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Giornate del Caucaso – Kazbegi alla frontiera

Su una vecchia mercedes grigia ci avviamo verso Kazbegi, tra le montagne del Caucaso maggiore.
Oggi il viaggio vive di un vecchio mito: il percorso di oggi si svolge infatti sulla grande strada militare georgiana!
Per arrivare a Kazbegi (sui cartelli Stepantsminda, ché qui i nomi devono esser facili da ricordare!), si devono percorrere 125 km lungo questa strada, costruita nel 1800 (su tracciati giá esistenti) per collegare Tbilisi a Vladikavkaz (frontiera russa). Annoverata tra le strade più pericolose al mondo, oggi è in verità un comodo percorso che, con suggestivi tornanti, giunge al passo di Jvari (2.400 metri) per poi discendere per venti km fino ai 1.800 metri di Kazbegi. Ancora nel 2015, questi ultimi chilometri erano strada sterrata e dissestata; dopo una serie di frane e allagamenti, che ostruirono l'importante (soprattutto per gli armeni, che non ne hanno altri) passaggio via terra con la Russia, nel 2016, il governo di Tbilisi decise di mettere mano al portafogli e dare definitiva soluzione al problema. Muore così, sotto l'asflato, la leggenda della pericolosa strada e, anche in questa regione di confine poco quieta, si aprono i cancelli al turismo.

I paesaggi che si attraversano risalendo, asfalto o no, restano impressionanti, montagne che sembrano pieghe della terra, si ergono come ondulate pareti verticali di fianco alla carreggiata. La strada arriva al passo con curve strette che aprono la vista alle montagne dell'Ossezia e a quelle della Russia; le curve regalano brividi e i sorpassi georgiani di più! La strada è percorsa da centinaia di vecchi camion armeni che, diretti in Russia, arrancano lentissimi sulle grandi salite in quota e costringono gli automobilisti locali a sorpassi inquietanti, rigorosamente in prossimità di curve cieche! Ad ogni sorpasso ci stringiamo ai sedili, tachicardia e sospiro di sollievo.

Arrivati a Kazbegi scendiamo dal taxi e paghiamo di nostra volontà venti lari più del dovuto. Avevamo 'tirato' il prezzo alla partenza, ma ci siamo sentiti degli affamatori, vista la quantità di strada percorsa dal vecchietto e della sua antica Mercedes. 'Stay human' è uno dei motti del nostro giro georgiano!
E allora via all'aumento del compenso.

Salutato con vigorosa stretta di mano il tassista, vediamo il da farsi: anche oggi, presi dalle mille bellezze del viaggio, non ci siamo ricordati di prenotare un posto per la notte. L'organizzazione è indubbiamente una cifra di questi giorni.

Facciamo due passi attorno alla piazza – in cui un'infinita teoria di taxi e furgoni attendono i turisti- per capire la situazione; ci viene incontro una anziana signora di nero vestita:
– guest house, wi fi?
– ok, how much? (facendo segno con le dita)
– room, 75 lari (25 euro)
– ok!

In tre secondi ci troviamo a seguire la babuska su per le stradine del paese.
Nonostante la quantità di turisti presenti in piazza, a cinquanta metri di distanza dal 'centro', l'abitato si trasforma in un avamposto di frontiera in cui pare sia appena finita la guerra. Strade di sassi, buche e sabbia, case scalcinate, vetri rotti, muri mezzi diroccati, giardini in cui sembra che da vent'anni nessuno tagli più l'erba. Parcheggiate a bordo sentiero vecchie Lada, camion militari con quarant'anni di servizio, mucche e maiali che vagano liberi.

La signora Zordania – così dovrebbe chiamarsi la nostra padrona di casa, con cui ovviamente comunichiamo a gesti – ci apre la sua piccola casa di legno scricchiolante. Il cancelletto è solo accostato, dentro erba alta mezzo metro, rovi, un garage sbilenco con dentro dei bilanceri e una panca per fare i pesi, una gatta e i suoi gattini, la latrina dietro la casa. Saliamo al piano di sopra dove ci apre una stanza che, con i suoi tappeti alle pareti, sembra un preludio d'Oriente e conferma la natura meticcia di questa terra.
L'acqua corrente, ci dice, ogni giorno solo dopo le cinque. Prima dai rubinetti non scende niente.
Dalle belle e luminose finestre, davanti a noi, in tutta la loro bellezza si ergono il monastero di Sameba Sminda (2.200 metri) e il Monte Kazbek, che con i suoi 5.048 metri è il secondo vulcano spento più alto del Caucaso. Svetta da solo tra cime a 3 o 4.000, e col suo ghiacciaio che rifulge al sole, signore della valle, sembra un Cervino del Caucaso.

Usciamo fuori per andare a perlustrare i dintorni lasciando, come consuetudine in Georgia, tutto aperto. Il clima di pace sociale che ancora si avverte nel paese – per noi impauriti e ossessionati d'occidente – è irreale. Le auto vengono parcheggiate con i finestrini abbassati, le borse lasciate sul sedile della marshrutka ad occupare il posto, mentre si va a prendere un caffè, i cancelli e le porte accostati, senza serrature (ogni tanto qualche clavistello o lucchetto).

Dai quattro angoli del villaggio muggiti e starnazzi di pollame e mentre scendiamo verso la piazza incontriamo due maiali che dormono in una buca in mezzo alla carreggiata. Guardando la via e la casa della signora Zordania è più facile immaginare che qui fino a due anni fa non arrivasse alcuna strada asfaltata.

Passiamo sotto la statua di Kazbegi, il poeta georgiano che dà il nome al paese e che qui è seppellito, come sua volontà, alla vista del Kazbek. L'artista divenne famoso perchè, all'acme della sua carriera, decise di lasciare tutto e ritirarsi tra le montagne per dedicarsi alla pastorizia.

Risaliamo l'altro versante della valle, facendo zig zag tra mucche, cavalli e puledri allo stato brado, fino all'abitato di Gergeti che, se mai fosse possibile, è ancora più disastrato di quello di Kazbegi.
Si vedono famiglie sedute in fila davanti a case che apparentemente noi diremmo diroccate; attorno alle case non va meglio, ruderi, bidoni arrugginiti, macerie, carriole abbandonate, lamiere. Una situazione vista in pochi altri angoli d'Europa.

La sera ceniamo, per 15 lari in più, nell'anticamera della signora Zordania. Del resto, vuoi fare esperienza di accoglienza domestica? Bene, allora è cosa buona e giusta che tu la faccia fino in fondo!
Sotto un impolverato quadro che riporta l'albero gerarchico di tutte le più alte cariche del partito comunista georgiano, sopra cui campeggiano le faccione di Lenin e Stalin, nella luce dimessa di una lampadina ad incandescenza, ecco che viene servita la luculliana cena della signora Zordania: minestra di riso e verdure con erbe dell'orto, kinkhali (ravioloni di carne), formaggio locale, polpette alle spezie, insalata di pomodori e cetrioli. La cena è per tre, ma ci staremmo tranquilli in quattro. Un tripudio di generosità e sapori, che un po' parlano di un recente passato italiano e per altri versi delle contaminazioni asiatiche arrivate di cucina in cucina fin qui.

Che bello guardare orizzonti nuovi, scoprire, assaggiare cose che mai prima. Questi spostamenti sono i più bei regali che ci possiamo fare. E resto convinto che se la geografia oggi ha un compito è quello di accendere la curiosità per i luoghi ed educarla.

L'indomani facciamo una passeggiata al monastero. Consiglio: ci sono diversi sentieri, ma il migliore è quello che si prende dal parcheggio (sterrato) del bar che vi troverete sulla sinistra una volta arrivati in alto all'abitato di Gergeti. Sarà facile capire che siete sul sentiero giusto perchè sopra di voi vedrete campeggiare una antica torre diroccata. Il sentiero passa lì accanto e poi sale fino ai 2.200 del santuario.

L'altra alternativa è una ampia carrareccia che sale a tornanti nel bosco. E qui viene la nota dolente e ambigua che sempre il turismo porta con sé. Per quanto il percorso sia breve (un'ora di salita a piedi) i locali hanno intravisto una buona possibilità di lavoro nel fare da taxi tra il paese e il monastero, intercettando in pieno la pigrizia e la maleducazione dei turisti, che da quando l'antica strada militare è stata completamente asfaltata arrivano sempre più copiosi a Kazbegi.
La pista nel bosco così è diventata processione di fuoristrada che a ritmo di uno ogni due minuti salgono e scendono dal sentierone, sollevando polvere, suonando clacson, incastraondosi tra loro e, in una parola, rendendolo impraticabile a piedi. Mentre malauguratamente saliamo da quella parte incontriamo persino degli ingorghi. Noi, a piedi in una nube di polvere, dobbiamo fermarci e fare la coda con loro: spazi per passare non ce ne sono.

Arrivati in cima, il bel pratone che discende dal monastero verso il Kazbek è solcato da piste polverose e in parte adibito a parcheggio di mezzi 4×4. Un pugno nell'occhio. Secondariamente, quando l'accesso è facile e senza impegno, al monumento arriva una massa di disinteressati (all'architettura, alla preghiera, al paesaggio, ec ec) che mettono in campo solamente un festival di idiotissimi selfie. La cosa che fa ridere è che, mentre il sito è pieno di gente in posa, per entrare ci chiedono di coprirci le gambe con un telo nero.

Noi gettiamo uno sguardo e saliamo più su: per arrivare al ghiacciaio ci vorrebbero almeno 8 ore di cammino e una attrezzatura adeguata. Noi ci accontentiamo di salire fino a 2.700 metri e di metterci su un prato davanti a sua maestà e al suo bel cappello di ghiaccio, che brilla già in territorio russo.

Scendendo, nelle luci morbide del tardo pomeriggio, Kazbegi la vediamo così, nella sua poesia di ieri e nella sua trasformazione di oggi. Un altro luogo di transizione da aggiungere a quell visitati in questi anni, un'altra frontiera. La riflessione resta sempre aperta, sempre in corso: il turismo per questa gente sta significando un po' di soldi che qui, ai confini dell'ecumene, non c'erano mai stati. In qualche anno questa località sarà radicalmente diversa, già i primi segni si vedono: a Gergeti si sta cementando la pista che porta al monastero (non le strade che portano alle case), sulla piazza principale sono fioriti bar che offrono colazioni all'italiana. La signora Zordania e la sua generazione magari ignorano il futuro o magari semplicemente vedono i nipoti con qualche occasione in più per stare meglio: credo sia giusto e positivo per una comunità cercare il benessere materiale.
Resta una domanda sul turismo e i suoi benefici progressivi: come scrive quest'anno Marco D'Eramo nel suo libro 'Il selfie del mondo' il turismo fa autocannibalismo: mangia e esaurisce le stesse risorse che gli danno vita.
Cosa cerca oggi il viaggiatore che arriva a Kazbegi? Solo l'alta montagna? O l'alta montagna in un posto remoto e diverso dal suo quotidiano? Per intenderci un luogo dove vivere un'esperienza di vita diversa da quella di ogni giorno, dove entrare in contatto con la signora Zordania, vivere per un po' a casa sua?
Cosa sarà di Kazbegi quando sarà una località montana accessibile e fruibile come tante e tante altre (magari più vicine)?

Parlavo qualche giorno fa con Emanuele Giordana proprio di queste cose. Gli dicevo che sono molto scettico sulla possibilità di controllare gli effetti del turismo. Lui mi sottolineava che il turismo è sì molto pericoloso, ma porta benessere e contaminazione tra culture -uno dei motori del mondo- in luoghi che ne hanno spesso molto bisogno. Per essere positivo, diceva, deve essere consapevole, deve essere un turismo responsabile.
A Kazbegi c'è una comunità fragile, che ha bisogno di soldi e che per soldi sta svendendo la montagna, ma quel che è peggio che c'è un flusso di turisti (molti occidentali) che, pur avendo tutti gli strumenti culturali per sapere cosa significhi fare turismo responsabile, si comporta con pigrizia e maleducazione e partecipa attivamente alla costruzione di un modello turistico insostenibile.

Insomma, scusate la pesantezza e passate a Kazbegi al più presto per salire, rigorosamente a piedi, al suo monastero.