Due passi a Montevecchia tra vino e paesaggio

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Domenica 22 gennaio,  viene a trovarci in Brianza un gruppo di giovani geografi, provenienti dai quattro angoli della Lombardia e interessati a conoscere il Parco del Curone.
Nel Parco si incrociano almeno tre storie interessanti per chi si occupa di territori: il percorso trentennale di un ente che ha preservato e preserva spazi naturali e agricoli in una delle aree più densamente abitate della Lombardia; la storia di un vino che ha saputo guadagnarsi una certificazione IGT; e quella di un paesaggio agricolo che è tornato a vivere dopo l’abbandono.
Queste tre storie si incrociano in particolare tra le vigne e i terrazzamenti del parco.
Io ho l’onore e l’onere di fare da navigatore lungo strade e sentieri e di accompagnare il gruppo da Giovanni Zardoni, che da tempo segue le vicende del parco, ben conosce la storia del luogo e, non ultimo, è intenditore di vini nonché vignaiolo.

Per informazioni: qui.

La strada del nord – Vento forte tra Ulcinj e Podgorica

Dopo la neve la mattina di Ulcinj appare gelida e calma. Il mare e il cielo si confondono in scala di grigi. Il promontorio che ci copre le spalle ripara la costa dal vento siberiano che sta schiaffeggiando il resto del paese e si può star fuori.
Passeggiamo un po’ per la città vecchia, appollaiata sopra una scogliera e invasa da (pessime) sgargianti insegne di hotel e ristoranti di pesce. Percorriamo la spiaggia al cospetto di un monumento d’epoca socialista, che somiglia alla coda di un razzo, un siluro caduto dalla luna e conficcatosi a terra. Proseguiamo scalando un promontorio verso sud. È tutto un pullulare di bar e club abbandonati all’inverno. La costa di Ulcinj somiglia purtroppo a tante altre coste bellissime viste tra Croazia e Montenegro: natura divina tempestata da infrastrutture estive di tamarra volgarità.
Alla fine del promontorio c’è una lunga spiaggia di 12 chilometri, termina più o meno in località Ada Bojana dove il fiume Bojana sfocia nell’Adriatico formando un’isola. Lungo il fiume il paesaggio deve essere suggestivo: le guide ne parlano come di sponde che ricordano il Mekong o qualche altro angolo del sud est asiatico, con palafitte e reti da pesca pittoresche. Per noi però, oggi, è fuori portata; non ne abbiamo il tempo necessario.
Nel tardo pomeriggio ci aspetta una corriera diretta a Podgorica. Sarà – scopriremo poi – il viaggio più suggestivo di questi giorni.

Lasciata Ulcinj ci accorgiamo di com’è messo il resto del paese dopo la nevicata del giorno precedente e una notte di gelido vento.
Il paesaggio è incantato: montagne innevate si tuffano nel mare, il mare nebulizza sferzato dal vento, crea mulinelli e nuvole bianche che volano in cielo e si confondono nella luce pallida. Il vento arriva a raffiche, lungo il percorso troviamo tetti divelti, cartelli, rami o interi alberi caduti. Sotto i balconi e le gallerie brillano piccole e medie stalattiti di ghiaccio. Il ghiaccio copre pericolosamente alcuni pezzi di strada.

Passiamo per il porto industriale di Bar, orrendo, e per l’anonima Sutomore, poi prendiamo verso l’interno.
All’altezza di Virpazar, nel cuore del Parco nazionale del Lago di Scutari, il percorso del bus affianca quello del treno. C’è un’unica linea ferroviaria a senso alternato che corre da Bar e va verso il Kosovo, passando per luoghi che hanno tutta l’aria di essere meravigliosi. Bisognerà tornare e prendere quel treno con la giusta calma, scendendo qua e là in paesini di cui sappiamo troppo poco.

Il pullman sfreccia su un lungo ponte che taglia la punta nord del lago più grande dei Balcani, il paesaggio è sublime: acqua a destra e a sinistra, il cielo che prima era un piano di perla è andato in frantumi. I colori ora irrompono insieme ai raggi del tramonto. Il sole accende il lago di blu, i canneti diventano macchie di giallo intenso e sullo sfondo il profilo chiaro dei Balcani. Bocche aperte, cellulari e naso all’insù (anche tra i locali).

Si apre infine un altopiano contornato da montagne bellissime. Lungo il vasto tavoliere corrono appaiate la strada e la ferrovia. In poco tempo all’orizzonte compare Podgorica. Il tutto ha qualcosa di kazakistano: la steppa e le alte montagne, gli ampi vialoni vuoti, l’edilizia squadrata e povera di sapore e colore sovietico.

In città siamo ospiti al Seven Hills, un ostello che vi consiglio, passaste mai di qui. Sono accoglienti, il posto è in centro, in altre stagioni potreste noleggiare delle bici (per andare dove non ho idea!).
La sera, nonostante “un vento a trenta gradi sottozero, incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, che a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve” (cit.) Ecco, con questo vento decidiamo comunque di uscire a cena, per una degna ultima cena montenegrina.

Ci aggiriamo per gli ampi vialoni, completamente vuoti, sembra una città evacuata e sferzata da una tormenta senza neve. Dopo un chilometro di stradone a due corsie e palazzi, troviamo Pod Volat, un ristorante aperto. Non stiamo molto a domandarci se sia la scelta giusta. È la scelta giusta (per sopravvivere all’assideramento).
E allora, tra camerieri in costume tradizionale, via con taglieri di formaggi misti locali, olive greche, peperoni in salsa di yogurt, kebab alla montenegrina con formaggio, pita calda al sapor di camino, e una necessaria bionda beverina per innaffiare il tutto.

Finisce qui, con questa pietra sepolcrale sullo stomaco, questo breve racconto a puntate e anche il nostro giro. Se l’aereo riesce ad alzarsi in questo vento, domani dovremmo essere in Italia. Come vuole il viaggio vero, non abbiamo raggiunto praticamente nessuno dei nostri obiettivi, ma ci siamo molto divertiti e abbiamo scoperto realtà prima nemmeno pensate. Marta durante l’ultima cena mi dice: mai un paese è risultato tanto distante dall’idea mentale del posto che avevo all’inizio.
L’accoglienza e lo spirito dei luoghi e quella ferrovia che corre oltre Podgorica verso le montagne però invitano a tornare d’estate a vedere quel che si è già visto in inverno (cit.) E non è detto che una più lunga peregrinazione balcanica non sia già il progetto da mettere in cantiere per l’estate 2017.

ps. Ah, oltre a una certa difficoltà di deambulazione post pasto, nel ritorno dal ristorante abbiamo avuto anche il vento in faccia.

La strada del nord – Ulcinj e la neve

Siamo andati a Scutari in verità per raggiungere Drishti, un villaggio sulle prime montagne dell’entroterra. A Drishti e a Scutari l’associazione Dora e Pajtimit, con cui Marta ha collaborato in passato, sviluppa e gestisce progetti per l’inclusione attraverso il teatro sociale. Il progetto nel tempo ha coinvolto infatti anche realtà italiane con l’intento di sviluppare la cooperazione, non verso mete lontane ed esotiche, come prevalentemente accade, ma costruendo relazioni dentro i confini europei.
Oggi il progetto di Dora e Pajtimit accoglie regolarmente italiani, che fanno un’esperienza di volontariato di un paio di settimane sulle alture albanesi. L’idea in futuro è di provare a pensare a modi per allargare le iniziative. Io ci vedo dentro, ad esempio, la possibilità di campi estivi in collaborazione con la scuola. C’è chi sceglie di andare a Londra ad imparare l’inglese, ma perché uno non può scegliere di dedicare due settimane della sua estate ad un progetto – garantito dalla scuola – che gli fa conoscere l’Albania e ampliare il concetto d’Europa che ha in testa?
Il pregiudizio, il razzismo, si combattono anche così, coltivando e imparando a gustare le differenze. Per poterlo fare c’è un gran lavoro da mettere in pista con le famiglie e dentro la scuola stessa, ma va bene così, altrimenti i geografi che ce li hanno mandati a fare?

In questo viaggio tutto teso alla deviazione e agli imprevisti, i responsabili del progetto, in questi giorni, ovviamente, si trovano in Romania e non c’è modo di incontrarli. Ci si vedrà prossimamente, magari in estate. Per la felicità di Flogert!

In mattinata quindi tiriamo su armi e bagagli e, sotto una gelida pioggia di lontane origini siberiane, andiamo in piazza della Democrazia in cerca di un passaggio per valicare in Montenegro e dirigerci a Ulcinj.

Guardo le avvilenti architetture sovietiche che ci osservano sotto il cielo severo e sento Milva cantare “Alexander Platz, aufwiedersen, c’era la neeeve, faccio quattro passi fino alla frontiera, vengo con te”.

L’autobus diretto alla piccola località di mare però ha già lasciato Scutari e tocca così affidarci a un vecchietto che offre passaggi clandestini a buon mercato. Si stima che le frontiere montenegrine siano tranquille.

Usciamo da Scutari seguendo il corso della Buna e attraversando paesini di campagna minuscoli. Le poche forme di vita che troviamo nella luce sbilenca del mattino sono pecore al pascolo e qualche vecchietta che sotto a delle specie di gazebi vendono il latte dentro a bottiglie della Coca Cola. O almeno, credo sia latte.

I doganieri non fanno problemi, ma li fa il sistema informatico. Il mondo digitale quando non gira non gira. Black out dei sistemi di registrazione e restiamo per un’ora fermi nella Mercedes del nostro autista. Fuori intanto impazzano neve e vento e i militari vanno e vengono in una incomprensibile agitazione tirando su il bavero dei loro pastrani. Lentamente arriviamo al nostro turno e un solerte doganiere, come una volta, trascrive i nostri dati su un ingiallito registro di carta. Non ci sono ulteriori domande, si prosegue.

La strada che va dalla frontiera a Ulcinj è affascinante, curva, scende al mare solcando montagne di roccia.
Arrivati in paese il nostro pilota non conosce la destinazione e iniziamo a fermarci ad ogni angolo chiedendo indicazioni per il nostro sperduto hotel. Nonostante l’indirizzo, nessuno sa indicarci la via.

Il nostro pilota si sta agitando e io sono un po’ preoccupato perché non mi sembra abbia più l’età per certi stress. Dopo numerosi tentativi a vuoto, entriamo in un bar per chiedere informazioni. Il barista suggerisce di chiamare un taxi del posto e liberare il vecchietto. Il posto non è lontano, ma la strada è “tricky”. Amico, mai consiglio più saggio: diamo seguito e congediamo calorosamente il nostro traghettatore di Scutari.

Il taxista locale invece sa il fatto suo, prende deciso una strada a una sola corsia, che corrr a strapiombo sul mare e ci porta per un chilometro, sotto la neve, fino all’hotel.
Paghiamo e salutiamo. Saliamo le scale, spingiamo la maniglia della porta d’ingresso e… la porta è chiusa. Ci guardiamo intorno ed è tutto chiuso. Nella baia non c’è anima viva. Solo un gabbiano appollaiato ci osserva interrogativo, mentre il nostro taxi è ormai lontano.

Chiamiamo il numero segnato sulla porta e dopo un quarto d’ora siamo finalmente al riparo, mentre il nostro albergatore continua a dire: siete qui da soli, fate come foste a casa vostra!
E così eccoci sopra una bellissima scogliera, davanti a una abbondante nevicata, senza cibo né riscaldamento. Al tg parlano del freddo più intenso degli ultimi 5 anni in arrivo sui Balcani.

C’è un phon però e ci scaldiamo con quello, mentre restiamo alla porta ad aspettare che spiova (e le pizze).