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Il diario greco in un’unica pagina

A Salonicco, all’angolo di piazza Aristotelus, c’è un bar che si chiama Meraklìdikos Café.
Meraklìs” in greco indica l’atteggiamento di un uomo che ha bisogno più degli altri di godersi le cose. Non per farsi vedere, ma per se stesso. Quello che beve il caffè mettendoci tempo. Che fa attenzione ai particolari. Agli accessori. Perché se li gode. Non sta nel mezzo.
E’ un modo di prendere il cibo, i vestiti, il caffè, la musica, la compagnia. Un modo di fare le cose con amore, e non per usarle e basta.
Meraklìdikos” è l’aggettivo di Meraklìs. Cercare il meraklìdikos è volerselo godere.
Meraklìs insomma è la passione per le cose della vita. La passione di vivere.

Ecco noi con questo viaggio abbiamo chiesto alla Grecia di provare a insegnare ai nostri giovani anche un po’ di questa passione: non stare nel mezzo, prendere parte, allungare il tempo, godersi la strada. Non so se l’esperimento sia riuscito, non si può dire ora, perché questo tipo di semi, buttati nel fertile e insidioso terreno dei sedici anni, è a lenta  germinazione.

Qui di seguito, in sei puntate, ricapitolo il diario greco scritto a tante mani con i valorosi camminanti della 3^D e pubblicato gentilmente da quelli di MB News. Non saranno le parole del grande greco Kazantzakis, ma sono righe oneste che riecheggiano tanti aspetti presenti e passati di quei posti davanti al mare.
Vi auguro una buona lettura e che il viaggio sia lungo. Continua a leggere Il diario greco in un’unica pagina

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Ogni anno mi tocca scrivere lo stesso post

Paesaggio, confini, concetti di crescita e sviluppo. Come sempre negli ultimi anni vedo temi di geografia molto presenti agli esami di maturità. E come potrebbe essere il contrario se si vogliono proporre riflessioni sul mondo contemporaneo, mi dico.
Peccato che – come non manco di ripetere – la materia sia stata quasi totalmente estromessa dalla scuola superiore a partire dal 2009.

Proporre opera di riflessione critica a diciottenni che leggono poco, che hanno tre o quattro citazioni a disposizione e, per giunta, su temi che non hanno affrontato nel loro percorso scolastico, non significa dare “tanti begli spunti“, significa buttare i ragazzi nel territorio selvaggio dell’improvvisazione e dell’amatorialità.
Avanti così con la Buona Scuola.

Scuola di adattamento

Nel preparare il concorso mi sono sciroppato un sacco di documenti che il Ministero dell’Istruzione ha diffuso in questi anni. Il mantra in ognuno di questi documenti è che la scuola debba preparare al cambiamento. E’ ripetuto ovunque, allo sfinimento. Detta così potrebbe sembrare una bella cosa, poi se uno guarda la sostanza delle riforme messe in campo capisce di cosa si sta veramente parlando: la trasformazione della scuola in un’appendice del sistema economico.

La scuola buona è il laboratorio dove si forma il pensiero critico e si creano i presupposti per l’alternativa al già dato, al già visto, è scuola che prepara persone che sanno riflettere e pensare di cambiare; non loro, ma le cose che non vanno.
La scuola dell’adattamento, per come viene proposta dalle ultime quattro riforme, invece, è la scuola dell’appiattimento, dell’accettazione del già detto e del già dato come ineluttabili: per salvarsi dal cambiamento bisogna prenderne la forma il più presto possibile.

Qui Christian Raimo espande questa mia breve e non nuova riflessione.