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Giornate del Caucaso – La Toscana del Caucaso

Rasato e tatuato, sentor di destra nazionalista, il nostro autista, con la sua vecchia BMW, corre verso il Kakheti. È uno che ama fare i tunnel in sorpasso, i migliori sono quelli tra le macchine da scavalcare e i camion che arrivano nell'altra corsia. Sul retro io e Alessandro non sappiamo se ridere o metterci a piangere. Tra la tachicardia e le battute (Ale, che dici, gli chiediamo se puó alzare un po' il volume? No, io gli direi che abbiamo fretta), segno sul taccuino un nuovo postulato: anche se tu mezzacalzetta occidentale vedi disegnate due corsie sull'asfalto, il tassista georgiano ne vede tre. E le usa.

Completa l'opera di disperazione e tragedia una colonna sonora sparata a palla e di grande atmosfera: Snoop Dog e Fifty Cents, svariata dance degli ultimi vent'anni. Cose che, come immaginerete, si sposano perfettamente col bucolico paesaggio del Kakheti.
Menzione d'onore nel diario di oggi per 'Kisses Back' di Matthew Koma, che la fa da padrona. Nonostante faccia la faccia da duro, pensiamo che il nostro driver destrorso sia appena stato mollato dalla sua donna ed esprima con questo esempio di alta profondità elettronica il suo disagio. Uno dei testi più vari e avvincenti che io abbia mai sentito!

Tra un sorpasso avventato e l'altro, ad ogni chiesa, ad ogni monastero, il nostro fa il segno della croce.
Musica dance e religiosità spicciola mixate insieme. Noi osserviamo basiti questo connubio di fede, velocità e tamarra baldanza con una domanda negli occhi: e il mondo dove andrà a finire?

Procediamo spediti in mezzo a quella che i georgiani definiscono 'la Toscana di Georgia'.
Cerco di pensare a cos'hanno in comune a prima vista le due regioni e direi pochetto, al più tre cose: ambiente collinare, coltivazione della vite, un paio di paesi che crescono arroccati su un'altura.
Cos'anno di diverso? Il resto. Ovvero che il Kakheti sembra una regione vuota, in cui non si vede abitato per chilometri; nel Kakheti il vino (ancora) non è sinonimo di ricchezza e non girano molti soldi; qui esiste una cultura dell'ospitalità antica, che viene prima del turismo e tutto il resto, cosa che in Italia s'è persa o si sta perdendo, con la sostituzione dell'ospitalità (cioè una relazione tra persone) con il servizio al cliente (cioè una relazione tra attori economici, dove io e te non valiamo per quel che siamo, ma solo per quel che diamo).

Arriviamo a Sighnaghi accompagnati da 'All that she wants' degli Ace of base, facendo slalom sui tornanti tra vigne a spalliera e vacche vaganti. Sighnaghi si dice sia il più bel villaggio del Kakheti: se volessimo fare un'ardita analogia, Signaghi starebbe al Kakheti come, in Italia, Barolo sta al cuneese.

Raggiunta la piazzetta coperta di alberi davanti alla chiesa, tra vecchietti in piazza, cicale e caldo torrido, ci si potrebbe anche sentire in un qualsiasi borgo dell'italico meridione. Alcuni degli anziani presenti ci accolgono proponendoci una sistemazione per la notte per 15 lari. Lì accanto, un gelataio fa una specie di gelato istantaneo, una cosa che è la prima volta che vedo: su una piasta raffreddata, l'artigiano del freddo taglia delle more, versa del latte, mischia e stende come se dovesse fare una crepe. Sulla piastra gelida lo strato di latte e frutta si congela e lui lo raschia a fogli, che poi finiscono nella coppetta che ti mangi. Alessandro lo prova subito e ne dice una meraviglia!

Girando in perlustrazione per gli stradelli del borgo, tra una Lada e una gallina, barba da corsaro e maglia smeraldina da tamarro, troviamo George.

'Guys, avete bisogno di una stanza? Volete fare un tour del vino? Avete prenotato?'
'Niente prenotazione, no'
'No problema guys, come with me, we can find solution'

Strano trovare un georgiano che ci si propone direttamente col suo simpatico inglese dal bellissimo accento. Con affabilità e cortesia ci conquista e ci porta dritti dentro la sua bella casa di legno, una casa di campagna di tanti anni fa, ma rimessa a nuovo. Lo sono anche le case intorno, riammodernate, si vede che turismo e vino qui hanno dato una mano alla gente.

Eccoci sotto la pergola, su un bel terrazzo, contornati da anziane signore del luogo che ci porgono su antichi piattini di ceramica le delizie regionali: del kachapuri, un po' di formaggio salato, polpette e vini; prima un bianco leggero e beverino, poi un rosso quasi passito.
Tutto gratis, ancor prima di vedere e accettare una stanza, per riconoscibile senso di ospitalità, gente che ti apre la casa, la cucina, il terrazzo, perchè è abitudine farlo, perchè è buona educazione.
Mentre godiamo del pranzo capitatoci davanti per caso e generosità, aspettiamo che una stanza venga preparata per noi.

La stanza – lo scopriamo poco dopo – è una suite con due letti matrimoniali, uno singolo e panoramica visuale sulla pianura benedetta dal sole del mediterraneo (anche se è lontano) e ravvivata dal canto delle cicale. Accettiamo questo piccolo gioiello per la importante somma di 25 euro (da dividere in tre), eppure c'è gente che si ostina ad andare a spendere i suoi stipendi in Sardegna: sa il cielo altissimo come va il mondo!

Nel pomeriggio visitiamo il borgo. Il turismo qui si limita alla presenza di pochi occidentali e mediorientali. Qualche decina e non di più. Questi ultimi, dell'Asia vicina, amano spesso forme di turismo idiota, me ne accorgo in questi giorni in cui a più riprese li abbiamo incontrati. Qui girano e fanno baccano in giro per il silenzioso abitato su inutili quad. Alle spalle del maschio in mutande, infradito, e maglietta della squadra di calcio di turno, stanno ragazze completamente di nero coperte, con solo una feritoia per veder fuori la luce.
Quad, turismo idiota e velo integrale, come per il tassista che si fa il segno della croce e ascolta 'Kisses Back': alto e basso, sacro e profano, senso e non senso, si mischiano in qualcosa che a me sembra il sonno della ragione, un buco nero, il vuoto cosmico. Sono segni che la fine dell'ordine supremo è vicina? Cosa diventeremo? Perchè siamo ridotti così? Va tutto bene? Chi sbaglia e dove?

Il Kakheti è un bel posto per farsi domande sui massimi sistemi e, come dicono Cartesio e Alessandro, dilatare il senso. Seduti sotto la pergola, col bicchiere di vino sempre fresco e pieno, accarezzati da un ampio e solivo paesaggio, accuditi come nipoti da una famiglia di vignaioli georgiani, è più facile mettere in discussione il mondo, disorientarsi, senza paura di cadere soli.

Qui la sera si mangia e si canta. Il capofamiglia nei momenti ufficiali detta il ritmo dei brindisi e della cena stessa, diventa cioè quello che i georgiani chiamano 'Tamada', il maestro di cerimonia. Il tamada inizia con un discorso ufficiale in cui dà senso al convivio e poi lancia con ritmo irregolare diversi brindisi a cui tutti devono prendere parte a bicchiere pieno. Fuori dai momenti indicati dal Tamada il vino non si puó toccare (che in Georgia corrisponde a un: non si puó bere. Dell'acqua da queste parti non capiscono bene la funzione).
Ad ogni brindisi cala il silenzio e il tamada esprime un intento con cui fare festa e brindare: la famiglia, i figli, il buon raccolto, la pace, l'amore e ogni altro valore caro a un buon padre georgiano.

Domani andremo in esplorazione nei dintorni di Sighnaghi, in quella vasta regione che vista da quassù sembra placida e disabitata.

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Giornate del Caucaso – Tbilisi no problema

Saltiamo su una marshrutka e in meno di cinque minuti siamo in viaggio verso la capitale, i suoi 40 gradi centigradi e il suo milione di abitanti. A me oggi tocca il posto davanti, che in genere è una bella cosa, ma qui si trasforma nell'essere rinchiusi dentro la camera-car di una formula uno, vivere le emozioni sulla propria pelle.
Il tassista georgiano non guida. Sorpassa.
Mentre i miei due compari di viaggio da dietro, difesi dai sedili, si divertono a filmare le più avventate iniziative del tizio, io perdo chili e giorni di vita: sorpassi in staccata prima della curva, sorpassi in discesa lanciandosi a 120 km orari, sorpassi a filotto (fino a 8 veicoli!) restando nell'altra corsia, sorpassi in doppia fila. Tutto questo con un furgone, non con una Ferrari. Lo spettacolo dura fino alla fermata nell'autostazione di Didube a Tbilisi.

Va be', disavventure automobilistiche a parte, Tbilisi ci accoglie con il suo caldo – ma non afoso – abbraccio. Dalla stazione dei bus le due linee di metropolitana a disposizione sono comode per raggiungere il centro. Un biglietto costa 15 centesimi di euro, cioè dieci volte meno che a Milano.

Facciamo una seconda e giusta colazione in un locale affacciato su Liberty square, dove in vetrina campeggiano torte di panna, cheesecake e semifreddi dell'altezza di 20 cm!
Alessandro da una settimana chiede di poter avere solo del latte, ma per una strana bizzaria dei georgiani, non ci è ancora riuscito.
In un paese dove abbiamo si incontrano più vacche che auto lungo la strada puó sembrare paradossale, ma nella colazione al bar chiedere un latte caldo viene guardato con sospetto. La risposta è invariabilmente: 'with coffee? with chocolate?' E noi, ormai in coro: 'nooo, only milk!'.
'Ah no, only milk no possible!'. A Kazbegi le cameriere mandate in cortocircuito dalla nostra cervellotica richiesta di poter bere del latte, ci risposero che non avevano il prezzo, non sapevano quanto farcelo pagare e quindi ciccia: 'no possible'. Una eguale brillante capacità di problem solving l'ho riscontrata solo nelle cameriere cinesi!

Ci dirigiamo poi verso il parlamento. Abbiamo prenotato un posto a casaccio nella zona diplomatica della città: posizione centrale, ma costo stranamente contenuto. Lo 'stranamente' viene subito a noi.
Supponiamo di aver prenotato un posto che forse si chiama Petit e che forse è in via Chitadze. Lontani dal wi-fi non abbiamo internet e quindi ci accontentiamo delle poche informazioni in memoria.
Arrivati in loco, tra l'Ambasciata Italiana e l'ex palazzo parlamentare (oggi trasferito a Kutaisi), perlustrando meticolosamente la via, troviamo solo una freccia di carta appiccicata al portone di un palazzo; sulla freccia, non più lunga di 30 cm, sta scritto: 'Le Petit'. Senza citofono e con il portone aperto, ci addentriamo: il palazzo sembra un rudere abbandonato dopo un terremoto o un bombardamento. Lunghe crepe attraversano le pareti, scale sberciate, vetri rotti, muri scalcinati e graffitati manco fossimo nel peggior quartiere. Saliamo seguendo un'altra freccia e più ci introduciamo nello stabile e più sembra il set di un film di Dario Argento. Preso un corridoio laterale che non finisce mai e che procede (storto!) nella calda oscurità del pomeriggio, ci fermiamo davanti a una porta con scritto 'Le Petit Journal'.
Alessandro: 'ma no, è impossibile che ci sia un ostello qui dentro! Dai, siamo seri'.
Nonostante le giuste rimostranze del nostro, proviamo a bussare; ma nessuno apre. Chiediamo all'unica forma di vita che si palesa, un ragazzetto del posto, ma dice di non conoscere nessuna guest house nel palazzo e il mistero si infittisce.

Usciamo dall'edificio orrifico e decidiamo, a questo punto, ora che ogni possibile certezza è crollata – nome, indirizzo, ec – di mangiarci una cosa in un bar per rileggere via wi fi la nostra prenotazione.
Risultato: entriamo in un bar che è completamente vuoto, ma impiega 30 minuti per farci tre panini; in quella mezzora proviamo a chiamare via whatsapp il numero indicato sulla prenotazione. Risponde George, che ci dice di essere via, ma di guardare che sotto lo zerbino c'è la chiave per aprire la porta e che possiamo prendere una stanza al piano di sopra. 'No problema'.

'No problema' non è solo una frase che tutti i georgiani tendono a usare davanti a qualcosa che non va come deve andare, è una massima che sintetizza uno stile di vita: il georgiano è un uomo della tranquillità, lascia il finestrino abbassato, la porta aperta, ti aiuta a trovare una soluzione, se hai l'aria un po' triste ti chiede se va tutto bene, un uomo che aiuta il mendicante cieco a muoversi, salire e scendere dal metrò.
Chissà cosa li rende così: la fine di una oppressione durata per davvero troppo tempo? L'avvento di una nuova e forse più prospera stagione? Il senso di comunità? La cultura della vita, legata prima di tutto alla dimensione familire e comunitaria?
Non ne ho idea, forse tutte queste cose, resta il fatto che qui si vive un clima sociale eccezionale. Trovarcisi davanti fa pensare a cosa abbiamo perduto, fa sperare che durerà.

Ritorniamo quindi alla struttura. Entriamo seguendo le istruzioni: in un palazzo che potrebbe crollare su se stesso alla prima vibrazione della terra, scopriamo un appartamento in stile super moderno: tinte di bianco, stencil ai muri, aria condizionata. Incredibile. Ma non è finita: dentro l'ostello una coppia azera, che non spiccica mezza parola britannica e sembra non fidarsi. Così tocca richiamare George e fargli spiegare la situazione (in russo).

Trovata la nostra sistemazione conveniente, con l'incarto antico, 'ma il cuore sempre giovane' (cit.) possiamo finalmente dare avvio all'esplorazione della città.

Scendiamo lungo viale Rustaveli, un grande viale alberato dedicato al poeta nazionale e con in mezzo uno stradone a quattro corsie, per arrivare a Liberty Square, prima piazza Lenin, al cui centro, dalla fine degli anni '90, han tolto la statua del rivoluzionario per mettercene una dorata e pacchiana di San Giorgio in coppia col drago infilzato.

Da lì saliamo nei vicoli della città e scopriamo che, il nostro palazzo, non è che l'antipasto di un disastro immobiliare molto più ampio. I quartieri alti, sulla collinetta sopra la piazza, sono disarcionati e nella maggior parte dei casi presentano crepe e puntellature, in proporzioni viste solo in centro all'Aquila; con la grossa differenza che qui la gente continua a vivere.

Discendendo dalla collina si incontrano invece i viali ristrutturati della città vecchia, un'area piena di botteghe e negozietti, un'altra più patinta con ristoranti e caffè. Percorrendo le vie fino in fondo, si arriva al fiume Kura, con le sue intense acque verdognole e maleodoranti. La parte della città a est del fiume si erge su una formazione roccioso impressionante, che ricorda Pitigliano o qualcosa di simile.

Proseguendo lungo il Kura (il piacere qui è rotto da un viale a quattro corsie, pericoloso, rumoroso e inquinante) si svolta per le terme e da lì si sale alla fortezza e ai giardini botanici.

Ci concediamo una pausa termale. La cerco nei miei gironzolamenti da tanti anni, ma poi o non ho trovato le terme (!) o le ho trovate troppo care per le mie tasche. Qui finalmente ci possiamo concedere una pausa alle terme reali di Tbilisi, che, al di là del nome, sono terme molto spartane e popolari. Un'ora con una stanza privata, vasca piccola e un massaggio ci costa poco meno di 15 euro a testa.
Visti i prezzi e visto che il viaggio è anche o forse soprattutto ricerca del piacere, ci mettiamo in fila. La fila è lunga e ha qualcosa di coloniale: giovani e pelle colorate vengono fatti fuori dalla signora che dice: 'many rezervation' – sì, lo dice proprio con la z e un suono russo – 'come another day'. Sicché della fila rimaniamo solo noi. Un po' basiti seguiamo la signora che ci mostra la 'prozedura', cioè il preciso meccanismo con cui funzionerà la nostra ora: 10 minuti dopo l'immersione in vasca arriverà un energumeno georgiano in ciabatte, costume e con in mano un secchio di sapone. Stesi su un letto di marmo, reso caldo dall'acqua, a turno, verremo insaponati, scrubbati e massaggiati con violenta energia dalla competenza (non professionale) del nostro massaggiatore. Avete qualcosa da obiettare? 'Prozedura', soviet style, così è così si fa!

Sderenati dall'acqua bollente e dalle botte del massaggio fuori ci attendono baracchini con succhi freschi di melograno e gelati alla panna col sapore di tanti anni fa.

Tbilisi mi sembra un grande villaggio, la varietà delle situazioni e del suo costruito, con vicoli interi di legno, alberi e giardini nascosti, affiancati a opere più moderne, ma nel complesso armoniche, la rendono un luogo in cui è bello perdersi e girovagare. Mi sembra – vialoni gasiferi a parte – un luogo molto vivibile e, come ho cercato di raccontarvi, soprattutto per via della sua gente.
Le differenze che corrono tra la capitale e il resto del paese sono grandi, sembrano due mondi appartenenti a due epoche diverse e non vicine.

In tutto questo buen vivir la cosa che non siamo stati in grado di spiegarci è il come mai la città non sia (o non sembri) molto considerata dal turismo: sono pochi gli stranieri che incontriamo per le vie del centro, si diradano a tal punto da sparire se si abbandonano le aree più glamour. Dopo una settimana, per esempio, non abbiamo ancora incontrato un italiano. E, per mia esperienza, è un evento unico e assai strano.

Come funzioni il traffico turistico georgiano resta quindi in incognita, equazione da risolvere nei prossimi giorni: tempo e strada ce n'è. Prossima tappa: il Kakheti, la storica regione vinicola del paese, paragonata Langhe e Toscana. Inutile che storcete il naso, noi siamo qui per vedere.

Giornate del Caucaso – Kazbegi alla frontiera

Su una vecchia mercedes grigia ci avviamo verso Kazbegi, tra le montagne del Caucaso maggiore.
Oggi il viaggio vive di un vecchio mito: il percorso di oggi si svolge infatti sulla grande strada militare georgiana!
Per arrivare a Kazbegi (sui cartelli Stepantsminda, ché qui i nomi devono esser facili da ricordare!), si devono percorrere 125 km lungo questa strada, costruita nel 1800 (su tracciati giá esistenti) per collegare Tbilisi a Vladikavkaz (frontiera russa). Annoverata tra le strade più pericolose al mondo, oggi è in verità un comodo percorso che, con suggestivi tornanti, giunge al passo di Jvari (2.400 metri) per poi discendere per venti km fino ai 1.800 metri di Kazbegi. Ancora nel 2015, questi ultimi chilometri erano strada sterrata e dissestata; dopo una serie di frane e allagamenti, che ostruirono l'importante (soprattutto per gli armeni, che non ne hanno altri) passaggio via terra con la Russia, nel 2016, il governo di Tbilisi decise di mettere mano al portafogli e dare definitiva soluzione al problema. Muore così, sotto l'asflato, la leggenda della pericolosa strada e, anche in questa regione di confine poco quieta, si aprono i cancelli al turismo.

I paesaggi che si attraversano risalendo, asfalto o no, restano impressionanti, montagne che sembrano pieghe della terra, si ergono come ondulate pareti verticali di fianco alla carreggiata. La strada arriva al passo con curve strette che aprono la vista alle montagne dell'Ossezia e a quelle della Russia; le curve regalano brividi e i sorpassi georgiani di più! La strada è percorsa da centinaia di vecchi camion armeni che, diretti in Russia, arrancano lentissimi sulle grandi salite in quota e costringono gli automobilisti locali a sorpassi inquietanti, rigorosamente in prossimità di curve cieche! Ad ogni sorpasso ci stringiamo ai sedili, tachicardia e sospiro di sollievo.

Arrivati a Kazbegi scendiamo dal taxi e paghiamo di nostra volontà venti lari più del dovuto. Avevamo 'tirato' il prezzo alla partenza, ma ci siamo sentiti degli affamatori, vista la quantità di strada percorsa dal vecchietto e della sua antica Mercedes. 'Stay human' è uno dei motti del nostro giro georgiano!
E allora via all'aumento del compenso.

Salutato con vigorosa stretta di mano il tassista, vediamo il da farsi: anche oggi, presi dalle mille bellezze del viaggio, non ci siamo ricordati di prenotare un posto per la notte. L'organizzazione è indubbiamente una cifra di questi giorni.

Facciamo due passi attorno alla piazza – in cui un'infinita teoria di taxi e furgoni attendono i turisti- per capire la situazione; ci viene incontro una anziana signora di nero vestita:
– guest house, wi fi?
– ok, how much? (facendo segno con le dita)
– room, 75 lari (25 euro)
– ok!

In tre secondi ci troviamo a seguire la babuska su per le stradine del paese.
Nonostante la quantità di turisti presenti in piazza, a cinquanta metri di distanza dal 'centro', l'abitato si trasforma in un avamposto di frontiera in cui pare sia appena finita la guerra. Strade di sassi, buche e sabbia, case scalcinate, vetri rotti, muri mezzi diroccati, giardini in cui sembra che da vent'anni nessuno tagli più l'erba. Parcheggiate a bordo sentiero vecchie Lada, camion militari con quarant'anni di servizio, mucche e maiali che vagano liberi.

La signora Zordania – così dovrebbe chiamarsi la nostra padrona di casa, con cui ovviamente comunichiamo a gesti – ci apre la sua piccola casa di legno scricchiolante. Il cancelletto è solo accostato, dentro erba alta mezzo metro, rovi, un garage sbilenco con dentro dei bilanceri e una panca per fare i pesi, una gatta e i suoi gattini, la latrina dietro la casa. Saliamo al piano di sopra dove ci apre una stanza che, con i suoi tappeti alle pareti, sembra un preludio d'Oriente e conferma la natura meticcia di questa terra.
L'acqua corrente, ci dice, ogni giorno solo dopo le cinque. Prima dai rubinetti non scende niente.
Dalle belle e luminose finestre, davanti a noi, in tutta la loro bellezza si ergono il monastero di Sameba Sminda (2.200 metri) e il Monte Kazbek, che con i suoi 5.048 metri è il secondo vulcano spento più alto del Caucaso. Svetta da solo tra cime a 3 o 4.000, e col suo ghiacciaio che rifulge al sole, signore della valle, sembra un Cervino del Caucaso.

Usciamo fuori per andare a perlustrare i dintorni lasciando, come consuetudine in Georgia, tutto aperto. Il clima di pace sociale che ancora si avverte nel paese – per noi impauriti e ossessionati d'occidente – è irreale. Le auto vengono parcheggiate con i finestrini abbassati, le borse lasciate sul sedile della marshrutka ad occupare il posto, mentre si va a prendere un caffè, i cancelli e le porte accostati, senza serrature (ogni tanto qualche clavistello o lucchetto).

Dai quattro angoli del villaggio muggiti e starnazzi di pollame e mentre scendiamo verso la piazza incontriamo due maiali che dormono in una buca in mezzo alla carreggiata. Guardando la via e la casa della signora Zordania è più facile immaginare che qui fino a due anni fa non arrivasse alcuna strada asfaltata.

Passiamo sotto la statua di Kazbegi, il poeta georgiano che dà il nome al paese e che qui è seppellito, come sua volontà, alla vista del Kazbek. L'artista divenne famoso perchè, all'acme della sua carriera, decise di lasciare tutto e ritirarsi tra le montagne per dedicarsi alla pastorizia.

Risaliamo l'altro versante della valle, facendo zig zag tra mucche, cavalli e puledri allo stato brado, fino all'abitato di Gergeti che, se mai fosse possibile, è ancora più disastrato di quello di Kazbegi.
Si vedono famiglie sedute in fila davanti a case che apparentemente noi diremmo diroccate; attorno alle case non va meglio, ruderi, bidoni arrugginiti, macerie, carriole abbandonate, lamiere. Una situazione vista in pochi altri angoli d'Europa.

La sera ceniamo, per 15 lari in più, nell'anticamera della signora Zordania. Del resto, vuoi fare esperienza di accoglienza domestica? Bene, allora è cosa buona e giusta che tu la faccia fino in fondo!
Sotto un impolverato quadro che riporta l'albero gerarchico di tutte le più alte cariche del partito comunista georgiano, sopra cui campeggiano le faccione di Lenin e Stalin, nella luce dimessa di una lampadina ad incandescenza, ecco che viene servita la luculliana cena della signora Zordania: minestra di riso e verdure con erbe dell'orto, kinkhali (ravioloni di carne), formaggio locale, polpette alle spezie, insalata di pomodori e cetrioli. La cena è per tre, ma ci staremmo tranquilli in quattro. Un tripudio di generosità e sapori, che un po' parlano di un recente passato italiano e per altri versi delle contaminazioni asiatiche arrivate di cucina in cucina fin qui.

Che bello guardare orizzonti nuovi, scoprire, assaggiare cose che mai prima. Questi spostamenti sono i più bei regali che ci possiamo fare. E resto convinto che se la geografia oggi ha un compito è quello di accendere la curiosità per i luoghi ed educarla.

L'indomani facciamo una passeggiata al monastero. Consiglio: ci sono diversi sentieri, ma il migliore è quello che si prende dal parcheggio (sterrato) del bar che vi troverete sulla sinistra una volta arrivati in alto all'abitato di Gergeti. Sarà facile capire che siete sul sentiero giusto perchè sopra di voi vedrete campeggiare una antica torre diroccata. Il sentiero passa lì accanto e poi sale fino ai 2.200 del santuario.

L'altra alternativa è una ampia carrareccia che sale a tornanti nel bosco. E qui viene la nota dolente e ambigua che sempre il turismo porta con sé. Per quanto il percorso sia breve (un'ora di salita a piedi) i locali hanno intravisto una buona possibilità di lavoro nel fare da taxi tra il paese e il monastero, intercettando in pieno la pigrizia e la maleducazione dei turisti, che da quando l'antica strada militare è stata completamente asfaltata arrivano sempre più copiosi a Kazbegi.
La pista nel bosco così è diventata processione di fuoristrada che a ritmo di uno ogni due minuti salgono e scendono dal sentierone, sollevando polvere, suonando clacson, incastraondosi tra loro e, in una parola, rendendolo impraticabile a piedi. Mentre malauguratamente saliamo da quella parte incontriamo persino degli ingorghi. Noi, a piedi in una nube di polvere, dobbiamo fermarci e fare la coda con loro: spazi per passare non ce ne sono.

Arrivati in cima, il bel pratone che discende dal monastero verso il Kazbek è solcato da piste polverose e in parte adibito a parcheggio di mezzi 4×4. Un pugno nell'occhio. Secondariamente, quando l'accesso è facile e senza impegno, al monumento arriva una massa di disinteressati (all'architettura, alla preghiera, al paesaggio, ec ec) che mettono in campo solamente un festival di idiotissimi selfie. La cosa che fa ridere è che, mentre il sito è pieno di gente in posa, per entrare ci chiedono di coprirci le gambe con un telo nero.

Noi gettiamo uno sguardo e saliamo più su: per arrivare al ghiacciaio ci vorrebbero almeno 8 ore di cammino e una attrezzatura adeguata. Noi ci accontentiamo di salire fino a 2.700 metri e di metterci su un prato davanti a sua maestà e al suo bel cappello di ghiaccio, che brilla già in territorio russo.

Scendendo, nelle luci morbide del tardo pomeriggio, Kazbegi la vediamo così, nella sua poesia di ieri e nella sua trasformazione di oggi. Un altro luogo di transizione da aggiungere a quell visitati in questi anni, un'altra frontiera. La riflessione resta sempre aperta, sempre in corso: il turismo per questa gente sta significando un po' di soldi che qui, ai confini dell'ecumene, non c'erano mai stati. In qualche anno questa località sarà radicalmente diversa, già i primi segni si vedono: a Gergeti si sta cementando la pista che porta al monastero (non le strade che portano alle case), sulla piazza principale sono fioriti bar che offrono colazioni all'italiana. La signora Zordania e la sua generazione magari ignorano il futuro o magari semplicemente vedono i nipoti con qualche occasione in più per stare meglio: credo sia giusto e positivo per una comunità cercare il benessere materiale.
Resta una domanda sul turismo e i suoi benefici progressivi: come scrive quest'anno Marco D'Eramo nel suo libro 'Il selfie del mondo' il turismo fa autocannibalismo: mangia e esaurisce le stesse risorse che gli danno vita.
Cosa cerca oggi il viaggiatore che arriva a Kazbegi? Solo l'alta montagna? O l'alta montagna in un posto remoto e diverso dal suo quotidiano? Per intenderci un luogo dove vivere un'esperienza di vita diversa da quella di ogni giorno, dove entrare in contatto con la signora Zordania, vivere per un po' a casa sua?
Cosa sarà di Kazbegi quando sarà una località montana accessibile e fruibile come tante e tante altre (magari più vicine)?

Parlavo qualche giorno fa con Emanuele Giordana proprio di queste cose. Gli dicevo che sono molto scettico sulla possibilità di controllare gli effetti del turismo. Lui mi sottolineava che il turismo è sì molto pericoloso, ma porta benessere e contaminazione tra culture -uno dei motori del mondo- in luoghi che ne hanno spesso molto bisogno. Per essere positivo, diceva, deve essere consapevole, deve essere un turismo responsabile.
A Kazbegi c'è una comunità fragile, che ha bisogno di soldi e che per soldi sta svendendo la montagna, ma quel che è peggio che c'è un flusso di turisti (molti occidentali) che, pur avendo tutti gli strumenti culturali per sapere cosa significhi fare turismo responsabile, si comporta con pigrizia e maleducazione e partecipa attivamente alla costruzione di un modello turistico insostenibile.

Insomma, scusate la pesantezza e passate a Kazbegi al più presto per salire, rigorosamente a piedi, al suo monastero.

Giornate del Caucaso – A casa di Stalin

Lasciamo Borjomi e la sua speciale acqua minerale per Gori, che non vi dirà niente ma è il paese natale di Giuseppe Stalin! Se a Gori non si è scritta la storia, Gori ha fatto la sua parte fuori dal paese!

Con 5 lari, un euro e mezzo, i furgoni in partenza da dietro la stazione di Borjomi, picchiano in discesa verso la città. Ci si impiega un'ora e mezza: la prima parte del viaggio scende costeggiando il fiume Mtkvari, tra valli verdi e frondose; la seconda parte invece è in pianura, la poca che c'è, sull'autostrada che fa da spina dorsale al paese e congiunge Tbilisi a Batumi, capitale e Mar Nero.

Riccardo finito davanti al portellone laterale inconsapevolmente si autocandida come capovettura. Alla prima fermata è colto di sorpresa: i passeggeri locali lo esortano a chiudere. Dal secondo stop, senza che l'autista o copiloti diano ulteriori istruzioni, si occupa in autonomia di aprire e chiudere portiere ad ogni fermata: ci si ferma e lui apre, salgono i passeggeri e, mentre il dirver già accelera per andarsene, chiude alle spalle dell'ultimo imbarcato.

La pianura georgiana mi ricorda certi altipiani aridi dell'Asia centrale, la valle del Fergana o giù di lì; per tutto il viaggio mi ritornano le immagini di Kazakistan e Kirghizistan, un bel viaggio di due anni fa. Giallo e ocra, una sottile lingua di terra piana contornata da ripidi canyon, che sembrano di argilla seccata al sole; pompe di benzina abbandonate, piazzali di autostazioni usati per far seccare il fieno, case di lamiera arrugginite, venditori di cappelli in setola animale e commercianti seriali di angurie; dove non ci sono bancarelle è steppa a perdita d'occhio, interrotta solo da qualche industria in disuso o dal verde che sottolinea l'andirivieni del fiume.

Anche Gori (50.000 abitanti), vista dall'alto, ricorda Osh, centro più importante del Fergana: le sensazioni si sovrappongono e fa impressione pensare che le due cittadine abbiano tratti così simili a qualche migliaio di chilometri di distanza.
La fortezza che si erge in mezzo alla cittadina, col suo altipiano di erba secca, è un mega terrazzo da cui ammirare l'abitato: un villaggio di case basse di lamiera, oggi troppo cresciuto. Guardando non si evince ordine logico, anche qui l'urbanizzazione si è verificata a stadi successivi, generando città per accumulazione. Lontano, oltre una cortina di lugubre edilizia popolare sovietica, archeologie che parlano di un passato industriale e alcune zone di campagna strappate all'aridità.

Appena arrivati a Gori siamo avvicinati da un giovane tassista che, complice il suo inglese – qui vera rarità! – e le sue antiche recondite radici di commerciante lungo la via della seta, ci convince al costo di 30 lari (dieci euro) a raggiungere il vicino sito rupestre di Uplisstikhe. Addio programma di visita e via sfrecciando e zizagando -curve praticamente su due ruote- in mezzo a case scalcinate e mucche che placidamente, padrone a casa loro, riposano in mezzo alla strada.

Il sito merita di essere visitato. Meglio conservato di quello di Vardzia e meglio esposto, con una posizione a mezza costa che offre piacevoli panorami sulla valle del Mtkvari. Qui peró, come a Borjomi, si fan di nuovo i conti col turismo di massa che – per ignoranza non l'avremmo detto prima- interessa diverse parti del paese. Si avanza in processione entrando e uscendo tra una grotta e l'altra e si rischia di prendere sul naso qualche asta per i selfie.
Grosse lucertole, che sembrano piccoli dinosauri, appollaiate sulle rocce più alte osservano silenziose e apparentemente impassibili l'assedio in corso.

Rientriamo in città con maggiore lentezza. Il nostro driver è infatti troppo impegnato a venderci i suoi servigi per guidare come un pilota di formula uno: per pochi lari ci propone un programma di due giorni, comprendente visita di Mtskheta e salita fino a Kazbegi (1750 metri). Cerchiamo di contenere la sua verve commerciale, condita di 'hey guys, tranqui, I'm a businessman' e concordiamo semplicemente per un passaggio verso Mtskheta in serata.

Dopo un kachapuri consumato al volo mentre andiamo arrosto (40 gradi) sotto l'ombrellone di un bar, è la volta dell'ingresso al museo di Stalin, vero motivo per cui ci siamo fermati qui, in mezzo alla rovente pianura.
Il Museo fu aperto dal partito nel 1952 come museo generico e stabilmente convertito in museo dedicato alla figura di Stalin nel 1957, quattro anni dopo la sua morte. Da quel momento, tutto è rimasto com'era ed entrarci è come varcare il portale che permette di viaggiare nella storia.

L'edificio è imponente, occupa il fondo di una ampia piazza piena di giardini e fontane (spente). Nel piazzale, sotto una tettoia protettiva, resta in piedi la casa della famiglia del dittatore. Una stamberga in mattoni in cui Giuseppe passó i primi quattro anni della sua vita. Lì il padre aveva il suo negozio di scarpe.
A pochi metri dalla vecchia abitazione i comunisti georgiani vollero costruire un museo dedicato alle opere del partito e poi alla vita del noto concittadino.

Varcata la soglia di ingresso, popolata da dormienti cani randagi, si entra in corridoi in cui si respira, tra arredi dorati e moquette, un'atmosfera anni Sessanta in cui è meno difficile immaginarsi come dovessero essere quei tempi.
A farci da guida per le diverse stanze del museo, una corpulenta signora vestita come una maestra elementare delle campagne dell'oblast di Volgograd che, bacchetta di legno alla mano, con piglio fermo, indica, discetta e spiega rapidamente la vita e il contesto del personaggio Stalin. Nonostante tutto parli di allora, il suo racconto inanella dati e date, una fredda cronaca degli avvenimenti per niente apologetica.
Non era scontato fosse così. Da quando siamo qui Alessandro sta leggendo e apprezzando le pagine del Gorechi, un reporter polacco, figlio della scuola di Kapuscinski, che al Caucaso ha dedicato molti dei suoi viaggi. Nel suo viaggio in Georgia, risalente alla metà degli anni '90, ancora il giornalista polacco parla di un museo dedito all'esaltazione della figura di Stalin e di un paese fieramente attaccato all'illustre conterraneo, tanto da scendere in piazza contro il governo post-comunista per impedire la rimozione delle statue dedicate al dittatore. Statue che infatti campeggiano ancora oggi in giro per Gori.

Alla fine della visita, a lato del museo, si puó inoltre salire sulla carrozza ferroviaria che lo statista sanguinario utilizzava per recarsi agli appuntamenti diplomatici dentro e fuori dall'URSS. Due stanze per sé e diverse per gli inservienti che lo accompagnavano. Chissà dove veniva stivata la scorta di acqua Borjomi!

Verso le 18, dopo un bel gelato alla panna, anche lui dal sapor e dal prezzo (1 lari) anni Sessanta, ritroviamo al luogo stabilito il nostro autista mefistofelico, che, con sguardo indiavolato, ci porta a 130 km/h spianati verso Mtskheta. Arrivati in città, ci affidiamo a lui per trovare una guest house, dato che ci siamo scordati di prenotarne una.
Nonostante guidi come un cavallo imbizzarrito, non ci tira il pacco e ci porta in una casa che mette a disposizione due stanze appena rifatte e, nel moderno stile locale, ben pacchiane. Ai muri una carta da parati con gigli neri su sfondo argento, nel bagno sanitari di colore ebano.
Fuori peró la vista sulla città, sui suoi monumenti illuminati e l'affabile ospite, che sembra Giulietto Chiesa senza capelli, rendono tutto molto piacevole.

Bella è anche la piccola città, appisolata al bordo del fiume, in cui barcaioli, per una volta a caro prezzo, portano su e giù i turisti. Il viale centrale è tirato a lucido e pieno di botteghe, i turisti però – vai a capire – sono così pochi, che quasi non si vedono. Strano paese la Georgia!
A lato del viale patinato, un'ampia piazza e la cattedrale di Sveti Tskhoveli, la seconda più grande della Georgia e, a detta di Kapuscinski (nelle pagine di Imperium), tra quelle dell'undicesimo secolo la meglio conservata al mondo! La leggenda narra che all'architetto progettista dell'edificio venne poi tagliata una mano per ordine di Re Giorgio, affinché non eguagliasse più con la sua opera una bellezza simile. La cattedrale ha così subito pochissimi rimaneggiamenti.

Poco fuori città, in alto a un colle, con bella vista sulla confluenza dei due fiumi, di cui del secondo non ricordo il nome: il monastero di Jvari. Con la cattedrale, questi due edifici hanno permesso l'ingresso di Mtskheta tra i patrimoni dell'umanità UNESCO e come sapete io non so mai dire se questo sia un male o un bene.

Giornata lunga insomma, piena di differenze, angoli diversi. La Georgia è un paese pieno di sorprese. Nella antica discussione tra geografi sui veri confini d'Europa, la Georgia è sempre un paese in bilico: per molti un paese senza dubbio europeo, ultimo baluardo d'occidente in Asia, per altri un paese che per geografia ed attualità va inserito a pieno titolo nei paesi extra europei, quindi asiatici.
Non ho una verità, come non l'avevano molti pareri più illustri e competenti del mio, posso solo dire che a Gori la sensazione d'Asia centrale è vivissima e a 50 km da lì, molto meno.
Se la geografia è cernita dei segni del paesaggio e analisi dei rapporti di potere, la Georgia oggi è un bell'esemplare di paese 'ponte'. Qui l'Est e l'eredità sovietica sfidano gli impulsi della Via della Seta e devono fare i conti con cristianesimo e turismo di massa (in arrivo).

Giornate del Caucaso – Da Kutaisi a Vardzia

Sull'aereo in rotta verso Kutaisi siamo attorniati da georgiani che tornano in patria per le vacanze estive. Schietti di sguardo, gioviali nei modi, robusti nei tratti del viso e del corpo.
Gli unici italiani presenti sul volo, oltre a noi, sono degli uomini ingaggiati dalla Ferrero per girare un video sulla raccolta delle nocciole nelle fattorie georgiane dalle parti di Zugdidi. Sarà una pubblicità ingannatrice per rilanciare la nocciola del Piemonte? O è una svolta per cui orgogliosamente dall'autunno prossimo l'azienda piemontese rivendicherà che la Nutella è fatta al 100% con nocciole georgiane?

Sotto di noi le montagne spopolate dei Balcani e poi il buio umido del Mar Nero.
Atterrando a Kutaisi poche luci e la bella sensazione a 33 anni di atterrare in una città di cui fino a qualche mese prima, passione per la geografia e l'Est incluse, non si sapeva nemmeno l'esistenza. Si sbarca felici nell'aria nera e densa della notte, avvertendo l'irriducibilità del mondo nonostante tutto (e nel tutto ci si mette il capitalismo, il web, i voli low cost e tutto l'armamentario solito che si tira in ballo quando si parla di globalizzazione). Tante cose ci sorprenderanno, tante ne avremo da scoprire ancora. È un bel sollievo, a pensarci.

Presi per sfinimento accettiamo l'offerta di un tassista abusivo, lo seguiamo attraversando una grossa strada statale completamente al buio: benvenuti in Georgia!

Ci chiede 20 euro per raggiungere il centro a 13 km di distanza: una cifra grossa fratello, la notte prenotata in una guest house del centro ci costerà 14 euro in 3! Ma il nostro autista è determinato e fa di tutto per accaparrarsi il suo bottino: guida a cinquanta all'ora su una strada dove si potrebbe andare a cento, si ferma a fare – imbuto e tanica alla mano – un rabbocco di benzina. E ogni 10 minuti ci dice che ci vogliono più soldi. Il tutto mentre tra le altre cose non sa dove portarci.

Si arriva a Kutaisi lungo una ampia provinciale buia e vuota, gli unici punti luce sono i banchetti di frutta e verdura abbandonati ai bordi della carreggiata, tutti perfettamente allestiti e illuminati da una penzolante lampadina ad incandescenza.
L'arrivo in città, nonostante i suoi dichiarati 150.000 abitanti, non cambia la desolazione: strade vuote, casermoni sovietici spenti, cani randagi e spazzatura.

Non sapendo dove andare, ci fermiamo a chiedere a dei ragazzi che stanno per strada un po' ubriachi, entriamo dentro a un negozio di alimentari (ancora aperto ben dopo la mezzanotte) dove stanno due giovani sorelle dai capelli corvini, che fumano e guardano una serie tv sui loro smartphone, ma niente, per trovare una soluzione e il nostro bivacco dobbiamo attendere ancora qualche minuto. Intanto il vecchio continua a parlarci ad alta voce in georgiano, intervallando con dei ripetuti: 'Al Capone, Italiani, Mafia'. Io butto lì un Al Bano e Romina giusto per uscire dal loop, ma il pilota non ci sente e prosegue come uno schiacciasassi con le sue lamentazioni.

Alla una, dopo più di un'ora di gironzolamenti piuttosto tediosi, arriviamo in una via di case di legno e giardinetti di arance e viti. Lì, troviamo ad accoglierci nella sua casa antica Acinio. Brillante ragazzotto che non sembra preoccupato per l'ora tarda, Acinio ci mostra felice la nostra stanza al piano di sopra, in alto a una bella e impervia scaletta di legno scuro. L'ampia abitazione dentro conserva gli odori delle case dei nonni, canfora, naftalina, coperte grosse e umide: cose che in Italia stanno sparendo.
'Italiani e georgiani brava gente', 'paesi più belli del mondo', 'cibo e buon vivere'. Insomma: una faccia una razza, questo il fil rouge retorico del nostre ostelliere.

Presto ci troviamo nella penombra della veranda, davanti a pergole di vite e alberi da frutta, ad assaggiare con le nostre mani le tanto decantate cucina e ospitalità georgiana. Acinio ci serve un piatto con formaggio locale e un bottiglione di vino da tre litri.
Il formaggio è delizioso: un primosale bucherellato, duro, freddo e molto salato. Il vino – fatto da lui – è qualcosa di mai assaggiato prima, dal sapore primordiale: succo d'uva fermentato, profumo e gusto unici e la consistenza di uno dei nostri passiti.

Va detto che la Georgia è forse uno tra i paesi che hanno dato il vino al mondo. Tra le valli del piccolo e grande Caucaso si concentrano la maggior parte delle varietà e cultivar di vite del pianeta. Non solo natura, ma anche cultura popolare: la gente georgiana è abituata a produrre vino in casa e a farlo senza l'uso della chimica per il controllo della fermentazione. Ne risultano vini che ci dicono, quelli più esperti di noi, tra i più apprezzati anche in Francia e Italia.

Noi che sommelier non siamo, apprezziamo il gusto e la parlantina ospitale del nostro padrone di casa. Ci dice che lavora come ballerino di danze tradizionali al teatro della città, dove si occupa anche della gestione amministrativa. Inoltre, gira il paese con una compagnia di danza e affitta le camere di casa. Tutto questo, tre o quattro lavori e lavoretti, per arrivare alla fine del mese e portare a casa poco più di 400 euro. Chiediamo se comunque sia meglio di prima, prima quando c'era il comunismo. È molto meglio, ma si fa ancora tnt fatica. C'è un'ombra di cupezza che dura un istante e poi il nostro chiude la parentesi con un: 'l'importante è mangiare bene e ridere insieme, al resto ci si penserà! In Georgia va così!'.

Il nostro momento idillico è interrotto dopo una mezzora dal ritorno sulle scene del tassista: grida nel giardino della casa, ha trovato un foglio che inavvertitamente avevamo lasciato sul sedile, è tornato a portarcelo e ora… vuole dei soldi. Mentre noi siamo al cocomero (ben presto sapremo che l'anguria è un altro elemento onnipresente nel paese) con lui se la vede Acinio: dopo un litigio che sembra poter finire alle mani, Acinio torna in veranda e chiosa apostrofando il tassista con un: 'put the money in your ass!'.

La notte nel centro di Kutaisi passa silenziosa, umida, ma fresca; in lontananza il gorgoglio del fiume che taglia la città.

Al mattino la luce ci fa scoprire la nostra via, tutta piccoli orti, bei giardini e case decrepite.
Dopo aver salutato Acinio e aver prenotato da lui la nostra ultima notte, ci facciamo portare alla lontana stazione delle marshrutke (abituatevi alla facilità intuitiva dei nomi georgiani!). Le marshrutke sono, come in tutto l'Est, dei furgoni che fungono da economici taxi collettivi e capillarmente permettono di raggiungere ogni angolo del paese. Qui in Georgia sono il mezzo pubblico numero uno, senza rivali.

Sul piazzale sterrato ogni autista di pulmino urla la sua destinazione e, quando ha fatto il pieno di passeggeri e oggetti da consegnare (dal triciclo per il nipote a dei sacchi di patate), parte. Gli orari sono flessibili e occorre entrare nel tempo del luogo, un tempo che rispetto al nostro non conosce l'ansia di essere messo a reddito. Anzi, conosce l'arte di essere perso.

Il georgiano medio ancora non conosce il vizio dei cafè e delle nostre dolci colazioni con cappuccio e brioche, così prendiamo al volo da una vecchiettina un paio di kachapuri, la focaccia al formaggio specialità del paese, diffusa in almeno quattro varianti principali. Saranno la nostra colazione e saranno giorni lunghi senza caffè, mentre cerchiamo un furgone che scenda verso il confine turco. Dobbiamo arrivare ad Akhaltshike e da lì prendere per la città rupestre di Vardzia, che abbiamo eletto abbastanza causalmente come nostra prima tappa. Cinque ore di tragitto totali.

Troviamo un vecchietto affabile nei modi che col suo furgone giallo e sgangherato parte per la nostra meta. Dobbiamo attendere un po' di tempo per trovare dei compagni di viaggio. Seduti su un gradino osserviamo il brulicare della vita georgiana: a parte una biondina top model con delle ciabattine col pelo rosa, si tratta di un paese di anziani contadini. Mentre il palazzone sotto cui stiamo seduti ci si sbriciola in testa, vanno e vengono davanti a noi cartoni di frutta, meloni, angurie, focacce, tuberi.

Si parte. Siamo in 14 su un pulmino minuscolo. Finiamo negli ultimi posti in fondo e io ho il sedile davanti a me conficcato nelle ginocchia: saranno tre ore e mezza di sobbalzi e strategie per non perdere l'uso degli arti inferiori. I sobbalzi non solo per le curve georgiane, ma anche per la guida spericolata del nostro mite vecchiettino, che al volante diventa la versione feroce di Nigel Mansell: sorpassi lanciati a mille dentro e fuori le curve cieche. Intanto, se ció non bastasse, siamo pervasi in cabina da un odore che mischia sudore, fragole e salame, la carrozzeria gialla e mangiata ai quattro angoli dalla ruggine si arroventa sotto il sole, nei quaranta gradi del mezzogiorno. Chissà come staranno i nostri zaini issati sul tetto? Resisteranno alla liquefazione e alla guida di questo matto?
Col senno di poi, il viaggio in furgone più scomodo di tutta la mia vita di viaggiatore all'Est.

Mentre tiro testate al finestrino per colpa del poco spazio, cerco di guardare il paesaggio. Richi due posti più in là riesce a dormire beatamente, Alessandro – mentre io ho le budella nel naso – legge!, io l'unica cosa che riesco a fare è accendere i bulbi oculari e registrare ció che vedo lungo la rotta.

Verso Akhaltsikhe via Borjomi (dove torneremo) la strada non conosce requie: è un susseguirsi inesausto di curve, salite e discese che portano prima tra verdeggianti colline e poi, verso il confine turco, tra montagne aride e desolati paesaggi western. Lungo la striscia di asfalto un'infinita teoria di chioschi che vendono(?) tutti le stesse cose: vasi, stoffe, manufatti in legno e angurie.

Se tutto ció non fosse sufficiente a sfinire il viaggiatore… buchiamo! Eccoci tutti sul marciapiedi all'ombra, mentre due passeggeri e l'autista si mettono all'opera per cambiare la ruota.

Nell'attesa parliamo con Tamara, di un paesino dalle parti di Kutaisi, Tamara da dieci anni vive a Bologna ed è tornata in patria per le vacanze. 'Cosa ci fate qui?'
'Vediamo cosa c'è!'
'Strana scelta…'
'Se ne parla un gran bene!'
Passiamo poi al suo lavoro, al cibo, ai consigli di visita. Quando le chiediamo se vede dei miglioramenti nel paese, si fa cupa e ci dice: 'non so sinceramente come faccia la gente di qui a vivere, ad andare avanti...'
Ma è tempo di risalire e fa giusto in tempo a lasciarci il numero: 'nel caso abbiate bisogno'.

Arrivati ad Akhaltsikhe, l'autista del furgone ci consiglia un tassista per raggiungere Vardzia e in due minuti, esausti e cotti, stiamo già risalendo la valle del fiume Mtkvari in taxi. La guida ne parla come di una delle strade più incantevoli del paese. Si apre prima in un grande altipiano brullo pieno di covoni e vacche al pascolo, poi si stringe in un canyon roccioso punteggiato da monasteri costruiti in luoghi inaccessibili e anche incomprensibili (come avranno fatto? È la domanda che ci si pone osservandoli dal fondo valle, a cinquecento metri di altezza su una parete a strapiombo).

Incontriamo molti camion per il trasporto di gasolio, la strada non finisce a Vardzia infatti, ma prosegue fino a un valico per la Turchia. Ad un tratto una gran parte della valle è sventrata da possenti lavori in corso: sono i turchi che stanno costruendo una diga per la produzione di elettricità, ci spiega a modo suo – non sa l'inglese – Ferzan, il nostro autista.

Arriviamo a Vardzia verso le 18. Ci sistemiamo all'hotel Taoskari, una specie di mega baita da campeggi estivi degli oratori. Nei suoi cameroni ci sistemiamo quasi in autonomia, accolti da una signora che non dice una parola.

Lasciamo le nostre cose, prendiamo una bottiglia di Borjomi – l'acqua nazionale, frizzante e un po' salatina, che sarà compagna di ogni vostro soggiorno in Georgia – e ci incamminiamo verso la sommità del monte. L'antica città rupestre di Vardzia fu voluta nel 1.100 d.C. dalla regina Tamara, oggi è un sito visitato solo da qualche turista georgiano. Magari in futuro sarà diverso, molto dipenderà da come verrà valutata la sua candidatura all'UNESCO. Spero per lei e le sue belle pietre che non le venga concesso il titolo di Patrimonio dell'Umanità, così da conservare il suo fascino desolato.

Saliamo dei bei tornanti tra alberi di albicocchi, nella luce dorata della sera. Piano piano si apre lo sguardo sulla valle: ci sono un ristorante e il nostro hotel, un ponte che attraversa il fiume. Nient'altro.
Entrando e uscendo dai cunicoli sotterranei della città rupestre mi fermo ogni tanto a guardarmi intorno, mi sento bene. Questa valle svela la sua bellezza a pochi, è lontana dal mondo e dà senso solo al tragitto fatto da chi ha la pazienza di arrivar fin qui. È per questi luoghi che vado in cerca ogni volta che posso. Qui vedo qualcosa che mi fa bene, qui sento il senso del mio andare e faccio il solletico alla geografia.
La lunga giornata non puó concludersi che con una cena sul fiume, nell'unico posto aperto di questa sperduta località. Animi sereni, acqua che gorgoglia, arietta fresca. Il fiume mi fa sentire a casa.

Ci passano davanti nell'ordine: zuppe, ravioli, formaggi locali, kachapuri, polli al barbecue, birre. Tutto per meno di sette euro a testa.
Mi sfiora il pensiero che non sarà facile andarsene.