Archivi categoria: Riflessioni

La scomparsa dell’attenzione

L’eccesso di informazioni, di stimoli, il carico di lavoro sempre crescente rendono necessaria una particolare tecnica del tempo e dell’attenzione, che retroagisce sulla struttura dell’attenzione stessa. La tecnica del tempo e dell’attenzione definita multitasking non costituisce un progresso civilizzante. Il multitasking non è un’abilità di cui sarebbe capace soltanto l’uomo nella società del lavoro e dell’informazione tardo-moderna. Si tratta, piuttosto, di un regresso. Il multitasking infatti è largamente diffuso tra gli animali in natura. E’ una tecnica dell’attenzione indispensabile per la sopravvivenza nell’habitat selvaggio.

Un animale intento a nutrirsi deve svolgere contemporaneamente altri compiti. Per esempio deve tenere gli altri predatori lontani dalla preda. Deve costantemente fare attenzione, mentre mangia, a non essere anche lui divorato. Nello stesso tempo deve sorvegliare la prole e tenere d’occhio i partner sessuali. In natura, dunque, l’animale è abituato a suddividere la propria attenzione tra diverse attività. Così, è incapace – che stia mangiando o che si stia accoppiando – di qualsiasi immersione contemplativa. […] Gli sviluppi sociali più recenti e il modificarsi strutturale dell’attenzione avvicinano sempre di più la società umana allo stato di natura. La preoccupazione di vivere bene, nella quale rientra anche una riuscita convivenza, cede sempre più il passo alla preoccupazione di sopravvivere.

Dobbiamo le attività culturali dell’umanità a una profonda attenzione contemplativa. La cultura presuppone un ambiente circostante in cui sia possibile un’attenzione profonda. L’attenzione profonda viene progressivamente sostituita da una forma di attenzione ben diversa, l’iper-attenzione. Il rapido cambiamento di focus tra compiti, sorgenti d’informazione e processi diversi caratterizza questa attenzione dispersa. Poiché tra l’altro essa ha una tolleranza minima per la noia, ammette poco anche quella noia profonda che pure non sarebbe irrilevante per un processo creativo. Walter Benjamin definisce questa noia profonda un “uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza”. Se il sonno è il culmine del riposo fisico, la noia profonda sarebbe il culmine del riposo spiriturale. La pura frenesia non crea nulla di nuovo, ma riproduce e accelera quel che è già disponibile. Benjamin lamenta che questi nidi dell’uccello incantato, nidi di riposo e di tempo, scompaiano sempre più nella modernità. […] Con la scomparsa del riposo si perderebbe la “facoltà di ascoltare” e sparirebbe la “comunità degli ascoltatori”. Diametralmente opposta a essa è la nostra società dell’azione. La “facoltà di ascoltare” si basa infatti su una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha vie d’accesso.

Chi, camminando, si annoia e non tollera in alcun modo la noia, diventa irrequieto. Chi invece ha maggiore tolleranza verso la noia, forse dopo un po’ riconoscerà di essere annoiato dal camminare in sé. Così sarà spinto ad inventarsi un movimento completamente nuovo. Camminare velocemente o correre non è un nuovo tipo di andatura. E’ piuttosto un camminare accelerato. Il danzare, invece, rappresenta un movimento del tutto diverso. Solo l’uomo sa danzare. Mentre cammina, potrebbe essere colto da una noia profonda,  di modo che attraverso l’assalto della noia egli si sposta dal passo di corsa al passo di danza. Confrontata con l’andatura lineare, retta, spesso funzionale, la danza è – con i suoi movimenti elaborati – un lusso che si sottrae completamente al principio di prestazione.

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Fuoco e intimidazioni dalle parti di Caserta

Poco fa ho letto con tristezza che nella stessa notte in cui è tremata la terra nel centro Italia, più a sud, a Santa Maria la Fossa, nel casertano, una banda di delinquenti ha appiccato il fuoco sui terreni dove svolgeva la propria attività l’associazione “Nero e non solo“, una realtà di impegno sociale che si occupa da anni, tra le altre cose, di contrastare camorra e caporalato evitando a molti ragazzi di finire dritti in schiavitù. I volontari che fanno parte dell’associazione li abbiamo conosciuti quest’anno durante il viaggio di istruzione con la 4^A, dedicato al tema della legalità; mandiamo a loro il nostro pensiero e la nostra solidarietà, ringraziandoli ancora per l’accoglienza che ci diedero e per quel che fanno quotidianamente.
La natura fa il suo corso, il terremoto è un evento spaventoso e tragico, ma di per sé implacabile. Culture e fenomeni mafiosi invece si possono evitare e combattere, molte realtà sui territori lo fanno e vanno sostenute in tutti i modi. Di quella settimana casertana ricordo il costante pensiero: i media ci raccontano il peggio, solo di quelli che appiccano il fuoco, tacciono il lavoro di molte persone che quel fuoco lo spengono e poi coltivano la terra

Preferisco così

«Perché sali su un palcoscenico, perché scrivi? Penso a quello che ha detto una volta Erri De Luca, in un contesto completamente diverso da questo. Durante la guerra in Bosnia un suo amico poeta – Izet Sarajlić – a chi gli offriva la possibilità di andarsene, di andare in università straniere, di liberarsi dal peso del bombardamento della Bosnia, rispondeva ‘secondo me il ruolo di un poeta è quello di stare’. Ritengo che in certi momenti complicati, la semplice scelta di stare, e continuare a fare al meglio possibile quello che stai facendo, sia una forma di militanza, detto fra virgolette».

Tra le tante cose pubblicate e lette in questi giorni su Gianmaria Testa, l’intervista da cui è tratto questo pezzettino qui sopra è una di quelle che meglio fa capire perché oltre a mancarmi come cantautore mi mancherà come punto di riferimento. L’intervista potete leggerla qui o ascoltarla di seguito.

L’Expo e la (in)capacità di discernere

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Ho scelto di proposito di osservare 48 ore di silenzio sui fatti di Milano. Penso sia una utile pratica di igiene intellettuale per ogni evento che finisce per essere iper-mediatizzato.

Quasi nessuno si è risparmiato dal renderci nota la sua (sacrosanta) indignazione contro il blocco nero (o chiamateli come volete voi). E ancora vedo link, madri di Baltimora, mezzi analfabeti intervistati, girare tra blog e bacheche.
Benissimo. Se non che, mi pare quei link e commenti abbiano finito con l’oscurare quasi completamente le ragioni di chi era in piazza a farci presente che, dietro ai lustrini, Expo nasconde anche lati poco piacevoli, poco coerenti o semplicemente sporchi.

Con sincero rammarico noto come in pochi abbiano avuto voglia, capacità, buon senso, di separare l’azione del blocco nero dalle (sacrosante) ragioni di chi aveva scelto di andare in piazza a manifestare – fossero anche diverse dalle nostre – le proprie ragioni contrarie all’esposizione globale. Molti commentatori della domenica sono persino caduti nel brillante giochino degli specchi, trasformandosi in paladini difensori di Expo a prescindere: Expo il povero aggredito, Expo orgoglio italiano da non macchiare.
Questa gran quantità di commenti e link mi ha dato da pensare, specie in relazione al silenzio che ha coperto le ragioni vere dei NoExpo.

Ci ho riflettuto e credo del tutto normale sia andata così: in questo paese, oggi, a partire dai commenti dei nostri rappresentati istituzionali – dal presidente del consiglio in giù – i manifestanti di Milano, quelli che hanno preso civilmente parte a un corteo, vengono liquidati come “guasta feste”, individui incapaci di sostenere la grande occasione di rilancio in cui l’Italia mette in vista i suoi tesori più cari.
Chiedere come possano stare insieme McDonald’s e alimentazione di qualità, il tema della fame con quello del lusso, la promozione del paesaggio italiano col sacrificio di terre vergini, Monsanto e i diritti dei contadini di mezzo mondo, le opere d’arte con (e dentro) la mensa dei visitatori, si riduce quindi, oggi, in questo Paese, a semplice incapacità di visione strategica.
Expo è la grande celebrazione dei contenuti che si svuotano di ogni senso: acquistate, consumate e non rompete i coglioni. Dobbiamo applaudirla e subito dopo tornare a casa a criticare i giovani che non hanno valori, che non colgono il senso del patrimonio culturale, né tanto meno delle istituzioni, che vivono senza un orizzonte. Capito?

Proviamo a collegare i puntini e farci due domande.
Buon viaggio a tutti.

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Pensiero per Natale

«A volte mi sentivo davvero un estraneo. Non sopportavo la banalità delle chiacchiere, la stereotipa cortesia della gente e quella elettronica delle voci computerizzate al telefono. Non sopportavo i due chili di inserti pubblicitari che dovevo buttar via dalla edizione domenicale del New York Times e l’invito standard di tutti i camerieri in tutti i ristoranti e in tutte le caffetterie a “Enjoy it”, a godere, qualunque cosa fosse quell’it. Sotto Natale alla normale cacofonia della città si aggiunse il suono della banale canzoncina ‘Jingle Bells’: per le strade, nei negozi, negli ascensori.
Dopo una lunga camminata ero entrato in una libreria, ma non riuscii a starci che pochi minuti. Jingle Bells mi perseguitava. Insopportabile, ossessivo. Uscii di corsa e, sul marciapiede, c’era un uomo infreddolito, che, appena riparato da un telo di plastica appeso al suo barroccino, vendeva hot dog.
– “Dov’è la prossima stazione della metropolitana?” gli chiesi.
– “Alla fine di questo blocco, a sinistra.”
Dall’accento capii che era uno di quei miei cari ebrei russi coi quali anni prima, scrivendo ‘Buonanotte signor Lenin’, avevo tanto discusso e riso e bevuto té nell’Asia centrale.
– “Spassiba”, risposi.
Mi guardò come se fossi un’apparizione. Con un calore che non avevo sentito in tutta la giornata, quasi titubante, ribatté:
– “Pagialsta”.
E, come rincuorati da un qualche riconoscerci, col sorriso sulle labbra, continuammo le nostre ugualmente strane vite in quel campo profughi, quella fornace umana, quel porto di salvezza, quel gulag dell’ottimo cibo che per tutti e due era New York.»

Tiziano Terzani – Un altro giro di giostra