Hornos

Da Caravaca de la Cruz, che si spaccia come quinta città santa del mondo cristiano e che merita una visita, ma solo se ci si passa di fianco, dovremmo raggiungere Hornos in un paio d’ore. La strada da percorrere sembra piuttosto arzigogolata sulle mappe, ma in vero implica una sola svolta.

Si parte immettendosi sulla RM-730 e si gira a destra dopo un centinaio di km per prendere la A-317, che attraversa le montagne e va diretta ad Hornos. La prima è una strada a scorrimento veloce che si percorre ammirati, guardando la lingua scura d’asfalto adagiarsi e ondeggiare tra colline lunghe, quasi impercettibili, e altipiani a perdita d’occhio.

Intorno qualche masseria e uliveti che sfumano lungo la linea dell’orizzonte, che qui appare (per noi che stiamo in fondo alla Brianza) di vastità inconsueta. La seconda è invece una strada forestale curvosa che si inerpica in mezzo alle montagne del parco nazionale della Sierra de Segura y Cazorla. Se il paesaggio della prima sembrava spopolato, il paesaggio della seconda è da limitare delle terre conosciute: non una casa e non un’auto per chilometri. Salendo di quota, il pomeriggio solivo dell’altopiano si trasforma in vento e nubi basse tra le creste. In località Puerto del Pinar, 1600 metri di altezza, con la strada che zizaga sul confine tra Castiglia e Andalusia, siamo colti da una piccola bufera di neve. Sembra attaccare, la strada imbianca e – qui non ci nascondiamo – iniziamo a fare pensieri lugubri: notte da passare ammassati dentro una Seat Leon in attesa che qualcuno ci venga a estrarre da sotto la coltre nevosa. Vendendo i nostri volti tesi, a lato della strada, dove la Leon sfreccia a 15 km orari, le capre ci guardano interdette.
Perdiamo quota e la neve, fortunosamente, diventa pioggia. Ancora quaranta minuti di curve e nuvole e saremo a meta.

A Hornos la strada sfiora il vecchio borgo arroccato. Ci aspetta in piazza Manolo, un ometto elegante, vagamente british, con tanto di ombrello, è un’emissario del nostro padrone di casa, Jesus. Con andatura ciondolante ed ombrello al braccio ci conduce prima ad un parcheggio fuori dalle mura e poi dentro le mura fino alla nostra abitazione (che attualmente si chiama Appartamento El Volaero, ma presto cambierà nome in El Portalon de Hornos). La casa è bella, ha un terrazzino e delle finestrelle affacciate sulla valle piena di ulivi. Dentro è di legno e terracotta, ha un bel camino e ampie stanze. Ci diciamo che si potrebbe rimanere anche per una settimana.

Hornos, 900 metri di altezza, conta all’ultimo censimento poco più di 600 abitanti e un territorio di 120 km quadri. La profonda provincia di Jaén ha, insomma, una densità abitativa di 4 abitanti-chilometro-quadro che sfida la Mongolia. Case bianche, pioggerellina lieve e raggi di sole che ogni tanto irrompono tiepidi tra le nuvole, odore di legna…


Siamo nel cuore del parco nazionale di Cazorla, che scopriamo essere il più grande della Spagna. Uno degli ultimi rifugi in Europa dove nidificano i grifoni. Saliamo fino al Castello da cui si gode una bella vista sul piccolo abitato. In un gabbiotto appena fuori dall’ingresso della fortezza c’è una coppia di signori, lui si chiama Miguel e sembra Lucio Dalla. Esce dalla sua scatola di vetro e ci viene incontro. Chiediamo informazioni su passeggiate da fare in zona. Cordiale e di occhio vispo ci dà qualche suggerimento, ma ci tiene a specificare che: “domani le previsioni danno acqua e non sarà la giornata giusta per fare passeggiate”. Data la gentilezza appassionata di Lucio Miguel, promettiamo di tornare il giorno successivo per una visita al castello.

Ceniamo nell’unico ristorante aperto, sulla strada principale, si chiama Raisa. La sera fa da bar per i locali, che stanno a bere appollaiati al bancone sopra un tappetto di bustine di zucchero usate. Il proprietario, un bell’uomo rubicondo di mezza età, ci conduce ad un tavolo in fondo alla saletta, ma ci fa cenno di aspettare un secondo prima di sederci. Sparisce. Poi lo vediamo fare slalom tra gli avventori con una pala piena di braci ardenti tra le mani. Si dirige verso di noi – che guardiamo la scena con un misto di curiosità ed apprensione – scosta la tovaglia lunga fino al pavimento e butta la brace in un apposito contenitore alla base del tavolo. Per la prima volta nella nostra vita ci sediamo, così, ad un tavolo riscaldato. Prima ancora di ordinare atterra in tavola un vassoio di spezzatino di maiale offerto dalla casa. Il pasto è lauto e a buon mercato, alla fine della cena vorremmo un amaro locale. Proviamo ad intenderci. Ne beviamo uno scuro. Osea sentenzia che il gusto è tra la liquirizia e il Braulio. Ne ordiniamo un altro giro sempre allo stesso cameriere per capire meglio. Solo la sera successiva scopriremo di aver bevuto tre giri di ottimo Jagermeister (Germania, primi del Novecento). Buona notte Andalusia.

La mattina piove, ma soprattutto le nuvole sono basse e si sono mangiate il paesaggio. Sprezzanti delle intemperie ci rechiamo a Segura de la Sierra, a 1200 metri. Dal castello di Segura, dicono le guide, si gode di un panorama a 360°, il più bello dell’intero parco. Ma le intemperie sono sprezzanti con noi e una volta sulle mura del castello non si vede più nemmeno il portale d’ingresso. Siamo nel vento, completamente avvolti da una fitta e bagnata nebbiolina.

Rientriamo alla base, senza paesaggio in tasca, ma piuttosto divertiti. Avendo buon tempo, ci fermiamo a metà strada per pranzare, in un villaggio agricolo che senza molta fantasia si chiama Rihornos. Ci sono due ristoranti sulla strada che taglia l’abitato. Entriamo in quello più pieno, tutti i tavoli sono gremiti, i gestori non ci filano e gli astanti ci guardano come fossimo alieni. Che così su due piedi vien da pensare non sia una zona tanto turistica. Cambiamo lato della strada e ci sediamo in un ristorante che sembra il bar di Campofiorenzo. Come sempre non abbiamo grandi esigenze: pechuga de pollo para todos e via andare.

Tornati a Hornos saliamo al castello dove ci aspetta Miguel. Dalle mura del castello si vede un lago artificiale, l’Embalse del Tranco; le acque che la diga blocca sono quelle del Guadalquivir, fiume importante che nasce da queste parti per poi sfociare dall’altro capo dell’Andalusia. Lo specchio d’acqua sembra smagrito, in fase di prosciugamento. Miguel dice che è grigia: “non piove da mesi”, lo dice con fare preoccupato e involontariamente beffardo a noi che prendiamo acqua dalle 8 del mattino.
Nel frattempo siamo entrati nel castello, che scopriamo ospitare un modernissimo museo dell’astronomia e persino un planetario. La storia è molto bella e ce la racconta il nostro cicerone: lui e la moglie, appassionati di astronomia, lasciano la città (Granada) una ventina di anni fa, per venire a fare i custodi del castello quassù. Data la passione per le stelle e approfittando dello scarsissimo inquinamento luminoso della zona, iniziano a organizzare serate di osservazione astronomica sul torrione del castello e nel frattempo partecipano a diversi bandi europei per la riqualificazione del patrimonio storico. Ne vincono uno nei primi anni duemila, restaurano l’edificio e lo riqualificano facendone spazio per un museo di astronomia (splendidamente divulgativo) e un piccolo planetario che hanno chiamato Cosmolarium.


Mi avvince sempre la storia di chi sceglie di andare a vivere al confine, verso qualche margine. Penso a che giornate passeranno quassù questi due. Non riesco bene a immaginarmele. Vuote? Poetiche? Normali? Lente? Uguali o sempre diverse?
Mi viene solamente da riflettere, guidato da un pensiero istintivo, che qui forse le giornate contengano più tempo.

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Racconti del Caucaso a Barzanò

«Cucinare è compito delle donne, ma i shashlyk vengono preparati dagli uomini. Lo stesso per il vino, che è una faccenda troppo seria per essere lasciata alle donne. Il vino è l’essenza della vita, è la terra, il sole, l’amore. Qui si usa accogliere i nuovi arrivati con il pane e il vino. Date al georgiano un po’ di pane, del vino e un commensale, e lo renderete felice. Metà dei proverbi georgiani non parlano che di questo.
Sugli usi georgiani relativi al bere girano leggende da tempo immemorabile. Il gesuita polacco Jan Taddeusz Krusinski che, come missionario, soggiornò in Persia e in Transcaucasia all’inizio del 17° secolo, scrisse nella sua dissertazione “Tragica vertentis belli persici historia”: “quando il tamada alza in aria il calice inizia a gesticolare in modo talmente vivace e la sua faccia assume una tale espressione da fare quasi credere che stia rendendo al vino una sorta di omaggio. […] Il georgiano beve fin dalla culla: qui ai neonati si dà da succhiare il dito intinto nel vino affinché si abituino al sapore”.
Verso la metà del 19° secolo Mateusz Gralewski annotava che nella sola Tbilisi si consumavano 8 milioni di bottiglie di vino all’anno, il che equivaleva a circa 800 bottiglie procapite (senza contare donne e bambini che pure bevevano)!»

Nello sciame

Letteralmente rispettare significa distogliere lo sguardo. È un riguardo. Il rispetto presuppone uno sguardo distaccato, un pathos della distanza. Oggi, questo sguardo cede a una visione priva di distanza, che è tipica dello spettacolo. Il verbo latino spectare, da cui deriva il termine ‘spettacolo’, indica un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare). La distanza è ciò che distingue il respectare dallo spectare. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo.

[…]

Oggi domina una totale assenza di distanza, nella quale l’intimità è messa in mostra e il privato diventa pubblico. L’assenza di distanza porta a una commistione di pubblico e privato: la comunicazione digitale favorisce questa esibizione pornografica dell’intimità e della sfera privata. Anche i social network diventano spazi di esibizione del privato.

[…]

Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e nel tenere desta l’attenzione. Per via della loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso e lo spazio pubblico. Per questo scopo sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe. Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente. Le ondate di indignazione si sviluppano spesso di fronte a degli avvenimenti che hanno una rilevanza sociale e politica ridotta.

La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza, di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Le ondate di indignazione presentano un’indicazione minima con la società, dunque non costruiscono alcun Noi stabile, che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso.

[…]

Oggi non abbiamo altro tempo al di fuori di quello lavorativo: ce lo portiamo dietro, così, non solo in vacanza ma anche nel sonno. Poiché serve alla rigenerazione della forza lavoro, anche il riposo non è nient’altro che una modalità del lavoro.

Certo, oggi siamo liberi dalle macchine dell’epoca industriale che ci schiavizzavano e sfruttavano; i dispositivi digitali tuttavia producono una nuova costrizione. Ci sfruttano in modo ancor più efficiente perché – grazie alla loro mobilità – trasformano ogni luogo in un posto di lavoro. La libertà della mobilità si rovescia nel fatale obbligo di dover lavorare ovunque. Nell’epoca delle macchine, già soltanto per via dell’immobilità di quest’ultime, il lavoro era circoscritto rispetto al non lavoro: il posto di lavoro, sul quale ci si doveva appositamente recare, era nettamente separato dai luoghi del non lavoro. Oggi questa distinzione è stata completamente abolita in molte professioni. Così, non possiamo più sfuggire al lavoro.

Dagli smartphone, che promettono più libertà, deriva una costrizione fatale: la costrizione a comunicare. Nello stesso tempo abbiamo un rapporto quasi ossessivo, coatto con il dispositivo digitale. Il digitale conta e calcola continuamente, assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le “simpatie” vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente ci significato: oggi tutto viene trasformato in qualche di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così tutto ciò che non è contabile cessa di essere.

[…]

Il comprare non presuppone alcun discorso: il consumatore compra ciò che gli piace. Segue le proprie inclinazioni individuali. Mi piace è il suo motto. Egli non è un cittadino: il cittadino si caratterizza per la responsabilità nei confronti della comunità, che invece manca al consumatore. Nell’agorà digitale, nella quale seggio e mercato, polis ed economia coincidono, gli elettori si comportano come consumatori. E’ prevedibile che internet sostituita definitivamente il seggio elettorale. A quel punto, votare e comprare avrebbero luogo sul medesimo schermo, ossia sullo stesso piano di coscienza. Gli spot elettorali si mischierebbero a quelli commerciali. Anche l’attività di governo si avvicina al marketing: il sondaggio politico assomiglia, allora, a una ricerca di mercato. Gli umori degli elettori vengono esaminati mediante il data mining. Umori negativi sono risolti attraverso nuove, allettanti offerte; qui non siamo più agenti attivi, non siamo più cittadini, ma utilizzatori passivi.

[…]

Nel panottico digitale non è possibile alcuna fiducia, che anzi non è neppure necessaria. La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni più precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido informazioni è nociva per la fiducia. Vista in questa luce, l’odierna crisi della fiducia è causata anche dai media. La connessione in rete facilita a tal punto la raccolta delle informazioni che la fiducia come pratica sociale perde sempre più significato e cede al controllo. Così la società della trasparenza presenta una prossimità strutturale alla società della sorveglianza: dove le informazioni possono essere procurate in modo estremamente facile e veloce, il sistema sociale passa dalla fiducia al controllo e alla trasparenza. Da qui deriva la logica dell’efficienza.

Ogni click viene registrato, ogni passo che compio diventa ricostruibile. Ovunque dietro di noi lasciamo tracce digitali: la nostra vita digitale si imprime fedelmente nella rete. Attraverso il controllo, la possibilità di protocollare l’intera vita sostituisce integralmente la fiducia. Al posto del big brother c’è il big data: questo protocollare l’intera vita porta a compimento la società della trasparenza.

Giornate del Caucaso – Come un’ultima discesa in bicicletta

A Kutaisi non saremmo venuti se non avessimo dovuto prendere da qui il volo del ritorno. In questi casi c’è sempre il privilegio di arrivare in un luogo con gli occhi puliti, senza aspettative. Quando si arriva in un posto di cui non si ha un’immagine mentale o di cui non si è sentito dire (ai tempi dell’internet è un privilegio che va in un certo senso coltivato), si arriva nelle migliori condizioni per immergersi e assorbire senza filtri. Non si rimane quasi mai delusi, in questi casi.

La lezione la scrisse già un grande maestro e la sintetizzò in una delle sue pagine più note: “Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l’amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d’umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare.

E così Kutaisi, col suo clima umidiccio e i grandi viali alberati, ma senz’arte, può diventare un angolo ideale da cui salutare la Georgia, la terra che ci ha accolto e si è lasciata guardare lungo queste settimane. Il capoluogo dell’Imereti, la regione occidentale della Georgia, conta oggi 200.000 abitanti, è una città somigliante a un grande villaggio sparso su quattro o cinque colline all’inizio della pianura della Colchide. In mezzo alle case, con il suo colore grigio chiaro, scorre il fiume Rioni.

 

Arrivati alla stazione degli autobus, cerchiamo un taxi per raggiungere il centro. Con una leggiadra camiciola bianca a righe e dei bei pantaloni eleganti, consunti dal tempo e portati con tono naif, ci lasciamo convincere da un vecchietto canuto. Dal finestrino della sua Lada, fa degli ampi gesti con la mano, come a farci segno di seguirlo senza indugio. Là in mezzo, tra mille altri tassisti, sono lui e la sua elegante berlina a convincerci.

Saliamo sulla macchinina, la prima dopo molto tempo che vediamo conservata con cura, ancora in stato di grazia. Le esili porticine non sono più di due fogli sottili di lamiera, dentro sembra una scatola di vetro, con una luminosità che nelle auto moderne – con la loro banale e tronfia pesantezza – è difficile trovare.

Scorriamo tranquilli per le vie semi vuote nella città d’agosto. Il nostro autista si rivela presto un vero e proprio cicerone. Si ostina a raccontarci fatti e luoghi della città in georgiano, indica i palazzi, i monumenti, i parchi, le scuole, come se potessimo capirlo. E qualcosa, talmente è forte la passione del racconto, capiamo davvero.

Ci porta all’indirizzo indicato e ci dice che se vogliamo fare un giro nei dintorni lui è a disposizione. Elenca una serie di mete a portata di Lada, appena fuori città. Un uomo così bello e la sua auto così elegante ci sembrano da subito il modo migliore per salutare il nostro ultimo giorno georgiano.

Proviamo a metterci d’accordo: ci dice che ora deve andare a casa a mangiare e a fare un riposino, ma che per le quattro può tornare a prenderci allo stesso posto. Ci diamo appuntamento per il pomeriggio con una forte stretta di mano e quasi si dimentica di farci pagare la corsa.

Noi intanto ci risistemiamo da Acinio, il tizio che ci aveva ospitato la prima notte, quella bellissima prima serata passata mangiando anguria, formaggio e bevendo vino. Ci aveva conquistati ed eccoci qui, siamo tornati. Non c’è citofono o campanella, ma il cancello è aperto e le porte di casa pure – come sempre in questo paese della tranquillità – e noi che nei giorni ci siamo fatto un po’ più georgiani, sappiamo che non c’è niente di male ad addentrarsi da soli nella proprietà altrui. Entriamo in casa e troviamo tutta la famiglia di Acinio al completo, ma non lui. Dei famigliari nessuno parla inglese, ma con le espressioni e i gesti si possono dire tantissime cose e così cerchiamo di spiegarci: siamo già stati qui, abbiamo parlato con vostro figlio, dovremmo aver prenotato una stanza. La prenotazione che avevamo fatto mettendoci d’accordo con Acinio, ovviamente, non risulta, ma “no problema”. Ci portano al piano di sopra e ci ridanno la nostra bella stanza da tre, piena di finestre e di tende che svolazzano nell’aria calda e luminosa del pomeriggio.

Usciamo per mangiarci l’ultimo dei kachapuri. Qui a Kutaisi se ne fa una versione imperiale con formaggio dentro e pure sopra, la pasta è più panosa e meno fritta rispetto alla versione diffusa nella parte orientale del paese.

Nel primo pomeriggio facciamo un giro al mercato locale. Amo i mercati delle città: sono una bussola. Da come sono fatti i mercati si capisce quanto è vicino l’Oriente. Il mercato di Kutaisi è, in vero, diffuso, sparso ad ogni angolo della città. Ogni vicolo, ogni ponte, ogni sottopassaggio, è pieno di vecchiette che vendono ogni bendiddio. Formaggi, frutta e verdura, montagne di churchkhela (dolciume tradizionale georgiano fatto con noci, nocciole, mandorle e frutta essiccata di vario tipo, che vengono infilzati in una gugliata di filo e immersi a più riprese in un succo di uva condensato), fiori, verze, scarpe, scialli. Ogni angolo della città è mercato e il mercato significa zona di scambio commerciale, ma anche di relazione sociale; è il mercato in oriente qualcosa di simile alla piazza nel meridione d’Italia.

A Kutaisi esiste però anche un vero e proprio bazar, una zona dedicata esclusivamente alla compravendita. E’ un mercato coperto nel cuore della città, alla fine del parco che si stende tra la piazza centrale e il fiume. Il bazar di Kutaisi è più bello di molti dei bazar rimasti in attività lungo la via della seta (più bello, ad esempio, del mercato di Tbilisi stessa). È piccolo, ma densissimo, e si svolge sotto un ampio porticato, avvolto da una quasi penombra. Tante file di banchi vendono, divisi per zone, vari prodotti: carne, pesce, frutta, verdura, spezie, vestiario, stoffe. In ogni zona diversi venditori condividono lo stesso lungo bancone e offrono gli stessi prodotti, praticando gli stessi prezzi e offrendo gli stessi identici sconti. Anche da questo funzionamento, per noi poco comprensibile, si può capire che il bazar non è uno spazio regolato dalle leggi del “nostro” mercato: il mercato orientale ha in sé qualche cosa di diverso, di più complesso, che temo si perda nella notte dei tempi.

Con cinque minuti di anticipo il nostro elegante tassista dagli occhi chiari parcheggia la Lada davanti alla porta di ingresso. Usciamo per andare a fare un piccolo tour sulle colline fuori città, dove stanno alcuni dei monasteri tra i più importanti del paese. Il primo è raggiungibile direttamente dal centro, anche a piedi: la cattedrale di Bagrati. Dell’undicesimo secolo, annoverato tra i capolavori dell’architettura medievale, l’edificio è stato recentemente ricostruito dopo secoli di rovina. Dal prato che sta davanti alla cattedrale si gode una panoramica vista sull’intera città di Kutaisi. Una veduta dall’alto che fa capir meglio l’anomalia della città.

Senza un riconoscibile centro e con una densità abitativa molto bassa, sembra quasi di guardare un parco alberato da cui spuntano moltissime casette e pochi casermoni. Si legge sulle guide che un tempo fuori città esistevano anche delle aree industriali, ma sono state inghiottite dal crollo dell’URSS, che se le è portate con sé nella tomba.

Risaliti sul taxi, abbandoniamo per dolci curve la città fino a raggiungere il monastero di Gelati (con la g dura, non quella di ‘gelati alla panna’). Posto in panoramica posizione sulle colline a una decina di chilometri dalla città, per lungo tempo il monastero rimase uno dei principali centri culturali della Georgia medievale. Era dotato di un’accademia in cui lavoravano scienziati, teologi e filosofi. Il complesso aveva raggiunto un’importanza tale da meritarsi appellativi come ‘il secondo Monte Athos’, o ‘la seconda Gerusalemme’. Nel monastero ci fa da guida il nostro tassista. Parla con il solito entusiasmo delle storie e del patrimonio del paese, noi lo seguiamo ammirati anche se capiamo un decimo di quello che ci vuol dire! Scandisce con autorità tappe e tempi di visita e quando ci lascia qualche minuto per osservare gli affreschi nelle tre chiese del complesso, instancabile intavola la discussione con qualche georgiano di passaggio o con altri turisti.

I turisti, in vero, qui sono pochissimi e l’atmosfera né giova: la luce del tardo pomeriggio e il paesaggio circostante, rendono questo angolo incantevole. Il complesso ospita ancora oggi una comunità monastica: aggirandoci attorno agli edifici vediamo i monaci seduti qua e là ai quattro angoli del grande giardino; l’aria che si respira guardandoli smanettare al cellulare o mentre bevono il caffé però non è esattamente quella gloriosa da seconda Gerusalemme.

Appena fuori dal monastero il nostro cicerone apre il baule della Lada e tira fuori delle pesche. Ce le offre, con un gesto che esprime in un istante lo spirito di questa terra, dove – al di là dei piloti da formula uno e della terribile legge della strada – si trovano ad ogni angolo buon umore e gesti di accoglienza e fiducia nel prossimo.

Noi, per non fare sgarbo al nostro tassista non possiamo, ma se venite fino a qui, all’uscita dal complesso monastico, sulla destra, potete imboccare una sterrata che conduce, in quattro o cinque chilometri, fino al piccolo monastero di Motsameta. Può essere l’occasione per godervi un po’ la collina e i piccoli villaggi che vi sono disseminati.

Ripartiamo verso la città. In discesa, a motore spento – ché la benzina per chi vive con poco è cosa preziosa –, con i finestrini abbassati, scendiamo i tornanti che riportano in pianura con la sensazione di essere su una bicicletta. Davanti a noi si stendono la pianura della Colchide, il percorso del fiume Rioni e le colline di Kutaisi. Dopo tanta strada fatta a rotta di collo, scendiamo portati da un traghettatore gentile, con l’arietta che solletica la faccia e una velocità che consente di non temere un arresto cardiaco, respirare e guardare il paesaggio.

Le giornate del Caucaso si chiudono qui, con questa immagine che vale tutta la leggerezza di questi giorni. Sono stati giorni di sopralluogo, un primo contatto, una perlustrazione. Abbiamo trovato un paese di vera grande frontiera, a cavallo tra Europa e Asia, tra Est e Oriente. Un terra che, a differenza degli altri paesi ex sovietici visitati in questi anni, sta per affrontare uno sviluppo turistico forte, con il bene e il male che questo comporta e che ho cercato di raccontarvi nei giorni passati.

Le giornate del Caucaso, se la fortuna ce lo concede, torneranno. Avranno seguito magari fra due, cinque, dieci anni. Il Caucaso è ancora lungo: ci sono l’Armenia e l’Azerbaigian, l’arcipelago di piccole repubbliche in conflitto con per l’indipendenza e, perché no, un ritorno in Georgia. A queste “giornate”, insomma, se il vento alle spalle continua a soffiare, ne potranno aggiungere altre.

 

 

 

 

 

Giornate del Caucaso – Il ruggito della marshrutka

A 2.300 metri s.l.m., pare che Ushguli sia l’insediamento umano permanente più alto d’Europa e il migliore tra i villaggi in cui osservare le torri svan senza di mezzo bar e hotel per turisti, in un paesaggio che non deve essere cambiato molto negli ultimi mille anni.

Ci portiamo nella piazza principale di Mestia e iniziamo ad attraversarla come esche trascinate dalla corrente. I pesci grossi si muovono subito e subito arrivano i primi tassisti e autisti di furgone a farci le loro offerte. Decidiamo di dare credito a una signora che sembra la bisnonna di Jessica Fletcher.
35 lari, poco più di dieci euro, sono una quota onesta per affrontare le due ore di sterrata che distanziano Mestia da Ushguli. Buttiamo un occhio al vecchio Ford Transit, con le ruote liscie, ci interroghiamo sulle inquietanti facce degli autisti, ma, non vedendo molte altre opportunità, accettiamo.

Sul furgone ci siamo noi tre, due tedeschi, due russi, una ragazza irlandese con le infradito di gomma e dei sacchetti di plastica, un giapponese e due coreane, ma non si tratta di una barzelletta.
Dal nugolo di autisti che fumano e bevono davanti ai furgoni, se ne stacca uno corpulento e con lo sguardo bovino. Uno dei miei compagni di viaggio di cui non posso rivelare l’identità sottolinea con una certa lucidità che: ‘ha la faccia di uno che si è mangiato un bambino a colazione‘, ma sospetto che il comunismo in questi casi non c’entri.
A vederlo così, fosse cresciuto in un’altra e più ricca provincia, il nostro pilota sarebbe stato uno di quelli che la sera arriva in piazza con il suo bolide dotato di alettoni, minigonne e fiamme sulle portiere laterali, ma è di Mestia ed è arrivato a piedi in sandali.

Il corpo e le espressioni difficilmente mentono e infatti, appena partiamo, il ragazzo ci fa sentire come deve tirare le marce un vero autista georgiano.
Inizia la salita su una lingua di asfalto. Noi ci autorassicuriamo: ‘visto che è asfaltata?’, ‘sì la metteranno giù un po’, ma se ci va un Ford Transit carico come un mulo, sarà di certo una bella sterrata‘ e altre idiozie consolatorie simili.
Ma qui siamo in Georgia e non facciamo in tempo a finire il pensiero che la strada asfaltata termina in un cantiere, diventa una sconnessa sterrata e scollina nella valle accanto.

Il nostro driver dallo sguardo bovino attacca la discesa come un rapace in picchiata. Una roba da matti, difficile da raccontare ai voi fortunati che leggete in panciolle.
Nei pezzi rettilinei il ragazzo si lancia senza limiti a velocità folli, il furgone non sobbalza sulle buche, le prende così velocemente che sembra fluttuare nell’aria, c’è la sensazione di essere dentro un frullatore. Alla curva stacca all’ultimo metro ed entra come se dovesse affrontarle tutte col freno a mano tirato.

Anche sullo sterrato valgono le regole del buon autista georgiano: l’orizzonte davanti deve essere sempre libero, sgombro, pulito. Non appena il nostro mette nel mirino qualcuno davanti a noi – normalmente jeep ben più attrezzate per il fuoristrada – lo avvicina, mangia qualche metro di polvere (che riduce a zero la visibilità), inizia a suonare all’impazzata e tenta a più riprese di infilarsi in varchi impossibili. Se quello davanti capisce di avere a che fare con un toro impazzito, bene. Se non capisce, scatta la gara a chi tiene più duro e per i passeggeri l’inferno!
In cabina c’è chi ha sguardi sgomenti e chi, come noi, forse forgiati da due settimane sulle strade e tra i piloti georgiani, pervaso da un’idiota ilarità, manco fossimo sull’ottovolante. Ci siamo allenati ad accettare le tradizioni locali senza pensare alla possibilità che una gomma scoppi, una sospensione parta o si finisca diretti nel bosco.

Le due ragazze coreane, che stanno davanti con l’autista – intubate nella loro improponibile tenuta turistica dai colori inutilmente sgargianti e cappellino con fiori e pizzi -, sono terrificate dalla guida del ragazzotto con l’occhio bovino. Lui cerca di tranquillizzarle dicendo ‘autisti georgiani tutti campioni’ o canticchiando immotivatamente canzoni in lingua locale, mentre effettua curve su due ruote.

Ad un tratto, il Transit lanciato come una betoniera giù dalla discesa stacca all’ultimo prima di una curva per sorpassare una jeep. Il sorpasso ovviamente va a punto, ma dietro la curva, mentre siamo ancora lanciari a gran velocità, troviamo delle mucche! É tardi per frenare e allora driver decide di tentare un varco. Entra tra i bovini tenendo la mano pigiata sul clacson, lo slalom impossibile tra gli animali riesce e solo una mucca si becca una lieve spintarella, che si sente sulle lamiere lanciate a mille del furgone. Noi ci guardiamo e tiriamo l’ennesimo sospiro di sollievo.

Nella parte finale del percorso, prima dell’ultima salita per arrivare a Ushguli, la strada si fa pericolosa; alla sconnessione si aggiunge uno strapiombo laterale: la carrereccia corre infatti per qualche chilometro accanto a un canyon fluviale minaccioso.
Qualche centinaio di metri e il nostro si ferma, spegne il motore e restiamo per qualche momento fermi davanti a una anziana china su se stessa a lato della pista. Intorno a lei un gruppetto di uomini dall’espressione contrita e di nero vestiti.
Dopo un’ora e mezza di musica georgiana e fragorosi sballottamenti, rimaniamo ammutoliti in un silenzio irreale. Restiamo così per qualche istante, poi il nostro pilota con il suo inglese stentato ci dice: ‘qui tre giorni fa un mio amico è finito nel dirupo con il suo furgone. Tutti morti: lui e dieci turisti. Quella signora è la madre, prega ininterrottamente da quando è successo‘.

Rimaniamo attoniti, in una miscela di sensazioni tra incredulità, tristezza e sgomento. Lui si accende una sigaretta, scende a dire qualche parola agli uomini e a rincuorare l’anziana, che resta inginocchiata con il capo chino a terra.
Altri autisti di passaggio fermano la loro corsa e fanno lo stesso.

Ripartiamo e affrontiamo con furia di toro imbizzarrito le ultime curve che salgono a Ushguli: il nostro uomo, divertito, ci fa notare come le jeep siano guidate da brocchi e invece noi col Transit si vola via che è un piacere. Ok capo, contento tu, basta che al ritorno non ci fai volare nella scarpata…
Arriviamo già sudati.

Ushguli oggi è un luogo parecchio strano. È un sito Unesco, ma la scarsa accessibilità non ha permesso al turismo di massa di cannibalizzare l’area. Ci sono quattro piccoli villaggi posti tra i 2.200 e i 2.400 metri di altezza, che si stendono nel raggio di due o tre chilometri dentro una ampia valle sul cui sfondo svettano alcune delle cime da 5.000 metri del Caucaso Maggiore.

Nella piazzetta principale, dove arrivano jeep e furgoni, non ci sono pannelli illustrativi, info point o bar. Dietro una coltre di tassisti, si vedono cassonetti depredati dalle mucche e maiali che si rotolano beati tra fango e rifiuti. Poco più lontano, latrine immonde scaricano direttamente nel fiume che traversa i villaggi.

Superato il triste e maleodorante impatto iniziale, ci si incammina per un sentiero polveroso e percorso su e giù dai taxi 4×4; occorre ancora mangiare -letteralmente – polvere per un chilometro, prima di arrivare al più alto e tranquillo dei quattro villaggi, al riparo dai motori.

Ci addentriamo in solitudine nell’abitato: si cammina tra torri svan marcescenti, ruderi, case diroccate, ma inspiegabilmente ancora abitate, e casette un po’ più integre con il cavallo legato fuori dalla porta. Ci sono pochi turisti e ancor meno abitanti. O forse gli abitanti sono montanari veri e, mentre gli stranieri si aggirano per le strade, si tengono ben alla larga da sguardi invadenti e obiettivi fotografici.
Incontriamo invece gallinacci, maiali e vacche che girano in abbondanza e libertà tra le case.

Nuvole e sole in cielo e un mix di sensazioni ambivalenti in terra.
Un piccolo brandello di paesaggio rurale alpino che sopravvive? O un paesaggio relitto?
Una cultura capace ancora delle cose semplici e del contatto con la natura? O un’umanità avvilita e coi giorni contati?
Cos’è questo posto?

Giriamo in silenzio, facciamo qualche foto, osserviamo divertiti una nutrita famiglia di maiali e pensiamo. Pensiamo a come debba essere questo posto d’inverno, quando per sei mesi la neve, che qui pare cadere ancora abbondante, taglia i collegamenti con Mestia e quindi con l’ultimo scampolo di civiltà.
Cosa fanno queste persone annegate sotto la neve? Come vive nel 2017 uno che fa la vita dei suoi trisnonni, ma con il wi-fi (quindi con rappresentato davanti cos’è il mondo lontano da qui)?

Ci piacerebbe saper parlare la lingua locale. Sicuramente saremmo già in qualche angolo di strada a parlare con un vecchietto, forse ne sapremmo di più. O forse no, che certe persone non ci pensano neanche al perchè e al come e vivono in un modo tanto diverso dal nostro da non essere comunicabile, non del tutto perlomeno.

Qualche casa un pochino più in grazia ospita i turisti, qualche altra si improvvisa bar mettendo un gazebo della birra locale nel prato di fianco.
Un uomo carica del fieno su un camion militare che avrà almeno quarant’anni.
Dentro una casa si sente una signora che fa imparare dei canti – di chiesa? popolari? – a un gruppo di bambine.

Saliti su una collinetta più alta, tra gli abitati, lo sguardo puó spaziare.
Temo che anche per Ushguli sia un addio. Tornare qui tra dieci anni, forse anche meno, vorrà dire trovare qualcos’altro. I giorni contati Ushguli ce li ha scritti addosso in ogni caso. Ce li ha perchè è difficile pensare che, con i turisti quotidianamente in arrivo, un villaggio possa andare avanti come niente fosse, allevando mucche e maiali, facendo il formaggio, coltivando quattro patate, restando per sei mesi sommersi dalla neve. I giovani se va bene apriranno delle guest house per l’estate e passeranno l’inverno in città.
Ushguli ha i giorni contati perchè la costruzione di una strada asfaltata è già incominciata e in un paio d’anni cancellerà il terribile percorso sconnesso, riducendo notevolmente i problemi e i tempi di collegamento. Quando sarà arrivata la strada Ushguli diventerà come Mestia, forse peggio.

Non credo ci sia il tempo per questa gente per pensare, preparare un progetto e gestire questo cambiamento. Qui per secoli non è arrivato nessuno. Tutti gli eserciti e gli invasori si sono fermati prima: l’impresa non valeva la pena per quattro villaggi di riottosi pastori.
Oggi invece il pacifico esercito dei turisti rinforza le sue truppe e marcia deciso in avanti.

Mangiamo un kachapuri d’altura nel giardino accanto a una casetta di legno. Ci serve una ragazzina che, stranamente per questo paese, parla un buon inglese. Bisognerebbe chiedere anche a lei dove va a scuola, se ci va, che vita fa, se è qui solo d’estate e poi scappa altrove, ma non cogliamo il momento.
Va bene così, in un viaggio così pieno di tappe, di luoghi, di sguardi, di voci, si puó solo mettersi nell’animo di ascoltare. Senza pretendere di ottenere, di capitalizzare tutto. Lasciarsi alle sensazioni. È un viaggio che apre, che non pretende di conoscere – sarebbe idiota – ma coltiva il gusto per la comprensione.

Riprendiamo la marshrutka. Il nostro pilota dopo il pranzo è allegro e canta. Chiede il nome a Sonny, la ragazza coreana al suo fianco e le dice: ‘Sonny you are so beautiful, I love you!’. Intanto il furgone sembra una frana di sassi giù per la discesa.
Ci fermiamo di nuovo sul luogo dell’incidente e di nuovo, come fosse un rito, il nostro uomo si ferma, scende e va a dire due cose ai famigliari dell’amico deceduto.

Riprendiamo la corsa. A furia di tirare il motore come fossimo su un’auto da rally, il nostro si ferma di nuovo, scende, apre il cofano del Transit, corre al fiume con una bottiglietta e traffica un po’ nella zona motore.
Quando risale dice: ‘problem radiator’. E te credo, se uno fa i rally con un furgone per muratori non è che puó andare tanto lontano.
La strada sale e scende e, nonostante ‘problem radiator’ lo stile di guida non cambia di una virgola e nemmeno i sorpassi: la temperatura continua a salire.

Ci fermiamo in mezzo all’unico gruppo di case che sta sulla strada tra Ushguli e Mestia. Un gruppo di case isolate, di legno. Un pensiero corre sempre all’inverno. A come si possa vivere in case di legno con qualche vetro rotto in una valle immersa nella neve. Il nostro intanto chiede una canna dell’acqua e ovviamente non gli viene rifiutata; anzi, mentre armeggia sul motore, la padrona di casa si ferma volentieri a far due chiacchiere e offre la frutta.

Lungo l’ultima salita prima di Mestia ci dobbiamo fermare perchè dal cofano inizia a uscire un po’ di fumo, ma siamo lontani da fonti d’acqua. Driver è innervosito, forse per non poter mettere in mostra le proprie doti di pilota, forse perchè, a modo suo, ci tiene a che tutto si svolga nei tempi e modi previsti. Ferma un paio di auto, ma non hanno acqua per noi. Il popolo dei passeggeri non resta a guardare il suo autista in panne: si consulta e tira fuori tutta l’acqua minerale che ha. In un baleno gli porgiamo dal finestrino una decina di bottigliette: risata collettiva.

Aspettiamo un momentino, per lasciar raffreddare, e riproviamo la partenza in salita, ma non va. Il Transit non si riesce proprio ad accendere. Allora il pilota tira fuori tutta la competenza georgiana che c’è in lui, innesta la retro, ci lancia all’indietro in discesa e accende il rombante motore Ford. Con la cinghia che fischia fatica, ma ripartiamo.

Le sorprese, ovviamente, non sono finite qui: arrivato in alto alla salita, con l’ossessione della temperatura, driver inizia a scendere col motore spento, accendendolo solo per accelerare o per fare i tornanti. Forse per lui è una buona idea, per abbassare la temperatura, per noi invece no: è una pessima idea che ci fa sembrare la discesa ancor più pericolosa! Scende a tutta velocità col furgone spento. Il culmine di questa giornata automobilistica surreale arriva quando il nostro domatore di marshrutka tenta il numero della morte e si lancia nel sorpasso di un altro furgone in un lungo rettilineo in discesa a motore spento! Inutile descrivere i nostri occhi fuori dalle orbite e il nostro colore all’incirca cadaverico.

Arriviamo a Mestia stremati come se a Ushguli ci fossimo andati a piedi.
Ci sediamo ad un tavolo e ordiniamo tè caldo, come bevanda per placare la nausea da sballottamento. Arriva la pioggia, rimaniamo incastrati al bar e la merenda sfocia in una cena.

Andiamo in un ristorantino sul fiume, l’unico che ha posto: ci cacciano in fondo a una taverna piccolissima dove stanno cantando quattro ragazzotti nerboruti, che fanno musica tradizionale. Le loro voci da tenores rimbombano nella piccola sala. Le canzoni georgiane non sono esattamente quello che uno vorrebbe come sottofondo per una cena tranquilla: il folk georgiano è un mix tra i Gipsy kings e il Coro dell’Armata Rossa, vagheggiano sempre atmosfere da western caucasico ed epiche cavalcate. Cantata a squarciagola nella sala da pranzo… lascio immaginare.

Non avendo voglia d’altro facciamo un gesto fatale: ordiniamo tre pizze margherita. In Georgia la pizza – almeno crediamo, essendo la seconda volta che ci capita – viene impastata al momento. Morale della favola, le aspettiamo un’ora e venti minuti. Arrivano quando i ragazzi del folk stanno smontando l’attrezzatura e il pubblico se ne sta andando. Rimaniamo noi tre e le nostre tre margherite su cui, tra l’altro, ci sono olive, cipolle e peperoni in abbondanza. Ma è un dettaglio, poiché il prodotto infine si difende.

Torniamo a casa con la sensazione di aver vissuto tre giornate in una.
Sotto una lieve pioggerellina, con le torri svan illuminate lungo la valle e le mucche nere e silenziose che dormono ai lati della strada, le difficoltà di questi giorni si annacquano. In fondo, viene da pensare, anche lo Svaneti, con noi, è stato gentile e ‘ci ha svelato il suo mistero, con in cambio la promessa di non raccontarlo in giro’ (cit.).