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Da questa parte del mare – Le rotte verso nord

Il giorno seguente ci spostiamo tutti insieme a Oujda, per partecipare al funerale in rito islamico del giovane Halim.

In Marocco la convivenza tra chiesa cristiana e Islam è di non interferenza. Un musulmano non può frequentare la chiesa cristiana e un cristiano non può entrare in moschea, ma della chiesa è accettata la presenza e data libertà di azione per i rapporti con i suoi fedeli.

Noi restiamo fuori dalla moschea, ma dopo la preghiera accompagnamo alla sepoltura il feretro del giovane, che era ospite al campeggio ormai da qualche mese. Alla sepoltura con rito islamico, segue un momento di preghiera cattolico. I compagni di campeggio di Halim partecipano ad entrambi con estrema intensità, qualcosa che è difficile scrivere.

Tornati in parrocchia, Padre Antoine ci accompagna in un giro per la struttura: “Abbiamo cercato di riadattare gli spazi al meglio per accogliere i giovani in arrivo. Nel solo mese di giugno abbiamo avuto più di 100 arrivi. Molti si fermano pochi giorni, qualcuno dei mesi, altri restano in Marocco definitivamente”.

La procedura è sempre la stessa: “Per prima cosa chi arriva da mesi di vita difficilissima ha bisogno di lavarsi ed essere visitato, per capire se ci sono specifiche esigenze mediche. Poi necessita un pasto caldo e un posto letto. Nei giorni seguenti la persona viene inserita nella vita della comunità. Sono ragazzi a cui spesso serve riguadagnare le regole base dell’interazione sociale, cose semplici come un “grazie” e un ”prego”, l’attenzione al vicino di tavolo, cose che si sono perse nel percorso di orrore e barbarie che hanno vissuto fino a lì (un percorso che può durare da mesi a due o tre anni). I giovani imparano a cucinare e mangiare insieme, occuparsi degli altri e mantenere in ordine gli spazi comuni. Poi arriva il momento di riflettere insieme sul percorso che stanno facendo, su cosa è importante per loro. A seconda delle loro capacità e inclinazioni cerchiamo di offrire delle possibilità di formazione professionale in loco: elettricisti, muratori qualificati, piastrellisti, installatori di pannelli fotovoltaici e così via.

Molti di loro davanti a questo bivio scelgono di rimanere in Marocco e darsi un’opportunità di formazione, abbandonando l’idea che la soluzione unica sia rischiare il salto (senza reti) verso l’Europa”.

Durante la visita agli spazi, lasciamo diverse valigie piene di vestiti che abbiamo raccolto nelle settimane precedenti alla partenza. Padre Antoine ci ringrazia: “con il numero di arrivi che avete sentito tutti questi abiti ci saranno molto utili. Qui d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo: serve di tutto”.

Per la sera ci offriamo nuovamente di preparare una pizza: mentre siamo seduti cercando di capire come operare in cucina, abbiamo occasione di parlare un po’ con alcuni dei migranti ospitati in parrocchia.

Ci raccontano la loro storia: due sono della Guinea, uno del Camerun, un altro del Senegal. Qualcuno è felice di raccontare, altri sfuggono alle domande e hanno occhi che parlano per loro e dicono degli orrori a cui hanno dovuto assistere lungo la rotta che li ha portati qui.

Le storie hanno diversi punti in comune: partono dai paesi d’origine a sud del Sahara, dove si paga una cifra attorno alle 150 euro per farsi portare in Mali. 150 euro in quei paesi equivalgono alla paga di tre mesi. Arrivati in Mali si viene rinchiusi in case che i ragazzi chiamano “foyer”. Qui chi ha i soldi può attendere una delle prossime partenze. Gli altri vengono trattenuti e obbligati a contattare le famiglie affinché inviino loro i soldi necessari. Le famiglie vengono minacciate e se i soldi non arrivano i ragazzi possono essere semplicemente abbandonati nel deserto al loro destino.

Un altro modo per raggranellare le somme necessarie è quello di provare a lavorare lungo le varie tappe del viaggio. I lavori che si possono ottenere da migranti di passaggio sono però spesso schiavistici, pagati poco o niente, pericolosi. Moussa ci dice: “puoi lavorare per gli arabi, ma non c’è certezza di essere pagati. Ci sono ragazzi che hanno lavorato per mesi senza poi vedere alcun soldo. Oppure puoi lavorare per i cinesi: pagano sette euro al giorno, ma chiedono di lavorare fino a 14 ore. Io ho lavorato per loro nel cantiere per costruire un tunnel autostradale in Algeria: chiedevano ritmi insostenibili e soprattutto le condizioni di lavoro erano pericolose. A un certo punto non ce l’ho più fatta a sopportare fatica e paura e ho deciso di andarmene”.

Dalle città maliane servono altre 250 euro per raggiungere il nord dell’Algeria e avvicinarsi al mare. Il viaggio per le vie del deserto avviene su pick up carichi all’inverosimile. Si viaggia anche in 12/14 persone. Se il mezzo prende una buca e qualcuno cade la marcia non si ferma.

Arrivati a nord dell’Algeria i ragazzi si rendono ben presto conto che la situazione è a rischio per i frequenti rastrellamenti organizzati dalle autorità algerine, la via più facile per l’Europa diventa così il Marocco. Altri foyer, altri soldi da pagare per passare il confine. Chi non ha soldi si accampa nella foresta nei pressi della frontiera e tenta passaggi disperati. Due dei ragazzi che si stanno raccontando sono stati catturati dalla polizia di frontiera marocchina che, però, non li ha respinti: li ha spogliati di tutto e li ha lasciati proseguire.

Mentre i ragazzi raccontano Padre Antoine, recatosi in stazione per accompagnare uno studente, torna con un nuovo ragazzo: “lo abbiamo trovato disorientato e senza un soldo in tasca e gli abbiamo offerto ospitalità”. Ci rendiamo conto che questo lavoro prosegue così 24 ore su 24.

A un certo punto Paolo domanda: “Ma avevate idea di quali ostacoli e sofferenza vi avrebbero atteso lungo la strada? Eravate informati?”.

La risposta di tutti e quattro è no, non sapevamo. Le notizie che girano a sud del Sahara sono diffuse ad arte dai trafficanti e alimentate dalle false buone notizie che manda a casa chi ha raggiunto l’Europa e deve dimostrare agli occhi delle famiglie di origine di “avercela fatta”, di aver avuto successo. Cattiva informazione che ha un gran nemico naturale: una scuola fatta bene, un buon livello di istruzione.

Poi il racconto continua. Una volta in Marocco ci sono diverse sorti possibili condizionate sopratutto dai soldi che si hanno o non si hanno in tasca. Chi non ha soldi si accampa nelle foreste fuori dai confini spagnoli di Ceuta e Melilla, cercando disperatamente di scampare alle retate della polizia marocchina e di riuscire poi scavalcare in un raro momento propizio le reti che recintano i due territori spagnoli in Marocco.

Altri tentano con imbarcazioni precarie e canotti gonfiabili di spingersi in acque internazionali sperando che siano poi la Croce rossa spagnola l qualche ONG a recuperarli. Si tratta di un rischio enorme.

Per chi ha qualche soldo in più i trafficanti organizzano atrraversamenti in barca; come in un menù le cifre variano a seconda del tipo di imbarcazione scelta: più è grossa e sicura e più il viaggio costa.

Per chi ha la spropositata cifra di 2500 euro esiste anche una specie servizio di attraversamento in barche in buono stato e con più tentativi a disposizione. Se un viaggio va male, perché fermato dal maltempo o dalle guardie costiere, si può riprovare. Con queste cifre il servizio diventa professionale: i soldi vengono bloccati su un conto corrente e scalati solo all’arrivo a destinazione.

Noi spendiamo sempre più soldi per irrobustire i controlli e più controlli e difficoltà ci sono e più si alzano i tariffari. I trafficanti si arricchiscono proprio grazie al nostro sistema di controllo. Davanti a queste storie i numeri statistici e i flussi migratori diventano ragazzi che hanno solo voglia di vivere dignitosamente, di avere un lavoro, potersi vestire meglio, mangiare ogni giorno, mandare soldi a casa. I numeri diventano persone e tutti i nostri ragionamenti da lontano si sciolgono come neve al sole. Quando ci decideremo a costruire canali di informazione e corridoi umanitari che evitino la proliferazione di business criminali e tanto dolore e sofferenza? Perché mai un giovane italiano dovrebbe avere il diritto di andare a Londra per guadagnare di più o imparare un’altra lingua e un camerunense no?

Cristiano a nome di tutto il gruppo racconta ai ragazzi di come gli italiani stessi siano stati e siano un popolo di migranti (dal 2011 in avanti, va ricordato, sono più i giovani italiani che lasciano il paese che gli immigrati in arrivo!) e che se anche in questo momento tira una brutta aria, siamo un popolo capace di accogliere e all’interno del quale tante organizzazioni e associazioni come la nostra operano per creare una rete di supporto e diffondere una cultura dell’accoglienza.

Ci ringraziamo più volte per il breve confronto che abbiamo avuto e ci diamo appuntamento poco più tardi per una fetta di pizza insieme. Pensiamo a quanto sarebbe utile per chiunque, di questi brutti tempi, avere l’opportunità di dare un nome e un volto ai “flussi migratori”, guardare in faccia questi ragazzi e ascoltarli.

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Giornate del Caucaso – Passaggio in Karabakh

A Yerevan l’ambasciata del Nagorno Karabakh è una specie di casa occupata. Si entra senza suonare, il cancello è aperto. Quando ci andiamo due uomini stanno lavando degli enormi tappeti sulla scalinata d’ingresso, buttandoci sopra dell’acqua con una canna.

Una volta dentro, a destra c’è la cucina, come se si entrasse a casa della zia; a sinistra c’è l’ufficio dell’ambasciatrice, ben felice di rilasciare visti a 3000 dram (6 euro) e ancor più di fare da promoter turistica della sua terra, cercando di rifilare agli utenti diversi pacchetti turistici preconfezionati.

Rifiutiamo cordialmente e ci congediamo con il visto sul passaporto.

Nota bene: il visto per il Nagorno Karabakh può essere fatto anche una volta sul posto entro 48 ore dal vostro ingresso, ma dovendo visitare una regione separatista autoproclamata e militarizzata, la prudenza del buon padre di famiglia ci ha consigliato di prendere contatti con anticipo.

Da Yerevan, si arriva nell’alto Karabakh in sei ore di furgone su pessime strade armene. L’asfalto è liscio e privo di buche, ma la carreggiata è piena di avvallamenti improvvisi, come fosse stata costruita sulla sabbia. Fino alla cittadina di Goris – una città sdraiata tra le montagne e disposta lungo una profonda vallata fluviale – è la stessa rotta che porta in Iran. Dopo Goris il confine della Repubblica di Artsakh, come la chiamano gli armeni, dista mezzora: un piccolo posto di blocco senza nemmeno uno sbarramento, sopra il quale si levano due bandiere quasi identiche. A distinguere il vessillo del Karabakh dal tricolore armeno è solo una grechina che disegna un triangolo, forse ad indicare lo strappo inferto al paese dalla Storia e la ferita che si sta rimarginando e che unirà di nuovo due terre in una sola.

Il militare alla guardiola ride e scherza coi passanti, ritira i passaporti e annota l’identificativo su un registro cartaceo. Una procedura che ha tutta l’aria di essere un proforma.

Dopo il confine iniziano 60 km di strada senza un rettilineo. Curva dopo curva ci si addentra in un paesaggio montuoso di valli e declivi, prima gialli come il fieno e poi verdi come le foreste che li ammantano. Scarsissimi i segni di umanizzazione: un villaggio di baracche, uomini e greggi, uno nuovo con le casette prefabbricate tutte uguali, tutte col tetto rosso, probabilmente costruito con gli aiuti internazionali dopo il terremoto del 1989; l’ennesima tragedia novecentesca per un paese già provato dal genocidio e dalla sovietizzazione. Poi fino a Shushi, niente. Niente! In un’atmosfera che, per chi guarda dal finestrino, ondeggia tra idillio della natura e inquietudine da desolazione.

Dopo Shushi la strada sbuca dalle montagne ed entra nell’ampio altopiano (900 metri di altitudine) su cui si distende la capitale, Stepanakert, con i suoi 55.000 abitanti. Di fianco alla carreggiata iniziano a comparire segnali di vita: auto parcheggiate, capannelli di militari, donne intente con i loro cesti a cogliere le more, che venderanno sedute sui marciapiedi della città.

A Stepanakert hanno sede il governo e il parlamento. È il centro di comando della repubblica che nessuno riconosce. Qui tutti hanno combattuto, tutti hanno parenti o amici che hanno perso la vita. L’ultima vittima di questo conflitto a bassa intensità, ma ormai ventennale, è di maggio. Che le cose qui non siano come in qualsiasi altra città della provincia armena lo si capisce non appena scesi dal furgone: sui vecchi palazzi sovietici sono affisse gigantografie che celebrano l’esercito e il paese, lungo il viale principale tanti cartelloni che invitano i giovani ad arruolarsi. Per le strade la presenza di militari senza precisa occupazione è cospicua e lascia, perlomeno in chi ha appena messo piede in città, un senso di tensione latente, di qualcosa di imminente che potrebbe succedere. I fatti del 2016 testimoniano che basta una scintilla, che il conflitto arde comunque sotto la cenere della normalità.

La parte bassa della città è scalcinata e occupata dalle vecchie case di ringhiera di costruzione comunista, la parte alta, quella più colpita durante i combattimenti dei primi anni ‘90, è oggi risultato di grossi sforzi economici (armeni) per tirarla a lucido. Ci sono un parco giochi, un paio di ristoranti, qualche pizzeria, un hotel, gli uffici governativi, una fontana, le statue dei patrioti e un piccolo ufficio turistico. Nessun segno della guerra.

Per trovare il museo dei soldati caduti bisogna infilarsi nel cortile interno di un anonimo palazzo. Dentro il cortile la situazione sembra ferma al 1994. Triste edilizia post sovietica, camion dei militari, alcuni cannoni, dei manifesti di propaganda e il piccolo museo, che noi però in questi giorni troviamo chiuso.

Il nostro ostello sta nel mezzo della città, siamo ospiti di una coppia di vecchietti che gestiscono una delle poche guest house di Stepanakert. In pieno centro la casa è vecchia, contornata da un piccolo orto e un pollaio, con una bella terrazza che guarda sui tetti attorno. Lungo la via gente seduta davanti a casa su panche di legno. I negozi, l’alimentari, il barbiere, sono lungo il marciapiedi, in piccoli monolocali aperti sulla strada. Il panettiere sta davanti alla stazione dell’autobus dentro una cabina. C’è un unico sportellino da cui passano pagnotte e soldi.

La sera, quando l’aria è solo un po’ meno calda, andiamo da Ureni, un bel ristorante al modo caucasico, con tante piccole pergole di legno disseminate dentro il giardino. Si possono ordinare i piatti della cucina armena e locale; in particolare l’hatz, il pane basso ripieno di erbette del Karabakh e aneto, tipico della zona. Il pasto si conclude con baklava e té alle erbe. E per tre euro a testa, ci sentiamo dei signori!

Con il buio e le studiate luci che illuminano i nuovi bianchissimi edifici della città alta, scompaiono rughe e difetti del costruito e la gente si riversa per i marcipiedi e la piazza. Cammina su e giù, compra zucchero filato, sta seduta nel parco pubblico. Si respira un’aria normale, una tranquilla sera estiva di provincia, il desiderio di vivere dimenticandosi per un po’ le tensioni.

***

A Shushi la situazione è ben diversa. Nonostante gli sforzi del governo, la cittadina non si è più ripresa dal conflitto: molti gli edifici abbandonati, e ancor più numerosi quelli che portano segni di esplosioni; le poche nuove costruzioni – un ufficio del turismo, un lussuoso hotel – non fanno che mettere in risalto ancor più la desolazione circostante.

Del resto questo è stato uno dei maggiori centri dei combattimenti, è da qui che le truppe azere bombardavano gli armeni asserragliati a Stepanakert, durante uno degli atti decisivi del conflitto. La presa di Shushi rappresentò una svolta nella guerra. A ricordare il momento – provenendo dalla capitale, prima dell’entrata nella città, sulla destra – c’è un carroarmato T-72, lasciato lì dall’esercito armeno come monumento alla vittoria. Oggi c’è la coda di famiglie armene che vanno a farsi una foto.

Quando scendiamo dal primo bus del mattino, il cielo è grigio e i palazzi intorno mettono un po’ di nodo in gola. Le stesse persone sembrano riflettere la tristezza del luogo. Addentrandosi verso la parte alta della città per viottoli acciottolati, si cammina in mezzo a edifici esplosi o vecchie sgangherate case di villaggio.

Non sono mai stato su un fronte o su quel che rimane di un fronte. Da europeo occidentale figlio degli anni ottanta le guerre le ho studiate bene a scuola e le ho seguite in televisione. Guardare dentro le case divelte, con gli oggetti della quotidianità di qualche famiglia lasciati lì, al tempo e alla polvere, dentro scheletri di palazzi; mettere il naso dentro una vecchia tessitura, con i macchinari fermi da vent’anni; non lascia indifferenti.

Cammino e penso che questa visita possa aiutare a capire meglio una verità, che troppo spesso nei discorsi scade nella banalità: che dalla guerra bisogna stare lontani con tutte le proprie migliori energie. Perchè il conflitto è quello che abbiamo davanti agli occhi mentre attraversiamo Shushi. É l’esplosione istantanea della quotidianità: dove ieri si lavorava, si mangiava insieme, si suonava, oggi arriva il conflitto, la violenza, la depredazione. Ci vuole poco, basta un lieve soffio di identitarismo; poi non possiamo più scegliere. Ci capita e basta. La storia passeggia sopra le nostre teste. Bisogna arrivarci per tempo: venire qui a guardare le pietre e tornare a casa rifiutando ogni forma di violenza.

Ci sono molti segni del passato a Shushi che raccontano di una società multietnica ormai scomparsa: due moschee e una scuola coranica -danneggiate e abbandonate -, alcune case di chiara impronta islamica, un teatro e un caravanserraglio distrutti. Come in tutto il Caucaso, anche qui per secoli musulmani e cristiani avevano vissuto fianco a fianco. Una convivenza non sempre facile, ma che era proseguita ininterrotta fino alla fine dell’epoca sovietica. Ora tutto questo non sembra più possibile; nonostante ancora oggi, ad esempio, armeni e azeri convivano senza problemi in alcuni villaggi della vicina Georgia o in Iran.

Qui non è così. In ostello parliamo con un insegnate polacco amante del Caucaso, su cui sta scrivendo una guida in inglese. In Karabakh è stato cinque volte negli ultimi dieci anni. Ci racconta: “Dopo aver fatto alcune conferenze sul Karabakh sono stato contattato dall’ambasciatore azero in Polonia per un incontro di chiarimento su alcune delle cose affermate durante questi incontri. L’invito era a discuterle in ambasciata. Non un caso: un ottimo trucco per arrestarmi e magari detenermi per qualche tempo. Sapete che chi è stato in Karabakh per la legge nazionale azera è un criminale che ha violato l’integrità territoriale della nazione senza i dovuti permessi. Se ci si presenta in Azerbaigian o in ambasciata con un visto del Nagorno Karabakh sul passaporto scatta in automatico un mandato di arresto a vostro carico. Quindi, datemi retta: qui non si gioca. State attenti”.

***

Scendiamo lungo i pendii di Shushi, usciamo dalle vecchie mura verso il bosco, seguendo i segni bianchi e blu del Janapar Trail, un percorso di quattrocento km che collega tra loro moltissimi villaggi del Karabakh. Anche qui molti segni della guerra, tra piccoli bunker, lamiere, vecchie trincee ormai quasi irriconoscibili. Sotto Shushi c’è uno dei tratti più belli del trekking, a detta di chi lo ha percorso tutto: si scende in un canyon fluviale, si passa tra le case e il cimitero di un villaggio abbandonato e si arriva fino a delle cascate, che la domenica sono teatro di grandi picnic famigliari. Proseguendo oltre, si può raggiungere il villaggio rurale di Karnitak, grazioso nella sua semplicità contadina. Da Karnikat si può proseguire verso altri villaggi o chiedere un passaggio per risalire a Shushi.

A guardarlo da questo sentiero l’alto Karabakh è un paradiso naturalistico: potrebbe diventare meta dei camminatori di mezzo mondo. Non mancano i motivi di interesse.

Purtroppo però la guerra non è lontana, e bastano pochi minuti di macchina oltre Stepanakert per arrivare a Martakert o altre cittadine del fronte divenute tragicamente famose durante il conflitto e che oggi sono veri e propri cimiteri di macerie, dai cui viali principali non ci si può allontanare per la presenza di zone ancora minate.

Una terra di nessuno in cui i due eserciti si fronteggiano dal 1991, nell’indifferenza di un Occidente a cui nonostante tutto, da queste parti, si guarda con simpatia.

Giornate del Caucaso – Il conflitto “congelato”

Come anticipato nei giorni scorsi una delle grandi tappe di questo viaggio è la Repubblica di Artsakh nel Nagorno Karabakh, lo stato autonomo, autoproclamato e non riconosciuto dalla comunità internazionale, che occupa una discreta porzione di territorio azero, a seguito del conflitto che contrappose (e contrappone) Armenia e Azerbaigian dai primi anni ‘90.

Prima di raccontare come vanno le cose laggiù, credo sia importante fare un po’ di contesto, di modo da rendere più chiare le pagine dei prossimo giorni. Qui di seguito quindi non trovate il solito racconto di viaggio, ma una piccola sintesi storica, destinata solo a chi non conosce i termini della vicenda.

La situazione armena

Partiamo dalla analisi della particolarissima situazione armena, che rende subito chiaro come da ogni cauta mossa internazionale del governo dipenda anche la sua stessa sopravvivenza.

L’Armenia soffre di uno status geopolitico cronicamente fragile. Non ha sbocchi sul mare, ha due vicini (Turchia, Azerbaigian) su quattro ostili, che hanno chiuso le frontiere proprio in seguito al conflitto per il Karabakh. Non ha collegamenti terrestri diretti con la Russia; paese da cui ancora dipende la sua integrità e sopravvivenza. La strada più breve per il nord è la Georgia: la impegnativa strada militare che porta alla frontiera osseta di Vladikavkaz. Non certo una passeggiata di salute per i vecchi camion armeni.

Se questo non bastasse il paese è in grave stato di abbandono, sono milioni gli armeni sparsi nel

mondo, tanti quelli che se ne vanno, poco meno di tre milioni quelli rimasti in patria. Quasi la metà degli abitanti stanno a Yerevan, lasciando molte aree del paese sguarnite. I bassi tassi di natalità fanno il resto, provocando un progressivo invecchiamento della popolazione.

La genesi del conflitto

Il Karabakh storicamente fu territorio occupato da vari imperi: gli albani, i persiani, gli armeni conquistarono e dominarono la zona nei secoli.

Le ragioni che stanno alla base della guerra peró vanno ricercate nel periodo sovietico. Dopo la rivoluzione russa del 1917, il Karabakh venne inserito nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione dell’area) sia dagli azeri. Dopo la conquista bolscevica del 1920 il territorio venne assegnato, per volere di Stalin e del cosiddetto kavburo (un comitato di studio per il Caucaso) all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast’ (in russo traducibile come regione) Autonoma del Nagorno Karabakh. Molti studiosi hanno letto questa mossa di Stalin come ennesima applicazione del principio del divide et impera. Altri come contentino per mantenere buoni rapporti con la Turchia kemalista.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, la questione del Nagorno Karabakh riemerse. Heydar Aliyev, futuro padre padrone dell’Azerbaigian, proprio in quel periodo aveva dato avvio all’azerificazione forzata della regione, per evitare contraccolpi nel momento in cui la protezione del vacillante cappello sovietico sarebbe venuta meno. La popolazione armena del Karabakh, con il supporto ideologico e materiale dell’Armenia stessa, cominciò in quel momento a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria.

La fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, videro numerosi episodi di violenza interetnica tra azeri e armeni. Seguirono veri e propri pogrom ad opera degli uni e degli altri e iniziarono i rientri in zone più sicure dei rispettivi territori.

Nel settembre 1991 il soviet del Karabakh, utilizzando la legislazione sovietica dell’epoca, dichiarò la nascita della nuova repubblica dopo che l’Azerbaigian aveva deciso di fuoriuscire dall’Unione Sovietica.

In base a una legge votata a Mosca nell’aprile del 1990, se all’interno di una repubblica che decideva il distacco dall’Unione Sovietica vi era una regione autonoma (oblast’) questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall’URSS.

Seguirono quindi referendum ed elezioni, ma il percorso separatista venno bloccato nel gennaio dell’anno seguente dalla reazione militare azera, che diede inizio al conflitto.

Costi e complessità dello scontro

Il conflitto proseguì per 3 anni pieni, fece 50.000 morti secondo le stime ufficiali, e più di un milione tra profughi e sfollati. Un vero disastro che si concluse con un accordo di cessate il fuoco nel 1993. Un accordo che tuttavia non risolveva giuridicamente la questione e lasciava aperta la porta a una nuova ripresa delle rappresaglie. Da allora sono in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk, ma senza alcuna soluzione a vista.

Gli studiosi della materia indicano due principali motivi che rendono di difficile risoluzione questa guerra: il primo di diritto, il secondo legato alla realpolitik.

Sul piano del diritto internazionale si scontrano infatti due principi altrettanto importanti: il principio di autodeterminazione dei popoli e il principio di integrità territoriale degli stati. Gli armeni leggono la controversia come la negazione – per una regione storicamente armena e abitata da armeni – del diritto di scegliere il proprio destino, unendosi alla madrepatria. Gli azeri guardano al conflitto come ad un affronto della loro sovranità territoriale sull’area e ritengono sia loro diritto e dovere difendersi.

La ragione di ordine pratico è legata alle forze in campo: il Caucaso è un territorio di equilibri geopolici fragilissimi, spostare una pedina potrebbe aprire la strada a una sorta di effetto domino, tale da fare esplodere mille altre situazioni particolari. Quindi le grandi potenze, che dovrebbero intervenire in casi come questi, impostando un programma di pacificazione dell’area, stentano a metterci le mani e cercano di mantenere il conflitto in congelatore.

Le cose però non vanno proprio così e qualche morto sulla linea del fronte ogni anno arriva. La guerra per azeri e armeni è un dato di fatto ed è in corso. Le zone di confine tra i due paesi sono pericolose. L’ultimo morto è del 20 maggio 2018.

La svolta politica armena e qualche luce per il futuro

”Forse è l’uomo nuovo. Forse.” ci dice Vako, la nostra guida per un giorno a Yerevan. Parla del nuovo premier Nikol Pashinyan, il nuovo leader dei movimenti di cambiamento che hanno preso avvio qualche anno fa con l’oceanica manifestazione di piazza definita “Electric Yerevan”. Manifestazioni rivolte contro i nuovi rincari delle bollette di luce e gas, che avevano dato il là a una protesta politica più ampia verso l’autoritarismo e la gestione corrotta relizzata per un ventennio dalla dirigenza post comunista, di cui l’ultimo esponente fu Serzh Sargsyan; il premier uscente che ha dovuto – sull’onda delle agitazioni – rassegnare le proprie dimissioni e indire nuove elezioni nello scorso mese di maggio. Insomma, fino a qualche mese fa la politica armena non era quella dell’impero nepotistico degli Aliyev, ma le differenze erano meno di quanto si potesse pensare ad uno sguardo un po’ distratto.

Eletto da due mesi Pashinyan avrà il compito di mettere fine alla lunga stagione dell’apatia post-sovietica. Il 42enne, ex giornalista e attivista di piazza, ha promesso di svecchiare l’apparato istituzionale (il vicepremier ha 29 anni), di fare pulizia tra i ranghi del potere, e di ripulire il sistema dei monopoli che ha frenato lo sviluppo dell’Armenia, condannando un terzo della popolazione a povertà ed emigrazione.

Molti osservatori europei hanno inscritto questa piccola grande rivoluzione armena dentro il quadro delle rivoluzioni colorate che hanno preso vita in questo ventennio in varie aree post sovietiche, dalla Kirghisia all’Ucraina. Pashinyan ha accuratamente evitaro i riferimenti alle rivoluzioni colorate, sottolineando come alla base della contestazione ci fossero specifiche ragioni interne al paese e non una chiave di lettura anti-russa. Lo ha confermato in parte un comunicato del Cremlino giunto a breve distanza dalle elezioni, che riconosceva e rispettava il carattere “interno” della protesta.

Il nodo del Karabakh

La gestione del conflitto dormiente nel Nagorno Karabakh rimane l’altro nodo chiave a livello di politica internazionale. Pashinyan dovrà provare a riavviare nuovamente i negoziati che si trascinano senza risultati dal cessate il fuoco firmato nel 1994. In un discorso lo scorso 2 maggio il Primo ministro ha ribadito che “la Repubblica del Nagorno Karabakh è una parte inseparabile della Repubblica di Armenia”, lasciando intendere che l’indipendenza è oggi l’obiettivo per la regione abitata da circa 150.000 armeni.

Se Pashinyn affermasse apertamente la sovranità sul Nagorno Karabakh e le sette regioni azere attorno a esso, occupate dalle forze armene nel 1993-1994, non ci sarebbe alcuno spazio negoziale con Baku e si tornerebbe alla guerra. La guerra dei quattro giorni dell’aprile 2016, che ha causato 200 morti, è un recente avviso che ricoda quanto siano alti i costi di una soluzione che non arriva. L’ipotesi di indipendenza del Nagorno Karabakh a fronte della cessione di tutte o parte delle sette regioni cuscinetto potrebbe, forse, con una bella benedizione internazionale, mettere in sicurezza la zona che ora soffrigge, covando la riapertura degli scontri.

La scomparsa dell’attenzione

L’eccesso di informazioni, di stimoli, il carico di lavoro sempre crescente rendono necessaria una particolare tecnica del tempo e dell’attenzione, che retroagisce sulla struttura dell’attenzione stessa. La tecnica del tempo e dell’attenzione definita multitasking non costituisce un progresso civilizzante. Il multitasking non è un’abilità di cui sarebbe capace soltanto l’uomo nella società del lavoro e dell’informazione tardo-moderna. Si tratta, piuttosto, di un regresso. Il multitasking infatti è largamente diffuso tra gli animali in natura. E’ una tecnica dell’attenzione indispensabile per la sopravvivenza nell’habitat selvaggio.

Un animale intento a nutrirsi deve svolgere contemporaneamente altri compiti. Per esempio deve tenere gli altri predatori lontani dalla preda. Deve costantemente fare attenzione, mentre mangia, a non essere anche lui divorato. Nello stesso tempo deve sorvegliare la prole e tenere d’occhio i partner sessuali. In natura, dunque, l’animale è abituato a suddividere la propria attenzione tra diverse attività. Così, è incapace – che stia mangiando o che si stia accoppiando – di qualsiasi immersione contemplativa. […] Gli sviluppi sociali più recenti e il modificarsi strutturale dell’attenzione avvicinano sempre di più la società umana allo stato di natura. La preoccupazione di vivere bene, nella quale rientra anche una riuscita convivenza, cede sempre più il passo alla preoccupazione di sopravvivere.

Dobbiamo le attività culturali dell’umanità a una profonda attenzione contemplativa. La cultura presuppone un ambiente circostante in cui sia possibile un’attenzione profonda. L’attenzione profonda viene progressivamente sostituita da una forma di attenzione ben diversa, l’iper-attenzione. Il rapido cambiamento di focus tra compiti, sorgenti d’informazione e processi diversi caratterizza questa attenzione dispersa. Poiché tra l’altro essa ha una tolleranza minima per la noia, ammette poco anche quella noia profonda che pure non sarebbe irrilevante per un processo creativo. Walter Benjamin definisce questa noia profonda un “uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”. Se il sonno è il culmine del riposo fisico, la noia profonda sarebbe il culmine del riposo spiriturale. La pura frenesia non crea nulla di nuovo, ma riproduce e accelera quel che è già disponibile. Benjamin lamenta che questi nidi dell’uccello incantato, nidi di riposo e di tempo, scompaiano sempre più nella modernità. […] Con la scomparsa del riposo si perderebbe la “facoltà di ascoltare” e sparirebbe la “comunità degli ascoltatori”. Diametralmente opposta a essa è la nostra società dell’azione. La “facoltà di ascoltare” si basa infatti su una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha vie d’accesso.

Chi, camminando, si annoia e non tollera in alcun modo la noia, diventa irrequieto. Chi invece ha maggiore tolleranza verso la noia, forse dopo un po’ riconoscerà di essere annoiato dal camminare in sé. Così sarà spinto ad inventarsi un movimento completamente nuovo. Camminare velocemente o correre non è un nuovo tipo di andatura. E’ piuttosto un camminare accelerato. Il danzare, invece, rappresenta un movimento del tutto diverso. Solo l’uomo sa danzare. Mentre cammina, potrebbe essere colto da una noia profonda,  di modo che attraverso l’assalto della noia egli si sposta dal passo di corsa al passo di danza. Confrontata con l’andatura lineare, retta, spesso funzionale, la danza è – con i suoi movimenti elaborati – un lusso che si sottrae completamente al principio di prestazione.

Nello sciame

Letteralmente rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi, questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine ‘spettacolo’, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo.

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Oggi domina una totale assenza di distanza, nella quale l’intimità è messa in mostra e il privato diventa pubblico. L’assenza di distanza porta a una commistione di pubblico e privato: la comunicazione digitale favorisce questa esibizione pornografica dell’intimità e della sfera privata. Anche i social network diventano spazi di esibizione del privato.

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Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e nel tenere desta l’attenzione. Per via della loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso e lo spazio pubblico. Per questo scopo sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe. Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente. Le ondate di indignazione si sviluppano spesso di fronte a degli avvenimenti che hanno una rilevanza sociale e politica ridotta.

La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza, di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Le ondate di indignazione presentano un’indicazione minima con la società, dunque non costruiscono alcun Noi stabile, che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso.

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Oggi non abbiamo altro tempo al di fuori di quello lavorativo: ce lo portiamo dietro, così, non solo in vacanza ma anche nel sonno. Poiché serve alla rigenerazione della forza lavoro, anche il riposo non è nient’altro che una modalità del lavoro.

Certo, oggi siamo liberi dalle macchine dell’epoca industriale che ci schiavizzavano e sfruttavano; i dispositivi digitali tuttavia producono una nuova costrizione. Ci sfruttano in modo ancor più efficiente perché – grazie alla loro mobilità – trasformano ogni luogo in un posto di lavoro. La libertà della mobilità si rovescia nel fatale obbligo di dover lavorare ovunque. Nell’epoca delle macchine, già soltanto per via dell’immobilità di quest’ultime, il lavoro era circoscritto rispetto al non lavoro: il posto di lavoro, sul quale ci si doveva appositamente recare, era nettamente separato dai luoghi del non lavoro. Oggi questa distinzione è stata completamente abolita in molte professioni. Così, non possiamo più sfuggire al lavoro.

Dagli smartphone, che promettono più libertà, deriva una costrizione fatale: la costrizione a comunicare. Nello stesso tempo abbiamo un rapporto quasi ossessivo, coatto con il dispositivo digitale. Il digitale conta e calcola continuamente, assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le “simpatie” vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente ci significato: oggi tutto viene trasformato in qualche di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così tutto ciò che non è contabile cessa di essere.

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Il comprare non presuppone alcun discorso: il consumatore compra ciò che gli piace. Segue le proprie inclinazioni individuali. Mi piace è il suo motto. Egli non è un cittadino: il cittadino si caratterizza per la responsabilità nei confronti della comunità, che invece manca al consumatore. Nell’agorà digitale, nella quale seggio e mercato, polis ed economia coincidono, gli elettori si comportano come consumatori. E’ prevedibile che internet sostituita definitivamente il seggio elettorale. A quel punto, votare e comprare avrebbero luogo sul medesimo schermo, ossia sullo stesso piano di coscienza. Gli spot elettorali si mischierebbero a quelli commerciali. Anche l’attività di governo si avvicina al marketing: il sondaggio politico assomiglia, allora, a una ricerca di mercato. Gli umori degli elettori vengono esaminati mediante il data mining. Umori negativi sono risolti attraverso nuove, allettanti offerte; qui non siamo più agenti attivi, non siamo più cittadini, ma utilizzatori passivi.

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Nel panottico digitale non è possibile alcuna fiducia, che anzi non è neppure necessaria. La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni più precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido informazioni è nociva per la fiducia. Vista in questa luce, l’odierna crisi della fiducia è causata anche dai media. La connessione in rete facilita a tal punto la raccolta delle informazioni che la fiducia come pratica sociale perde sempre più significato e cede al controllo. Così la società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza. Da qui deriva la logica dell’efficienza.

Ogni click viene registrato, ogni passo che compio diventa ricostruibile. Ovunque dietro di noi lasciamo tracce digitali: la nostra vita digitale si imprime fedelmente nella rete. Attraverso il controllo, la possibilità di protocollare l’intera vita sostituisce integralmente la fiducia. Al posto del big brother c’è il big data: questo protocollare l’intera vita porta a compimento la società della trasparenza.