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Liberi sentieri

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Da anni a Casatenovo ci impegniamo per rendere più fruito e più fruibile il nostro territorio. La prima carta dei sentieri, edita dall’associazione Sentieri e Cascine, risale al 2003. Il progetto di segnaletica, sempre ad opera della stessa associazione, è ormai giunto a completamento e copre l’intera superficie comunale  (e oltre). Sono numerosissimi gli eventi, le passeggiate, le competizioni, che tante associazioni hanno organizzato calcando questi percorsi.
A completamento di questo importante lavoro dal basso, l’Amministrazione comunale ha inserito all’interno del Piano di Governo del Territorio approvato lo scorso anno un apposito vincolo inerente i sentieri di carattere storico.

In primavera però un privato cittadino ha deciso di non osservare quel vincolo e di chiudere al passaggio uno dei più importanti sentieri del paese. L’Amministrazione comunale si è mossa prima in via bonaria, poi seguendo le vie legali, e ora dal tribunale si attende l’ultima parola sulla vicenda. Nel frattempo molte associazioni si sono mobilitate per organizzare una simbolica passeggiata a difesa della libera fruizione dei sentieri.

Se infatti altri cittadini seguissero l’esempio della proprietà sopracitata, la rete sentieristica potrebbe essere interrotta più e più volte, dato che insiste in prevalenza proprio su terreni privati.
I sentieri non solo sono parte del nostro patrimonio ambientale e culturale, ma sono anche lo strumento per accedere al territorio, entrare in contatto con la natura, attraversare il paesaggio. Sono la possibilità di deviare dagli ordinari percorsi di auto e asfalto. In ultima analisi, sono un prezioso strumento di educazione.

Vi invito quindi a raccogliere l’invito delle associazioni, prendendo parte alla manifestazione dell’11 ottobre. Per ribadire la valenza pubblica dei sentieri e difendere la loro fruibilità.

Cartoline dal Turkestan – Autogrill del Pamir

Tashkorgan sembra uno di quegli avamposti sovietici nella remota penisola di Sakhalin, un posto che sfida le leggi della sopravvivenza umana e del buon senso. Storico insediamento lungo la Via della Seta verso Kashgar, è oggi stato elevato dai cinesi a  “paese autogrill” lungo la Karakorum per spezzare il viaggio sul grande piano del Pamir.

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L’arrivo é surreale come  surreale é l’intero contesto: dopo chilometri di sabbia e roccia, qualche yurta, qualche relitto di auto o camion e tanto vento, il paese viene anticipato da un chilometro di lampioni che sembrano formare un grande colonnato in pieno stile URSS.

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Il paese é composto da una parte vicina alla strada con enormi hotel pacchiani, costruiti massimo dieci anni fa, con quel gusto e quella qualità tipicamente cinesi (quindi già cadenti e scalcinati), e una zona piú interna dove vive la comunità locale, in casette  arrabattate alla bell’e meglio per far fronte ai nove mesi di gelo e neve che si devono mettere in conto da queste parti.

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Col consueto spirito geografico non ci fermiamo in hotel e ci addentriamo  per le vie del proto paese. Si tratta di una comunità prevalentemente tagika,  maltrattata dalla storia e isolata dalla geografia. Aggirarsi in centro significa sfidare sguardi: occhi e occhiatacce di chi é disabituato (e poco felice) a vedere lo straniero e il diverso fuori dalle proprie porte.

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Monumenti del regime, macerie, giovani guitti, furfanti, vecchi ubriachi, cani randagi, militari: un posto che supera in immaginario certe vecchie canzoni di Tom Waits.

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Ci ostiniamo però nella ricerca di un contatto più vero e attirati da un bel giardinetto esterno ci fermiamo a quel che sembra un ristorante.
Entrati nel giardino ci troviamo attorniati da un nugolo di ragazzetti mezzi sporchi e da una signora (presumibilmente la madre) con cui cerchiamo di comunicare. Da una baracca – che scopriamo poi essere la cucina – salta fuori anche un ragazzo un po’ piú grande, sulla ventina, che parlicchia l’inglese. Alcuni dei ragazzini, che ci stanno attorno come un pubblico divertito dalla situazione, hanno delle strane croste sulle mani. Presumiamo sia scabbia. Il livello di preoccupazione per la pulizia del luogo cresce.
Mangiamo comunque lackhman e riso. Non siamo venuti qui per vivere di merendine. Risultato: il giorno seguente  stiamo tutti piú o meno male; paghiamo il conto due volte.

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Andiamo a dormire nel nostro grande hotel desolato. Con un paio di cinesi, siamo gli unici ospiti. Le stanze hanno colori scuri, grigi, marroni, moquette sporca ai pavimenti; con il loro mobilio finto d’epoca questi locali ricordano certi hotel del partito, quelli che a Mosca,  negli anni buoni, usavano per ospitare le delegazioni internazionali e che oggi, in tante città ex sovietiche, giacciono in stato di semi abbandono.

Il mattino dopo riprendiamo la via verso il Kunjherab. Intorno a noi   il paesaggio si fa sempre piú disabitato. Le grandi cime, i ghiacciai monumentali, il cielo di nubi basse e scure, pochi intrepidi animali, il nevischio. Sfioriamo la porta dell’Afghanistan.

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Arrivati al passo scendiamo per guardarci attorno e fare due foto. Tira vento e piove ghiaccio, ci siamo solo noi, un’auto di cinesi e un branco di cani randagi, che si combattono tra loro a morsi.

Come sempre, davanti ai luoghi militari non é consentito fare  foto. Tino viola la regola fotografando in direzione della frontiera e d’un tratto i militari, mitra alla mano, escono fuori di corsa urlando in cinese di andarsene al piú presto. L’autista ci avverte di non scherzare e di darci una mossa.

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Ha breve vita la nostra visita al passo stradale piú alto del mondo. Pazienza, domani é un altro giorno (e con un altro passo, per valicare e tornare in Kirghisia).

Café con leche para llevar – Da Malaga a Siviglia

Malaga, tardo pomeriggio. Entriamo in un vecchio bar, che sembra uno di quei circolini ancora oggi esistenti da qualche parte nella bassa pianura padana, quelli con i campi da bocce e gli ombrelloni ‘Sammontana’ di fianco. Tavoli neri, sedie di legno, pavimenti a scacchiera. Ai quattro angoli, ventilatori in finta radica vecchi di trent’anni, una foto del centro urbano di Malaga visto dall’alto, in un bianco e nero primo Novecento.

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A gestire il posto, donne. Signore fiorate del torrido sud, di tempra e chioma corvine, antiche giovani ragazze del meridione, a cui il tempo ha raggrinzito la pelle, ma non ha tolto energie. Si muovono nel locale fiere, in grembiule, convinte di fare un servizio alla comunità che va ben oltre la caffetteria. Roba d’altri tempi, purtroppo; ma non qui.
In Italia ormai amiamo sempre di più quei locali pallidi che, un celebre cantore della strada di queste parti, Antonio de la Cuesta (leggere: Tonino Carotone), non esiterebbe a definire “da fighetti”; tutti uguali: perfetti, quanto vuoti. Senz’anima, né tempo.

In Spagna, da nord a sud, dalle Asturie all’Andalusia, si ha sempre l’impressione che ci sia una resistenza maggiore a questo lento e corrosivo degrado, che ci sia più salute e gusto tra la popolazione.
Churros e Colacao bollente sono su ogni tavolo, vera specialità della casa. Il grande orologio in fondo alla sala segna le 19, da queste parti si tratta esattamente dell’ora della merenda, di uno dei tanti piccoli riti alimentari che questo paese condivide e nei quali si riconosce. Il locale è gremito, si chiacchiera e si mangia,  popolato di un pubblico trasversale: coppie di ragazze, famiglie, nonni con nipoti, compagni di scuola, agenti di commercio. Una señora con i suoi occhi sorridenti, scuri come il corvo, dal bancone si avvicina e domanda. Niente churros per noi, ma due café con leche.  Alle nostre indicazioni, appunta col sorriso: “qui facciamo il caffé in dodici modi diversi. Quando chiedi un café con leche “normale” (dovete pensare a un cappuccino senza la schiuma) devi chiedere un “sombre”, capito? Chiedi un sombre”. Ringrazio sentitamente, anche questa è educazione in fondo. Dodici modi diversi, toccherà rivedere anche il titolo, ora un po’ generico, che abbiamo dato a questa breve serie di racconti.

Il giorno successivo il cielo sopra la città è di un blu nautico, una o due nuvole bianche sembrano chiglie di navi nel mare. Dal Castillo de Gibralfaro guardiamo dall’alto il corpo steso della città. Malaga, 500.000 abitanti (ma se si considera l’area metropolitana si supera velocemente il milione) sembra una vecchia tunica bianca distrattamente adagiata sulle ultime colline prima del mare. Abi(ta)to bianco sporco, accrocchio di palazzine anni Settanta da cui, anche con un cinquantino malmesso, si potrebbe fuggire  in fretta.
La città offre ripari: si può trovare  nascondiglio al suo interno, seguendo i sentieri attorno al castello; viottoli che si arrotolano su colline polmone verde dentroa città. Oppure ci si può spingere ai margini frastagliati dell’abitato, che, correndo con l’occhio all’orizzonte, s’incontrano presto e subito lasciano spazio alle colline. Se si ha tempo, poco fuori città, tra queste alture di terra e arbusti, si possono trovare polverose piste  da seguire, per raggiungere le cime e ammirare la grande massa urbana dalle sue spalle.

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Guardando a meridione, verso il mare, invece si può osservare la recente ristrutturazione dell’area portuale. Malaga era candidata ad essere capitale europea della cultura nell’edizione 2019, titolo recentemente assegnato a Matera e Plovdiv. I lavori di sistemazione del vecchio porto erano stati avviati con l’intento di presentarsi meglio in qualità di concorrenti. Il risultato è – parere poco informato di chi scrive – la solita modesta autoreferenzialità dell’architettura contemporanea: il paseo del porto coperto con una bianchissima struttura simile a un’enorme lisca di pesce. Di per sé un disegno gradevole, ma complessivamente decontestualizzato  e di un candore hi-tech che, tempo dieci anni, sarà giallognolo e  richiederà un grande intervento di ristrutturazione. O, più facilmente, sarà un inequivocabile segno di appassimento delle aspirazioni un tempo velleitare della politica cittadina.
Nel frattempo, attorno alla grande lisca di pesce, il capitale internazionale ha riprodotto velocemente se stesso e il suo habitat. Così, nel porto gentrificato, le grandi compagnie straniere hanno colonizzato lo spazio a disposizione rendendolo simile ai grandi viali di mille altre città. Destini di impoverimento globale, sottrazione di comunità, città e cittadinanza.

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Certo questa Malaga resta una città di quel tipo che mi piace e piano piano mi convince. Forse per la sua posizione, forse per il suo non farsi trovare, per la sensazione di non essere atteso, di non ricevere un’accoglienza turistica. Del resto, nel circuito delle città spagnole, Malaga è un po’ snobbata a favore di altre piú in vista e questo la rende sincera, meno in posa. A me, lo sapete, piace arrivare in posti così, onesti, senza ambizione di mercato (i  prodotti della quale sono al massimo quelli visti per il porto: espropriato ai poveracci, per affidarlo a McDonalds e pochi altri. Era un luogo di tutti ora è un  luogo di pochi).

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Infine, basti questo mare che ho davanti agli occhi: Malaga è una città diabolica. Uno scende in spiaggia, una bella spiaggia, ampia e morbida, e si siede davanti a un mare calmo, senza un filo di vento, dentro un bel tepore meridiano. E nonostante questa placidità, quel mare attiva il moto ondoso dei pensieri, li richiama  davanti alla sua distesa blu. Da dove sono iniziate le cose, perché sono andate così, quanto potremo cambiare ancora: ci si interroga. E certe sere, come le nostre, si rimane seduti a guardare le grandi onde verdi e gialle della vita. Verdi. Gialle. E alte, molto più alte di quanto possibile ad ogni uomo. Si rimane, in silenzio. Una città diavolesca. Poi si vola via.

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Lasciano tracce impercettibili le traiettorie delle mongolfiere
e l’uomo che sorveglia il cielo non scioglie la matassa del volo
e non distingue più l’inizio di quando sono partite
sopra gli ormeggi e la zavorra sono partite
tolti gli ormeggi e la zavorra sono partite

A guardarle sono quasi immobili lune piene contro il cielo chiaro
e l’uomo che le sorveglia adesso non é più sicuro
se veramente sono mai partite oppure sono sempre state lì
senza legami, colorate e immobili così

Anche noi, anche noi con gli occhi controvento al cielo
abbiamo cercato e perso le tracce del loro volo
dentro le nuvole del pomeriggio nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto chissà

Anche noi, anche noi con le mani puntate al cielo
abbiamo inseguito e perso le tracce del loro volo
anche noi, anche noi nelle nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove é incominciato tutto
chissà