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Festival delle Geografie 2021 – Dove inizia la fine del mare?

Settembre – la fine delle vacanze, del bel viaggio che ci ha portati dal Mar Baltico al Mar Nero, l’inizio della scuola, un turbine di cambiamenti – è soprattutto il mese del Festival delle Geografie!

Dopo un anno di premurosa incubazione, percorso insieme alla grande famiglia de La Casa dei Popoli, siamo pronti per pubblicare il programma completo della terza edizione.

Dopo aver parlato di esploratori, di confini e frontiere, questo è l’anno in cui parleremo di mare!

Il Festival si arricchisce di un giorno in più, farà largo uso di conferenze, dibattiti, presentazioni, libri (presente con Pagina59 la Libreria del Festival), confermerà due mostre fotografiche (a cui se ne aggiunge una diffusa per il ridente borgo di Villasanta) e il corso di formazione per docenti (le iscrizioni sono ancora aperte, ma i posti disponibili pochini), gli aperitivi a tema, diversi giorno per giorno a seconda delle cose di cui parleremo (venite anche solo per chiacchierare placidamente spiaggiati al nostro spazio ristoro!).

Faranno la loro comparsa delle novità: in arrivo il buon cinema grazie alla proiezione dei corti vincitori del premio Mancini alla Festa del Cinema di Mare di Castiglione della Pescaia, in collaborazione con il cineteatro Astrolabio di Villasanta e lo Spazio Alfieri di Firenze. Altra novità saranno quotidiani laboratori per i più piccoli.

Un paio di belle note personali.

La prima: avrò ancora l’onore di avere una ventina di nostri studenti a darci una mano, con bellissimi ed estenuanti turni di servizio e assistenza al Festival. Gli sono molto grato per la sorprendente disponibilità che hanno dimostrato nel tornare a darci una mano!

La seconda: sono tantissimi gli amici che vedrete su e giù dal palco e che portano il loro contributo, intellettuale, fisico, spirituale, creativo. Non li cito perché dimenticherei certamente qualcuno, dico solo che senza di loro il Festival non si farebbe o, perlomeno, non in questi termini.

Di seguito alcune risorse utili:

Se volete diventare volontari o sostenere il Festival ci fa molto piacere (e ne abbiamo un gran bisogno!).

Per ogni altro dubbio o informazione necessaria consultate il sito del Festival o scrivete a info@festivalgeografie.it

Dal Mar Baltico al Mar Nero – Sulina confine d’Europa

Sulina, estremità orientale del delta danubiano, è un luogo particolare con una storia che merita di essere raccontata.

Anzitutto, diciamo subito che qui non arrivano strade, i mille rami del delta rendono possibile raggiungere Sulina solo per vie acquatiche, in secondo luogo è la cittadina più a est dell’Unione Europea, la qual cosa forse può maniacalmente interessare i geografi e pochi altri. A questo proposito, i materiali che fornisce l’ufficio turistico locale recitano, con una sparata un tantino eccessiva, che qui sia nata l’idea d’Europa unita e sia stato utilizzato per la prima volta in assoluto il termine “commissione europea” in riferimento alla Commissione Europea per il Danubio, costituitasi dopo la guerra di Crimea.

A seguito del conflitto di metà Ottocento, infatti, fu sottoscritto un trattato a Parigi che smilitarizzava ed internazionalizzava il Mar Nero. I firmatari del trattato decisero di creare una “Commissione Europea del Danubio” che tutelasse la libertà di navigazione. Fra i belligeranti c’era anche il Regno di Sardegna, che Cavour aveva voluto portare al tavolo diplomatico cercando un appoggio francese riguardo al progetto di riunificazione dell’Italia sotto la corona dei Savoia.

La sede di questa Commissione fu posta proprio qui a Sulina. Ogni paese membro vi inviò dei delegati. Fra funzionari, agenti marittimi, uffici degli armatori, attività dei cantieri e del porto, Sulina si trasformò: da villaggio di pescatori divenne in breve tempo una cittadina cosmopolita.

Della commissione facevano parte i rappresentanti di molti stati europei, della Russia e della Turchia. Non il Principato di Moldavia sui cui territori il delta si sviluppava. Fatto che non stupisce e anzi ribadisce solo la verve coloniale che caratterizzava (caratterizza?) i civilissimi signori d’Occidente.


Il cosmopolitismo di Sulina si capisce meglio guardando il censimento di fine Ottocento: su una popolazione di 4889 abitanti, 2056 erano greci, 803 romeni, 558 russi, 444 armeni, 268 turchi, 211 austriaci, 173 ebrei, 117 albanesi, 49 tedeschi, 45 italiani, 35 bulgari, 24 inglesi, 22 tartari, 22 montenegrini, 21 serbi, 17 polacchi, 11 francesi, 6 danesi, 4 indiani e 3 egiziani. Un microcosmo a sé.

Le nazionalità presenti, in virtù del Trattato o dei semplici interessi commerciali e marittimi, avevano la loro chiesa, ma il cimitero era uno solo, diviso in zone, secondo nazionalità e religione. Molte tombe sono ancora lì, piene di licheni ed erbacce. Percorrendo i sentierini tra croci e lapidi in un caldo pomeriggio di agosto si incontrano anche quelle dei familiari di Ugo Foscolo e di molti italiani della Dalmazia. Sepolti ai confini dell’Europa e mai tornati a casa.

La Commissione andò avanti fino al 1939, la Seconda guerra mondiale cambiò le carte in tavola e Sulina diventò l’armatissima frontiera fluvio-marittima della Romania e molte palazzine di stile sovietico furono costruite per ospitare militari e funzionari.

Di tutta questa storia oggi restano alcuni begli edifici ottocenteschi, alcuni screpolati casermoni in stato di abbandono, un faro che sorgeva nella sede della Commissione per il Danubio e che oggi non serve più, poiché il delta è avanzato di tre o quattro chilometri e, appunto, il cimitero.

Sulina a guardarla adesso è uno strano posto, sospeso e oscillante tra la città fantasma dai tanti edifici abbandonati e la stazione balneare in stile retrò. Le merci vanno ormai verso il porto di Costanza e sono poche le navi che passano la notte a Sulina aspettando di risalire il fiume verso Tulcea, il giorno dopo, partendo all’alba.

Il turismo dà qualche speranza, alcuni volenterosi organizzano bei giri nel Delta in motoscafo, aprono pensioncine e affittacamere. Se venite anche nel cuore d’agosto, senza una prenotazione, come noi, qualche sistemazione si trova.

A due chilometri dalla città c’è una grande spiaggia che un po’ sorprende, lì infatti l’atmosfera nostalgica del paese dei bei tempi che furono lascia spazio a una piccola spiaggia riminese, con bar, ombrelloni e campi da beach volley.

L’acqua è lagunare, un po’ verdastra, poco salina, ma il bagno si può fare. Per noi è stato l’unico modo per sfuggire alla caldazza agostana.

Nonostante questo suo fascino particolare, il suo essere naturale finis terrae d’Europa, la sua posizione immersa in una delle riserve di biosfera tra le più imponenti d’Europa, il grosso dei turisti che vogliono esplorare il delta fanno base a Tulcea, e Sulina, con i suoi edifici, le chiese, il suo cimitero pieno di storie, restano lì in un apparente lento declinare.

Come mi capita di notare, finisco spesso in luoghi che stanno finendo sotto il caterpillar della storia, in via di scomparsa, istintivamente li vado a cercare, come fossi assalito da una specie di nostalgia preventiva. Forse ci vorrebbe uno psicanalista o forse è l’ennesima fascinazione per il confine, qui, oltre che geografico, anche temporale, la frontiera in cammino tra il passato e il presente di un luogo d’Europa.

Festival delle Geografie, ci vediamo a settembre

A prima vista si potrebbe pensare che la pandemia abbia reso inattuale o “superato” il tema dell’edizione 2020 del Festival delle Geografie: confini, limiti e frontiere. Invece, guardando oltre la superficie, a noi pare proprio che limiti e confini debbano essere centrali nell’analisi di quanto ci sta capitando.

Hanno riacquistato importanza i confini in senso geografico, lo hanno fatto con quell’ambivalenza tipica dei processi di globalizzazione: con l’arrivo della pandemia l’idea piuttosto statica di un mondo che potevamo guardare e dominare “dall’alto” si è drasticamente ridimensionata; contemporaneamente sono tornati in auge i controlli di frontiera, i confini chiusi, e con loro la richiesta di uno stato-nazione che agisca in modo energico.

Le percezioni legate a categorie come “centro” e “periferia” non sono state più così certe: fino  a febbraio non avevamo mai sentito parlare di Wuhan e per due mesi non abbiamo discusso d’altro; la Lombardia che si è sempre percepita come la regione più globalizzata d’Italia si è trovata iscritta nella lista nera di tanti paesi del mondo.

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In quest’ultima annotazione ci sono anche nuovi confini di carattere antropologico: per un momento gli “altri” siamo diventati noi. Abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’incertezza dell’incontro, fino ad arrivare a qualche caccia all’untore, con periodiche levate di scudi contro “quelli” della passeggiata, della corsetta al parco e via dicendo. Allo stesso modo, abbiamo sperimentato la separazione dai nostri affetti più cari, un inedito limite che ci siamo dovuti imporre con senso di responsabilità.

Non si può ignorare come il periodo di reclusione forzata abbia portato a galla  confini socioeconomici profondi. Basti un esempio tra i più scontati: passare la quarantena in una villa con giardino o in un minuscolo appartamento di periferia ha reso questa stagione estremamente diversa nella percezione di ognuno di noi. Questo è un problema troppo poco discusso e su cui, forse, varrebbe la pena tornare. Le differenze di strumenti, questa volta culturali, si è evidenziata talvolta con la difficoltà a selezionare tra le innumerevoli fonti d’informazione disponibili e, con essa, ad assumere comportamenti adeguati alla situazione.

Sono infine riemersi i temi inerenti i limiti dello sviluppo, il nostro continuo ignorare le leggi dell’ecologia, il nostro rapporto parassitario nei riguardi dell’ambiente naturale. Sappiamo – il numero degli studi al riguardo cresce – che anche questa pandemia trova tra le sue cause la degradazione delle foreste primarie. Il dibattito su come regolare lo sviluppo dovrebbe tornare al centro.

In questa edizione de “Il libro del mondo” pensiamo che ragionare su confini, limiti e frontiere voglia dire anche parlare di alcuni di questi temi. La sensazione generale è che non si stia cogliendo l’occasione di ripensamento del nostro modello di sviluppo come spesso avevamo sentito auspicare durante il cosiddetto lockdown. Le crisi senza un’adeguata cornice interpretativa non producono alcun tipo di avanzamento, lo abbiamo già visto tante volte, l’ultima nel 2007. Noi vorremmo che il Festival, nel suo piccolo, potesse segnare, da questo punto di vista, un momento utile e in controtendenza.

Nei prossimi giorni restate sintonizzati sui nostri canali social e sul nostro sito perché, di settimana in settimana, avremo approfondimenti e anticipazioni dai temi del Festival e altro ancora.

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Emanuele Giordana a Barzanò

Il 20 aprile, grazie all’Associazione MOLO, avremo il piacere di ospitare a Barzanò, Emanuele Giordana: giornalista, reporter, voce storica di Radio3, una delle penne che meglio (“dal campo”) ci hanno raccontato l’Afghanistan di questi anni.
Il punto di partenza della nostra chiacchierata sarà il suo ultimo libro: “Viaggio all’Eden”, Laterza. La destinazione d’arrivo la decideremo insieme lungo il percorso! Di certo, parleremo di viaggi, di anni Settanta, di voglia di andare (di ieri e di oggi), di geografie del mondo che cambia.