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Due passi a Montevecchia tra vino e paesaggio

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Domenica 22 gennaio,  viene a trovarci in Brianza un gruppo di giovani geografi, provenienti dai quattro angoli della Lombardia e interessati a conoscere il Parco del Curone.
Nel Parco si incrociano almeno tre storie interessanti per chi si occupa di territori: il percorso trentennale di un ente che ha preservato e preserva spazi naturali e agricoli in una delle aree più densamente abitate della Lombardia; la storia di un vino che ha saputo guadagnarsi una certificazione IGT; e quella di un paesaggio agricolo che è tornato a vivere dopo l’abbandono.
Queste tre storie si incrociano in particolare tra le vigne e i terrazzamenti del parco.
Io ho l’onore e l’onere di fare da navigatore lungo strade e sentieri e di accompagnare il gruppo da Giovanni Zardoni, che da tempo segue le vicende del parco, ben conosce la storia del luogo e, non ultimo, è intenditore di vini nonché vignaiolo.

Per informazioni: qui.

Da Pila

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Chiedo informazioni su dove ci si possa spingere da lì in avanti. La barista, vestita con una tuta di pile,  i capelli raccolti indietro da un elastico rosso, colta alla sprovvista fa affiorare sulle sue guance un lieve rossore: non sa rispondere o forse non capisce la domanda. Un tipo di mezz’età, un po’ più giovane degli altri,  anche lui in  tuta (di acetato) e scarpe da tennis, interviene levando la ragazza dall’imbarazzo: “non si va da nessuna parte, qui finisce”. 

Qualche immagine e un racconto per Vorrei.

Terre dell’abbandono

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Dopo giorni passati sugli Appennini, proprio ieri, mentre veniva approvato il ddl Madia, ho concluso un articolo, che mi è stato commissionato, con queste parole:

«Ogni sera ci fermiamo in piccoli borghi vibranti di un’atmosfera dolce e amara. In ogni paese dolci e amare le note. Come ci hanno testimoniato le parole delle persone incontrate, sono queste oggi più di ieri zone di margine. Rossi-Doria era solito definire l’Appennino interno “Terra dell’osso”, terra povera, dimenticata, in contrapposizione alle zone litorali dove il mare e poi il turismo avevano concentrato “la polpa”.
Ora il fascino del tempo qui si mischia anche a tanti piccoli e meno nobili fenomeni di abbandono. Si tratta di un abbandono fisico, di gente che se ne è andata e continua ad andarsene, lasciando senza energie nuove i paesi, ma spesso anche di un abbandono civile: il degrado, l’incuria, la dimenticanza del nostro inestimabile patrimonio pubblico e della sua ideale funzione. In queste terre difficili, vicine a Roma, eppure così lontane dal turismo e dai suoi flussi, si può trovare quel che rimane delle comunità nel confuso tempo della globalizzazione. In queste comunità, che a chi viene da fuori spesso appaiono come reliquie, alcune persone, come quelle che hanno colto il valore del progetto che sta dietro questi Cammini, cercano di riaffermare il valore di un altro tempo e di un altro modo di vivere, di cui l’Appennino potrebbe essere un modello. Sono persone che si muovono con determinazione, ma anche con delicatezza, avanzando alla ricerca del difficile equilibrio che di questi tempi una comunità può vivere tra apertura e chiusura rispetto al mondo che “viene da fuori”».

Diversi incontri con persone in gamba in questi giorni lungo il Cammino di San Benedetto,  motivate, che combattono – se mi passate il termine – in aree non semplici e che necessiterebbero appoggio dalle Istituzioni per proseguire con più forza il loro lavoro. Gli enti locali pare siano impegnati in altro e preferiscano sovvenzionare iniziative fatte in casa piuttosto che progetti, come quello del Cammino, che vengono percepiti come “estranei” al territorio. Il  governo centrale con questa mossa conferma un’altra linea, un altro approccio culturale al paesaggio, che spinge l’argine ancora più in là e fa male al Paese per i motivi che sinteticamente spiega Montanari oggi sulle pagine di AltraEconomia.

Senza tutela non ci può essere valorizzazione ribadisce oggi Settis su Repubblica. E in certe aree d’Italia la tutela diventa  anche il contrasto all’abbandono fisico (l’emigrazione) e civile (la perdita di senso) dei luoghi.

Il tempo e la felicità

In un periodo in cui manca sempre il tempo, risalire in sella a una bicicletta in compagnia di Sironi senior e andare alla ricerca di un’Italia nascosta per le strade secondarie dell’Appennino è un gesto di Resistenza e cura delle radici.

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Il Paesaggio come bene primario assoluto

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Paesaggio agrario – Morciano di Romagna, luglio 2014

Il paesaggio è la possibilità di relazione che abbiamo con l’ambiente naturale e il patrimonio umano intorno a noi, una relazione che ci collega a chi ci ha preceduti su questo stesso pezzo di terra e ci accomuna a chi vive intorno a noi. Il problema attuale riguarda la consapevolezza che (non) abbiamo di questa relazione.

In questi giorni il Consiglio di Stato lo ha definito “bene primario assoluto”, prevalente rispetto ad ogni altro interesse privato e pubblico.