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Due passi a Montevecchia tra vino e paesaggio

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Domenica 22 gennaio,  viene a trovarci in Brianza un gruppo di giovani geografi, provenienti dai quattro angoli della Lombardia e interessati a conoscere il Parco del Curone.
Nel Parco si incrociano almeno tre storie interessanti per chi si occupa di territori: il percorso trentennale di un ente che ha preservato e preserva spazi naturali e agricoli in una delle aree più densamente abitate della Lombardia; la storia di un vino che ha saputo guadagnarsi una certificazione IGT; e quella di un paesaggio agricolo che è tornato a vivere dopo l’abbandono.
Queste tre storie si incrociano in particolare tra le vigne e i terrazzamenti del parco.
Io ho l’onore e l’onere di fare da navigatore lungo strade e sentieri e di accompagnare il gruppo da Giovanni Zardoni, che da tempo segue le vicende del parco, ben conosce la storia del luogo e, non ultimo, è intenditore di vini nonché vignaiolo.

Per informazioni: qui.

Intervista per UrbanoCreativo

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«Lo sguardo geografico ricerca continuamente punti di vista da connettere e confrontare. Il vecchio e il nuovo, il lontano e il vicino, uno sguardo capace di cogliere la complessità del presente e di farci capire perché le cose vanno in un certo senso. Si tratta di una disciplina del dialogo, tra saperi e punti di vista diversi. Sapere da che parte si è orientati significa sapere da dove si viene e dove si è diretti. Quando la direzione ci è nota possiamo scegliere se è quella che fa per noi o possiamo rinunciarvi e cambiare strada.»

Se son cose che vi suonano familiari, è normale: si tratta di un’autocitazione. Non che sia diventato matto, semplicemente mi hanno fatto delle domande  e io ho risposto.
Una specie di sintesi – al contempo utopica e onesta – del senso che attribuisco alle cose che tento di fare ogni  giorno. Voi che ogni tanto leggete queste pagine potreste annoiarvi: son cose che dovreste sapere già. Ah, e sono felicissimo di aver citato Paola Turci.
Ringrazio Monica Di Maio che  per UrbanoCreativo cura la rubrica dedicata ai “geografi”, qui trovate tante altre interviste da leggere.

Le sorti di una materia

Farinelli torna sul tema della geografia “reintrodotta” a scuola parlando di “mezza vittoria”. Capisco che una delle nostre guide carismatiche, dalla sua posizione, non possa esprimersi altrimenti, ma in realtà per la nostra materia si tratta di una netta sconfitta. La geografia resta mutilata nei corsi in cui aveva un’importanza, fa capolino con una sola ora alla settimana là dove non era mai stata (scelta discutibile, soprattutto nei bienni iniziali), è assente nei licei. Per di più, ormai nei 3/4 dei casi, è insegnata da colleghi con altre lauree e abilitazioni. Allucinazioni che solo in un paese scarsamente civile possono perpetrarsi senza creare indignazione.
Dice bene Farinelli nell’articolo: oggi più che mai la nostra amata materia non si limita ad essere un sapere scolastico, ma è diventata un necessario allenamento alla comprensione del mondo in divenire. Continua a leggere Le sorti di una materia

La Cina in seconda classe – A Yichang

La signora va nel panico quando le facciamo capire che non vorremmo mangiare carne. Si ostina a scriverci cose in cinese su un foglio, ma: ‘non capiamo signora, non capiamo. Ci spiace. L’importante è che non ci rifili quei pezzi di carne galleggianti lì, poi veda lei. Ci fidiamo‘.
Alla fine arrivano delle uova sbattute con il pomodoro e una marmitta di caponata di melanzane, un tino pieno di riso e un paio di birre. Missione compiuta.
Yichang ci accoglie così, tra il panico della signora e un lauto banchetto in un vicolo pieno di posticini sporchi ma vivi. Stiamo seduti ad un tavolino sul marciapiedi e ci rifocilliamo dopo le ventiquattro ore di treno iniziate due giorni prima a Guilin.

Siamo nella regione dell’Hubei, la nostra risalita verso nord ferma qui la sua prima tappa. Si tratta di una delle regioni più popolose della Cina. Yichang ha 10 milioni di abitanti, ma la vicina Chongqing supera i 30 e risulta essere una delle conurbazioni più estese al mondo. Tutta questa fortuna (o sfortuna, dipende dai punti di vista) demografica è attribuibile alla presenza dell’immenso fiume Azzurro, terzo fiume per lunghezza al mondo, e asse per la seconda (dopo quella del fiume Giallo) espansione dell’antico impero cinese. Un tempo ricco di pesce e acqua per l’agricoltura, fondamentale via di trasporti, il fiume è oggi fornitore idrico per lo sviluppo industriale e la produzione di energia elettrica. Ancora oggi un terzo dei cinesi abita presso le sue sponde.

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A rendere famosa la regione in tempi più recenti la costruzione della diga delle Tre Gole, la più grande mai realizzata finora. L’impianto iniziato negli anni Novanta e finito una decina di anni dopo destò clamori ai tempi della sua costruzione sia per l’impatto ambientale dell’opera, che riprofilò un intero bacino idrografico, sia per gli impatti sociali: per realizzarla vennero sfrattati in modo coatto centinaia di migliaia di cinesi, interi villaggi confiscati dall’esercito e rasi al suolo per far spazio alle superfici d’invaso, estese oggi quanto l’intera Inghilterra.

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Yichang è la cittadina da cui partono molti dei tour di navigazione lungo il fiume Azzurro e l’area delle Tre Gole. Una città che, come molte altre lungo il corso dello Yangzi (nome cinese), ha visto una crescita devastante negli ultimi vent’anni ed è un illuminante riassunto della situazione urbanistica che caratterizza gran parte della Cina delle diciotto province.
Arrivando in treno da Wu Chang è facile notare come, qui, anche le campagne abbiano subìto un intenso processo di rinnovo urbano; vaste plaghe fuori da Yichang hanno assunto i tratti della città diffusa, con case di campagna ammodernate frammiste a palazzine di quattro piani recentemente costruite. Gli abitati rurali sembrano completamente scomparsi in seguito a stili di vita e ruoli lavorativi ora maggiormente urbani.

Sul treno Silvia parla con una studentessa di ingegneria che le spiega un po’ come va la vita da queste parti, io sto seduto per terra tra le porte col mio biglietto che vale un posto in piedi. Guardo la gente intorno: da queste parti è ‘ripulita’, veste e si atteggia da città, il sud agrario lasciato ieri pare già molto lontano.

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Aggirandoci in città è invece facile riconoscere gli stridenti contrasti paesistici creati dal processo di verticalizzazione forzata della città. Yichang è una città in cui non si riconosce un vero centro, si tratta piuttosto di una vasta estensione dove ormai si intrecciano due reti urbane ad un tempo sovrapposte e separate: sopra il tessuto fitto di piccoli vicoli da vecchia Shanghai, fatto di calli unte, buie, fumose, disordinate, ora si innestano faraonici fenomeni di rilancio urbano: super piazze per lo shopping, file di palazzi da cento piani allineate come in un domino, che si dipartono in ogni direzione.Camminiamo per un vecchio quartiere dove è in corso il mercato del sabato. Dalla stradina principale si diramano piccoli corridoi laterali che corrono tra le abitazioni tutti storti e bui.

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Lungo la strada le tende sguercie e lercie delle bancarelle si contendono lo spazio ai panni stesi su fili tirati da una abitazione all’altra. I muri e la via sono scuri, opachi di un unto secolare che ha reso ogni superficie simile: tutto – asfalto, pietre, legno, metallo – sembra coperto dello stesso muschio nero, dalla polvere di carbone. Per strada pollastri vivi, penne, pesci buttati a terra tra polvere e acqua sporca, frattaglie, verdure. Qua e là bidoni in cui arde un fuoco buono per scottare i polli appena spennati; altri più moderni spiumano con la fiamma ossidrica. E’ un paesaggio non molto diverso da quello della Cina di un secolo fa, suppongo, ma se solo alzo gli occhi, incombono sopra di noi, come colonne, i palazzoni vuoti e seriali  della modernità.

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Non so se riesco a scriverla, ma si prova una sensazione davvero forte e opprimente nel guardare quel che succede per queste strade, sotto questo cielo perennemente nebbioso di smog e umidità. E ancor più angosciante mi sembra l’idea di sradicamento che immagino osservando le miriadi di persone che per forza, voglia o disperazione devono, dovranno, passare da un contesto di vita all’altro, da uno stile di vita all’altro, dalla Cina rurale e dei piccoli vicoli comunitari, alla vita individualizzata degli anonimi palazzoni.

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Oggi la Cina vede uno dei più grandi processi di migrazioni interne della storia, le campagne si riversano nelle città con una copiosità senza precedenti, seguendo i mastodontici piani di regime. Bisogna vedere per capire le dimensioni innimmaginabili del fenomeno!

Senza il tramite della lingua, senza sufficienti elementi di valutazione culturale, è difficile per me dire come questi processi vengano vissuti, apprezzati o (silenziosamente) criticati dalla popolazione, così come è difficile prevedere che costi avrà in termini di salute e armonia sociale questa trasformazione. Durkheim  nel suo ‘Il suicidio’ (1897) aveva coniato un termine per indicare dove va a finire – quando avviene troppo rapidamente – il passaggio da un mondo culturale secolare, quello delle campagne, al mondo nuovo, artefatto e individualista della modernità industriale; aveva chiamato l’esito finale del processo ‘anomia’: la perdita di tutti i riferimenti e regole per orientare la prorpia azione e dare senso ai fatti della propria vita.

Nessun sistema economico regge senza società. Questo paese è un grande drago e a guardarlo da lontano fa impressione – per estensione, forze, produzioni, dimensioni, rapidità dei fenomeni – ma forse, sotto sotto, ha le gambe di argilla. Su questi equilibri si scriveranno gli assetti geopolitici dei prossimi cinquant’anni anni e le singole vicende dei suoi partecipanti, Cina e Stati Uniti in testa.

Scopriremo la verità al primo grande rallentamento del motore economico cinese.

Semiotica delle carte

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Le rappresentazioni geografiche (ma vale in generale per ogni immagine) che siamo abituati a dare per scontate, quasi fossero “naturali”, contengono sempre elementi di soggettività, scelte mirate a costruire una data visione della Terra e delle relazioni che percorrono la superficie dei mari e dei territori. Per capirci leggete qui. E’ importante imparare a guardare, cambiando ogni tanto punto di vista.