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Valutazione e merito nella scuola. Due letture.

Ho letto questi due libri ultimamente (non proprio due letture da spiaggia) e li suggerirei a chiunque voglia entrare a far parte del grande mondo della scuola e dell’università. Analizzano in modo documentato e piuttosto preciso due facce della stessa medaglia: la decisa virata dei sistemi educativi da scuola di cittadinanza a scuola di mercato.

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Il primo “Contro l’ideologia del merito” mette a fuoco quale brodo di coltura accompagna l’avvento della didattica delle competenze. Un modello che, dietro la retorica delle metodologie attive e dell’innovazione, piega tutto verso flessibilità, adattamento, auto-imprenditorialità, scaricando sul singolo individuo la responsabilità del proprio successo o fallimento.
Ci avverte Boarelli, l’autore, siamo davanti a due inganni da segnalare subito.
Il primo: la straordinaria somiglianza tra il lessico e i valori dei documenti del mondo delle imprese e quelli dell’universo dell’istruzione, illuminano una scuola che depone le armi e con loro l’idea di sviluppare saperi critici (analisi delle cose che non vanno e revisione migliorativa dell’esistente) diventando il principale strumento per addomesticare allo status quo. Adattarsi è cosa utile se bilanciata da visione critica e capacità di proposta alternativa, se resta sola diventa anticamera di omologazione, incapacità di prendere posizione, zerbinismo.
Lo abbiamo visto nelle recenti maturità, con quelle sempre uguali presentazioni delle esperienze di alternanza scuola lavoro, in cui le nostre ragazze e i nostri ragazzi -parole loro – sono sempre: “cresciuti molto umanamente e hanno sviluppato le loro soft skills”. La prima riflessione davanti a questo teatrino è legata al fatto che c’è talmente poco da dire su queste esperienze che alla fine tutti sono stati costretti a ripetere le solite tre formulette vuote. La seconda è che – lo so per certo dai diretti interessati – molti di loro hanno edulcorato affinché non ci fossero intoppi. Quei casi fanno pensare che la scuola sotto sotto inviti non solo a non prendere posizione, ma premi pure chi “vende” con maggior furbizia. Certo poi i docenti fanno i loro conti, sanno chi hanno davanti, valutano secondo scienza e coscienza, ma intanto lo spettacolino è andato in scena, con la collaborazione di tutti, e il substrato culturale che lo accompagna fermenta e lievita.
Il secondo inganno dell’ideologia meritocratica, scrive Boarelli, è questo: l’idea che tutti partano con gli stessi strumenti e che quindi la capacità di mettere a frutto i propri talenti dipenda, in ultima analisi, solo dalle proprie capacità. “Decidi, scegli e agisci in autonomia”, dice la teoria. Se fallisci nella vita, evidentemente, è perché non hai sviluppato a sufficienza le tue competenze: insomma, non hai meritato. Spariscono i contesti familiari, culturali, sparisce la società in cui siamo inseriti, un ragionamento su come funzioni. Ogni insegnante onesto intellettualmente potrà raccontarvi di come, invece, la reale capacità degli studenti dipenda solo in minima parte dal contributo diretto della scuola e molto da altre variabili esterne.
Il secondo libro “La tirannia della valutazione” completa il quadro: la società di mercato vive anche una eterna ossessione per la misurazione. La misurazione – che spesso si vuol vendere come oggettiva e innocua raccolta di informazioni (Invalsi) – crea però una didattica che segmenta il sapere e automatizza i processi, elimina ogni problematicità dal percorso, come se la conoscenza fosse una serie di pilloline che si possono bere con un bicchier d’acqua.
Nella scuola, in particolare, sostituire la valutazione con la misurazione significa quantificare dei valori che sono in larga parte qualitativi. L’idea di fondo è quella della banalizzazione da pensiero social: un blog riceve molti “mi piace”? Vuol dire che è di buona qualità e merita di essere frequentato. “Pollice su” e “pollice giù” e spariscono le infinite sfumature del reale.
Angelique Del Rey si spinge oltre: la scelta dei parametri da misurare rende chiaro come la valutazione non sia né neutra, né oggettiva, e anzi esprima un enorme potere di modellamento deciso dall’alto: se la scuola buona è quella con pochi bocciati e si mettono gli istituti in classifica tra loro sulla base di simili parametri, si compie un atto dal valore politico enorme, che cambia i connotati alla società intera.
Spesso la trasparenza – mi è capitato già di scriverlo qui – è solo una foglia di fico messa sopra la mancanza di fiducia nel prossimo, nel suo valore di persona e di professionista. In un mestiere di relazione come è l’insegnamento, deve essere all’interno di questa dinamica dialogica che avviene la valutazione. La didattica delle competenze crea invece i presupposti per la delegittimazione del valore della persona (docente e studente) e per l’esautorazione degli stessi dal loro ruolo. Nei test Invalsi studenti e docenti, sono studenti-oggetto e docenti-oggetto, misurabili astrattamente come la temperatura dell’acqua.
Al netto delle mie semplificazioni, delle sfumature e possibili visioni, lasciatevi interrogare dalle righe di questi due autori. Sono un buon punto di partenza almeno per fare un po’ di pulizia dal punto di vista concettuale.
Per approfondire: quiqui

Festival delle Geografie, ci vediamo a settembre

A prima vista si potrebbe pensare che la pandemia abbia reso inattuale o “superato” il tema dell’edizione 2020 del Festival delle Geografie: confini, limiti e frontiere. Invece, guardando oltre la superficie, a noi pare proprio che limiti e confini debbano essere centrali nell’analisi di quanto ci sta capitando.

Hanno riacquistato importanza i confini in senso geografico, lo hanno fatto con quell’ambivalenza tipica dei processi di globalizzazione: con l’arrivo della pandemia l’idea piuttosto statica di un mondo che potevamo guardare e dominare “dall’alto” si è drasticamente ridimensionata; contemporaneamente sono tornati in auge i controlli di frontiera, i confini chiusi, e con loro la richiesta di uno stato-nazione che agisca in modo energico.

Le percezioni legate a categorie come “centro” e “periferia” non sono state più così certe: fino  a febbraio non avevamo mai sentito parlare di Wuhan e per due mesi non abbiamo discusso d’altro; la Lombardia che si è sempre percepita come la regione più globalizzata d’Italia si è trovata iscritta nella lista nera di tanti paesi del mondo.

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In quest’ultima annotazione ci sono anche nuovi confini di carattere antropologico: per un momento gli “altri” siamo diventati noi. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’incertezza dell’incontro, fino ad arrivare a qualche caccia all’untore, con periodiche levate di scudi contro “quelli” della passeggiata, della corsetta al parco e via dicendo. Allo stesso modo, abbiamo sperimentato la separazione dai nostri affetti più cari, un inedito limite che ci siamo dovuti imporre con senso di responsabilità.

Non si può ignorare come il periodo di reclusione forzata abbia portato a galla  confini socioeconomici profondi. Basti un esempio tra i più scontati: passare la quarantena in una villa con giardino o in un minuscolo appartamento di periferia ha reso questa stagione estremamente diversa nella percezione di ognuno di noi. Questo è un problema troppo poco discusso e su cui, forse, varrebbe la pena tornare. Le differenze di strumenti, questa volta culturali, si è evidenziata talvolta con la difficoltà a selezionare tra le innumerevoli fonti d’informazione disponibili e, con essa, ad assumere comportamenti adeguati alla situazione.

Sono infine riemersi i temi inerenti i limiti dello sviluppo, il nostro continuo ignorare le leggi dell’ecologia, il nostro rapporto parassitario nei riguardi dell’ambiente naturale. Sappiamo – il numero degli studi al riguardo cresce – che anche questa pandemia trova tra le sue cause la degradazione delle foreste primarie. Il dibattito su come regolare lo sviluppo dovrebbe tornare al centro.

In questa edizione de “Il libro del mondo” pensiamo che ragionare su confini, limiti e frontiere voglia dire anche parlare di alcuni di questi temi. La sensazione generale è che non si stia cogliendo l’occasione di ripensamento del nostro modello di sviluppo come spesso avevamo sentito auspicare durante il cosiddetto lockdown. Le crisi senza un’adeguata cornice interpretativa non producono alcun tipo di avanzamento, lo abbiamo già visto tante volte, l’ultima nel 2007. Noi vorremmo che il Festival, nel suo piccolo, potesse segnare, da questo punto di vista, un momento utile e in controtendenza.

Nei prossimi giorni restate sintonizzati sui nostri canali social e sul nostro sito perché, di settimana in settimana, avremo approfondimenti e anticipazioni dai temi del Festival e altro ancora.

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Per non finire male

Per non finire male – appunti utopici per la scuola che verrà

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A Yerevan, con le classi 3^D e 3^E, l’anno scorso

Vedo in questi giorni le foto dell’anno scorso e della nostra straordinaria esperienza nel Caucaso con il laboratorio Viaggi Diversi. Ne ho chiacchierato con alcuni alunni in queste mattine e la risposta è unanime: ci ricordiamo quei giorni minuto per minuto, come qualcosa di vivo. Immagini che, viste oggi, fanno sentire più forte il vuoto finale di quest’anno scolastico.

L’esperienza di questi mesi è stata sicuramente un esperimento interessante (viene in mente l’usanza, attribuita ai cinesi, di augurare al proprio nemico di vivere in tempi interessanti…) che a conclusione lascia – almeno a me – un grande senso di sterilità alle spalle. Nel nostro piccolo, al Vanoni, quando possiamo, cerchiamo di costruire una scuola pensata e realizzata spalla a spalla con i ragazzi, perché riteniamo sia quello un modo sensato di fare scuola oggi, davanti alle distanze (generazionali, sociali, chiamatele come volete) che sempre più caratterizzano il rapporto studente-docente. Immaginare che il prossimo anno somigli vagamente a quello che va concludendosi significa immaginare un altro anno in cui si sopravvive.

Alcune cose per fare meglio, credo di poter dire, le abbiamo imparate:

  1. la tecnologia è uno strumento importante per migliorare la didattica e in questa occasione anche per renderla possibile, ma non è panacea dei mali scolastici e non può essere Il Canale;
  2. abbiamo riscoperto la vicinanza come bene prezioso (mai sentiti così tanti studenti contemporaneamente rimpiangere le aule scolastiche!)
    3) la pandemia può essere occasione per rimettere a posto l’ordine delle priorità. Il sistema mondo così come lo abbiamo allestito non funziona: basti nominare la crisi ecologica, se non vogliamo guardarne altre urgenti, ma forse meno semplici da circoscrivere;
  3. la scuola è lo spazio che abbiamo per formare cittadini in grado di pensare e vivere bene, ma è uno spazio che oggi spesso sembra impegnato per dare forma a una caricatura dell’esecutore flessibile globalizzato. Dell’esecutore flessibile globalizzato – a parte il fatto che si adatterà sempre senza fiatare – non ce ne facciamo molto durante un’emergenza che pone in discussione le basi della società nel suo complesso. Vi potrà sembrare un discorso eccessivamente teorico, ma se non voliamo alti quando parliamo di scuola e formazione, quale sarebbe la sede opportuna per farlo?

Inquieta un po’ ascoltare le confuse voci di corridoio che arrivano da Roma sulla “scuola di settembre” (siamo ancora alle voci di corridoio, peraltro). Pare si ragioni di contenuti digitali da replicare in serie, classi metà qui e metà là, disinfettante e plexiglass. Avremo bisogno anche di questo, certamente, ma non perdiamo di vista il cuore della vicenda. Scuola e realtà si devono guardare in faccia: servono strumenti di cittadinanza reali, non retorici. Che un giovane sia messo nelle condizioni di comprendere, scegliere, criticare, costruirsi un codice etico, immaginare altre vie. Utilizziamo l’occasione straordinaria per segnare una discontinuità con gli ultimi anni.

Ci sono cose che potrebbero aiutare a uscire dai ragionamenti di plexiglass, scrivo alcuni appunti sparsi, tra i conti della serva e lo slancio utopico, mi perdonerete. Sono incipit di ragionamenti che andrebbero poi proseguiti insieme scuola per scuola, comune per comune, con quel che si ha a disposizione, in un grande laboratorio che liberi e ravvivi la scuola ai tempi della pandemia globale:

  • anzitutto, per iniziare eleganti: ci vogliono soldi. Le risorse destinate alla scuola, stando all’ultimo decreto, sono davvero modeste: 331 milioni di euro complessivi che andranno divisi per sessantamila scuole (meno di 6.000 euro per ogni scuola). Queste dovrebbero servire per dotare le scuole delle nuove misure necessarie. Voglio sommessamente ricordare che la scuola è in crisi da ben prima del virus: finestre rotte, attrezzature informatiche vetuste (quando ci sono), muri che piangono miseria… potremmo fermarci qui;
  • abbiamo sempre chiesto la riduzione del numero di alunni – prima riforma necessaria – perché con gruppi piccoli la qualità di quel che si fa s’innalza. E’ il momento!
  • al posto di reclutare vigilantes, perché non pensiamo di creare reti sul territorio con persone, enti, associazioni, che possono aiutarci a fare scuola in modi diversi? Proviamo a uscire dal perimetro: è una situazione emergenziale, un’occasione per sperimentare. Parliamo dell’impegno politico con i consiglieri comunali del paese, incontriamo i giornalisti del quotidiano locale e facciamoci spiegare quanto è importante e delicata l’informazione, incontriamo sportivi, magistrati, mobilieri, rapper; un agricoltore che ci dica che è ora di fare attenzione a cosa mangiamo. Usiamo gli spazi esterni del paese o della città. I boschi, i musei, i cineteatri, gli oratori. Facciamo dibattiti in piazza e lezione seduti davanti a un bel paesaggio. Se anche molti di questi esperimenti dovessero rivelarsi fallimentari, non lo saranno più di questi mesi di didattica a distanza e ci avranno comunque aiutato a cartografare, a capire da che parte non bisogna o non si può andare;
  • per poter fare questo esperimento – ma non solo per questo – studenti e insegnanti meritano più autonomia. Sono questi i due poli al dialogo e durante la quarantena collettiva hanno dimostrato di sapersi organizzare, arrivando prima delle direttive ministeriali.
    Nelle relazioni, anche in quelle educative, la fiducia è tutto.
    Oggi scuole e insegnanti sembrano sorvegliati speciali, devono attenersi a sempre nuove procedure rigidamente codificate e monitorate secondo le retoriche della trasparenza, formarsi solo seguendo le raccolte punti ministeriali. Il digitale aumenta ancor più questo tipo di spinte regressive. La trasparenza nasconde spesso un insano desiderio di misurazione e controllo, che deriva dalla totale assenza di fiducia tra le persone. Senza fiducia non si costruisce una comunità educante. Siamo all’abc: dico cose risapute, ma sempre più lontane dalla realtà concreta.
    Collegato agli istinti misuratori: smettiamola di buttare soldi per l’Invalsi. E’ raccapricciante dal punto di vista etico spendere 22 milioni di euro in una fase d’emergenza per fare test a crocette.
    Agli studenti chiediamo di più, diamo loro più responsabilità, svegliamoli dal torpore in cui li abbiamo confinati (ben prima della quarantena collettiva). Non possiamo chiedere loro di non essere irresponsabili oggi, quando quel che facciamo molto frequentemente è dirgli di stare seduti in silenzio ad ascoltare e replicare pedissequamente i gesti dell’insegnante.

Vi sento… se non siamo pronti alla didattica digitale figuriamoci alla scuola che diventa laboratorio di alternativa. Avete ragione. C’è nella scuola chi ha perso fiducia nella politica, nelle famiglie, chi nei ragazzi che ha davanti, qualcuno persino in se stesso. Tutto vero, siamo tutti mezzi in crisi. Ciò detto, l’unica mi sembra guardare questi orizzonti, per ora col binocolo, e provare a camminare in quella direzione. Piccoli passi avanti potrebbero migliorare la situazione e formare un contesto nuovo.

Abbiamo bisogno di risorse, fiducia e ottimismo della volontà. Se vi sembra troppo vi ricordo che la scuola è per ogni società l’infrastruttura strategica per eccellenza.

 

A Barzanò con Pippo Civati

Dopo tanti anni che seguo e leggo Civati, grazie all’Associazione MOLO di Barzanò,  venerdì sera avrò piacere di fargli qualche domanda a partire dal suo libro “Voi Sapete – L’Indifferenza Uccide”. Sarà occasione per parlare anche del suo recente lavoro con la Senatrice a vita Liliana Segre (Il Mare Nero dell’Indifferenza).
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