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Racconti del Caucaso a Barzanò

«Cucinare è compito delle donne, ma i shashlyk vengono preparati dagli uomini. Lo stesso per il vino, che è una faccenda troppo seria per essere lasciata alle donne. Il vino è l’essenza della vita, è la terra, il sole, l’amore. Qui si usa accogliere i nuovi arrivati con il pane e il vino. Date al georgiano un po’ di pane, del vino e un commensale, e lo renderete felice. Metà dei proverbi georgiani non parlano che di questo.
Sugli usi georgiani relativi al bere girano leggende da tempo immemorabile. Il gesuita polacco Jan Taddeusz Krusinski che, come missionario, soggiornò in Persia e in Transcaucasia all’inizio del 17° secolo, scrisse nella sua dissertazione “Tragica vertentis belli persici historia”: “quando il tamada alza in aria il calice inizia a gesticolare in modo talmente vivace e la sua faccia assume una tale espressione da fare quasi credere che stia rendendo al vino una sorta di omaggio. […] Il georgiano beve fin dalla culla: qui ai neonati si dà da succhiare il dito intinto nel vino affinché si abituino al sapore”.
Verso la metà del 19° secolo Mateusz Gralewski annotava che nella sola Tbilisi si consumavano 8 milioni di bottiglie di vino all’anno, il che equivaleva a circa 800 bottiglie procapite (senza contare donne e bambini che pure bevevano)!»

Lettere dalla Kirghisia (e oltre)

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Grazie al lusinghiero invito del gruppo di lettura della Biblioteca di Barzanò, in novembre, due appuntamenti, insieme a compagni di viaggio vecchi e nuovi, per parlare d’Asia o, più semplicemente, dell’idea che noi ci siamo fatti di alcuni dei suoi luoghi più significativi. Come sempre, in semplicità: i racconti  non saranno niente più che didascalie alle immagini raccolte lungo i tanti chilometri.

Di ritorno da L’Aquila


E’ che uno non se la immagina, la scomparsa di una città. E’ una di quelle cose difficili da concettualizzare, da capire da lontano. Ma se ti avvicini, la percorri e ti fai raccontare le storie, le storie di quelli che più o meno ci bazzicavano o ci abitavano, lavoravano, tra quei muri, inizi a renderti conto delle dimensioni del disastro, a intuire la sensazione della tragedia, e non guardi niente come prima.
Questi giorni di trasferimento a L’Aquila sono stati così: rapidi (troppo), ma sufficienti a render conto del fatto umano, che da qui, dagli schermi o dalle pagine dei quotidiani, non si sente.

Ascoltare i racconti, vedere la tragedia cristallizzata, nei muri, tra le macerie, nelle strade vuote. Locandine di teatro rimaste appese, spettacoli di aprile. Vetrine di fioristi, fiori appassiti. Porte rimaste aperte, polvere sui vestiti, orologi fermi, panchine che attenderanno a lungo, forse invano.
A L’Aquila è venuta a mancare un’intera geografia, una città è rimasta (apparentemente, ma mica tanto) senza persone e senza futuro.
Come si vive senza una città? senza un centro? dove lavorano oggi quei commercianti? che fine hanno fatto tutte quelle famiglie?

un'immagine del centro storico..


La nostra visita di questi giorni si è concentrata soprattutto presso la scuola intitolata a Rodari, Gianni, e chi meglio di lui per una primaria. Lì, abbiamo potuto percepire il vivo entusiasmo di chi  vuole creare con i bambini percorsi per  allontanare la paura – che ancora aleggia e si risveglia alle continue piccole scosse – e andare oltre. Lo dico senza retorica, davvero. Molti tra insegnanti e alunni sono ormai costretti ad un pesante pendolarismo per andare e tornare da L’Aquila – in tanti alloggiano ancora negli alberghi, sulla costa – ma non rinunciano a portare avanti un progetto “sul territorio”, consci che la scuola è il primo passo per ricostruire tessuto sociale e camminare insieme verso un domani e un dopodomani.
Il progetto della Protezione civile casatese ha qui trovato la sua dimensione e il suo senso: in una scuola, per una popolazione. Si è così unito a tanti altri piccoli progetti di aiuto che stanno accompagnando gli aquilani verso il futuro, è stato il Prof. Rossini, preside dell’istituto, a sottolineare quanti piccoli e grandi sforzi stanno arrivando da tutta la penisola: “non facendo sentire gli aquilani soli di fronte alla catastrofe”.
Io ringrazio gli alunni, il personale scolastico e il Prof. Rossini per l’accoglienza e la possibilità d’incontro che ci hanno offerto, ringrazio i miei compagni di viaggio e, soprattutto, i ragazzi della protezione civile che hanno speso tempo ed energie, senza risparmio, per un’iniziativa concreta, che ha finalizzato il sostegno morale e materiale delle amministrazioni, delle scuole e dei cittadini brianzoli.

ps. tutti i dettagli nell’articolo di Lorenzo Perego e nelle foto del gruppo AFCB, che erano in viaggio con noi.