Dal Mar Baltico al Mar Nero – Ultima fermata, Cluj

L’ultima tappa del nostro viaggio ci vede mogi con la testa inclinata e lo sguardo vagante oltre i riflessi del vetro, fuori, a rincorrere le linee delle campagne e delle periferie che il nostro bus, partito da Sibiu e diretto a Cluj, attraversa.

La Transilvania, che fino a ieri era una ridente regione fiorita e baciata dal sole, anche d’estate sa mettere l’abito scuro e diventare un luogo di una tristezza densa, di quelle che ti rimangono appiccicata addosso anche quando torna il sole.

Pioviggina sui finestrini, siamo in silenzio, lo sono tutti i passeggeri del pullman; nella luce lattiginosa di un mattino di pioggia, tra l’odore di tappezzeria, cibo e umidità, sentiamo che il glorioso viaggio romeno – che per chi mi accompagna è anche il viaggio della maturità – sta concludendosi, e con lui si concludono l’estate, una lunga carriera scolastica, un’intera stagione.

E queste impressioni d’ottobre non possono che farci ricordare con tepore interiore i giorni passati.

Altri orizzonti si aprono davanti a noi, per l’anno che verrà, ma da qui, da questo bus che vaga tra capannoni industriali e periferie tristi, in mezzo a un paese che cambia, li possiamo solo immaginare, intuire, e di volta in volta si mischiano entusiasmo, timore, nausea, voglia di tornare indietro, voglia di correre avanti.

Bus Station

Ci fermiamo in un’autostazione in qualche remota provincia, una di quelle fascinose stazioni dell’est in cui il tabellone orario è un pannello di legno bianco affisso sopra la porta d’ingresso, gli orari sono composti con lettere e numeri adesivi e in qualche parte corretti a mano col pennarello. Durante la pausa di qualche minuto, tra chi beve un caffè e chi si compra una manciata di covrigi legati con lo spago, scruto il tabellone e registro le varie destinazioni che si possono raggiungere partendo da lì. Rimango colpito dalla notizia che, quotidianamente, durante la notte, passa e ferma un pullman che raggiunge Istanbul.

Inizio a pensare con quale tipo di viaggiatori si possa riempire ogni giorno un bus che percorre questo lungo tratto d’Europa. Sto immaginando… quando la mia giovane compagine di viaggio mi avverte che stiamo per ripartire.

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Arriviamo a Cluj-Napoca che ancora piove. La stazione degli autobus è disastrata e sta a un paio di chilometri dalla piazza centrale, oltre un cavalcavia, oltre dei lavori in corso, oltre il traffico, oltre la pioggia. Il morale è così così, lo zaino pesa più di altri giorni. Ci guardiamo e senza bisogno di aggiungere altro optiamo per un taxi.

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Posta a metà strada tra Bucarest e Budapest, trecento chilometri di qui e trecento di là, Cluj fu centro culturale e universitario di fondazione sassone, a lungo popolata in prevalenza da ungheresi, è oggi una delle città più importanti del paese. Qui meglio che altrove si rintracciano i segni della guerra identitaria romeno-ungherese raccontata nell’ultimo post.

Gli ungheresi in città erano l’80% della popolazione a inizio del Novecento. Oggi sono il 15% e la loro riduzione procede rapida per via dei trasferimenti, che molte famiglie e in particolare molti giovani hanno compiuto alla volta di Budapest, sia perché la comunità, sempre più anziana, tende a un naturale declino demografico.

Nonostante le cose vadano così da un pezzo e la minoranza ungherese sia numericamente meno rilevante di un tempo, è come se le comunità di questo territorio, ieri come oggi, si sentano in qualche misura al centro di una contesa più o meno latente, a seconda dei momenti.

Cluj Napoca, una via del centro

E’ forse questo clima ad aver portato i cittadini di Cluj a sostenere in passato la lunga decade (1992-2004) del sindaco nazionalista Gheorghe Funar (Partito dell’Unità Nazionale Rumena). Un decennio in cui gli amministratori locali non hanno perso occasione per ricordare, mediante azioni simboliche, la “latinità” della città (in continuità col periodo comunista: nel 1974, per esempio, la città fu ribattezzata “Cluj-Napoca” proprio per ricordare il piccolo insediamento romano-dacico da cui prese origine e così le sue radici “latine”).

Alla fine degli anni ’90, la stessa amministrazione comunale si rifiutò di mettere in atto le norme relative al bilinguismo (previste con una legge nazionale dal 1997) impugnando i dati dell’ultimo censimento allora disponibile, in cui la popolazione ungherese si attestava al 19% del totale (la legge sul bilinguismo doveva essere applicata solo nei contesti in cui la minoranza etnica superasse la soglia del 20%).

Invano la minoranza ungherese di Cluj chiede ancora oggi una maggiore flessibilità nell’applicazione della legge, sostenendo – a ragione – che la soglia del 20% sia un parametro indicativo e la legge possa applicarsi anche sotto tale soglia.

Che la natura del contendere con gli ungheresi sia di carattere squisitamente politico (e non legale) è dimostrato dalle molte località di fondazione sassone in cui la legge è stata applicata con grande flessibilità introducendo una cartellonistica stradale bilingue rumeno-tedesca, pur in presenza di percentuali minime di popolazione germanica.

La guerra dei cartelli bilingui prosegue, a Cluj-Napoca e in altre città nelle quali la legge non è stata applicata: la cartellonistica in lingua ungherese viene periodicamente affissa da gruppi di attivisti e rimossa dalle autorità rumene. Al tempo stesso, diversi comuni in cui la componente ungherese è largamente maggioritaria, hanno installato cartelli stradali monolingui magiari, o hanno posto i toponimi magiari al di sopra di quelli rumeni, sollevando parecchie questioni con le autorità nazionali.

La statua di Corvino troneggia nella piazza centrale di Cluj, personaggio conteso tra rumeni e ungheresi

Queste diatribe non si limitano peraltro all’ambito della cartellonistica stradale. Statue, monumenti, intitolazioni, sono stati al centro di contese tra figure storiche riconducibili alla storia, alla politica, alle arti e alle scienze: prima della Grande Guerra prevalevano nettamente intitolazioni, statue, monumenti dedicate a personaggi ungheresi, dopo il 1918 si fece rapida pulizia rimpiazzandoli con celebrità care alla storia rumena. L’Arbitrato italo-tedesco durante il secondo conflitto mondiale riportò in auge per un breve periodo i simboli magiari accompagnati da installazioni che raffiguravano Hitler, Mussolini e Horthy. Dopo il 1945 si fece nuovamente pulizia dei segni della presenza ungherese e fascista, riabilitando quelli romeni a cui progressivamente si affiancarono eroi di guerra sovietici e personalità del comunismo internazionale (Brașov, per portare un esempio eclatante, per una decina d’anni fu ribattezzata “Orașul Stalin”). Con la fine del regime comunista si ripristinò un clima di “puro” nazionalismo.

Ingresso (scritte in romeno e ungherese) dell’univerisità privata “Sapientia”

Anche l’offerta universitaria a Cluj è stata campo di battaglia per questo scontro. L’università in città ha sempre rivestito un ruolo importante, la formazione in lingua ungherese, dopo la fusione forzata delle università rumena e magiara di Cluj-Napoca, imposta nel 1959, incontrò notevoli difficoltà e, ancora oggi, si scontra con un clima piuttosto ostile La convivenza tra le due comunità etnico-linguistiche nell’università Babe-Bolyai di Cluj, nata da quella fusione, è difficile in quanto la netta prevalenza degli studenti e dei docenti di lingua rumena ostacola il rispetto del principio del bilinguismo, sul quale è stato fondato l’ateneo. Per questo, insieme alle continue campagne per ottenere il ritorno ai due atenei separati, sostenute da numerosi rappresentanti della comunità magiara, altre iniziative hanno cercato di correggere questa criticità.

Nel 2000 il governo di Budapest finanziò l’apertura della “Sapientia”, per offrire agli ungheresi presenti a Cluj un nuovo ateneo privato di lingua ungherese.

Questo clima di contesa rende la regione differente dalla Valacchia e dalla Moldavia anche in termini di geografia elettorale. Basta osservare l’infografica qui di seguito, elaborata dall’Economist e relativa al ballottaggio delle elezioni 2014. Quell’anno le presidenziali vedevano la contrapposizione fra il candidato liberale Klaus lohannis e Victor Ponta, rappresentante socialista e conservatore. La Transilvania ha votato compattamente per il primo, il resto del paese prevalentemente per il secondo. Al ballottaggio, di misura, Iohannis, di origine tedesca e a lungo apprezzato sindaco di Sibiu, l’ha spuntata.

(Fonte: Economist)

Se si sovrappone quella carta al vecchio confine dell’Impero Austro-Ungarico le due coincidono e confermano il diverso retaggio socio-economico, culturale e identitario delle regioni che compongono il Paese.

La carta dell’Economist coinvolge anche la Polonia, in cui fenomeni simili, pur con proprie peculiarità, si osservano nella periodica riemersione del vecchio confine orientale tedesco.

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Davanti a questa carta si conclude il nostro lungo itinerario dalle sponde baltiche al Mar Nero. La riflessione in cui siamo più volte inciampati ci si ripropone anche qui a Cluj e parla della natura dei confini. Camminando da queste parti il confine si rivela nella sua potenza e arbitrarietà. L’arbitrarietà non toglie peso agli effetti, che si continuano a produrre anche quando visivamente le demarcazioni non ci sono più. La carta dell’Economist è lì a dimostrarcelo.

Il Novecento tutto è stato percorso da un’euforia ambivalente nei confronti del confine: mentre il numero di stati (e quindi di confini) è passato dagli 81 che erano nel 1950 ai quasi 200 di oggi, l’imporsi dell’ideologia neoliberale ha lanciato una vera “rivoluzione culturale” contro i confini: per un certo periodo siamo stati più o meno consapevolmente impegnati, con fervente dedizione, ad erodere e smantellare ogni barriera e ogni linea di demarcazione che non fosse funzionale al nuovo che avanza. Alcuni di noi lo hanno fatto anche in buona fede, credendo che tolti di mezzo le linee di separazione avremmo tolto di mezzo anche razzismo, discriminazioni e altri affini. Lo abbiamo fatto dimenticando che i confini hanno un ruolo insostituibile nei processi identitari, tanto dei singoli quanto dei gruppi.

Confini

Il confine ha così presentato il conto: nel bel mezzo dello smantellamento – avvertito dai più come una perdita di sicurezze e riferimenti e con la sensazione che il processo fosse deciso da altri – i confini hanno riaffermato il loro valore di difesa; alcuni, pur senza grandi ragionamenti, hanno afferrato e affermato i confini che potevano, come chi si aggrappa all’argine durante la piena del fiume.

Possiamo pensare di essere alla fine di questa stagione? A sentimento sembrerebbe che questo tentato smantellamento non abbia ancora finito di produrre i suoi effetti negativi, che ci faranno paura ancora per un po’. Quel che possiamo fare in ottica di progresso, nel frattempo, è pensare a una diversa educazione al confine e preparare le prossime generazioni ad approcciare il discorso e il suo svolgimento da un altro punto di vista. Non possiamo pensare di farne a meno o auspicarci di vivere rincorrendo l’utopia/distopia di uno spazio indistinto.

Di là dal confine c’è sempre qualcuno, il confine segna sempre una relazione, un dialogo minimo necessario. Il confine come relazione può e deve trasformarsi nel tempo e, a costo di sembrare retorico, è sulla qualità di questa relazione che dobbiamo lavorare.

Dal Mar Baltico al Mar Nero – Territori contesi

Se mai vi troverete nel distretto di Hargita, nel cuore della Transilvania, regione della Romania dove permane una discreta presenza ungherese, e per caso foste anche professori di geografia, vi potrà capitare che a tavola, durante una placida cena estiva, vi domandino cosa ne pensiate delle origini storiche del popolo rumeno, di dove si collochino esattamente le radici dell’attuale comunità nazionale.

A noi è capitato mentre eravamo ospitati a casa di Flo. Una sera eravamo intenti ad ascoltare piacevolmente parlare della storia e dei personaggi storici che i rumeni considerano ancora oggi a distanza di secoli come fondativi per l’identità del loro paese, quando ad un certo punto mi chiedono: professo’, ma qui c’erano prima i daci o prima i romani? e gli ungheresi?

Ovviamente nel bel mezzo di una grigliata, lì per lì, che risposta vuoi dare? L’unica risposta che non richiede troppo impegno e troppa memoria: “impossibile stabilire come sia andate le cose con certezza“. Risposta pilatesca, non sbagliata, ma anche sprovvista degli elementi realmente a disposizione.

Così mi è rimasto il pensiero in testa e nei giorni seguenti ho provato a leggere un po’ di materiale a disposizione e questa di seguito è una brutale sintesi delle ipotesi sul primo popolamento di questi territori, che poi si trasforma in una spiegazione di come mai, oggi ancora, il rapporto tra rumeni e ungheresi in queste zone non sia sereno.

Capisco ne sia venuta fuori una pagina un po’ scolastica, ma la vicenda è interessante e questa sintesi può fungere da abc per vagabondare da queste parti con un minimo di cognizione. Legga chi ne ha piacere o chi fatica a prender sonno.

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La presenza ungherese in Romania

Gli ungheresi rappresentano la più grande minoranza etnica della Romania, il 6% della popolazione, circa un milione di individui. Questo almeno dice ufficialmente il censimento del 2011. Sono concentrati principalmente in Transilvania (intendendo qui per Transilvania la regione storica e non l’attuale regione amministrativa) dove si attestano attorno al 20% della popolazione complessiva. In alcune città arrivano ad essere maggioranza o rappresentano una cospicua parte degli abitanti: a Odorheiu Secuiesc sono la quasi totalità della popolazione, a Miercurea Ciuc l’80%, a Targu Mureș sono la metà della popolazione cittadina, a Satu Mare il 40%, a Cluj il 15.

Questi territori sono stati oggetto di un tira e molla secolare tra i principati rumeni e il regno d’Ungheria e sull’identità di queste lande e della Romania tutta c’è un dibattito, sia in ambito storiografico che politico, acceso e ancora in corso. Rivendicazioni contrapposte sono all’ordine del giorno, vicende storiche lontane nel tempo vengono utilizzate (strumentalizzate) con grande disinvoltura per stabilire gerarchie etniche e “diritti di proprietà” su vaste regioni.

Sighișoara, veduta dalla città alta

Due diverse ipotesi

Nel dibattito storiografico in corso tra Romania e Ungheria si contrappongono due prevalenti teorie circa le origini dell’identità rumena e quindi dei diritti di controllo sui territori oggi amministrati dal governo di Bucarest.

La prima teoria è quella del popolo rumeno quale erede della dominazione romana. Un’ipotesi fortemente sostenuta dai salotti intellettuali di Bucarest: in questa prima ipotesi i rumeni, con la loro lingua romanza, discendono direttamente dalla popolazione prevalentemente dacica, latinizzata durante un secolo e mezzo di dominio romano. I daci sarebbero stati sottomessi e sommersi dalle invasioni slave e magiare dei secoli successivi, ma mai eliminati.

Lupa capitolina, Sighișoara

La seconda teoria, sostenuta dalla narrazione storica ungherese, ritiene che, in seguito all’arretramento delle frontiere imperiali, gruppi di popolazioni latinofone si sarebbero spostate a più riprese dando origine alle popolazioni pastorali valacche e aromune sparse per vari territori tra l’Istria e la Tessaglia. Se i valacchi e gli aromuni dei Balcani sono oggi in gran parte assimilati, i valacchi insediatisi nelle attuali Valacchia, Moldavia e Transilvania avrebbero dato progressivamente origine alla moderna nazione rumena, assimilando popolazioni di altre famiglie. Secondo questa narrazione non è rimasta traccia della temporanea romanizzazione di epoca dacica.

E così eccoci all’oggetto del contendere: furono dunque gli ungheresi a colonizzare una regione sostanzialmente vuota, per poi essere raggiunti nei secoli successivi da popolazioni rumene provenienti dalle terre a sud e a est dei Carpazi? O furono i rumeni a costituire un substrato che aveva radici nella Dacia romana e che venne soggiogato dai conquistatori magiari?

Non esistono risposte certe a queste domande, sia per la scarsità di testimonianze oggettive sia per la difficoltà di adoperare definizioni e categorie attuali proiettandole su popolazioni così lontane nel tempo.

Queste stesse domande, per le quali esistono risposte opposte, validate da opposte storiografie, sono ancora ben presenti nel dibattito politico ungherese e rumeno poiché dall'”ordine di arrivo”, a prescindere dall’effettiva consistenza numerica delle rispettive popolazioni, si fanno discendere diritti e doveri diversi, secondo una concezione dei rapporti di forza che rimane profondamente ancorata all’epoca del nazionalismo ottocentesco.

Cimitero sassone, Sighișoara

Il Novecento

Alla Conferenza di pace di Parigi, che metteva fine alla Prima Guerra Mondiale, la Romania acquisì la Bessarabia, la Bucovina, la Dobrugia meridionale, l’intera Transilvania, larga parte del Banato e un’ampia fascia di Pianura Pannonica, dando origine alla “Grande Romania”. Negli anni immediatamente precedenti, il confine fra Romania e Ungheria era stato ampliato a più riprese dall’esercito rumeno approfittando del caos che regnava a Budapest, fino a inglobare una serie di città a forte maggioranza ungherese poste ai limiti della regione linguistica rumena, come Oradea, Arad, Satu Mare nel nord ovest del paese.

A Parigi quindi la scelta politica fu di mantenere l’unità territoriale della regione piuttosto che frammentarla secondo linee etniche, una linea sostenuta, oltre che dai rumeni, anche dai sassoni (presenti in Transilvania dal XII secolo) che provavano un forte risentimento nei confronti dell’Ungheria a causa della magiarizzazione forzata subita nei decenni precedenti.

Il passaggio ufficiale di questa fascia di territorio sotto amministrazione romena diede subito i suoi effetti: l’intera toponomastica della regione venne modificata, anche nelle aree a maggioranza ungherese: i personaggi storici ungheresi a cui erano intitolate strade e piazze furono sostituiti da figure centrali della storia e della cultura rumena. L’università di Cluj, fino ad allora dominata da accademici di lingua magiara, si trasferì in blocco a Seghedino, in Ungheria. All’architettura centro-europea, eredità dei secoli di dominio magiaro-tedesco, furono affiancati edifici in stile tradizionale rumeno e neobizantino. La città di Alba Iulia, che aveva ospitato, il 1° dicembre 1918, l’assemblea nazionale rumena che aveva proclamato l’unione della Transilvania con la Romania, recuperò il suo nome latino, sostituendo quello ungherese. Statue di Lupe capitoline vennero posizionate nel cuore delle principali città e grande risalto venne dato ai ritrovamenti archeologici d’epoca romana.

Cattedrale Ortodossa, Cluj

Il periodo interbellico fu segnato da tensioni continue, legate sia alle richieste di autonomia linguistica e di modifica dei confini da parte della minoranza ungherese, sia alla crescente retorica nazionalista dei governi di Bucarest.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale, in seguito, portò a un improvviso mutamento dei confini appoggiato dall’Italia e dalla Germania, con l’obiettivo di demolire l’assetto successivo alla Prima guerra mondiale e di “premiare” i Paesi alleati dell’Asse. Il fatto che sia l’Ungheria sia la Romania rientrassero in questa categoria, pur essendo profondamente divise dai problemi confinari, portò alla decisione di “tagliare” la Transilvania in una metà settentrionale e in una meridionale attraverso l’imposizione del cosiddetto “Arbitrato di Vienna” del 1940. La parte nord, che includeva città centrali nella cultura e identità magiara, come Cluj, Oradea e Targu Mureș, ma anche vasti territori rurali abitati in netta prevalenza da rumeni, come il Maramureș, furono riassegnati all’Ungheria, mentre la parte meridionale, che includeva città a popolazione mista come Brașov e Timișoara, insieme a vaste regioni abitate in prevalenza da romeni e tedeschi, veniva confermata in mani rumene .

La “Grande Romania” nata all’indomani della Prima guerra mondiale, insomma, andò in frantumi senza che fosse stato sparato un solo colpo di fucile. Oltre alla Transilvania settentrionale, il Regno di Romania fu costretto, sotto le pressioni congiunte di Berlino e di Mosca, a cedere la Bessarabia all’URSS e la Dobrugia meridionale alla Bulgaria. Il trauma di queste amputazioni territoriali, confermate dai successivi accadimenti, è tuttora vivo nella memoria collettiva rumena e crea ancora strascichi geopolitici come nel caso moldavo-trasnistriano.

Nei pochi anni di divisione della Transilvania, tra nord e sud crebbero incessantemente reciproche accuse di violenze, massacri, discriminazioni ed espulsioni, fatti che lasciarono un profondo solco d’odio fra le due comunità etniche.

La Conferenza di Pace di Parigi del 1946 confermò tutte le amputazioni territoriali subite dalla Romania nel 1940, con l’eccezione della Transilvania. Nonostante le numerose controproposte di Budapest, che miravano a mantenere almeno le città di Satu Mare e Oradea, a netta maggioranza ungherese, tutti gli spostamenti di confine seguiti all’Arbitrato di Vienna vennero annullati e la Transilvania fu definitivamente riunificata sotto il controllo romeno.

Poi venne l’epoca della Romania comunista. In una prima fase, sotto l’influenza del multiculturalismo sovietico, il regime comunista riconobbe alla comunità ungherese autonomia politica e linguistica. Poi, con l’arrivo al potere di Nicolae Ceausescu, un clima politico internazionale in mutamento, il diffondersi dell’idea di un comunismo in chiave nazionalista, ripresero vigore le vecchie politiche assimilazioniste e il processo di “rumenizzazione” delle minoranze. La chiusura di scuole e luoghi di culto ungheresi, l’annuncio di un piano di demolizione di villaggi e centri storici d’impronta tedesca e magiara, portarono a proteste internazionali e a un flusso crescente di emigrazione verso l’Ungheria.

Transilvania, un tramonto

In tempi recenti

La Romania democratica cresciuta negli ultimi trent’anni sulle ceneri fumanti del regime comunista, tuttavia, non ha del tutto risolto i nodi legati al tradizionale nazionalismo che la contraddistingue. Scontri in piazza tra rumeni e ungheresi si sono ripetuti a più riprese, anche di recente. La vita politica dell’ultimo ventennio ha fatto il pendolo tra coalizioni spinte al nazionalismo e compagini che hanno operato per una distensione dei rapporti.

Le rappresentanze politiche della comunità ungherese sono state molto attive, di volta in volta pronte a entrare nelle coalizioni di governo, con l’obiettivo di dare spazio alle istanze identitarie magiare. Questo pressing politico ha consentito l’approvazione della legge sul bilinguismo di fine anni Novanta. Questa legge si dovrebbe applicare nei comuni dove, al censimento, la percentuale di una minoranza linguistica superi il 20% della popolazione complessiva. I diritti connessi includono l’insegnamento della lingua minoritaria nelle scuole, la pubblicazione degli atti amministrativi nella lingua della comunità e l’utilizzo della toponomastica bilingue su cartelli e targhe stradali.

L’applicazione di questa legge, tuttavia, in questi anni ha incontrato numerose resistenze e applicazioni solo parziali.

Isole ungheresi permangono nelle città universitarie e industriali come Cluj e Oradea, o in altre località minori in cui gli ungheresi sono maggioranza, tuttavia, il destino della maggior parte delle comunità ungheresi fuori da queste isole, pare quello di una assimilazione sempre più rapida, un po’ per l’emigrazione verso l’Ungheria, un po’ per il tasso di natalità estremamente basso.

Riprenderemo il discorso e concluderemo il viaggio nella città di Cluj, che per molti versi è stata una dei centri maggiormente coinvolti dalla conflittualità tra Romania e Ungheria.

Dal Mar Baltico al Mar Nero – Il treno per Sibiu

Prendiamo il treno da Sighișoara che sembra già autunno. Pioggerellina sulle nostre teste e luce opalescente in cielo. La porta storta della stazione chiude alle nostre spalle la città medievale, all’alba ancora silenziosa, e ci fa fare ingresso in un edificio in cui il tempo sembra essersi fermato da qualche parte nel Novecento. Circolari su carta ingiallita stanno appese su una bacheca, l’uomo zoppo percorre di traverso la sala d’aspetto, confabulano le ragazzine rom dai “capelli neri e unti come il corvo”, operai coi visi scuri e tute blu scendono dal treno in arrivo da Brașov e sciamano silenziosi verso le uscite. Per essere la stazione di una città turistica si tratta di un posto derelitto e ancora pieno di storie.

Alba transilvana al finestrino

Il treno cigola e lascia lento la stazione, i vetri rotti e pieni di graffiti fanno trapelare qua e là immagini di una campagna dolcissima attorno, le luci gialle degli scompartimenti donano un’atmosfera fuori dal tempo, i visi stanchi ma assorti delle giovani vite che mi accompagnano sanno di gente in viaggio, alla ricerca della “chiave segreta del mondo”.

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Sfiliamo davanti all’imbocco della stradina che porta a Biertan, dove siamo stati il giorno prima. Biertan è uno dei più conservati villaggi sassoni di Transilvania, a una trentina di chilometri da Sighișoara, ed è conosciuto per ospitare un’imponente chiesa fortezza. Sono circa 300 le chiese fortificate sparse nelle campagne qui attorno, ricordano la lunga stagione in cui questo territorio è stato oggetto di contesa. Gli abitanti della zona rispondevano alle incursioni turche barricandosi dentro queste chiese protette da mura e altri dispositivi di sicurezza. In quel periodo sono diventati grandi i nomi di Vlad Tepeș e Ștefan cel Mare, strenui difensori dell’identità romena.

La chiesa fortificata di Biertan

Il fortino di Biertan ha tre livelli concentrici di mura difensive alte 35 metri. L’edificio principale all’interno delle mura, costruito su un poggio in mezzo al paese, è la chiesa di fine Quattrocento, le cui pareti interne sono state affrescate nello stesso periodo e sono ornate con tappeti originari del medio oriente, traccia delle traiettorie commerciali dell’epoca. La porta di legno intagliato della sacrestia, usata durante gli assedi come fosse il caveau di una banca, conserva un particolare sistema di bloccaggio a 21 serrature.

Mentre eravamo in visita a Biertan abbiamo incontrato un pullman di anziani veneti in gita. Vederli arrancare sul centinaio di scalini che portano alla chiesa, sotto la pioggia, proprio qui in questo angolo perduto in fondo alla campagna, non saprei dire bene, ma credo sia stato uno degli illuminanti momenti di questi giorni. Ho avuto in dono un pensiero banale ma onesto: vorrei conservare anche io quella voglia, continuare a scoprire il mondo anche a ottant’anni.

La main road di Biertan

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Mentre scorre la via ferrata verso Sibiu il cielo si apre e i primi raggi di luce fendono la campagna, illuminano villaggi fatti di mais e pozzanghere, steccati sguerci, chiese fortificate. Attorno a questi villaggi di architettura sassone a volte sorgono degli accampamenti, piccoli quartieri arrabattati con i materiali a disposizione, per lo più abitati da famiglie rom.

Siamo nel cuore della Transilvania, nel centro turistico della Romania, ma è qui più di altrove che si può incontrare questo tipo di insediamenti. La Romania sembra un arcipelago, lo spazio è bolloso, confinato dentro microcosmi che difficilmente si intersecano e contaminano tra loro.

Le stazioni transilvane

Anche Sibiu è un’altra isola. Dopo tre ore di campagna più o meno desolata l’arrivo a Sibiu è l’ingresso in un salotto mondano: la via principale e le grandi piazze punteggiate di caffè all’aperto fanno sentire il profumo, l’eco, delle antiche capitali mitteleuropee. Del resto, fino alla Prima Guerra Mondiale qui era Impero Asburgico. Nel 2007 – anno in cui Sibiu era capitale europea della cultura – furono restaurati i musei, rifatta la pavimentazione delle piazze e ridipinte le facciate di chiese e palazzi. Oggi il centro cittadino è una cartolina semovente, una specie di astronave calata in mezzo all’agro romeno. Dietro le facciate patinate e le tendine alle finestre che non tradiscono dettagli etnici, nonostante i tormenti e i contrasti del Novecento, convivono, qui, in questi palazzi, tedeschi, ungheresi e rumeni.

Piazza Grande, Sibiu

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Se siete a Sibiu un consiglio è di prendere un’auto o un taxi per raggiungere Sibiel, minuscolo villaggio immerso tra boschi e colline (sconsigliata la bici perché il primo lungo tratto di strada è molto trafficato, volendo esiste l’opportunità del treno, ma ci sono solo due corse giornaliere una all’alba e una nel tardo pomeriggio. Non proprio comodissime). Il villaggio di Sibiel è riportato su qualche guida per via del suo museo di icone di vetro, il più grande al mondo del suo genere, vi si dice. Verrete accolti da una anziana con foulard in testa, che funge da custode della chiesa, del piccolo cimitero e del museo che gli sorge accanto. Non è una vera e propria guida, ma in un buon francese saprà darvi le coordinate fondamentali per capire cosa state osservando.

Museo delle Icone di vetro, Sibiel

La pittura su vetro, apprendiamo qui, è cosa antica, diffusa in Transilvania dai primi del ‘700, quando prese avvio una grande produzione di icone su vetro (meglio sarebbe dire sottovetro, per via della tecnica utilizzata). Si trattava di una diffusa forma d’arte popolare, prodotta da contadini per contadini. Oggi il museo raccoglie circa 600 di queste icone provenienti da diverse regioni romene.

Sibiel

Da Sibiel si può poi fare una passeggiata verso qualcuno dei villaggi vicini, lungo le strade incontrerete al più qualche carretto, spesso le strade diventeranno sentieri.

Festival delle Geografie 2021 – Dove inizia la fine del mare?

Settembre – la fine delle vacanze, del bel viaggio che ci ha portati dal Mar Baltico al Mar Nero, l’inizio della scuola, un turbine di cambiamenti – è soprattutto il mese del Festival delle Geografie!

Dopo un anno di premurosa incubazione, percorso insieme alla grande famiglia de La Casa dei Popoli, siamo pronti per pubblicare il programma completo della terza edizione.

Dopo aver parlato di esploratori, di confini e frontiere, questo è l’anno in cui parleremo di mare!

Il Festival si arricchisce di un giorno in più, farà largo uso di conferenze, dibattiti, presentazioni, libri (presente con Pagina59 la Libreria del Festival), confermerà due mostre fotografiche (a cui se ne aggiunge una diffusa per il ridente borgo di Villasanta) e il corso di formazione per docenti (le iscrizioni sono ancora aperte, ma i posti disponibili pochini), gli aperitivi a tema, diversi giorno per giorno a seconda delle cose di cui parleremo (venite anche solo per chiacchierare placidamente spiaggiati al nostro spazio ristoro!).

Faranno la loro comparsa delle novità: in arrivo il buon cinema grazie alla proiezione dei corti vincitori del premio Mancini alla Festa del Cinema di Mare di Castiglione della Pescaia, in collaborazione con il cineteatro Astrolabio di Villasanta e lo Spazio Alfieri di Firenze. Altra novità saranno quotidiani laboratori per i più piccoli.

Un paio di belle note personali.

La prima: avrò ancora l’onore di avere una ventina di nostri studenti a darci una mano, con bellissimi ed estenuanti turni di servizio e assistenza al Festival. Gli sono molto grato per la sorprendente disponibilità che hanno dimostrato nel tornare a darci una mano!

La seconda: sono tantissimi gli amici che vedrete su e giù dal palco e che portano il loro contributo, intellettuale, fisico, spirituale, creativo. Non li cito perché dimenticherei certamente qualcuno, dico solo che senza di loro il Festival non si farebbe o, perlomeno, non in questi termini.

Di seguito alcune risorse utili:

Se volete diventare volontari o sostenere il Festival ci fa molto piacere (e ne abbiamo un gran bisogno!).

Per ogni altro dubbio o informazione necessaria consultate il sito del Festival o scrivete a info@festivalgeografie.it

Dal Mar Baltico al Mar Nero – E questo cielo e queste nuvole

Lasciamo Bucarest dopo una breve fermata notturna. Città impero del cemento, pensiero urbanistico totalitario, traffico a quattro corsie nel centro, anche se un centro non c’è, città piena di gente che fruga tra cestini e cassonetti, vie dei bar e di sacre cripte della musica tumz tumz, cubiste sul marciapiedi, rossetto, alcol, smalto, ancora musica per strada, città di muri scrostati, di cantieri e lavori in corso, “città senza un posto neanche per piangere” (cit.).


All’alba del nuovo giorno corriamo in stazione senza biglietti (ma con tanta speranza!).

Coda, ritardo, affanno, ci fanno dei biglietti “posti in piedi”. Due ore dalla capitale a Sinaia dovremmo reggerle, magari sedendoci sugli zaini.Poi con qualche spostamento riusciamo a stare seduti quasi tutto il tempo. Il treno intercity ha sedili di velluto che devono essere stati smontati da qualche pullman degli anni ‘70 e rimontati qui per l’occasione. Non ci sono finestrini, manca l’aria.

Mi sfrattano, finisco in piedi davanti alle porte d’ingresso del vagone. C’è una venditrice di more con le sue due bimbe, fanno contrasto il tratto lieve, la manina, la chioma bionda delle piccole coi vestiti sporchi. Sono senza biglietto e senza soldi, il controllore dice qualcosa con cattiveria e poi, senza chiedere, con un gesto rabbioso, si prende un bicchiere di more e se lo porta in cabina. Vorrei dire e fare qualcosa, ma resto in silenzio e me ne dispiace. Quante volte mi manca la forza. Compenso allungando tre Lei alla signora per pagare il bicchiere sottratto, ma so che non era quello di cui c’era bisogno. Penso anche che in questo comportamento ci sia un tipico meccanismo di questo mondo e uno dei motivi per cui questo mondo non va.


Perso in queste riflessioni non mi accorgo che due ore sono trascorse. Scendiamo dal treno tra i verdi versanti della valle di Prahova, ai piedi dei Carpazi, dove la Valacchia lascia il posto alla Transilvania.

La valle di Prahova vista da Cabana Babele


Ero già stato qui diversi anni fa, il cambiamento è netto. Oggi la valle in particolare nei centri di Sinaia e Bușteni è diventata uno dei luoghi turistici più affollati del paese. Alloggi e ristoranti in ogni angolo, eterna coda di auto sulla provinciale che attraversa il fondovalle, funivie dal costo di 30 euro con due/tre ore di coda quotidiana per poterci salire, e altri segni di uno sviluppo turistico piuttosto rapace.

Il castello di Peles


Appena si esce dalla bella stazione in legno di Sinaia, per un attimo, potrebbe darsi di essere in Trentino: aria fine e fresca, fioriere a ogni angolo della piazza, torme di turisti che vanno e vengono. Ci si ferma in questa ridente cittadina patrimonio UNESCO, rinnovata grazie ai fondi europei, per prendere una funivia e salire all’Altopiano dei Bucegi (2.300 metri) o per visitare il fiabesco castello di Peles.
Il castello, anch’esso con un biglietto di ingresso esorbitante, è scenografico ma di poco conto. Non ci sono materiali informativi, non sembra esserci un pensiero divulgativo che guidi la proposta e il percorso, solo qua e là qualche breve didascalia striminzita (in varie lingue). Stranamente non vediamo guide. Finisce per essere un ottimo sfondo per selfie di gitanti della domenica e l’occasione per il solito applauso alle belle dimore dei ricchi.


A Bușteni invece il paese è ormai preso d’assalto dai turisti con voglie di alta montagna senza voglia di camminare. Qui c’è il secondo accesso con funivia per l’Altopiano. Ogni giorno, nonostante lo stratosferico prezzo della telecabina (28€ a/r), si creano all’ingresso dell’impianto 2/3/4 ore di coda, a tal punto che intorno ai turisti in fila ronzano come mosche tassisti che propongono allo stesso prezzo di salire con auto e fuoristrada all’altipiano evitando la coda.

L’altopiano dei Bucegi


In alto ai Bucegi però si può ancora avere la sensazione che il tempo si sia fermato. Questi altipiani giallo ocra, pieni di segni di vita pastorale, sono ancora oggi commoventi e così ampi che i molti turisti in coda finiscono per annacquarsi nel paesaggio, diluendosi fino a sparire dall’orizzonte.

Passiamo un pomeriggio col naso all’insù, sembra di essere soli con i piedi nell’erba e la testa che sfiora la pancia di grandi nuvole. Le greggi attorno si muovono lente come altre nuvole in terra. La valle di Prahova con la sua provinciale trafficata sembra uno squarcio nella terra molto lontano.


Guardo i miei ex studenti risalire un pascolo. Penso a quante minchiate diciamo sui giovani come categoria, quando dovremmo solo entrare nel merito delle singole storie personali. In questo gruppo, eterogeneo per gusti e attitudini, troviamo la voglia di salire in cima a un monte, di vedere i confini del giorno e della notte, di raccontarsi e ascoltare, di riflettere, di ridere. Ci sono qualità che, questo sì, hanno avuto e hanno bisogno di tempo per farsi scoprire; forse tenute al riparo da un mondo non particolarmente bello sono rimaste a lungo all’ombra, come auspicato da Tito Balestra per la famosa montagna di neve.


Scendiamo lentamente lungo il sentiero che ci porta verso Piatra Arsa, tagliando in obliquo il verde tavolo dell’altopiano. Il cielo vira verso le sue note serali. Si chiacchiera, si fanno foto, si rallenta sperando che quella luce e quel momento, incantevoli, possano durare un po’ più a lungo. E a me, senza tirarla in lungo, dopo una giornata così viene in mente una poesia di Chlebnikov (conosciuta grazie a Paolo Nori) che dice così: “Poco, mi serve. Una crosta di pane, un ditale di latte, e questo cielo e queste nuvole”.