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Professore di geografia nella scuola secondaria di secondo grado.

La Russia raccontata da Paolo Nori

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Nel 2008 ero a presentare un libro in Toscana e avevo detto che, a studiare una lingua straniera, uno si accorge di cose dell’italiano che non aveva ma notato, e che mi sembrava che la cosa fosse particolarmente vera con il russo, per via del fatto che il russo e l’italiano sono molto diversi; l’italiano, per esempio, per la maggior parte degli italiani, per mia nonna, per dire, che era nata nel 1915, era stata prima una lingua scritta, imparata a scuola, poi una lingua parlata (mia nonna, quando è nata, la lingua che parlava, la sua lingua madre, era il dialetto parmigiano), mentre il russo, per tutti i russi, è prima una lingua parlata poi una lingua scritta (i russi hanno l’alfabeto solo nel IX secolo dopo Cristo e in Russia non esistono i dialetti, il russo di Mosca, di San Pietroburgo e di Vladivostok è praticamente lo stesso).

Proprio andando a Vladivostok, sulla transiberiana, a un certo punto era montato sul treno un saldatore che citava l’Onegin, il romanzo in versi di Puškin, con una naturalezza che mi aveva stupito ma che, a pensarci, non era per niente stupefacente, perché l’inizio dell’Evgenij Onegin, il romanzo in versi di Puškin, scritto ai primi dell’ottocento, che può essere considerato l’inizio della letteratura russa moderna, quell’inizio lì, «Moj djadja samych čestnych pravil, kogda ne v šutku sanemog, on uvažat’ sebja sastavil, i lučše vydumat’ ne mog», che in italiano può esser tradotto approssimativamente «Mio zio, che aveva dei princìpi molto onesti, quando si è ammalato per davvero, ha preteso che tutti lo rispettassero, e non poteva aver miglior pensiero», quell’inizio lì, in Russia, lo capiscono anche i bambini, invece una poesia italiana contemporanea all’Onegin, non so, il cinque maggio, di Manzoni, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», questi versi qui, se li dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quella volta lì, e pensavo che l’avrei letta a mia figlia, la Battaglia, che allora aveva cinque anni.
Dopo mi ero scordato.


Mia nonna, che aveva fatto la seconda elementare, con l’italiano lei non aveva un rapporto, non so come dire, sereno, non lo sapeva benissimo, faceva degli errori, per esempio il boiler lo chiamava «Bolide».


Dopo un’altra volta, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato ancora di come erano diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin, in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, adesso quando torno a Bologna voglio provare, avevo detto quell’altra volta lì. Dopo mi ero scordato.


Un’altra volta ancora, ero in giro a presentare un libro, avevo parlato di come sono diversi il russo e l’italiano, e del fatto che i primi versi dell’Onegin in Russia li capiscono anche i bambini, invece, per dire, «Ei fu, siccome immobile, / dato il mortal sospiro, / stette la spoglia immemore, / orba di tanto spiro», se lo dici a un bambino italiano chissà cosa capisce, «Adesso quando torno a Bologna voglio proprio provare», avevo detto quella volta lì.
Dopo poi ero tornato a casa, avevo preso la Battaglia, le avevo detto: «Ascolta, adesso ti dico una cosa e tu mi dici quello che capisci».
«Va bene», mi aveva detto lei.
E io le avevo detto: «Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore, orba di tanto spiro», e poi le avevo chiesto: «Cos’hai capito?».
E lei ci aveva pensato un po’ e poi mi aveva detto: «Che lui è lì, in piedi, che gioca a memory respirando».
Ecco.


Manzoni, e quelli che scrivevano in italiano nell’ottocento, non avevano lo strumento, per farsi capire; Settembrini, nel 1870, finiva le sue lezioni sulla letteratura italiana augurandosi che l’italiano sarebbe diventata una lingua viva. Questo significa, come nota De Mauro, che l’italiano allora era una lingua morta, nel 1870, nove anni dopo l’unità d’Italia.
Ma come mai l’italiano era una lingua morta e il russo invece era una lingua viva? Come mai, non lo so.


Quello che so è che il russo, la lingua di Puškin, è prima una lingua parlata, e poi una lingua scritta, e che i russi, come ho già datto, fino al IX secolo non hanno neanche l’alfabeto (la missione di evangelizzazione di Cirillo e Metodio, che inventano l’alfabeto glagolitico, che poi verrà ribattezzato, dai discepoli di Cirillo, cirillico, è dell’846), e quindi quando i russi scrivono, adesso semplifico ma un po’ è così, scrivono usando una lingua che tutti i russi parlano e che conoscono tutti, invece gli italiani che si mettono a scrivere, nel 1861, scrivono in una lingua che, secondo le stime di De Mauro, parlava il 2 e mezzo per cento degli italiani.


Questo vuol dire che il 97 e mezzo per cento degli italiani non sapevano l’italiano, e per i loro discendenti, ivi compresa mia nonna, e i nostri nonni, e i nostri padri, la lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», dice Dante, la lingua madre, non era l’italiano, era il dialetto, e l’italiano, per loro, era lingua della scuola, che imparavano a scuola, che imparavan sui libri, e questa differenza tra la lingua che leggiamo nei libri e la lingua che parliam tutti i giorni è una differenza che ce la portiamo dietro fino ad oggi, anche se non è evidente, perché a noi sembra naturalissimo che dentro nei libri ci siano scritte delle cose diverse da quelle che sono dette per strada, e invece non è naturale per niente, secondo me, è la situazione che si è creata in Italia per via di un fatto stranissimo che per qualche decennio, una quindicina, dall’unità d’Italia in poi, il fatto di conoscere bene l’italiano, in Italia, non era una cosa normale che succedeva a tutti i madrelingua, era una cosa speciale che succedeva a chi aveva avuto la possibilità di studiare, e mia nonna, per dire, che veniva da una famiglia povera, e che erano diciassette fratelli e sorelle, era andata a lavorare, a servizio da un generale, che aveva nove anni, per aiutare in famiglia, e per quello non era riuscita a studiare, aveva fatto la seconda elementare, e quando sentiva, per radio, per televisione, qualcuno che faceva un discorso difficile, con un lessico complicato e una sintassi articolata che lei non capiva molto bene, la sua reazione, di solito, era ammirata, diceva: «Ha parlato come un libro stampato», perché i libri stampati, secondo lei, erano scritti da quelli che avevano studiato e erano da ammirare, perché sapere l’italiano era un segno distintivo, voleva dire avere studiato e esser stati bravi a scuola, questo in Italia all’epoca di mia nonna, dagli anni dieci agli anni novanta del novecento, invece in Russia, cento anni prima, intorno al 1820, la situazione era come ribaltata. Perché quelli che avevano studiato, erano anche lì una minoranza, della popolazione, ma era una minoranza che conosceva meglio il francese del russo, perché i loro educatori erano quasi tutti francesi e la lingua che usavan tra di loro, sia nella conversazione che nella corrispondenza, era il francese.


Cosa che è evidente da molti romanzi russi dell’ottocento, come Anna Karenina, per esempio, dove le donne della famiglia del fratello di Anna, la famiglia Bolkonskij, quando si rivolgono alla mamma non dicono «mama» (in cirillico: мама, il cirillico è facilissimo, si impara in ungiorno), non usan la parola russa, dicon «maman», segno evidente del fatto che la loro lingua madre, «quella cui i bambini vengono abituati da chi sta loro accanto quando per la prima volta cominciano ad articolare distintamente le parole», non era il russo, era il francese.


Nel 1822, prima di mettersi a scrivere in prosa (avrebbe poi previsto, per la fine della propria vita, di deviare sempre più spesso verso «l’umile prosa»), in un appunto intitolato Sullo stile, Puškin scrive: «Una volta D’Alembet disse a La Hapre: non elogiatemi Buffon, una persona che scrive: La più nobile tra tutte le acquisizioni umane fu questo animale superbo, focoso, ecc. Perché non dire semplicemente: cavallo? E cosa dire allora dei nostri scrittori – continua Puškin – che ritenendo cosa meschina lo spiegare con semplicità le cose più normali, pensano di ravvivare una prosa infantile con aggiunte e logore metafore? Costoro non diranno mai: Amicizia senza aggiungere: codesto sentimento sacro, la cui nobile fiamma, ecc. Bisogna dire: la mattina presto, e loro scrivono: Non appena i primi raggi del sole che sorgeva rischiararono le contrade orientali dell’azzurro cielo: – ah, che novità, che freschezza! È forse meglio perché è più lungo? Leggo la recensione di un amatore del teatro: Questa giovane allieva di Talia e Melpomene, generosamente dotata da Apollo… Dio mio! Ma scrivi: Questa brava giovane attrice, e continua così, sta pur sicuro che nessuno presterà attenzione alle tue frasi, nessuno ti dirà grazie. Un vile zoilo, la cui mai sopita invidia riversa il suo soporifero veleno sui laure del Parnaso russo, la cui spossante ottusità può essere paragonata soltanto all’insaziabile cattiveria… Dio mio!, perché non dire semplicemente cavallo?».
Ecco.

Niente, io l’ho trovato un libro fantastico e ve lo consiglio.

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Parole per la geografia

Negli anni davanti a te (insegnante) passano migliaia di ragazzi. Sono studenti, ognuno con le sue inclinazioni, fragilità, intelligenze, difetti, tic, ma tutti dentro lo stesso ruolo, la stessa classe. Solo dopo, quando sei arrivato a un certo punto, sai di aver parlato della geografia a giardinieri, guide turistiche, panettieri, avvocati, estetiste, altri insegnanti, baristi. Qualche volta anche a poeti.
Così, un po’ per caso, un po’ perché alcune connessioni rimangono nel tempo, ti ritrovi un video di Gaia che ti parla della geografia che avevi nel cuore a vent’anni e che ti ha portato a finire dentro una classe, dentro una scuola, dentro un paese, a provare a testimoniare quella passione lì in tanti modi. Solo che lei la dice meglio e ti fa riflettere, se già i dubbi non fossero sufficienti, sulla reale essenza di quel che andrebbe trasmesso quando parliamo di quella cosa lì, così lontana dalle capitali a memoria, sfuggente, eppure per tutti così presente, che noi chiamiamo geografia.

Da questa parte del mare – Le rotte verso nord

Il giorno seguente ci spostiamo tutti insieme a Oujda, per partecipare al funerale in rito islamico del giovane Halim.

In Marocco la convivenza tra chiesa cristiana e Islam è di non interferenza. Un musulmano non può frequentare la chiesa cristiana e un cristiano non può entrare in moschea, ma della chiesa è accettata la presenza e data libertà di azione per i rapporti con i suoi fedeli.

Noi restiamo fuori dalla moschea, ma dopo la preghiera accompagnamo alla sepoltura il feretro del giovane, che era ospite al campeggio ormai da qualche mese. Alla sepoltura con rito islamico, segue un momento di preghiera cattolico. I compagni di campeggio di Halim partecipano ad entrambi con estrema intensità, qualcosa che è difficile scrivere.

Tornati in parrocchia, Padre Antoine ci accompagna in un giro per la struttura: “Abbiamo cercato di riadattare gli spazi al meglio per accogliere i giovani in arrivo. Nel solo mese di giugno abbiamo avuto più di 100 arrivi. Molti si fermano pochi giorni, qualcuno dei mesi, altri restano in Marocco definitivamente”.

La procedura è sempre la stessa: “Per prima cosa chi arriva da mesi di vita difficilissima ha bisogno di lavarsi ed essere visitato, per capire se ci sono specifiche esigenze mediche. Poi necessita un pasto caldo e un posto letto. Nei giorni seguenti la persona viene inserita nella vita della comunità. Sono ragazzi a cui spesso serve riguadagnare le regole base dell’interazione sociale, cose semplici come un “grazie” e un ”prego”, l’attenzione al vicino di tavolo, cose che si sono perse nel percorso di orrore e barbarie che hanno vissuto fino a lì (un percorso che può durare da mesi a due o tre anni). I giovani imparano a cucinare e mangiare insieme, occuparsi degli altri e mantenere in ordine gli spazi comuni. Poi arriva il momento di riflettere insieme sul percorso che stanno facendo, su cosa è importante per loro. A seconda delle loro capacità e inclinazioni cerchiamo di offrire delle possibilità di formazione professionale in loco: elettricisti, muratori qualificati, piastrellisti, installatori di pannelli fotovoltaici e così via.

Molti di loro davanti a questo bivio scelgono di rimanere in Marocco e darsi un’opportunità di formazione, abbandonando l’idea che la soluzione unica sia rischiare il salto (senza reti) verso l’Europa”.

Durante la visita agli spazi, lasciamo diverse valigie piene di vestiti che abbiamo raccolto nelle settimane precedenti alla partenza. Padre Antoine ci ringrazia: “con il numero di arrivi che avete sentito tutti questi abiti ci saranno molto utili. Qui d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo: serve di tutto”.

Per la sera ci offriamo nuovamente di preparare una pizza: mentre siamo seduti cercando di capire come operare in cucina, abbiamo occasione di parlare un po’ con alcuni dei migranti ospitati in parrocchia.

Ci raccontano la loro storia: due sono della Guinea, uno del Camerun, un altro del Senegal. Qualcuno è felice di raccontare, altri sfuggono alle domande e hanno occhi che parlano per loro e dicono degli orrori a cui hanno dovuto assistere lungo la rotta che li ha portati qui.

Le storie hanno diversi punti in comune: partono dai paesi d’origine a sud del Sahara, dove si paga una cifra attorno alle 150 euro per farsi portare in Mali. 150 euro in quei paesi equivalgono alla paga di tre mesi. Arrivati in Mali si viene rinchiusi in case che i ragazzi chiamano “foyer”. Qui chi ha i soldi può attendere una delle prossime partenze. Gli altri vengono trattenuti e obbligati a contattare le famiglie affinché inviino loro i soldi necessari. Le famiglie vengono minacciate e se i soldi non arrivano i ragazzi possono essere semplicemente abbandonati nel deserto al loro destino.

Un altro modo per raggranellare le somme necessarie è quello di provare a lavorare lungo le varie tappe del viaggio. I lavori che si possono ottenere da migranti di passaggio sono però spesso schiavistici, pagati poco o niente, pericolosi. Moussa ci dice: “puoi lavorare per gli arabi, ma non c’è certezza di essere pagati. Ci sono ragazzi che hanno lavorato per mesi senza poi vedere alcun soldo. Oppure puoi lavorare per i cinesi: pagano sette euro al giorno, ma chiedono di lavorare fino a 14 ore. Io ho lavorato per loro nel cantiere per costruire un tunnel autostradale in Algeria: chiedevano ritmi insostenibili e soprattutto le condizioni di lavoro erano pericolose. A un certo punto non ce l’ho più fatta a sopportare fatica e paura e ho deciso di andarmene”.

Dalle città maliane servono altre 250 euro per raggiungere il nord dell’Algeria e avvicinarsi al mare. Il viaggio per le vie del deserto avviene su pick up carichi all’inverosimile. Si viaggia anche in 12/14 persone. Se il mezzo prende una buca e qualcuno cade la marcia non si ferma.

Arrivati a nord dell’Algeria i ragazzi si rendono ben presto conto che la situazione è a rischio per i frequenti rastrellamenti organizzati dalle autorità algerine, la via più facile per l’Europa diventa così il Marocco. Altri foyer, altri soldi da pagare per passare il confine. Chi non ha soldi si accampa nella foresta nei pressi della frontiera e tenta passaggi disperati. Due dei ragazzi che si stanno raccontando sono stati catturati dalla polizia di frontiera marocchina che, però, non li ha respinti: li ha spogliati di tutto e li ha lasciati proseguire.

Mentre i ragazzi raccontano Padre Antoine, recatosi in stazione per accompagnare uno studente, torna con un nuovo ragazzo: “lo abbiamo trovato disorientato e senza un soldo in tasca e gli abbiamo offerto ospitalità”. Ci rendiamo conto che questo lavoro prosegue così 24 ore su 24.

A un certo punto Paolo domanda: “Ma avevate idea di quali ostacoli e sofferenza vi avrebbero atteso lungo la strada? Eravate informati?”.

La risposta di tutti e quattro è no, non sapevamo. Le notizie che girano a sud del Sahara sono diffuse ad arte dai trafficanti e alimentate dalle false buone notizie che manda a casa chi ha raggiunto l’Europa e deve dimostrare agli occhi delle famiglie di origine di “avercela fatta”, di aver avuto successo. Cattiva informazione che ha un gran nemico naturale: una scuola fatta bene, un buon livello di istruzione.

Poi il racconto continua. Una volta in Marocco ci sono diverse sorti possibili condizionate sopratutto dai soldi che si hanno o non si hanno in tasca. Chi non ha soldi si accampa nelle foreste fuori dai confini spagnoli di Ceuta e Melilla, cercando disperatamente di scampare alle retate della polizia marocchina e di riuscire poi scavalcare in un raro momento propizio le reti che recintano i due territori spagnoli in Marocco.

Altri tentano con imbarcazioni precarie e canotti gonfiabili di spingersi in acque internazionali sperando che siano poi la Croce rossa spagnola l qualche ONG a recuperarli. Si tratta di un rischio enorme.

Per chi ha qualche soldo in più i trafficanti organizzano atrraversamenti in barca; come in un menù le cifre variano a seconda del tipo di imbarcazione scelta: più è grossa e sicura e più il viaggio costa.

Per chi ha la spropositata cifra di 2500 euro esiste anche una specie servizio di attraversamento in barche in buono stato e con più tentativi a disposizione. Se un viaggio va male, perché fermato dal maltempo o dalle guardie costiere, si può riprovare. Con queste cifre il servizio diventa professionale: i soldi vengono bloccati su un conto corrente e scalati solo all’arrivo a destinazione.

Noi spendiamo sempre più soldi per irrobustire i controlli e più controlli e difficoltà ci sono e più si alzano i tariffari. I trafficanti si arricchiscono proprio grazie al nostro sistema di controllo. Davanti a queste storie i numeri statistici e i flussi migratori diventano ragazzi che hanno solo voglia di vivere dignitosamente, di avere un lavoro, potersi vestire meglio, mangiare ogni giorno, mandare soldi a casa. I numeri diventano persone e tutti i nostri ragionamenti da lontano si sciolgono come neve al sole. Quando ci decideremo a costruire canali di informazione e corridoi umanitari che evitino la proliferazione di business criminali e tanto dolore e sofferenza? Perché mai un giovane italiano dovrebbe avere il diritto di andare a Londra per guadagnare di più o imparare un’altra lingua e un camerunense no?

Cristiano a nome di tutto il gruppo racconta ai ragazzi di come gli italiani stessi siano stati e siano un popolo di migranti (dal 2011 in avanti, va ricordato, sono più i giovani italiani che lasciano il paese che gli immigrati in arrivo!) e che se anche in questo momento tira una brutta aria, siamo un popolo capace di accogliere e all’interno del quale tante organizzazioni e associazioni come la nostra operano per creare una rete di supporto e diffondere una cultura dell’accoglienza.

Ci ringraziamo più volte per il breve confronto che abbiamo avuto e ci diamo appuntamento poco più tardi per una fetta di pizza insieme. Pensiamo a quanto sarebbe utile per chiunque, di questi brutti tempi, avere l’opportunità di dare un nome e un volto ai “flussi migratori”, guardare in faccia questi ragazzi e ascoltarli.

Da questa parte del mare – Al campeggio di Saidia

Arriviamo a Saidia, piccolo paese costiero prima del confine algerino, che è tarda sera. Ad accoglierci nel camping allestito dietro la chiesa da Padre Antoine Exelmans, ci sono solo una ventina di studenti provenienti da ogni angolo d’Africa; ragazzi che studiano in Marocco grazie a delle borse di studio internazionali e che nel campeggio stanno facendo un’esperienza di conoscenza e condivisione con i migranti che che passano di lì.

Oggi al campo però ci sono solo studenti. Arriviamo in un momento tragico per la comunità di migranti, poche ore prima del nostro arrivo un giovane di 17 anni, Amil, è morto annegato nel mare lì davanti. Padre Antoine e gli altri sono quindi rientrati nella casa accoglienza di Oujda – chiesa sede principale di lavoro per Padre Antoine – a un’ora di strada da lì, per denunciare l’accaduto alle autorità e preparare il funerale.

Nonostante la tragedia gli studenti ci accolgono come veri padroni di casa, ci mostrano le tende in cui possiamo alloggiare, i servizi, ci offrono qualcosa da mangiare.

Il giorno dopo lo passiamo insieme, in attesa di incontrate Padre Antoine di ritorno dalla città con notizie in merito alla cerimonia funebre per Amil.

Cuciniamo insieme la pasta e la pizza, andiamo in spiaggia, chiacchieriamo; insomma passiamo una giornata dove cerchiamo di vivere comunque con serenità. Gli studenti ci raccontano da dove vengono, cosa studiano, quali sogni anno. Ci sono ragazzi provenienti da diversi paesi francofoni dell’Africa occidentale e dal Madagascar. Ingegneri, studenti di medicina ed economia, studenti di legge. Ragazzi seri, educati, con grandi speranze in testa. Piuttosto consapevoli di come vanno le cose nel mondo, per quanto consapevole possa essere un ragazzo di vent’anni. Qualcosa di molto diverso dall’immagine dei giovani africani che più frequentemente arriva in Europa. Una parte fortunata delle loro rispettive comunità, si dirà e certo è così, ma anche il futuro di un continente che, dalle nostre parti, continuiamo a non voler vedere né considerare.

Padre Antoine arriva nel pomeriggio e ci racconta il perché in quel campeggio e a Oujda ha iniziato a intraprendere un’attività di assistenza ai migranti in arrivo dal confine algerino.

“Nel 1994 sono rimasto scosso dalla vicenda del genocidio in Rwanda. Mi sono detto: davanti a una cosa simile non possiamo rimanere davanti alla televisione e continuare a blaterare. Realizzare il messaggio del Vangelo è un’altra cosa. Chiesi al mio vescovo di allora di lasciarmi partire per l’Africa centrale. Lasciai quindi la Bretagna e atterrai per tre anni nella Repubblica Centrafricana, dove mi sono occupato, tra le altre cose, della pastorale giovanile. Sono poi tornato in Francia allo scadere di quei tre anni e ho inziato a pensare a come agire concretamente anche nel mio territorio di origine”.

Antoine non ha dubbi sulle sfide che la chiesa cattolica francese sarà chiamata ad affrontare: “Per me sono due – dice – l’accoglienza dei migranti e il dialogo con l’Islam”.

“Ho iniziato a lavorare in patria sul tema dell’accoglienza e sono andato avanti per tre anni. Dopo qualche tempo ho chiesto al mio superiore di poter tornare in Africa. Credo che solo chi lavora da questa parte del mare comprenda davvero un fenomeno di cui noi vediamo sempre e solo la coda. Così sono tornato prima di nuovo nella Repubblica Centrafricana e poi sono arrivato in Marocco”.

Parliamo ancora un po’ all’ombra delle piante del campeggio, bevendoci un caffè, fatto con materia prima e moka portate in dono dall’Italia.

“Ho iniziato a lavorare qui a Oujda e Saidia perchè siamo molto vicini al confine con l’Algeria. Qui arrivano i ragazzi che scappano dai loro paesi nell’Africa subsahariana. Passano dal deserto, risalgono l’Algeria e poi cercano la via per il Marocco. I motivi sono diversi: il Marocco, con le exclaves spagnole di Ceuta e Melilla e lo stretto di Gibilterra, è la porta più vicina per l’Europa. In secondo luogo, rimanere in Algeria è pericoloso perchè il governo adotta delle politiche di respingimento dei migranti barbare: a volte i migranti vengono presi, spogliati di tutti i loro averi e rispediti verso sud, abbandonati in località nel bel mezzo del deserto, lasciati lì al loro destino”.

Padre Antoine non lo specifica, ma è probabile che il deterioramento della situazione libica faccia il resto, dirottando parte dei flussi migratori più a ovest.

“Così – prosegue il parroco – molti di loro una volta a nord dell’Algeria provano a varcare il confine col Marocco. Se hanno soldi a sufficienza proseguono diretti verso le porte d’Europa, nella speranza di attraversare il mare ed essere accolti in Spagna; altrimenti, una volta superata la frontiera arrivano qui, in città e, o per loro volontà, con il passaparola, o perché li intercettiamo noi, vengono al campeggio o in parrocchia.

Qui non ci occupiamo di favorire il loro passaggio in Europa. Qui diamo un pasto, dei vestiti, umana vicinanza e una ri-educazione di base a persone che dopo mesi di viaggio non hanno più niente, fuori e dentro. Cerchiamo di creare le condizioni per le quali i ragazzi possano fermarsi in un posto sicuro in cui confrontarsi e riflettere, magari arrivando a capire che quel che stanno facendo, se tentare la traversata verso l’Europa, è davvero il loro obiettivo”.

Come venga operata concretamente questa accoglienza e la possibilità di riflettere insieme Padre Antoine ce lo spiegherà il giorno successivo a Oujda.

Da questa parte del mare – A Rabat

Dal Caucaso all’Atlante marocchino, un lungo volo da est ad ovest, visitando due catene montuose che in qualche modo sono confini d’Europa. Si potrebbe discutere sulla definizione, ma è lana caprina… con quest’altra sponda del Mediterraneo, con la sua gente, ci piaccia o no, di storia in comune ce n’è.

Proviamo così in questi giorni a guardare il vecchio continente dalla soglia, stando alla porta o appena fuori dalla porta. Dall’altra parte del mare avrebbe detto Gianmaria Testa. Lo guardiamo da una terra che ci aiuta a confrontarci con i confini – politici, culturali, religiosi- se è vero che oggi storici e geografi accomunano il Maghreb al Medio Oriente; oriente anche se Rabat è a ovest di Milano; oriente anche se un profondo conoscitore dell’Islam, come Massimo Campanini, ha più volte parlato dell’Islam come di una “religione d’Occidente”.

Mi trovo in questo viaggio un po’ di sfroso. Sono con 5 volontari del gruppo MLAL di Piacenza in visita ai progetti che la loro associazione segue in Marocco a partire dal 2001.

Lecito chiedersi come mai.

Lo scorso maggio il gruppo MLAL e Angolo Giro di Casatenovo hanno organizzato una cena con la locale comunità marocchina per presentare quanto l’associazione sta portando avanti sull’altra sponda del Mediterraneo.

Durante quella serata, a cui avevo preso parte da spettatore interessato, mi era sembrato ci fosse sano entusiasmo, persone in gamba tra i responsabili di progetto, e quindi spazio per pensare di far qualcosa insieme, che potesse coinvolgere la scuola, uno scambio o qualcosa di simile su cui magari avremmo potuto lavorare.

Non so se sia il caso di ripeterlo, ché già altre volte qui l’ho scritto: per me la scuola dovrebbe portare i ragazzi e le loro famiglie là dove non arriverebbero da soli. Non a Londra e a Barcellona. Oggi, soprattutto oggi, ad aprire gli occhi e tendere le orecchie all’altra sponda del Mediterraneo o sul fronte orientale. Non credo si tratti di una buona idea per fare scuola, trovo sia semplicemente un’azione necessaria per comprendere il mondo, il luogo e il momento in cui siamo.

Una buona geografia cerca di restituire al mondo la sua immagine più autentica.

A seguito di quei pensieri, parlatone con Sara, una delle anime del MLAL di Casatenovo, è stata lei a segnalarmi la possibilità di prendere parte a questo viaggio, a esortarmi ad andare a vedere. Ed eccoci qui, mentre vi scrivo da una tenda dall’altra parte del mare.

***

La nostra visita nomade inizia ad Harhoura. Dieci km a sud di Rabat, località in cui ha una delle

sue sedi Progetto Mondo MLAL.

Il pomeriggio che ci accoglie è atlantico: cielo umido e seppiolino, grandi onde che spumano sui frangiflutti, spandendo salsedine nell’aria. La camicia appiccica alla schiena.

Harhoura è la marina di Rabat. Ad un’occhiata distratta potrebbe sembrare come una qualsiasi località di riviera dell’Italia meridionale, ma guardando più attentamente si vede più veli colorati, fantasie floreali, abiti lunghi, teiere e ciuffi di menta che viaggiano su e giù per la spiaggia.

Una grande litoranea a quattro corsie taglia a metà l’abitato, in mezzo palme e tubi di scappamento, tutti avanti e indietro dalla vicina capitale, che conta un milione e mezzo di abitanti, area metropolitana compresa.

“Harhoura è un posto da cui capire il Marocco”, ci dice Cristiano, uno dei coordinatori per “Progetto Mondo MLAL” in Marocco. “È un posto in cui dieci anni fa c’era campagna e ora è pieno di seconde case, stratificate per classi sociali”.

Si vede bene: le prime case lungo il mare son ville di diplomatici, funzionari, quadri, e sono difese da militari che ciondolano dentro le loro guardiole. Superata la strada ci sono palazzine della nuova classe media: tristi stecche chiare e senz’anima, un po’ come in tanti altri luoghi del litorale mediterraneo.

Oltre, resta la campagna che c’era: fino a dieci e quindici anni fa qui erano baracche e greggi, una terra di pastorizia vista mare. Oggi abitazioni informali e pecore restano alle spalle o negli interstizi lasciati liberi dalla nuova edilizia. Una perfetta immagine della fobrice sociale che affligge il paese.

Facciamo un giro per la umida medina di Rabat. Il centro storico è cinto da possenti muraglioni che sembran di sabbia. Appena oltre le mura si aprono le vie della medina, dove migliaia di bancarelle vendono da tempo immemore i prodotti del luogo (oggi misti alla solita vasta e abbondante cineseria).

Ad ogni angolo, ci sono lavori in corso. Sforzi della locale Amministrazione per rendere più presentabile la città ai turisti (che non sono molti). Il fiume di folla ogni tanto si apre e devia il percorso ai margini, facendo emergere operai con picconi e badili intenti a riparare tubature o ricostruire la pavimentazione.

La città è disposta su una tavola leggermente inclinata, che sale fino a raggiungere una piccola collina a ridosso della costa. Un lungo cimitero occupa parte del pendio vista mare, forse per un chilometro. Un chilometro di lapidi di tufo e erbe secche, che per chi non ci è abituato è un colpo d’occhio che lascia stupiti.

A Rabat dormiamo all’ostello della gioventù, appena fuori dalle mura e vicino a un pezzo di strada in cui la folla si accalca per prendere i malconci bus di passaggio. A mezzanotte,

nella vampa, c’è ancora gran movimento.

Negli stanzoni dell’ostello c’è caldo e puzza di piedi, così prendo le mie lenzuola e mi sposto nel chiostro esterno. Dormo all’aria aperta, che di sera, qui di fronte al mare, significa essere accarezzati da una brezza gradevole.

Alle 4.30 del mattino, quando la città si è ormai acquietata, squarcia il silenzio l’arcaico richiamo del muezzin. I megafoni diffondono le voci corali per una buona mezzora, manifestando il tempo della città islamica.

La prossima tappa ci porterà dall’Atlantico al Mediterraneo. Attraverseremo tutto il nord del paese per arrivare a Saidia, una piccola località costiera a confine con l’Algeria, dove Padre Antoine ha allestito un campeggio di supporto a profughi e migranti nel giardinetto dietro la chiesa.