinare i piatti della cucina armena e locale; in particolare l’hatz, il pane basso ripieno di erbette del Karabakh e aneto, tipico della zona. Il pasto si conclude con baklava e té alle erbe. E per tre euro a testa, ci sentiamo dei signori!

Con il buio e le studiate luci che illuminano i nuovi bianchissimi edifici della città alta, scompaiono rughe e difetti del costruito e la gente si riversa per i marcipiedi e la piazza. Cammina su e giù, compra zucchero filato, sta seduta nel parco pubblico. Si respira un’aria normale, una tranquilla sera estiva di provincia, il desiderio di vivere dimenticandosi per un po’ le tensioni.

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A Shushi la situazione è ben diversa. Nonostante gli sforzi del governo, la cittadina non si è più ripresa dal conflitto: molti gli edifici abbandonati, e ancor più numerosi quelli che portano segni di esplosioni; le poche nuove costruzioni – un ufficio del turismo, un lussuoso hotel – non fanno che mettere in risalto ancor più la desolazione circostante.

Del resto questo è stato uno dei maggiori centri dei combattimenti, è da qui che le truppe azere bombardavano gli armeni asserragliati a Stepanakert, durante uno degli atti decisivi del conflitto. La presa di Shushi rappresentò una svolta nella guerra. A ricordare il momento – provenendo dalla capitale, prima dell’entrata nella città, sulla destra – c’è un carroarmato T-72, lasciato lì dall’esercito armeno come monumento alla vittoria. Oggi c’è la coda di famiglie armene che vanno a farsi una foto.

Quando scendiamo dal primo bus del mattino, il cielo è grigio e i palazzi intorno mettono un po’ di nodo in gola. Le stesse persone sembrano riflettere la tristezza del luogo. Addentrandosi verso la parte alta della città per viottoli acciottolati, si cammina in mezzo a edifici esplosi o vecchie sgangherate case di villaggio.

Non sono mai stato su un fronte o su quel che rimane di un fronte. Da europeo occidentale figlio degli anni ottanta le guerre le ho studiate bene a scuola e le ho seguite in televisione. Guardare dentro le case divelte, con gli oggetti della quotidianità di qualche famiglia lasciati lì, al tempo e alla polvere, dentro scheletri di palazzi; mettere il naso dentro una vecchia tessitura, con i macchinari fermi da vent’anni; non lascia indifferenti.

Cammino e penso che questa visita possa aiutare a capire meglio una verità, che troppo spesso nei discorsi scade nella banalità: che dalla guerra bisogna stare lontani con tutte le proprie migliori energie. Perchè il conflitto è quello che abbiamo davanti agli occhi mentre attraversiamo Shushi. É l’esplosione istantanea della quotidianità: dove ieri si lavorava, si mangiava insieme, si suonava, oggi arriva il conflitto, la violenza, la depredazione. Ci vuole poco, basta un lieve soffio di identitarismo; poi non possiamo più scegliere. Ci capita e basta. La storia passeggia sopra le nostre teste. Bisogna arrivarci per tempo: venire qui a guardare le pietre e tornare a casa rifiutando ogni forma di violenza.

Ci sono molti segni del passato a Shushi che raccontano di una società multietnica ormai scomparsa: due moschee e una scuola coranica -danneggiate e abbandonate -, alcune case di chiara impronta islamica, un teatro e un caravanserraglio distrutti. Come in tutto il Caucaso, anche qui per secoli musulmani e cristiani avevano vissuto fianco a fianco. Una convivenza non sempre facile, ma che era proseguita ininterrotta fino alla fine dell’epoca sovietica. Ora tutto questo non sembra più possibile; nonostante ancora oggi, ad esempio, armeni e azeri convivano senza problemi in alcuni villaggi della vicina Georgia o in Iran.

Qui non è così. In ostello parliamo con un insegnate polacco amante del Caucaso, su cui sta scrivendo una guida in inglese. In Karabakh è stato cinque volte negli ultimi dieci anni. Ci racconta: “Dopo aver fatto alcune conferenze sul Karabakh sono stato contattato dall’ambasciatore azero in Polonia per un incontro di chiarimento su alcune delle cose affermate durante questi incontri. L’invito era a discuterle in ambasciata. Non un caso: un ottimo trucco per arrestarmi e magari detenermi per qualche tempo. Sapete che chi è stato in Karabakh per la legge nazionale azera è un criminale che ha violato l’integrità territoriale della nazione senza i dovuti permessi. Se ci si presenta in Azerbaigian o in ambasciata con un visto del Nagorno Karabakh sul passaporto scatta in automatico un mandato di arresto a vostro carico. Quindi, datemi retta: qui non si gioca. State attenti”.

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Scendiamo lungo i pendii di Shushi, usciamo dalle vecchie mura verso il bosco, seguendo i segni bianchi e blu del Janapar Trail, un percorso di quattrocento km che collega tra loro moltissimi villaggi del Karabakh. Anche qui molti segni della guerra, tra piccoli bunker, lamiere, vecchie trincee ormai quasi irriconoscibili. Sotto Shushi c’è uno dei tratti più belli del trekking, a detta di chi lo ha percorso tutto: si scende in un canyon fluviale, si passa tra le case e il cimitero di un villaggio abbandonato e si arriva fino a delle cascate, che la domenica sono teatro di grandi picnic famigliari. Proseguendo oltre, si può raggiungere il villaggio rurale di Karnitak, grazioso nella sua semplicità contadina. Da Karnikat si può proseguire verso altri villaggi o chiedere un passaggio per risalire a Shushi.

A guardarlo da questo sentiero l’alto Karabakh è un paradiso naturalistico: potrebbe diventare meta dei camminatori di mezzo mondo. Non mancano i motivi di interesse.

Purtroppo però la guerra non è lontana, e bastano pochi minuti di macchina oltre Stepanakert per arrivare a Martakert o altre cittadine del fronte divenute tragicamente famose durante il conflitto e che oggi sono veri e propri cimiteri di macerie, dai cui viali principali non ci si può allontanare per la presenza di zone ancora minate.

Una terra di nessuno in cui i due eserciti si fronteggiano dal 1991, nell’indifferenza di un Occidente a cui nonostante tutto, da queste parti, si guarda con simpatia.