Giornate del Caucaso – Verso Xinaliq

Odore di nafta e caldo invitano a lasciare Baku per andare in cerca del Caucaso.

Alla stazione dei bus, tra centinaia di vecchi pullman e furgoni, peschiamo con un po’ di fortuna il bus per Quba (si legge Guba). Una vecchia corriera azzurra stile scuolabus. 4 manat, 2 euro, per 3 ore di viaggio verso nord, quasi a confine col Daghestan.

La corriera è abbandonata sotto il sole nel piazzale pieno di gente, venditori ambulanti (in ciabatte) vendono senza soluzione di continuità ventagli, rasoi elettrici da barba e fazzoletti. L’autista (in ciabatte) ci apre la porta. Siamo i primi a salire e, per partire, dobbiamo aspettare che il mezzo si riempia. L’odore è denso e lo spazio tra i sedili angusto. Restiamo nella lamiera arroventata dal sole mentre pian piano altri passeggeri (prevalentemente in ciabatte) si aggiungono al viaggio. Caldo e umidità aumentano. Fortunatamente ci sono tanti finestrini e un po’ d’aria calda asciuga e viene in nostro aiuto.

Se fino a qualche anno fa era per me sempre sorprendente assistere a questo rito di attesa in cui l’Uomo dell’est non si scompone mai, oggi, dopo un po’ di frequentazioni ad oriente, mi chiedo piuttosto quanto durerà. Quanto ancora si potrà viaggiare in questo modo.

Prendere una corriera scomoda, ma a buon mercato, qui ha il valore di condividere un viaggio, di dividersi le spese per la stessa tratta. La gente si parla, si offre cose da bere e mangiare: fa il viaggio insieme. C’è un senso di comunità, che nei nostri servizi di trasporto ad aria condizionata non c’è più. Il viaggiatore da noi è diventato cliente, ricordava il ferroviere Gianmaria Testa. Le cose cambiano.

Partiamo dopo circa un’ora di attesa. Il viaggio è di quelli belli: finestrini tutti spalancati, aria calda, caldissima, braccia fuori, lanciati nel paesaggio desertico dell’Azerbaigian settentrionale. Quando arriva un’area di cantiere e la strada si fa sterrata l’autista lancia un ordine e tutti rapidamente chiudono i finestrini, appena lo sterrato finisce tutti in sincrono riaprono i finestrini.

Passiamo da Sumqaiyt. Terza città del paese. Centro urbano che ha subito una grossa crisi dopo il crollo dell’Unione Sovietica, con tassi di disoccupazione alle stelle e piena di sfollati (60.000) provenienti dalla guerra per l’Alto Karabakh con l’Armenia. Scriveva Emanuele Giordana che si tratta di una delle principali località azere che forniscono foreign fighters alla rete del terrorismo islamista internazionale. L’Azerbaigian non è scenario di terrorismo, ma produce terroristi in centri come questo in cui il disagio sociale è alto. Potremmo dire che Sumqaiyt sia l’altra faccia di Baku. Da tenere presente.

Ci fermiamo in un polveroso autogrill dove si vendono spiedini e pannocchie bollite in mezzo alla polvere dei furgoni che vanno e che vengono. La toilette sta sul retro. È un casotto di cemento armato in mezzo al deserto. Tra l’ingresso degli uomini e quello delle donne, in una guardiola sgangherata, sta una anziana signora velata di blu (ovviamente con delle ciabatte) che ritira le offerte mentre prepara un’insalta di cetrioli. L’autista fa il pieno: 55 litri di gasolio per 33 manat, 15 euro, e si capisce bene perchè i trasporti qui costino davvero poco. Si riparte.

Dopo aver viaggiato lungo la costa del Caspio per quasi tre ore, una costa brulla, con pochissimi villaggi sparsi tra miriadi di piccole pompe di petrolio, qualche mucca in riva a un mare blu (ma che a guardarlo da vicino è verde o nocciola), arriviamo finalmente a Quba.

Quba sembra una città di frontiera. Una strada polverosa intitolata ad Aliyev padre (l’onnipresente ex-presidente, ora c’è Ilhem, il figlio), con un po’ di negozi su ambo i lati.

Scesi dal bus veniamo assaliti da una torma di tassisti. Più che noi a chiedere informazioni, sono loro a farci l’intervista. Chiediamo un prezzo per raggiungere la nostra meta: Xinaliq, uno dei più remoti villaggi di pastori dell’Alto Caucaso azero.

Chi dice 100, chi dice 50 manat. Ci scrivono le proposte su schermi di cellulari che noi non vediamo dalla fine degli anni ‘90 e giustificano la cifra facendo segno che la strada è un continuo su e giù. Altri mezzi pubblici non ce ne sono. Alla fine scegliamo quello che ci sembra più simpatico. Scopriamo seguendolo nel piazzale impolverato che ha una vecchia Mercedes. Sulla guida consigliavano un fuoristrada, ma pazienza. Quello che passa il convento.

Saliamo, si offende se tentiamo di metterci una cintura di sicurezza e ci invita a rilassarci e ad apprezzare la musica tradizionale azera che ha messo su. Memore della folle guida degli autisti georgiani, con i loro sorpassi in tripla corsia, fatico un po’… “a rilassarmi”, ma che il viaggio abbia inizio!

Purtroppo però non va così: fatta una decina di chilometri il motore della Mercedes inizia ad avere strani sussulti, che peggiorano di minuto in minuto, fino a diventare un continuo sobbalzo. Ci accostiamo un attimo. Poi ripartiamo a singhiozzi, tirando la prima come se dovessimo scattare dalla griglia di partenza, ma restando praticamente fermi. Ora il sobbalzo sembra il rinculo di un enorme mortaio, veniamo sbalzati avanti e indietro dalla Mercedes impazzita. Dico se forse non sia il caso di tornare indietro. Ma lui tenta e ritenta imperterrito e via via più avvilito.

Quando ci fermiamo in salita a quel punto l’auto non riparte più e il nostro si arrende. Chiama un altro taxi e aspetta con noi seduti sotto la pergola di un fruttivendolo di campagna, che vende grandi ostie gommose fatte di succo d’uva condensato.

Cambiamo taxi e salutiamo il nostro sfortunato amico. Ora siamo su una Opel discretamente mantenuta guidata da un uomo sulla cinquantina, con un bel cappellino bianco da lord inglese e, colpo di scena: coi sandali! Prima traversiamo una bella zona di bosco, piena di aree pic nic e ristoranti. I ristoranti lungo le strade azere lontane dalla capitale sono delle specie di aree campeggio: al centro una capannina con sotto delle griglie e un fornello, intorno tante altre capannine di legno, sparse nel bosco o sul prato al cui interno c’è un tavolo.

Finita la foresta, la strada si inerpica dentro un impressionante canyon, un profondo taglio nelle rocce. Si sale tra le asperità minerali con qualche sorpasso in curva cieca. Niente di che, memori del passato georgiano, la situazione può decisamente peggiorare.

In alto al canyon sbuchiamo in un altopiano tra monti ricoperti di pascoli bellissimi, il nostro driver ci invita a fermarci per scattare qualche foto. Accogliamo come una gentilezza la proposta, intanto lui apre il cofano dell’auto e inizia ad armeggiare. L’aria qui è più fresca: questo viaggio ci dà prova di come l’Azerbaigian, disteso tra mare e entroterra e tra pianura e alta montagna, ospiti una decina(!) di zone climatiche diverse.

Ripartiamo e, passati 20 minuti, nel bel mezzo di un altro altopiano dove non c’è nulla di particolarmente fotogenico, il nostro pilota si ferma e ci invita di nuovo a fare foto. Lo guardiamo interrogativi, ma non ci opponiamo. Poco dopo ci è tutto chiaro: l’auto si sta surriscaldando e le foto sono in verità ormai solo un pretesto per fermarci. Mentre distratti noi scattiamo qua e là, lui si precipita al fiume per prendere acqua fredda e raffreddare il motore. Andiamo avanti così, con soste e refrigerazioni forzate, fino a Xinaliq.

Arrivati in paese la strada si ferma davanti a un cubo di cemento sbrecciato. La piccola costruzione è l’unico alimentari del paese. Una tana illuminata da un’unica lampadina a incandescenza, senza finestre. Fuori, appoggiati al muro, che fumano e sputano per terra, uno stuolo di ragazzi con le facce scure. Lombroso non avrebbe avuto dubbi: tutti tagliatori di gole! (ma in ciabatte, ovviamente).

Di fianco al negozio, dall’altro lato dello spiazzo di ghiaia, la stazione di benzina: un armadio di ferro dentro cui sono stivate diverse taniche con i vari carburanti. Qualcuno nel villaggio ha la chiave: è il benzinaio. Quando c’è bisogno, lo mandano a chiamare, lui arriva, apre l’armadio, prende la tanica e una bottiglia di plastica tagliata sul retro come imbuto, inizia a versare.

Xinaliq sta abbarbicato sul cucuzzolo di una montagna a 2.300 metri s.l.m., nel bel mezzo di altre cime più alte su cui pasciono gli armenti. Qui finisce la strada e si può proseguire alla volta del Khinalhug o della catena dello Shadag solo su piste sterrate e sentieri.

Gli azeri sostengono sia il paese (permanentemente abitato) più alto d’Europa. Ma i georgiani avrebbero da dire. E forse molti altri.

Ad ogni modo, perché venire fino a qui? Vi chiederete legittimamente. Perchè qui vive una delle ultime comunità di pastori del Caucaso. Pastori veri, che campano di questo e non d’altro, e che sono depositari di una cultura secolare. Qui si parla il khinalugh, una lingua relitta, con un proprio alfabeto,con più di cinquanta consonanti! Una lingua, una cultura e una comunità che oggi sono minacciate di estinzione dall’arrivo della tecnologia e dai primi turisti (come noi). Ma questa storia ve la racconto domani o dopo.

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Giornate del Caucaso – Nel deserto di Baku

Siamo nell’estate dell’anno 2018, l’estate in cui l’Europa litiga su come gestire le migrazioni, mentre l’Italia chiude i porti. Tira una gran brutta aria. Solo leggermente più a est il governo polacco approva una legge per smantellare la magistratura, i paesi baltici si armano per prevenire una supposta invasione russa e la Bulgaria, fanalino economico dell’UE, si appresta a iniziare le manovre per l’ingresso nell’euro.

Noi siamo a Mosca, è mezzanotte, e siamo diretti ai confini estremi del continente. Se non per capirci qualcosa di più, per provare perlomeno a fare il salutare esercizio di cambiare punto di vista.

Appena planati dal volo Malpensa – Sheremetyevo siamo un po’ preoccupati: forse siamo stati un tantino leggeri nel calcolare i tempi. Abbiamo meno di un’ora per superare i controlli, cambiare terminal e imbarcarci su un volo diretto in Azerbaigian. Quasi casualmente incontriamo una hostess che ogni minuto, da dietro una maschera di severità, emette la parola: ‘Baku’. Ma così, impassibile, senza darsi troppa anima. “Per Baku, noi!”. Ci prende e ci indirizza verso una corsia preferenziale, ammonendo: “il vostro volo sta già imbarcando”.

Voliamo con Aeroflot, compagnia di bandiera russa; ancora falce e martello sulla divisa arancio e una certa idea dell’impero: viaggiando verso Mosca, sedili ampi e spaziosi, vasta selezione di bevande e hostess che sembrano vamp. Verso Baku invece un aereo piccolo, con posti più angusti, vasta selezione di bevande comunque, e hostess attempate. Anche se di fatto non è più così, per Aeroflot stiamo andando verso una delle tante periferie dell’impero e tengono a farcelo notare.

Il pubblico del volo da Mosca a Baku è composto di famiglie azerbaigiane, dai 90 ai 2 anni. Le nonne imbacuccate col foulard a fiori in testa, gli uomini scuri, panzuti e con la camicia bianca, una marea di bambini. Fosse stato un volo con pubblico italiano avremmo passato il tempo a disperarci tra pianti, grida e corse per il corridoio. Qui non fiata nessuno, dai due ai dodici anni, sono tutti silenziosi e composti. Siedo di fianco a una quattordicenne, una che potrebbe essere una mia scapestrata alunna di prima superiore, e rimango sorpreso dal suo gesto conclusivo: prima di scendere dall’aereo, in fase di atterraggio, prende la copertina di pile fornita dalla compagnia per evitare l’assideramento da aria condizionata, la ripiega con cura e la infila nella custodia in cui l’ha trovata all’inizio. Nessuno glielo deve dire, lo fa come se fosse naturale. Da insegnante che quest’anno ha insegnato a centinaia di quattordicenni italiani, la guardo sinceramente stupefatto. E il mio stupore è misura dei tempi che corrono per noi.

Sorvoliamo il Caspio, qui la notte è nera come la pece. Dal mio finestrino guardo verso il Kazakistan e il Turkmenistan. Si scorgono solo in lontananza alcune flebili luci, tratteggiano appena alcuni tratti di costa. Si vedono migliaia di stelle. Poi ad un tratto il bagliore azero, il bagliore della città di luci e delle fiamme ardenti che sfiatano il gas dalle viscere della terra.

Magie di latitudine, longitudine e fusi orari combinate insieme: siamo partiti da Mosca con le ultime luci della sera e, dopo un viaggio di appena tre ore, atterriamo a Baku con i primi chiarori dell’alba.

Rimesso lo zaino in spalla, lasciamo presto l’interstellare aeroporto: un’astronave tirata su coi petrodollari nel cuore della penisola di Absheron, porta occidentale del Mar Caspio.

Dall’aeroporto al centro c’è una strada di dieci chilometri e dieci corsie, cinque in un verso e cinque nell’altro; alle quattro del mattino completamente vuote. Prima nel deserto, poi tra industrie e concessionarie, infine nella vetrina architettonica della città. I vecchi palazzi sovietici a Baku sono stati ricoperti da una patina di modernità, e tanti altri palazzi dalle forme bizzarre sono nati e hanno via via trasformato il paesaggio urbano. Con il sole che spunta alle nostre spalle, l’ingresso in città sembra un campionario di render di grandi studi di architettura. Il vetro dei palazzi splende illuminato dai primi bassi raggi dell’alba e grazie alle forme più strane riflette la luce in modi inaspettati.

La strada è vuota, la città verticale. Viaggiamo con il naso all’insù. Anche noi ammirate vittime (consapevoli) della vetrina messa in piedi dagli Aliyev, la famiglia che gestisce clanicamente (così scrive Aldo Ferrari) il potere azero da oltre vent’anni.

Alla caduta del comunismo l’Azerbaigian, a differenza di altre repubbliche ex sovietiche, elesse nel maggio del 1992 il Fronte Popolare, segnando una discontinuità dopo la lunga stagione comunista. Tuttavia, la crisi del sistema economico sovietico, il crollo delle esportazioni verso la Russia e il conflitto (di cui parleremo più avanti) con l’Armenia, hanno accorciato notevolmente la vita al governo post-comunista e hanno richiesto un ritorno in campo di Heydar Aliyev, già capo del KGB azero durante gli anni 70/80 e membro di spicco del PCUS.

Con un sistema di gestione familistico e centralizzato del potere, mettendo amici e persone fidate in tutti i punti chiave, Aliyev ha saputo stabilizzare il paese. Ha messo fine ai combattimenti nell’Alto Karabakh, ha dato avvio allo sfruttamento dei cospiscui giacimenti petroliferi e gasiferi off shore, con quello che venne definito “il contratto del secolo”. Il contratto coinvolse un consorzio di multinazionali occidentali, quelle già presenti nell’area del Caspio, nella realizzazione delle infrastrutture per estrazione e trasporto, assicurando allo stato azero il 30% degli utili. Da quel momento il PIL del paese è cresciuto enormemente: da 3 miliardi di dollari del 1995 a 60 nel 2011.

Oggi statue e murales che rappresentano l’ex presidente e padrone sono ovunque. In ogni singolo villaggio azero troverete murales con il suo faccione, statute in pose diverse – seduto sullo scranno, che indica l’avvenire, che abbraccia dei bambini – e citazioni davanti a molti edifici pubblici. Oggi al suo posto c’è il figlio Ilhem. Il padre fece approvare una legge che consentisse la successione ereditaria del titolo. Non so se mi spiego.

“La crescita c’è ma non è per tutti” ci dice il tassista che ci sta portando nella riserva statale del Qobustan (si legge Gobustan). “La torta se la mangiano in pochi. Il resto del paese potrebbe stare bene, ma i soldi spariscono. Io che lavoro tanto coi turisti riesco a portare a casa 500 euro al mese. Un medico di un ospedale statale prende meno di me. Un pensionato prende mediamente 50/100 euro”.

Non solo il tassista, ma tutti i report sulla condizione del paese parlano chiaro: una disparità impressionante, tra le classi sociali e tra la vetrina di Baku e il resto del paese.

Il Qobustan è una specie di deserto di sabbia, fango e sassi. Appena lasciata la strada principale le piste diventano sterrate. Ci tocca cambiare tassista, quelli di città ti portano fino all’ingresso della riserva, poi ce ne sono altri che proseguono con le loro vecchie Lada.

“Soviet Union car!”: si fregia del suo solido bolide il tassista che ci accompagna fino a degli strani vulcani di fango.La pista corre su e giù per un-quasi-deserto, a volte affianca il percorso dei gasdotti che escono dagli impianti del Caspio, altre fa slalom tra pozze di acqua mista a petrolio che affiorano dal terreno.

Il Mar Caspio visto dal Qobustan è costellato da una serie di piattaforme, sembra un unico, enorme, impianto di estrazione diffuso.

Ci sono 40 gradi, il paesaggio ondeggia nel calore. Lungo il tracciato troviamo solo qualche altra auto scassata. Il tassista ce la indica: “Turisti!”. E poi aggiunge: “se non ci fosse il turismo qui saremmo morti”.

In alto a una collina nel pieno del deserto ecco una dozzina di piccoli vulcani dentro cui il fango ribolle, ogni tanto, come in una piccola eruzione, la melma verdognola cola lungo il pendio. Ci siamo solo noi e il vento caldo dell’estate.

L’altra attrattiva del Qobustan sono i petroglifi paleolitici della montagna di Boyukdash, che testimoniano la presenza di civiltà in questi territori già 12.000 anni fa.Qui tra i blocchi di pietra c’è (ma noi non siamo riusciti a trovarla) un’epigrafe latina con scritto sopra: «All’epoca dell’imperatore Domiziano Cesare Augusto Germanicus. Il centurione Lucio Giulio Massimo, XII Legione Fulminata». L’incisione risale agli anni tra l’84 e il 96 dopo Cristo è la più orientale (e quindi la più lontana da Roma) epigrafe latina che si conosca. Probabilmente l’unica in tutto il Caucaso.

I Romani si spinsero fin qui per controllare i passi che consentivano la comunicazione tra Caucaso Maggiore e Minore, per controllare insomma la cerniera geopolitica tra due mondi.

Rientriamo a Baku e finiamo fermi in coda. Mentre le auto si accalcano per chilometri davanti a un posto di blocco della polizia, dai marciapiedi ai lati della strada passano famiglie con bambini che in mano hanno bandierine della Turchia. Scopriamo poco dopo che il presidente turco Erdogan è in visita proprio oggi a casa degli Aliyev. Motivo dell’incontro imprecisato.

Mi fa pensare che la Turchia sia ormai sulla nostra bocca tutti i giorni. Erdogan mette in prigione insegnanti e giornalisti non allineati, gioca sporco coi curdi, minaccia di uscire dalla NATO. Un alleato inaffidabile e che non rispetta i diritti umani, diciamo. Ma poi paghiamo perchè facciano il lavoro sporco e blocchino i migranti verso la rotta dei Balcani. Dell’Azerbaigian invece non parliamo mai, i più avrebbero difficoltà a collocarlo su una carta geografica. Eppure il regime da come lo si sente raccontare, da quel che si legge sui giornali validi, non è meno morbido, né meno losco di quello di Ankara. E l’Italia è il primo esportatore di gas e petrolio dal paese. Il 35% dell’export azero è in mano nostra, più di ogni altro stato europeo.

Scendiamo dall’auto nell’attesa che si possa riprendere la marcia e dalla collina sotto le Flames Towers vediamo il golfo ipermoderno della città. Le forme dei palazzi di vetro, il nuovo porto, le piattaforme di estrazione in lontananza. Tutto pervaso da un immondo odore di carburanti.

Questa Baku è lontana anni luce da quella raccontata da Terzani ormai più di venti anni fa. Ai tempi Terzani si chiedeva, davanti alla povertà dilagante e allo sfascio sociale, se fosse quella l’Unione Sovietica di cui avevamo per lungo tempo avuto paura in Europa occidentale.

Oggi la gente al potere è la stessa, le diseguaglianze sono forse più grandi, ma la polvere è finita nascosta sotto ai tappeti.

L’ultimo viaggio

L’Ultimo Viaggio è il film più bello che io abbia visto negli ultimi mesi. Il regista Nick Baker-Monteys sfida in una volta sola tanti grandi temi della cultura e del cinema europei – la guerra, l’amore, l’identità, le radici – senza mai cadere nella banalità, inanellando, con sobria eleganza, scene che coinvolgono e lasciano spazio alle domande. Chi sono i buoni e chi i cattivi in questo film e nella vita? Dove stanno il giusto e lo sbagliato? L’identità è un limite o una forza?
Da ripescare o rivedere, godendosi il gusto del cinema fatto bene.

 

 

 

 

 

 

Rachel Moran e la lotta contro ogni forma di prostituzione

Torno a scrivere su Vorrei dopo un po’ di tempo.
La parola all’attivista Rachel Moran, autrice del libro “Stupro a pagamento”: «persino la pornografia – dice Moran – è prostituzione; bisogna iniziare a contrastare ogni forma dello sfruttamento femminile se vogliamo fare dei passi avanti».