La strada del nord – Ulcinj e la neve

Siamo andati a Scutari in verità per raggiungere Drishti, un villaggio sulle prime montagne dell’entroterra. A Drishti e a Scutari l’associazione Dora e Pajtimit, con cui Marta ha collaborato in passato, sviluppa e gestisce progetti per l’inclusione attraverso il teatro sociale. Il progetto nel tempo ha coinvolto infatti anche realtà italiane con l’intento di sviluppare la cooperazione, non verso mete lontane ed esotiche, come prevalentemente accade, ma costruendo relazioni dentro i confini europei.
Oggi il progetto di Dora e Pajtimit accoglie regolarmente italiani, che fanno un’esperienza di volontariato di un paio di settimane sulle alture albanesi. L’idea in futuro è di provare a pensare a modi per allargare le iniziative. Io ci vedo dentro, ad esempio, la possibilità di campi estivi in collaborazione con la scuola. C’è chi sceglie di andare a Londra ad imparare l’inglese, ma perché uno non può scegliere di dedicare due settimane della sua estate ad un progetto – garantito dalla scuola – che gli fa conoscere l’Albania e ampliare il concetto d’Europa che ha in testa?
Il pregiudizio, il razzismo, si combattono anche così, coltivando e imparando a gustare le differenze. Per poterlo fare c’è un gran lavoro da mettere in pista con le famiglie e dentro la scuola stessa, ma va bene così, altrimenti i geografi che ce li hanno mandati a fare?

In questo viaggio tutto teso alla deviazione e agli imprevisti, i responsabili del progetto, in questi giorni, ovviamente, si trovano in Romania e non c’è modo di incontrarli. Ci si vedrà prossimamente, magari in estate. Per la felicità di Flogert!

In mattinata quindi tiriamo su armi e bagagli e, sotto una gelida pioggia di lontane origini siberiane, andiamo in piazza della Democrazia in cerca di un passaggio per valicare in Montenegro e dirigerci a Ulcinj.

Guardo le avvilenti architetture sovietiche che ci osservano sotto il cielo severo e sento Milva cantare “Alexander Platz, aufwiedersen, c’era la neeeve, faccio quattro passi fino alla frontiera, vengo con te”.

L’autobus diretto alla piccola località di mare però ha già lasciato Scutari e tocca così affidarci a un vecchietto che offre passaggi clandestini a buon mercato. Si stima che le frontiere montenegrine siano tranquille.

Usciamo da Scutari seguendo il corso della Buna e attraversando paesini di campagna minuscoli. Le poche forme di vita che troviamo nella luce sbilenca del mattino sono pecore al pascolo e qualche vecchietta che sotto a delle specie di gazebi vendono il latte dentro a bottiglie della Coca Cola. O almeno, credo sia latte.

I doganieri non fanno problemi, ma li fa il sistema informatico. Il mondo digitale quando non gira non gira. Black out dei sistemi di registrazione e restiamo per un’ora fermi nella Mercedes del nostro autista. Fuori intanto impazzano neve e vento e i militari vanno e vengono in una incomprensibile agitazione tirando su il bavero dei loro pastrani. Lentamente arriviamo al nostro turno e un solerte doganiere, come una volta, trascrive i nostri dati su un ingiallito registro di carta. Non ci sono ulteriori domande, si prosegue.

La strada che va dalla frontiera a Ulcinj è affascinante, curva, scende al mare solcando montagne di roccia.
Arrivati in paese il nostro pilota non conosce la destinazione e iniziamo a fermarci ad ogni angolo chiedendo indicazioni per il nostro sperduto hotel. Nonostante l’indirizzo, nessuno sa indicarci la via.

Il nostro pilota si sta agitando e io sono un po’ preoccupato perché non mi sembra abbia più l’età per certi stress. Dopo numerosi tentativi a vuoto, entriamo in un bar per chiedere informazioni. Il barista suggerisce di chiamare un taxi del posto e liberare il vecchietto. Il posto non è lontano, ma la strada è “tricky”. Amico, mai consiglio più saggio: diamo seguito e congediamo calorosamente il nostro traghettatore di Scutari.

Il taxista locale invece sa il fatto suo, prende deciso una strada a una sola corsia, che corrr a strapiombo sul mare e ci porta per un chilometro, sotto la neve, fino all’hotel.
Paghiamo e salutiamo. Saliamo le scale, spingiamo la maniglia della porta d’ingresso e… la porta è chiusa. Ci guardiamo intorno ed è tutto chiuso. Nella baia non c’è anima viva. Solo un gabbiano appollaiato ci osserva interrogativo, mentre il nostro taxi è ormai lontano.

Chiamiamo il numero segnato sulla porta e dopo un quarto d’ora siamo finalmente al riparo, mentre il nostro albergatore continua a dire: siete qui da soli, fate come foste a casa vostra!
E così eccoci sopra una bellissima scogliera, davanti a una abbondante nevicata, senza cibo né riscaldamento. Al tg parlano del freddo più intenso degli ultimi 5 anni in arrivo sui Balcani.

C’è un phon però e ci scaldiamo con quello, mentre restiamo alla porta ad aspettare che spiova (e le pizze).

La strada del nord – Flogert e il paese reale

Il canto del muezzin riecheggia nel silenzio delle sei. Non è ancora l’alba e il borgo è immobile e luccicante sotto la pioggia.

Dopo la colazione imperiale albanese – dalle salsiccie alla torta di noci – lasciamo Kruja alta e il suo monte avvolti tra le nuvole.
Ci porta a valle un Ford Transit di prima generazione: dodici persone dove ce ne stanno otto, solita temperatura tropicale, solita condensa che piove dai vetri.
Arrivati a valle umidicci, prima di essere scaricati, chiediamo al pilota informazioni per andare a Scutari. Risposta: “no direkt, prima back in Tirana, poi Skhodra” e tanti saluti. Lo sconforto ci assale. Ci viene in soccorso un ragazzetto che, vista la scena, in un italiano scarno ma efficace, ci dice: “no no, avanti un chilometro, sali sul ponte dell’autostrada e fermi un bus che va a nord”. La fai facile amico, ma ti ringraziamo e come provetti cittadini di Kruja bassa ci tenteremo. Pronti via andiamo ad arrampicarci sul ponte dell’autostrada! Trattasi proprio di assalto al ponte, prima affrontando il declivio d’erba e poi scavalcando il guard rail. Ci troviamo così a bordo dell’autostrada con altri cittadini. La cosa ci conforta, ma in un attimo, ad ogni furgone che accosta, i concittadini si rivelano famelici competitors: bisogna farsi largo.
Non ce la caviamo male e tempo 10 minuti siamo su un vecchio Mercedes carico e diretto a Skhodra.
Amo il sistema di trasporti albanese.

Mentre sudo ancora infagottato – provo a togliermi almeno la giacca, ma in uno spazio così angusto e con lo zainone in braccio, è puro contorsionismo – intavolo una discussione col mio vicino di sedile, Flogert.
Flogert è un ingegnere elettronico, ha studiato in Italia e in Germania, vive a Tirana con due figli e moglie. La prima domanda che gli faccio è che ci fa su quel furgone:
– vado a Skhodra ad aggiustare un macchinario, mi occupo di apparecchiature elettroniche industriali.
– ti muovi sempre coi furgoni?
– no, quando posso: sono frequenti e costano meno della macchina.
– e voi, cosa ci fate qui? montagna?
– no, solo vacanze di Natale.
– eh ma non è periodo, meglio d’estate.
– sì, ce ne siamo accorti!
Sei stato in Italia di recente?
– a ottobre, a Bologna, per strada continuavano a darmi i volantini sul referendum!
– eh, sono stati mesi da manicomio.
Qui come siete messi?
– ci sono state le elezioni quest’anno, hanno vinto i socialisti, ma non cambierà niente.

Flogert è sfiduciato, dice che le condizioni oggi in Albania sono difficilissime. Gli chiedo quanto prende un operaio mediamente al mese da queste parti e mi dice 250 euro. “Non si riesce a vivere: i prezzi salgono e i salari scendono”. Molti si stanno dando ad attività illecite: “il lusso che vedi nei centri – mi dice – arriva spesso dal giro di droga che si spartiscono i clan. Attualmente molti campi vengono convertiti a cannabis da esportare. Principalmente finisce in Italia. Il governo non interviene, inspiegabilmente tollera, lascia fare. E questo non è buono – prosegue – la ricchezza che arriva veloce, se ne va veloce”.
Non ho tempo in questi giorni di strada per verificare, ma Flogert mi sembra un tipo serio, attendibile nelle sue riflessioni.

Dopo due ore di chiacchiere, a Scutari ci salutiamo e ci scambiamo i contatti: “se avete bisogno quando tornerete a Tirana, contate su di me”. Cresce il numero di persone cordiali e accoglienti incontrate in questi giorni.

Scutari ci sembra la logica conseguenza dei discorsi mattutini: un bagno nel paese reale. O una doccia fredda.
Posati gli zainoni, ci avviamo – rigorosamente a piedi – verso il castello di Scutari, che sorge su un promontorio a sud, appena fuori città.
A duecento metri dal centro accanto alla via principale inizia un’interminabile sequenza di palazzi distrutti, un’urbanistica avvilita come – nonostante diverse scorribande nel mondo post sovietico – non avevo mai visto. Ruderi, balconi caduti, muri scrostati, grigiore intenso. Cani randagi in ogni dove. Cavalli al pascolo negli spazi verdi a bordo strada. Anziani che vendono il pesce poggiato per terra sul marciapiedi. Le laterali talvolta sterrate.
Percorriamo due o tre chilometri che ci lasciano addosso un senso di disagio forte. Al termine dello stradone a doppia corsia che porta fuori città, da una parte le viottole che salgono al castello, dall’altra una baraccopoli di lamiere.
Non siamo in qualche sud del mondo, penso. Questa qui è Europa, questa è l’altra sponda dell’Adriatico, un centinaio di chilometri in linea d’aria dalle nostre coste. Non che non ne avessi consapevolezza, ma è sempre così: nel nostro torpore digitale vedersi le cose davanti, sentirne l’odore, è un’altra questione.

Dovremo arrivare in alto al castello per sciogliere il nodo e tornare a respirare un po’. Anche oggi la salita redime e bastano duecento o trecento metri di dislivello per elevarci sopra la città e guardare il paradiso: dall’alto della rocca si ha una visione a 360° sui dintorni. A Scutari tre grandi fiumi – il Drini, il Kiri e il Buna – confluiscono nel più grande lago dei Balcani, disegnando nelle campagne circostanti curve che si lascerebbero guardare per ore. Il resto lo fa la luce di un tramonto intenso, che svela tutta la fortuna del viaggio in questo vicino oriente, affascinante e pieno di contrasti.

La strada del nord – Kruja?

Dopo una giornata sui prati alti, tra greggi e pastori, là sui sentieri bianchi, tra gli ulivi, dove per far festa bastano un tozzo di pane e il sole in faccia, oggi Berat si è svegliata sotto una coperta di nuvole. Dopo un primo giorno dell’anno così luminoso da far strizzare gli occhi, oggi il cielo di cenere ci ricorda che la vita è grigia e blu, e bisogna sempre rallegrarsi del giorno di sole regalato e mai, mai, darlo per scontato.

Un autobus ci porta all’autostazione nella città nuova. Da lì cerchiamo un pullman che rientri a Tirana. Ne troviamo uno che deve avere visto i tempi di Enver Hoxha: saliamo noi e scende l’acqua, dai gradini. Dentro il vecchio carrozzone è una serra umida e fredda coi pavimenti bagnati. Rimaniamo mezzora ad attendere che il mezzo si riempia, la temperatura interna sfiora i 10 centigradi, la condensa aumenta e non vediamo più l’esterno. Solo quando partiamo ci accorgiamo che il posto in cui ci troviamo, quello davanti alla portiera posteriore, non era rimasto vuoto per caso. Dalle vecchie guarnizioni entra un sibilo d’aria gelida. Viaggiamo per due ore bardati come degli inuit.

A Tirana si scende in un piazzale affollato di bus e furgoni che vanno e che vengono. Chiediamo informazioni per andare a Kruja. L’italiano che qui, di solito, sembra essere seconda lingua, nel passaggio critico ci abbandona. Due che arrostiscono spiedini ci fanno segno che di quei cento pullman lì davanti nessuno va a Kruja. Una ragazza ci indica la fermata degli autobus urbani.

Quando gli diciamo “Kruja?” l’autista della circolare ci fissa con uno sguardo in bilico tra il cattivo e il perplesso. Restiamo tutti e tre immobili per un tempo indefinito, poi ci fa segno di salire e non dice altro. Dopo una decina di minuti, in qualche periferia di Tirana, ci consegna a un tizio che attende su un marciapiedi. Lì tra tipi mezzi avvelenati al tavolino – che se non son gigli, son pur sempre figli vittime di questo mondo (cit.) – un tassista ci dice che lui quando fa il pieno di passeggeri parte per Kruja.

Mezzora e si parte. Sul furgone, oltre a noi, due anziani rubicondi e ciarlieri e due giovani, più urbani, completamente muti. Mentre Radio Tirana trasmette musiche balcaniche (cit.).
La strada attraversa una pianura dove la dispersione e la confusione urbana la fanno da padrone, sembra abbiano rovesciato una scatola di mattoncini di Lego su un grande tavolo: un benzinaio, un mobilificio, tacchini al pascolo, un fiume che dopo la piena ha lasciato due ali di sacchetti di plastica al suo fianco larghe dieci metri, un benzinaio con autolavaggio, una struttura incompiuta, una concessionaria, un campo con carcasse d’auto, tacchini al pascolo, due bambini che giocano tra le sterpaglie, una struttura incompiuta, tacchini al pascolo, un altro fiume di plastica.

Ad un tratto la strada prende a salire a tornanti. Sale e salendo il purgatorio si fa paradiso e il degrado urbano lascia il posto a belle pinete.
Arriviamo a Kruja e il paese non è come ce lo aspettavamo: una cartolina post comunista aggrappata alla montagna. Un luogo ancora una volta non infiocchettato per i turisti e abitato dalla gente. Un posto come piace a me.
Bisogna salire in cima al paese per vederne il meglio e il peggio. Un antico bazar ottomano ben conservato e un castello dalla cui sommità si vede l’Adriatico dirimpettano con un monolite di calcestruzzo alto dodici piani e nemmeno portato a termine.

Mi piacciono questi posti perché non ti aspettano, bisogna cercarli. Domani proviamo a salire al Monte Kruja e ai suoi tekké bektashi, ma danno neve.

La strada del nord – Due passi a Berat

La mattina del primo giorno dell’anno i raggi del sole illuminano la città dalle mille finestre. I muri bianchi si accendono e fanno strizzare gli occhi dal tanto candore; il ghiaccio si scioglie, piano piano i camini smettono di fumare e i tombini storti ricominciano a cantare al passaggio di ogni penumatico. Torna a fluire la vita, gli uomini coi pastrani neri sciamano dalle case alte a valle, verso i bar della piazza. A gruppi chiacchierano, fumano, bevono caffè. Uno legge il giornale, gli altri intorno lo commentano.

Un chilometro di acciottolata dritto dritto porta in pochi minuti all’ingresso del castello, lasciamo la domenica del villaggio a valle e saliamo tra pini, ulivi e case malfatte. Il castello di Berat, dicono i locali, è tra i più grandi dei Balcani e uno dei pochi ad ospitare ancora qualche abitante al suo interno. Dall’alto si legge benissimo la U formata dalle case ai piedi del colle, la vista poi si perde verso ovest, inseguendo lo zizagare del fiume lungo la valle dell’Osumi. Ci si sta volentieri un paio d’ore e ci sono un paio di locande dove, volendo, si può anche mangiare.

Usciti dal castello ci incamminiamo per via Sotir Konci, un sentiero che sale ancora più in alto e oltrepassa le ultime case. Superata una piccola chiesa lo stradello si apre ad ampie vedute sui monti Tomorri. Il sole inonda tutto, l’erba gialla, le sterpaglie e i riflessi argento degli ulivi, tutto riluce sotto un cielo azzurro chiaro e fa immaginare l’estate. Proseguiamo tra piccole greggi. Pastori stanno seduti sopra cigli d’erba qualche centinaio di metri più in alto, con una pagnotta in mano e la faccia al sole. Facce che già parlano d’Asia.
Si avanza lungo la sinuosa schiena della collina, a destra ricompare l’ampia vallata dell’Osumi, a sinistra passiamo sopra dei calanchi. Il paesaggio merita una sosta sopra l’erba gialla, un pezzo di cioccolato, un respiro, attendere immobili che sia il sole a spostarsi. Il sentiero poi si divide in tante tracce. Alcune piegano a destra e portano all’abitato sottostante, quella principale, passato un vecchio bunker, prende a salire su una costa più alta, fino circa a un ripetitore. Il tratturo prosegue, ma il sole è già basso e per noi è tempo di fare ritorno.
Tornati tra le case, poco prima di arrivare al piazzale dianzi al castello, prendiamo a sinistra via Shen Ndelliu. Un sentierone panoramicissimo che curvando dolcemente tra gli ulivi ridiscende verso Berat. Il sole al tramonto, il monte Tomorri sfumando di azzurro e rosa, tutto parla di armonia con gli elementi del cosmo.

Poi di nuovo pecore. Qui veniamo assaliti da due cani da pastore (portare con sé un bastone in questo giro non guasterebbe), che però vengono intercettati in tempo dal pastore che balza giù dai grandi ciglioni inerbiti, ringhiando contro i suoi stessi cani, che subito fanno retromarcia. Ci salutiamo e gentilmente ci scorta per un tratto, bestemmiando contro le due bestie ululanti.

Ci si infila infine nel quartiere medievale e zizagando ad intuito tra splendide stradine di ciotoli si perde quota fino a sbucare in prossimità della residenza Desaret, di cui siamo stati ospiti e che vi consigliamo volentieri.

Esistono poi altre passeggiate sulla sponda di Gorica. Non sono mappate, segnalate, non ve n’è traccia nel web. Qui la geografia si impara ancora sporcando le scarpe. Una volta a Gorica chiedete per il paesino di Droboniku. Un bel sentiero vi condurrà fino al bucolico abitato contornato da alberi di susini, i cui frutti, in autunno, verranno usati per ottenere il raki, nota grappa levantina.

La strada del nord – Capodanno a Berat

​Berat è una U che cinge ai piedi il monte su cui si erge la sua fortezza. Da una parte la città moderna, dall’altra la città vecchia. Quest’ultima, dal 2008, negli elenchi UNESCO, quale esempio di città ottomana ben conservata. Il fiume Osumi percorre la stessa identica U, rimarcando la forma dell’abitato e dando un tocco d’alta montagna. La città museo non è mummificata, è città del popolo, come l’altra: abitata, umile, per niente infiocchettata. Sopra al trambusto di bancarelle, mercedes e polvere, si ergono un mucchietto di case bianche addossate al monte, con migliaia di finestre quadrate che regalano bei riflessi e giochi di luce all’ora del tramonto.

Quando scendiamo dal bus che ci lascia in paese, in cerca di cibo, finiamo in un alimentari quasi vuoto, ma con dei tacchini vivi, legati per le zampe, davanti all’ingresso. I pennuti sono in attesa di essere trasformati in portata principale sulle tavole quella sera stessa. Gettiamo uno sguardo di solidarietà, che pare rimanere incompreso.
Berat è una piccola sintesi albanese, con la moschea e la cattedrale affacciate sulla stessa piazza. Nel quartiere antico, tekké e altre moschee più piccole, spazi di un islam minore, quasi francescano nella povertà di mezzi.

Sulla riva meridionale dell’Osumi, che scorre placido portando con sé il riflesso rosa delle montagne, sta Gorica, il vecchio quartiere cristiano. Qui sono molti gli edifici in stato di abbandono. Un dedalo di piccoli viottoli acciottolati e scale ormai informi aggrappati a una costa di monte. Dentro ci vivono ancora diverse famiglie, ma alcuni edifici sono mezzi crollati, se li è presi l’edera o ci crescono dei fichi in mezzo. La vita  gli gira attorno, si mischia, non separa, li tiene come fossero parte della storia di famiglia, da noi avrebbero già evacuato tutti.
La sera dell’ultimo giorno di dicembre, sotto un ciglio sottile di luna, il cielo all’imbrunire sfuma tra blu e ambra. Sotto le vette e le valli dei pastori, il villaggio sembra un presepe. Col calare del sole hanno chiuso tutte le porte, si sono abbassate tutte le serrande, i motori sono spariti. La gente si è ritirata nelle case e solo il silenzio e il gelo hanno preso le strade. Qui capodanno è come Natale e si passa in famiglia.

Usciamo fuori sotto le stelle, tra comignoli fumanti e  fontane mezze gelate. Scesi in piazza solo il gorgogliare morigerato dell’Osumi ci parla. E ci dice una cosa chiara: che per stasera, per l’ultima sera dell’anno, noi, resteremo senza cena. Non un bar, non una taverna, ci aggiriamo lungo il grande piazzale, che nel pomeriggio era brulicante di chiacchiere, vino e caffé, e non si muove foglia. Non c’è anima viva.

Il 2016 si conclude così,  aggirandoci per un paese vuoto, che sembra un presepe silenzioso e profuma di legno. Al cospetto del nuovo anno ci presenteremo, se non con grandi ambizioni, perlomeno con grande appetito.