Archivi categoria: Attualità

Un salto in Maramures – La strada per il nord

Si parte in una specie di piazzale sterrato con dei baracchini. Davanti a uno che vende panini ci sono dei signori che sembrano vestiti da Mariachi messicani. Poco dopo compaiono anche donne – i capelli neri e unti come il corvo (cit.) – e ragazze in abiti floreali, coloratissimi. Sono rom. Mi attraversa un’emozione strana. Gli sguardi si incrociano da vicino, ma dietro i rispettivi occhi mondi lontanissimi. 

Lasciamo Timisoara per il grande nord contadino. Il cuore geografico d’Europa: il Maramures. Si prospettano 8 ore di viaggio.

Gli scatti dal furgone non vengono bene. Quindi decido di mettere via la macchina fotografica e annotarmi a parole le foto che avrei voluto fare. Trascrivo di seguito.

A dieci km da Timisoara le pecore pascolano tra i capannoni. 

A venti, enormi pianure. Linee elettriche nere a zig zag nei campi di colza . A perdita d’occhio. La colza è un lampo giallo al parabrise (semicit.)
Ci sono numerosi cartelloni pubblicitari, ma per chilometri e chilometri non c’è incollato niente!

Mentre uno dei passeggeri del nostro furgone russa pesantemente, la signora al mio fianco mi offre dei piccoli covrigi.

A 30 km da Arad i villaggi hanno strade sterrate. La ferrovia arrugginita passa tra le abitazioni, senza alcuno steccato o protezione. I bambini giocano a pallone di fianco ai binari.
Ad Arad la strada che entra in città è fiancheggiata per qualche chilometro da un vecchio gasdotto. Le cicogne fanno il nido su grandi alberi.

Poco fuori città una ragazza corre tutta vestita Nike, con le cuffie nelle orecchie. Qui mi sembra strano. Un lampo di modernità tra le bancarelle del mercato. La modernità oggi non mi manca per niente.

In alcuni villaggi grandi ombrelloni quadrati aperti davanti a una casa qualsiasi indicano il bar del posto.

In Romania le piante da frutto hanno tutte il tronco imbiancato di calce.

A metà tra Arad e Oradea campagne vuote e un’infinita di cartelli di terreni in vendita. Poco lontano dei cerbiatti.

In un villaggio vedo bambini che si inseguono in bicicletta, alzano polvere tra una capra e i panni stesi. Sento qualcosa, nostalgia forse o le mie radici che si muovono. 

Mi ricordo quando da piccolo mio nonno mi portava sulla carriola fino in fondo a via Lodosa. Non veniamo da molto lontano.

Una scuolina in mezzo a vecchie case di legno. Mi domando cosa significhi insegnare qui.

Il cielo si fa grigio. L’autista fuma. Musica tradizionale dalle casse, un misto tra la mazurka di Casadei e la chalga turca. Ogni tanto si apre a un pizzico di Tirolo.


Due ragazze con in mano le loro biciclette se ne vanno di spalle lungo una sterrata che sembra finire all’orizzonte. O forse tornano. In ogni caso una bella foto. 

I benzinai qui non se la passano bene. Sarà la decima pompa abbandonata che incontriamo. Mancano 14 km a Oradea.

Alla periferia di Oradea in un caseggiato di regime una anziana signora sta appoggiata al cornicione a guardare la pioggia.

Diretti verso Satu Mare siamo ormai in viaggio da quattro ore e non ci siamo ancora fermati. Mi sento leggermente rinco. Il terreno intanto si piega e fa delle onde. Colline in arrivo. 

Rispunta il sole.

La pausa pranzo di 14 minuti in un piazzale sterrato, tra case abbandonate. Mangiamo un panino che sa di cetrioli sottaceto della DDR. Di fianco a noi una mietitrebbiatrice abbandonata.

Terra, terra e ancora terra arata. Molto chiara in certi punti, quasi nera in altri. 

In un villaggio il nostro autista si ferma e scarica sacchi pieni di vestiti. Chissà che storia c’è dietro. Due bambini in ciabatte e col berretto di lana osservano la scena fermi sulle loro bici.

Di Satu Mare vediamo solo la periferia. La peggiore edilizia di regime, abitata da uomini e donne dall’aspetto malconcio. I ragazzini anche qui sembrano usciti dal video di un rapper americano. Dai villaggi alle città, da Vimercate a Londra, gli adolescenti di tutta Europa si assomigliano e crescono con lo stesso immaginario in testa. Che noia.


Condomini grigi, uno stradino taglia l’erba con il decespugliatore, altri tre lo guardano immobili, appoggiati alle rispettive scope di saggina.


Sole e nuvole cenere si alternano mentre ci dirigiamo verso nord. Il Maramures è vicino. Prossima fermata: Baia Mare.

L’uomo che qualche ora fa russava ora fischietta allegramente un motivo popolare che passa alla radio.

I villaggi che si arrampicano nel bosco assomigliano a cataste di tegole e legno. Qui è lecito credere ancora a lupi, streghe e altri esseri notturni. Dietro ogni portone di legno c’è un segreto misterioso.

Le case si fanno più colorate, i tetti più spioventi. I giardini piccoli e grandi, che sbucano tra le costruzioni, sono disordinate raccolte di oggetti: vasche da bagno, sedili di pullman, copertoni, macchinari e attrezzi abbandonati, essicatoi, pannocchie, carriole, rastrelli, dondoli, stivali e zoccoli.

Si entra in Maramures inoltrandosi nella selva. La strada sale a curve nella foresta e poi sbuca in un altopiano collinare benedetto dalla luce del tardo pomeriggio: sembra un disegno colorato coi pastelli.

Baia Mare è un grosso villaggio, non una città. Mancano 50 km alla meta. Intorno alle colline ora si alzano dolcemente delle montagne.


L’autista sulle strade di casa prende a fare le curve a cento all’ora. Intanto canta. Noi ci aggrappiamo ai sedili.


Una signora, che ha lavorato per sette anni in una pizzeria di Varese e conosce un po’ di italiano, ci chiede per conto dell’autista dove dobbiamo scendere. Qui è il contrario che in Italia: ci si ferma solo dove serve.

L’inglese anche oggi non pervenuto. Nessun problema, alleneremo altre abilità.

Arriviamo a Sighetu Marmatiei e una ragazza, scesa con noi dal furgone, ci accompagna sulla via per il nostro albergo. Gentilissima. Camminiamo per un po’ ma dell’alloggio neanche l’ombra. Iniziamo a chiedere in giro. Chiediamo a una signora. La signora chiama due giovani nella speranza che sappiano qualche parola di inglese. I ragazzi chiamano i rinforzi. In due minuti si crea un capannello di astanti, accorsi in nostro aiuto. 

Ci lasciano davanti alla porta dell’albergo e uno di questi ci dice: Romania! Come a dire: qui facciamo così!

8 marzo e Sol Levante

Uno spunto in più parlando di sciopero, donne, lavoro, mi viene oggi dalla stesura di alcuni appunti per le prossime lezioni che dedicherò al Giappone. A volte è strana la geografia dei pensieri.

Il Giappone come noto sta vivendo una crisi demografica importante: il paese negli ultimi due anni ha perso quasi 2 milioni di cittadini. Secondo i dati pubblicati un anno fa dal governo Abe nel 2060 ci saranno 87 milioni di giapponesi (contro i 126 di oggi) e metà di questi avrà più di 65 anni.

Analizzando i vari studi che circolano sul tema si trovano motivazioni disparate. Più o meno tutte concordano però sul fatto che il calo dei matrimoni e il calo dei tassi di fertilità siano dovuti al numero di ore lavorative e alla netta predominanza dei temi lavorativi tra le priorità di vita dei giovani; al fatto che molte ragazze preferiscano non sposarsi o rimandare la maternità per dedicarsi alla carriera o per timore di perdere il lavoro. Il governo è intervenuto negli ultimi mesi cercando di promuovere forme di lavoro flessibile che consentano alle donne di conciliare casa e lavoro, una di quelle misure che sa tanto di foglia di fico messa sopra alle vergogne di un mondo del lavoro di nuovo violento.

Non si tratta solo di calo demografico, in ogni caso. Per quel che possano valere questo genere di statistiche in molte concordano sul fatto che i giapponesi pur ricchi si dichiarano infelici, insoddisfatti e stressati dal lavoro. Il paese fa segnare alti tassi di suicidio (sopra i 30.000 casi/anno) e un milione di hikikomori, giovani che si ritirano dalla società per vivere nella propria stanza tra videogame e amore virtuale. Un problema che, tra l’altro, pare stia iniziando a materializzarsi qua e là anche nella nostra penisola.

Per non fare questa fine, uno dei temi più importanti che andrebbero rivendicati con lo sciopero di oggi credo sia quello del “tempo”. Del tempo per vivere, per realizzare pienamente le persone che siamo, come prevede la nostra Carta costituzionale. E’ un tema caro a donne e uomini, che dovrebbe generare un’ampia riflessione sul modello sociale ed economico che andiamo costruendo e di cui invece non si parla mai. E’ un argomento di volta in volta esiliato o delegittimato; non c’è più forza politica che prenda seriamente le sue difese.

Nell’epoca della competizione globale il tempo per vivere sembra classificato come lusso e non come diritto. É qui, dentro questa mancanza via via più vasta, che si annidano – a mio modo di vedere – alcune delle cause alla base di questo momento di crisi culturale e sociale. A scuola incontro studenti che sembrano isole senza famiglie, genitori che sanno poco o nulla dei loro figli. Fuori da scuola mi sembra di vedere sempre più cittadini senza tempo per informarsi o per leggere un libro. Lavoratori senza tempo per l’amore. Stare coi figli, studiare, leggere, fare una passeggiata, parliamo di cose basilari che, pure, sembrano essere spesso scambiate come privilegi o passatempo confinati alle vacanze.

I giorni di Altamura – Ad Aliano

Da tempo volevo andare al festival della paesologia di Franco Arminio, ma mai avrebbe potuto avere così senso andarci che dopo aver passato una settimana nell’alta Murgia immerso nella vita del posto, con persone che mi hanno saputo consigliare luoghi da vedere, letture da intraprendere, persone da conoscere. Carlo Levi e Tommaso Fiore, ad esempio, ho letto e sto leggendo in questi giorni. Due antifascisti, due meridionalisti, due storici e due geografi. Quanto ne avremmo bisogno al tempo presente.

DSCF6603-001
Continua a leggere I giorni di Altamura – Ad Aliano

Da mare a mare – Colline d’Italia

Sui testi di geografia si legge che la collina, a seconda delle definizioni che le si danno, copre circa il 50 o 60% del suolo nazionale. Siamo un paese collinare, il più collinoso d’Europa, e questo è stato vantaggio e svantaggio nel tempo. La collina ha rappresentato in epoche buie un paesaggio salubre e sicuro e nella nostra penisola più che altrove la colonizzazione delle colline è stata precoce. Il risvolto negativo sta nel fatto che la geografia ha finito per dare forma alla mente e il ritiro medievale entro la cerchia delle mura ha creato le basi per la formazione di quella cultura clanica, ancora molto viva, che separa il bene e il male a seconda di ciò che sta dentro e fuori dal borgo. La novità, il vagabondo, colui che arriva dall’esterno, in questo paese è ancora oggi “errante”; la lingua parla: errante, uno che vive nell’errore.

Attraversare l’Italia da est a ovest è infrequente; è più probabile seguire le grandi vie di comunicazione da nord a sud.
Andare dall’Adriatico al Tirreno significa passare un paio di settimane camminando e mettendo a fuoco una cosa: la collina è l’anima prevalente di questo paese; ovunque andrete in Italia vi fermerete prima o poi ai piedi di un colle.

DSCF5316

Spostarsi da est a ovest è poi come tagliare e sezionare una cipolla: si scopre una stratificazione fine, si scopre che “la collina” sono in verità tante colline diverse. Lo si vede bene in campagna – per povertà un ambiente da sempre poco soggetto a grossi cambiamenti – la campagna porta sulla pelle i segni del tempo ed è rivelatrice di differenze interessanti.

In una regione storicamente antiurbana come le Marche, ad esempio, dove l’agricoltura ha sempre avuto pochi capitali a disposizione, la campagna ha conservato strutture agrarie tipicamente premoderne. I campi sono ancora coltivati a ritocchino (seguendo le linee di massima pendenza del terreno), le proprietà sono state in qualche caso riaccorpate, le piantate e i filari, tipici della policoltura, sono stati abbondantmente ridotti, ma il disegno complessivo della campagna è ancora essenzialmente quello antico. Le cascine, che altrove hanno logge, pertinenze, fienili, qui somigliano per sobrietà a dei casoni quadrangolari, senza fronzoli.
L’Umbria è coperta di colline a bosco e dove c’è agricoltura prevale l’olivo; nei borghi umbri l’architettura militare e quella religiosa si mischiano in una miscela che in una volta sola affascina e opprime. La Toscana cambia pelle dalle amare e povere terre di Maremma, a sud, fino alla Val d’Orcia, più a nord, con le sue linee nitide, ulteriormente sottolineate da filari di cipressi. Le colline della Val d’Orcia sono figlie di raffinata cultura urbana, modellate dal pennello dei pittori senesi e dal sudore dei mezzadri. Uno di quegli esempi, direbbe Farinelli, in cui è la carta (l’immagine) a dare forma al mondo e non viceversa.

Questo vasto ondulato un tempo scelto come sede di vita dignitosa e sicura, con la modernità, perde molto del suo magnetismo e viene tagliato fuori dai flussi importanti, uomini e risorse vengono drenati a valle.

In moltissime tappe di questo cammino ci siamo fermati dentro borghi in via di spopolamento, dove le case vuote e le finestre chiuse superano di gran lunga i locali abitati.

A Gualdo Cattaneo abbiamo parlato con un residente che torna in centro perché lì è la casa degli anziani genitori: “Il centro è ormai un pezzo da museo, è vuoto. La gente di qui preferisce la villetta con giardino, il box per parcheggiare facilmente, non interessa a nessuno tornare in questo scomodo e bellissimo centro”. È un peccato, penso tra me e me, perchė si perde una forma dell’abitare insieme per un’altra dell’abitare da soli. Un giorno capiremo che questo ha dato una mano all’involuzione culturale a cui stiamo andando incontro.

DSCF5666

A Nocera Umbra abbiamo avuto l’occasione di fare un giro in paese col vicesindaco. Ci ha mostrato i lavori in corso per suturare le ferite del terremoto che colpì gravemente il paese nel 1997. Dopo vent’anni mancano ancora alcune parti della città da recuperare, ma non è questo il problema. I soldi pian piano sono arrivati e sono stati ben spesi, il centro è rimesso a nuovo con grande rispetto del passato. Tutto è pronto per essere riabitato, ma nel frattempo chi abitava in centro si è ritrovato a vivere in villette o case popolari esterne al borgo e non intende rientrare nella sua vecchia dimora. Fuori è più comodo, ci sono meno limitazioni. Così, un vasto patrimonio storico restaurato si trova messo in vendita o affitto, mentre la popolazione vive nelle frazioni. Per rifarci al titolo di un bel libro di Tomaso Montanari, le pietre sono state abbandonate dal popolo.

Non diversa la sorte che tocca a città come Onano e Sorano, di cui ho scritto qualcosa nei giorni scorsi. Abbandono in corso anche in città medie come Todi e Orvieto, per ragioni diverse: il turismo ha fatto lievitare i prezzi delle case e degli affitti, il cuore storico è oggi economicamente inaccessibile per buona parte della popolazione e chi ha proprietà in centro preferisce metterle a profitto sfruttando la rendita da posizione.

DSCF4982

In questi giorni, con lentezza, osserviamo il tempo della storia pendolare tra pianura e montagna e camminiamo l’Italia interna accompagnati da notizie macabre, che salgono fino a qui da centri e pianure. Il terrorismo acefalo, le nuove dittature, la nuova barbarie. Che presto torni il tempo delle alture, del rifugio in collina, lontano dai grandi flussi e dai grandi centri? Forse sì. E se cosį sarà, saranno spostamenti figli di chiusura mentale? o ritorno a una dimensione delle cose più a contatto con la vita e con le umane possibilità di un uomo?
Ovviamente nessuno lo sa, in fasi di passaggio così rapide e profonde è difficile solidificare idee. Magari i poeti e forse qualche grande intellettuale potrebbero dirci qualcosa, i pochi che guardano il mondo e guardando vedono.

Io come camminante sono sempre in cerca di punti di riferimento. Se ne avete visti, fate girare qualche indicazione, non tenetele per voi. O se ne esce insieme o non se ne esce.