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Professore di geografia nella scuola secondaria di secondo grado.

Qualche ringraziamento e un saluto

In questi giorni si sono conclusi i lavori per avviare la corsa verso le elezioni del 26 maggio 2019. La lista civica Persone e Idee per Casatenovo continua sui suoi passi sotto la guida di Filippo Galbiati e ci sono tutti i motivi per essere felici di questo e sostenerne il percorso.

Io, questa volta, non ci sarò, con il consiglio comunale dello scorso lunedì il mio compito giunge al termine, e credo doverose due righe, se non di spiegazione, perlomeno di ringraziamento.
Dopo dieci anni, cinque da assessore e cinque da capogruppo, penso sia opportuno fermarsi e darsi tempo per guardare a quanto fatto e a come lo si è fatto. L’attività amministrativa, sempre necessariamente all’inseguimento del presente, mischiata al resto delle cose da fare, non è generosa in tal senso: non concede molti spazi per guardarsi indietro.

Per me, invece, è il momento di dare tempo e spazio ad alcuni aspetti della vita che finora non ne hanno avuti abbastanza o che, semplicemente, ne vorrebbero di più.

Il gesto di sospendere qualcosa che si fa da dieci anni, qualcosa che tocca i propri valori, che incide nella prassi quotidiana, nelle settimane, nei mesi, assicuro, non è semplice. Il lasciar proseguire il lavoro agli altri, alla squadra di persone che prima era con te, non è cosa che si sceglie in due minuti. Credo, altresì, che il “fare posto” e il cambiare punto di vista siano pratica utile e benefica per sé e anche per il funzionamento delle istituzioni per cui si presta servizio.

Così, al termine di questa stagione, che mi ha dato molto e visto crescere sotto ogni punto di vista, vorrei fare qualche breve ringraziamento.

Ne devo uno ad Antonio Colombo, per la fiducia che mi diede nel lontano 2009 e per avermi dato gli strumenti per avventurarmi. Colombo è stato primo artefice del rinnovamento del centrosinistra a Casatenovo: se oggi abbiamo un gruppo di persone coeso e pieno di entusiasmo lo dobbiamo anche alle sue scelte.

Un grande grazie va a Filippo Galbiati, un punto di riferimento. Attraverso il confronto con lui ho imparato molte delle cose che so sulla politica e su come sia possibile declinarla in modo sano e proficuo anche oggi, in un contesto non facile.

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Dovrei poi ringraziare una ad una le persone – dipendenti comunali e consiglieri – che hanno abitato questi dieci anni “in comune” con me, perché da ognuna di loro ho potuto imparare qualcosa, prendere spunto, avere un confronto, un riferimento. Non voglio però farla troppo lunga e avrò, spero, il modo di ringraziarle personalmente, oltre queste poche righe.

Un pensiero speciale lo dedico a Marta Picchi. Quando si riesce ad unire la passione civile (la difesa di alcuni valori, l’impegno per un obiettivo civico) con l’amicizia, si ha tra le mani una bella fortuna. Mi spiace – ed è uno degli aspetti di questa scelta che mi pesano di più – spezzare il “tandem”. Credo, per noi, si tratti solo di un passaggio formale: continueremo a divertirci e, da angoli diversi, a condurre la buona battaglia!

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Un grazie lo voglio dire anche a Luciano Zardi: raramente nell’attività di questi anni ho incontrato altri amministratori capaci di unire in quel modo competenza, coerenza e vivo entusiasmo. E’ stata una fortuna iniziare la mia esperienza con un esempio come il suo.

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Devo sicuramente un ringraziamento ai sodali del Gruppo Valle Nava, il contesto in cui l’impegno sui temi ambientali si è consolidato ed è maturato. MeriOseaAlfio (l’altro), FrancescoFilippoEnzo e – il presidentissimo – Renato. Il nostro percorso va avanti.

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Un ringraziamento particolare lo indirizzo a Marco Monguzzi, con cui da oltre un decennio condividiamo idee e iniziative dentro e fuori il Parco dei Colli Briantei. Dall’esempio di Marco ho imparato che il miglior modo per proteggere il territorio è quello di conoscerlo e farlo conoscere. Un grande grazie va anche a Giuseppe Rocca Luigi Ferrari, membri del comitato di gestione del PLIS, con cui c’è un bellissimo “sentire comune” e con cui è stato davvero un piacere collaborare in questi anni.

Infine, lungo il cammino ci sono un paio di persone importanti che ci hanno lasciato e a cui devo qualcosa. Thomas Findeis, che fu uno dei fondatori del Gruppo Valle Nava e anche uno dei primi a sostenermi nella scelta di candidarmi alle elezioni del 2009. Il suo sguardo critico mi manca molto.

Alberto Canobbio, presidente e anima del Parco dei Colli Briantei, che ci ha da poco lasciati. La sua passione e la sua competenza sono stati un punto di riferimento.

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Detto tutto ciò, queste righe volevano essere occasione di un saluto e di un ringraziamento, non un avviso di ritiro a vita privata. Ci troviamo in un momento in cui è necessario l’impegno di tutte le forze a disposizione per mantenere alta l’asticella del grado di progresso sociale e civile del paese. Io continuerò a fare quanto posso – poco o tanto che sia – per contribuire alla vita del paese in cui vivo.

A chi inizia il suo percorso elettorale e, in generale, a chi si candida alle elezioni del 26 maggio, vanno il mio ringraziamento e il mio in bocca al lupo!

Grazie e a presto,
Alfio Sironi

 

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Viaggi diversi (per la scuola)

Mentre eravamo sulle coste dello Yorkshire, camminando nel vento gelido della sera, andando di pub in pub, Orietta mi dice: «Certo che queste cose che mi stai raccontando sono belle, ma non le sa quasi nessuno; sarebbe meglio ne parlaste a scuola. Trovate il modo di farlo sapere». Mi è suonata un po’ come una sveglia alle tre di notte: a volte si è così ben immersi in quel che si sta facendo, a cui si lavora giorno dopo giorno, che ci si dimentica di guardare da fuori. Ho pensato che se anche lei, che pure lavora nelle mie stesse classi, non sa molto, forse qualche cosa per comunicarlo al mondo, questo progetto, la dobbiamo fare.

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Laboratori pomeridiani

Viaggi diversi, la filosofia

Quest’anno abbiamo dato avvio a una specie di laboratorio – che nei miei pensieri sarebbe bello diventasse un’officina permanente – chiamato “Viaggi diversi”. E’ al suo primo anno di vita, ma eredita un lavoro su di me, e sull’idea di scuola che abbiamo in testa, abbastanza lungo. La filosofia che sta dietro a questo progetto è riassunta nella celeberrima frase di Armand Fremont: “Il geografo ha le scarpe sempre sporche di fango”, che era un bel modo di dire che la geografia o è fuori, sul campo, o si interessa di capire la realtà, quella intorno e quella lontano, andando a vedere – a studiare, a cercare – o non è. L’idea che sta dietro a questo progetto è che se il viaggio d’istruzione deve avere senso, ce l’ha quando abbandona la forma fantozziana della “gita dell’Inps” per abbracciare quella di un viaggio vero. E per fare che una gita diventi un viaggio, prima di tutto bisogna fare degli studenti dei viaggiatori; o, tradotto in altri termini, un tantino meno retorici, renderli qualcosa di diverso da un gregge annoiato o imbesuito da far transumare lungo la Rambla di Barcellona. Se gli alunni diventano un gruppo di individui che preparano e guidano il loro percorso, delle volte, capita che, oltre a “farlo”, lo vivano anche, e persino smettano per qualche ora, per qualche giorno, quel ritiro solitario dietro gli specchietti retroilluminati dei loro telefoni per uscir fuori a veder le stelle.

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Acropoli di Atene, Grecia 2018

Un’idea che affiora dalle acque dell’Egeo

Avendo poco budget e molte ambizioni, lo scorso anno abbiamo provato, con Marilena, collega di storia dell’arte e la allora 3^D, a mettere in piedi un viaggio da nord a sud della Grecia fatto solo con mezzi pubblici. L’avventura riuscì: un gran lavoro didattico e una piccola grande trasformazione in ognuno dei partecipanti, prof compresi. Decidemmo, l’ultimo giorno, ancor prima di fare ritorno, seduti davanti ai barbagli del mare, che avremmo trovato il modo di replicare e valorizzare quell’esperienza.

All’idea di base, quella di rendere le gite dei viaggi, si è aggiunta anche l’esigenza di trasformare l’alternanza scuola lavoro in percorsi di maggiore qualità. Spesso, infatti, i ragazzi dell’indirizzo turismo qui in provincia finiscono in agenzie piccole, con uno o due operatori, che non hanno tempo di seguirli adeguatamente, con esperienze che in conclusione si rivelano mediocri. Viaggi diversi vuole essere una proposta per provare a fare alternanza scuola lavoro portando gli esperti dentro la scuola – in un contesto che, al contrario dell’agenzia, mette al primo posto la didattica – e fare uscire gli studenti sui territori, di modo che misurino il mondo con il loro passo.

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Il lavoro a scuola e anche fuori da scuola grazie alle classi digitali

Un percorso di preparazione lungo un inverno

Il progetto in questo primo anno di vita si rivolge a tre classi dell’indirizzo turismo, due terze e una quarta, che hanno il compito di conoscere e perlustrare tre mete.

I ragazzi delle classi terze hanno potuto scegliere se lavorare – a seconda del budget a disposizione – sulla Grecia o sull’Armenia o se astenersi e fare, al posto del viaggio finale, un’esperienza di alternanza scuola lavoro in Brianza. Gli studenti della quarta, già esperti della Grecia e di altre esperienze, hanno chiesto di lavorare sul Marocco.

A ottobre, trovandoci un pomeriggio a settimana con ogni gruppo, abbiamo lavorato alla progettazione dei tre itinerari. Prima un lavoro di conoscenza generale del territorio, poi lo studio dei vincoli logistici e la stesura di alcune idee di massima da mettere a confronto, infine il lavoro su un unico itinerario di dettaglio.

Ora, sul finir dell’inverno, ci avviamo alla preparazione professionale con diversi momenti di professionalizzazione. Un corso di scrittura di viaggio, tenuto da un giornalista del Touring Club Italiano – Touring che, tra l’altro, ci ha conferito il patrocinio per l’alta valenza didattica del progetto. Gli studenti avranno occasione di conoscere le regole base per scrivere un buon articolo di viaggio e imposteranno un lavoro che andrà poi realizzato una volta sul campo. Parallelamente, andrà in onda un corso di video-making tenuto da un esperto del settore: nel 2019 i linguaggi dei media sono tanti e limitarsi all’articolo scritto non basta più.

In primavera, infine, arriverà un’altra infornata di pomeriggi per approfondire i contenuti e preparare gli studenti a fare da accompagnatori e guide turistiche durante lo svolgimento del viaggio (la ricompensa, la motivazione, per svolgere un discreto monte ore fuori dal consueto orario scolastico).

Alla fine del percorso invernale gli studenti dovrebbero aver totalizzato 80 ore di lavoro / formazione, le restanti 40 le spenderanno lungo il percorso, nella settimana di viaggio. Viaggio in cui i docenti accompagnatori si trasformeranno in turisti/valutatori, lasciandosi guidare dai giovani alla scoperta dell’itinerario, valutandone le capacità di approfondimento, di comunicazione (anche nelle lingue comunitarie che studiano), di gestione del gruppo e degli aspetti logistici (check-in alberghieri o aeroportuali, ec).

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L’Ararat dietro il monastero di Khor Virap


Tre mete diverse

La Grecia viene riproposta anche nel 2019. Da lì tutto è nato e lì era giusto tornare, con un itinerario arricchito: tanta storia e tanta arte – tra Atene, Salonicco, Delfi e Corinto -, un po’ di sano trekking (alle Meteore), un affaccio sul mare nella prima capitale Nauplia.
Nel viaggio in Grecia gli studenti si concentreranno soprattutto nel fare da guide turistiche in italiano e in inglese, accompagnando i docenti da nord a sud del Paese.

L’Armenia è un’idea nata lo scorso anno grazie a un contatto della Dirigente del nostro istituto con l’Ambasciata armena in Italia. Quest’estate per capire meglio, come si deve per il geografo, sono andato a vedere se la cosa si potesse fare: con qualche complessità, ma la risposta è stata sì, si può.
Andiamo in Armenia con gli studenti di terza che ci faranno da guide nelle valli e sulle montagne del Caucaso: tra i vignaioli di Khor Virap ai piedi dell’Ararat, al solitario monastero di Kazbegi dove soggiornò Puškin o sul Lago di Sevan ad incontrare i pescatori di trote del locale presidio Slow Food. Torneremo infine dalla Georgia, perché è bella, ma soprattutto perché costa meno.
Andare nel Caucaso significa andare a vedere una regione dove il turismo muove ora i suoi primi passi, un luogo in cui si capisce bene che effetti ha (positivi e negativi). Andare nel Caucaso vuol dire andare ai confini d’Europa e, dal bordo dell’Asia e della Russia, guardare verso casa, allargare la prospettiva. Conoscere una cultura altra. Una scommessa, di certo, per noi docenti e ancor più per i ragazzi.
I giovani partecipanti, oltre a fare da guide, proveranno a raccontare le nostre vicende con un diario di viaggio.

Da ultimo, il Marocco. Alla fine del maggio scorso, la 4^D, tornata dalla grande esperienza greca, aveva chiesto espressamente che potesse essere il Marocco la successiva tappa del nostro comune tirocinio da viaggiatori. Anche questa volta, per un caso fortuito, ho avuto modo, nell’agosto scorso – grazie agli amici di Progettomondo MLAL – di partire per il Marocco e fare un sopralluogo. Giorno dopo giorno mi sono convinto che i temi di interesse per un viaggio con gli studenti fossero moltissimi e rientrato a settembre ho confermato ai ragazzi della 4^D che avrebbe avuto senso provarci.
Con Marilena e con la 4^D abbiamo lavorato tutto il mese di ottobre ipotizzando due itinerari: uno da Marrakech verso l’Andalusia, l’altro dall’oceano al deserto. Li abbiamo guardati e riguardati. Abbiamo scelto il deserto. Andremo da Essaouira fino a Merzouga, incontrando le molte facce del Marocco, e poi, lungo la strada, associazioni, artigiani, musicisti e realtà del turismo responsabile locale. I ragazzi qui saranno chiamati a fare interviste e a scrivere un reportage. Mentre le pagine si scriveranno, conosceremo un’altra cultura, cercheremo di capire, e vedremo come, anche dall’altra parte del Mediterraneo, sempre più persone stiano puntando su modi di pensare e fare turismo etici e responsabili.

Al primo giro tutto è in divenire, molto è da migliorare. Le difficoltà non mancano, specie quando si ha a che fare con il grande arsenale burocratico della pubblica amministrazione e con una scuola che vive una lenta transizione tra le rigidità del Novecento e l’incerto futuro liquido. C’è però la grande energia positiva del fare qualcosa che è al suo primo giorno, nel cercare un cammino dotato di luce e di senso che porti fuori da questo periodo che, non so a voi, ma a me pare un po’ ombroso.

La Russia raccontata da Paolo Nori

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Nel 2008 ero a presentare un libro in Toscana e avevo detto che, a studiare una lingua straniera, uno si accorge di cose dell’italiano che non aveva ma notato, e che mi sembrava che la cosa fosse particolarmente vera con il russo, per via del fatto che il russo e l’italiano sono molto diversi; l’italiano, per esempio, per la maggior parte degli italiani, per mia nonna, per dire, che era nata nel 1915, era stata prima una lingua scritta, imparata a scuola, poi una lingua parlata (mia nonna, quando è nata, la lingua che parlava, la sua lingua madre, era il dialetto parmigiano), mentre il russo, per tutti i russi, è prima una lingua parlata poi una lingua scritta (i russi hanno l’alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo e in Russia non esistono i dialetti, il russo di Mosca, di San Pietroburgo e di Vladivostok è praticamente lo stesso).

Proprio andando a Vladivostok, sulla transiberiana, a un certo punto era montato sul treno un saldatore che citava l’Onegin, il romanzo in versi di Puškin, con una naturalezza che mi aveva stupito ma che, a pensarci, non era per niente stupefacente, perché l’inizio dell’Evgenij Onegin, il romanzo in versi di Puškin, scritto ai primi dell’ottocento, che può essere considerato l’inizio della letteratura russa moderna, quell’inizio lì, «Moj djadja samych čestnych pravil, kogda ne v šutku sanemog, on uvažat’ sebja sastavil, i lučše vydumat’ ne mog», che in italiano può esser tradotto approssimativamente «Mio zio, che aveva dei princìpi molto onesti, quando si è ammalato per davvero, ha preteso che tutti lo rispettassero, e non poteva aver miglior pensiero», quell’inizio lì, in Russia, lo capiscono anche i bambini, invece una poesia italiana contemporanea all’Onegin, non so, il cinque maggio, di Manzoni, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», questi versi qui, se li dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quella volta lì, e pensavo che l’avrei letta a mia figlia, la Battaglia, che allora aveva cinque anni.
Dopo mi ero scordato.


Mia nonna, che aveva fatto la seconda elementare, con l’italiano lei non aveva un rapporto, non so come dire, sereno, non lo sapeva benissimo, faceva degli errori, per esempio il boiler lo chiamava «Bolide».


Dopo un’altra volta, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato ancora di come erano diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin, in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quell’altra volta lì. Dopo mi ero scordato.


Un’altra volta ancora, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato di come sono diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, «Adesso quando torno a Bologna voglio proprio provare», avevo detto quella volta lì.
Dopo poi ero tornato a casa, avevo preso la Battaglia, le avevo detto: «Ascolta, adesso ti dico una cosa e tu mi dici quello che capisci».
«Va bene», mi aveva detto lei.
E io le avevo detto: «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», e poi le avevo chiesto: «Cos’hai capito?».
E lei ci aveva pensato un po’ e poi mi aveva detto: «Che lui è lì, in piedi, che gioca a memory respirando».
Ecco.


Manzoni, e quelli che scrivevano in italiano nell’ottocento, non avevano lo strumento, per farsi capire; Settembrini, nel 1870, finiva le sue lezioni sulla letteratura italiana augurandosi che l’italiano sarebbe diventata una lingua viva. Questo significa, come nota De Mauro, che l’italiano allora era una lingua morta, nel 1870, nove anni dopo l’unità d’Italia.
Ma come mai l’italiano era una lingua morta e il russo invece era una lingua viva? Come mai, non lo so.


Quello che so è che il russo, la lingua di Puškin, è prima una lingua parlata, e poi una lingua scritta, e che i russi, come ho già datto, fino al IX secolo non hanno neanche l’alfabeto (la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio, che inventano l’alfabeto glagolitico, che poi verrà ribattezzato, dai discepoli di Cirillo, cirillico, è dell’846), e quindi quando i russi scrivono, adesso semplifico ma un po’ è così, scrivono usando una lingua che tutti i russi parlano e che conoscono tutti, invece gli italiani che si mettono a scrivere, nel 1861, scrivono in una lingua che, secondo le stime di De Mauro, parlava il 2 e mezzo per cento degli italiani.


Questo vuol dire che il 97 e mezzo per cento degli italiani non sapevano l’italiano, e per i loro discendenti, ivi compresa mia nonna, e i nostri nonni, e i nostri padri, la lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», dice Dante, la lingua madre, non era l’italiano, era il dialetto, e l’italiano, per loro, era lingua della scuola, che imparavano a scuola, che imparavan sui libri, e questa differenza tra la lingua che leggiamo nei libri e la lingua che parliam tutti i giorni è una differenza che ce la portiamo dietro fino ad oggi, anche se non è evidente, perché a noi sembra naturalissimo che dentro nei libri ci siano scritte delle cose diverse da quelle che sono dette per strada, e invece non è naturale per niente, secondo me, è la situazione che si è creata in Italia per via di un fatto stranissimo che per qualche decennio, una quindicina, dall’unità d’Italia in poi, il fatto di conoscere bene l’italiano, in Italia, non era una cosa normale che succedeva a tutti i madrelingua, era una cosa speciale che succedeva a chi aveva avuto la possibilità di studiare, e mia nonna, per dire, che veniva da una famiglia povera, e che erano diciassette fratelli e sorelle, era andata a lavorare, a servizio da un generale, che aveva nove anni, per aiutare in famiglia, e per quello non era riuscita a studiare, aveva fatto la seconda elementare, e quando sentiva, per radio, per televisione, qualcuno che faceva un discorso difficile, con un lessico complicato e una sintassi articolata che lei non capiva molto bene, la sua reazione, di solito, era ammirata, diceva: «Ha parlato come un libro stampato», perché i libri stampati, secondo lei, erano scritti da quelli che avevano studiato e erano da ammirare, perché sapere l’italiano era un segno distintivo, voleva dire avere studiato e esser stati bravi a scuola, questo in Italia all’epoca di mia nonna, dagli anni dieci agli anni novanta del novecento, invece in Russia, cento anni prima, intorno al 1820, la situazione era come ribaltata. Perché quelli che avevano studiato, erano anche lì una minoranza, della popolazione, ma era una minoranza che conosceva meglio il francese del russo, perché i loro educatori erano quasi tutti francesi e la lingua che usavan tra di loro, sia nella conversazione che nella corrispondenza, era il francese.


Cosa che è evidente da molti romanzi russi dell’ottocento, come Anna Karenina, per esempio, dove le donne della famiglia del fratello di Anna, la famiglia Bolkonskij, quando si rivolgono alla mamma non dicono «mama» (in cirillico: мама, il cirillico è facilissimo, si impara in ungiorno), non usan la parola russa, dicon «maman», segno evidente del fatto che la loro lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», non era il russo, era il francese.


Nel 1822, prima di mettersi a scrivere in prosa (avrebbe poi previsto, per la fine della propria vita, di deviare sempre più spesso verso «l’umile prosa»), in un appunto intitolato Sullo stile, Puškin scrive: «Una volta D’Alembet disse a La Hapre: non elogiatemi Buffon, una persona che scrive: La più nobile tra tutte le acquisizioni umane fu questo animale superbo, focoso, ecc. Perché non dire semplicemente: cavallo? E cosa dire allora dei nostri scrittori – continua Puškin – che ritenendo cosa meschina lo spiegare con semplicità le cose più normali, pensano di ravvivare una prosa infantile con aggiunte e logore metafore? Costoro non diranno mai: Amicizia senza aggiungere: codesto sentimento sacro, la cui nobile fiamma, ecc. Bisogna dire: la mattina presto, e loro scrivono: Non appena i primi raggi del sole che sorgeva rischiararono le contrade orientali dell’azzurro cielo: – ah, che novità, che freschezza! È forse meglio perché è più lungo? Leggo la recensione di un amatore del teatro: Questa giovane allieva di Talia e Melpomene, generosamente dotata da Apollo… Dio mio! Ma scrivi: Questa brava giovane attrice, e continua così, sta pur sicuro che nessuno presterà attenzione alle tue frasi, nessuno ti dirà grazie. Un vile zoilo, la cui mai sopita invidia riversa il suo soporifero veleno sui laure del Parnaso russo, la cui spossante ottusità può essere paragonata soltanto all’insaziabile cattiveria… Dio mio!, perché non dire semplicemente cavallo?».
Ecco.

Niente, io l’ho trovato un libro fantastico e ve lo consiglio.

Parole per la geografia

Negli anni davanti a te (insegnante) passano migliaia di ragazzi. Sono studenti, ognuno con le sue inclinazioni, fragilità, intelligenze, difetti, tic, ma tutti dentro lo stesso ruolo, la stessa classe. Solo dopo, quando sei arrivato a un certo punto, sai di aver parlato della geografia a giardinieri, guide turistiche, panettieri, avvocati, estetiste, altri insegnanti, baristi. Qualche volta anche a poeti.
Così, un po’ per caso, un po’ perché alcune connessioni rimangono nel tempo, ti ritrovi un video di Gaia che ti parla della geografia che avevi nel cuore a vent’anni e che ti ha portato a finire dentro una classe, dentro una scuola, dentro un paese, a provare a testimoniare quella passione lì in tanti modi. Solo che lei la dice meglio e ti fa riflettere, se già i dubbi non fossero sufficienti, sulla reale essenza di quel che andrebbe trasmesso quando parliamo di quella cosa lì, così lontana dalle capitali a memoria, sfuggente, eppure per tutti così presente, che noi chiamiamo geografia.

Da questa parte del mare – Il lusso dell’hammam

Ormai da giorni confinati nella valle felice tra i picchi aridi dell’Alto Atlante, dopo aver fatto tanta strada a piedi, dopo aver sopportato con compostezza malattie ed estremo calore… finalmente un pomeriggio libero.
Che fare qui tra le case di fango di Ait Bouguemez?
Alcuni sono già spiaggiati a dormire sotto i mandorli, altri giocano a carte, qualcuno fa il bucato. Io e Ilia, che ormai conoscete, scrutiamo l’orizzonte e cerchiamo nel paesaggio la risposta, lo stimolo per trovare qualcosa da fare, nonostante la stanchezza addosso.
Hicham arriva e propone  di fare una vera esperienza marocchina: godersi un pomeriggio all’hammam.
Qualche settimana prima ero nelle sontuose terme di Tbilisi, nel cuore d’Eurasia; le terme di Tbilisi, dovete sapere, sono terme d’eredità ottomana: sono fatte di piccole vasche da  tre o quattro persone, prevedono anche un bel massaggio scrub nel prezzo. Ci si immerge, si attende una decina di minuti affinché il corpo si abitui all’acqua bollente, poi entra nella piccola stanza un massaggiatore ottomano, coi mustazzi a manubrio, ciabatte di gomma,  bicipite e panza prominenti, vi stende su una gelida lastra di marmo a bordo vasca e inizia a cospargervi di sapone;  quando siete belli risolati, attacca a ripassarvi con un guantone da box abrasivo. Risultato: non ho mai sentito così tanto solletico in vita mia e ho avuto la pelle liscissima per una settimana!
Con i ricordi ancora in corpo delle sontuose terme tbilisine, frequentate da Bulgakov e da Pushkin, appena ho sentito nominare la parola hammam ho subito immaginato bellissime maioliche, piscine calde e spaziose, aromi, luci soffuse. Io e Ilia siamo scattati in piedi e insieme ad altre due signore del nostro gruppo abbiamo seguito senza esitazione Hicham, tutti verso l’hammam.
Solo percorrendo la strada, sfilando davanti ai brutti ceffi del bar –  il bar inteso come un firgorifero a pozzetto messo in un angolo della strada all’ombra con 4 uomini che ci bevono sopra come fosse il bancone -, solo in quel momento, io e Ilia riceviamo il lampo del dubbio: ma come sarà l’hammam di un paese fatto tutto a mattoni di paglia e fango?
Be’ molto diverso dalla terme di Tbilisi sicuramente.
Lasciamo il villaggio e finiamo in una specie di vecchio cascinale di cemento armato in mezzo a un bosco di noci. Sembra tutto abbandonato. Hicham però non fa una piega. Probabilmente, penso, in campagna facile che gli hammam sian tutti così!
Il posto è vuoto. Hicham esce e va a cercare qualcuno. Arriva dopo una decina di minuti con un ragazzetto di non più di 18 anni, che entra e senza quasi salutare va ad accendere il fuoco dentro un buco nel muro. Lì, capiremo poi, si scalda l’acqua.
Il ragazzo chiede i soldi per l’ingresso (50 centesimi di €) e  fa strada verso la stanza che dovrebbe ospitare l’hammam. La porta è di legno, storta, non si chiude nemmeno.
Entrano prima le signore, che per tutto il tragitto avevano millantato le loro esperienze gloriose in fatto di hammam. Io e Ilia ci accomodiamo sugli scalini mezzi distrutti del cascinale e, in attesa del nostro turno, osserviamo dal fondo della valle che sta arrivando un temporale. Le foglie dei noci iniziano a muoversi.
L’attesa dura poco: le due donne escono dopo 10 minuti, innervosite, insultando mezzo mondo e dicendo che quella specie di camera in cemento è una prigione più che un hammam!
Ma come: non dovevate starci un’ora? Chiediamo noi.
Non funziona niente! Non è un hammam! dicono. E poi uscendo dal cascinale sbattono la porta e tornano a casa con le pive nel sacco.
Io e Ilia ci guardiamo un po’ perplessi: brutta roba le donne, poi quando l’età avanza… meglio farsi una sauna.
Ci spogliamo nell’antibagno, dove ci sono degli assi di legno messi come panche e una lampadina ad incandescenza sospesa tra fili di ragnatele. Il ragazzetto ci fa vedere come funziona. Questa è la cannella dell’acqua calda, questa quella dell’acqua fredda. Bene, diciamo noi. Semplice. Troppo semplice. Comodo quasi come  farsi un bagno senza la vasca da bagno, sentenzia Ilia.
Ma noi siamo venuti fin quassù mica certo per farci una sauna svedese o per godere dei lussuosi vizi della capitale. Noi siamo venuti qui per fare un’esperienza autentica! E allora se i locali vengono qui a farsi l’hammam, è giusto che anche noi seguiamo l’esempio e ci facciamo l’hammam in ‘sta specie di scantinato.
Via alla cerimonia: si apre la cannella dell’acqua calda e si inizia a riempire un secchio. Intanto nella stanza microscopica e tutta di cemento grezzo cresce il tasso di umidità. Se l’acqua scotta troppo, si accende per un po’ anche la cannella dell’acqua fredda e si mixa. Mentre l’acqua scorre e il fumo evapora, si prende la pasta morbida di sapone – noi ne abbiamo una comprata al mercato di Ouzoud, all’aroma di fragola caramellosa – e ci si cosparge di sapone. Una volta cosparsi di sapone, si indossa un piccolo guanto abrasivo (altro che quello di Tbilisi!) e si inizia a passarlo con dolcezza su tutto il corpo  insaponato (e fragoloso). Poi alla fine, dopo un tempo adeguatamente lungo, se si vuole si dà una passata d’olio d’argan.
Intanto l’aria si fa irrespirabile per la troppa umidità, c’è un fumo che non si vedono più i muri. Apriamo l’unica finestrella che c’è e ci accorgiamo che mentre noi siamo immersi nell’atmosfera dell’hammam (dei poveri), fuori ha incominciato a piovere.
E’ il colpo di grazia: ci sediamo sugli sgabellini versandoci di tanto in tanto dell’acqua calda addosso e stiamo entrambi con la schiena al muro e lo sguardo fuori dalla finestrella, su quella valle fantastica, in attesa che spiova.
Dentro fa caldo e fuori viene giù a dirotto. Io e Ilia, che fino a quel momento non ci eravamo mai troppo parlati, scopriamo – anche nella cella di cemento armato, seduti su sgabellini di plastica con le gambe storte – il vero piacere dell’hammam, il lusso, quello che non avevo mai scoperto prima, neanche a Tbilisi: cullati dallo scorrere dell’acqua, i cellulari staccati a un chilometro di distanza gettati in fondo alla sacca, e si sprigiona attorno a noi la piacevole sensazione della sospensione del tempo. Chiacchieriamo sapendo di non avere fretta, anzi, il contrario:  finché non smette di piovere come si fa a rientrare a “casa”?
Ilia mi parla della Macedonia, dei suoi nonni, delle albicocche che sua zia metteva sotto sciroppo, della vita in campagna tra le pieghe dei Balcani, e io di me, dei miei nonni e della mia infanzia selvatica. Poi di come ci sembrano i nostri compagni di viaggio. E dei percorsi, quello che si vorrebbe fare della vita.  Come siamo finiti lì.
Una valle di rocce, con dentro un’oasi e nell’oasi dei villaggi, e nei villaggi un bosco di noci e nascosto nel bosco di noci un cascinale diroccato, con dentro una stanza di cemento, che qui chiamano hamman: una cannella dell’acqua calda, una dell’acqua fredda, due sgabellini.
Io non viaggio altro che per trovare un momento così, in cui mi ritrovo sospeso, completamente sciolto dentro il paesaggio in cui sono, in cui non c’è più distinzione tra me e il resto, in cui capita di sentirsi (quasi) infiniti.