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Giornate del Caucaso – Il conflitto “congelato”

Come anticipato nei giorni scorsi una delle grandi tappe di questo viaggio è la Repubblica di Artsakh nel Nagorno Karabakh, lo stato autonomo, autoproclamato e non riconosciuto dalla comunità internazionale, che occupa una discreta porzione di territorio azero, a seguito del conflitto che contrappose (e contrappone) Armenia e Azerbaigian dai primi anni ‘90.

Prima di raccontare come vanno le cose laggiù, credo sia importante fare un po’ di contesto, di modo da rendere più chiare le pagine dei prossimo giorni. Qui di seguito quindi non trovate il solito racconto di viaggio, ma una piccola sintesi storica, destinata solo a chi non conosce i termini della vicenda.

La situazione armena

Partiamo dalla analisi della particolarissima situazione armena, che rende subito chiaro come da ogni cauta mossa internazionale del governo dipenda anche la sua stessa sopravvivenza.

L’Armenia soffre di uno status geopolitico cronicamente fragile. Non ha sbocchi sul mare, ha due vicini (Turchia, Azerbaigian) su quattro ostili, che hanno chiuso le frontiere proprio in seguito al conflitto per il Karabakh. Non ha collegamenti terrestri diretti con la Russia; paese da cui ancora dipende la sua integrità e sopravvivenza. La strada più breve per il nord è la Georgia: la impegnativa strada militare che porta alla frontiera osseta di Vladikavkaz. Non certo una passeggiata di salute per i vecchi camion armeni.

Se questo non bastasse il paese è in grave stato di abbandono, sono milioni gli armeni sparsi nel

mondo, tanti quelli che se ne vanno, poco meno di tre milioni quelli rimasti in patria. Quasi la metà degli abitanti stanno a Yerevan, lasciando molte aree del paese sguarnite. I bassi tassi di natalità fanno il resto, provocando un progressivo invecchiamento della popolazione.

La genesi del conflitto

Il Karabakh storicamente fu territorio occupato da vari imperi: gli albani, i persiani, gli armeni conquistarono e dominarono la zona nei secoli.

Le ragioni che stanno alla base della guerra peró vanno ricercate nel periodo sovietico. Dopo la rivoluzione russa del 1917, il Karabakh venne inserito nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione dell’area) sia dagli azeri. Dopo la conquista bolscevica del 1920 il territorio venne assegnato, per volere di Stalin e del cosiddetto kavburo (un comitato di studio per il Caucaso) all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast’ (in russo traducibile come regione) Autonoma del Nagorno Karabakh. Molti studiosi hanno letto questa mossa di Stalin come ennesima applicazione del principio del divide et impera. Altri come contentino per mantenere buoni rapporti con la Turchia kemalista.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, la questione del Nagorno Karabakh riemerse. Heydar Aliyev, futuro padre padrone dell’Azerbaigian, proprio in quel periodo aveva dato avvio all’azerificazione forzata della regione, per evitare contraccolpi nel momento in cui la protezione del vacillante cappello sovietico sarebbe venuta meno. La popolazione armena del Karabakh, con il supporto ideologico e materiale dell’Armenia stessa, cominciò in quel momento a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria.

La fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta, videro numerosi episodi di violenza interetnica tra azeri e armeni. Seguirono veri e propri pogrom ad opera degli uni e degli altri e iniziarono i rientri in zone più sicure dei rispettivi territori.

Nel settembre 1991 il soviet del Karabakh, utilizzando la legislazione sovietica dell’epoca, dichiarò la nascita della nuova repubblica dopo che l’Azerbaigian aveva deciso di fuoriuscire dall’Unione Sovietica.

In base a una legge votata a Mosca nell’aprile del 1990, se all’interno di una repubblica che decideva il distacco dall’Unione Sovietica vi era una regione autonoma (oblast’) questa aveva diritto di scegliere attraverso una libera manifestazione di volontà popolare se seguire o meno la repubblica secessionista nel suo distacco dall’URSS.

Seguirono quindi referendum ed elezioni, ma il percorso separatista venno bloccato nel gennaio dell’anno seguente dalla reazione militare azera, che diede inizio al conflitto.

Costi e complessità dello scontro

Il conflitto proseguì per 3 anni pieni, fece 50.000 morti secondo le stime ufficiali, e più di un milione tra profughi e sfollati. Un vero disastro che si concluse con un accordo di cessate il fuoco nel 1993. Un accordo che tuttavia non risolveva giuridicamente la questione e lasciava aperta la porta a una nuova ripresa delle rappresaglie. Da allora sono in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk, ma senza alcuna soluzione a vista.

Gli studiosi della materia indicano due principali motivi che rendono di difficile risoluzione questa guerra: il primo di diritto, il secondo legato alla realpolitik.

Sul piano del diritto internazionale si scontrano infatti due principi altrettanto importanti: il principio di autodeterminazione dei popoli e il principio di integrità territoriale degli stati. Gli armeni leggono la controversia come la negazione – per una regione storicamente armena e abitata da armeni – del diritto di scegliere il proprio destino, unendosi alla madrepatria. Gli azeri guardano al conflitto come ad un affronto della loro sovranità territoriale sull’area e ritengono sia loro diritto e dovere difendersi.

La ragione di ordine pratico è legata alle forze in campo: il Caucaso è un territorio di equilibri geopolici fragilissimi, spostare una pedina potrebbe aprire la strada a una sorta di effetto domino, tale da fare esplodere mille altre situazioni particolari. Quindi le grandi potenze, che dovrebbero intervenire in casi come questi, impostando un programma di pacificazione dell’area, stentano a metterci le mani e cercano di mantenere il conflitto in congelatore.

Le cose però non vanno proprio così e qualche morto sulla linea del fronte ogni anno arriva. La guerra per azeri e armeni è un dato di fatto ed è in corso. Le zone di confine tra i due paesi sono pericolose. L’ultimo morto è del 20 maggio 2018.

La svolta politica armena e qualche luce per il futuro

”Forse è l’uomo nuovo. Forse.” ci dice Vako, la nostra guida per un giorno a Yerevan. Parla del nuovo premier Nikol Pashinyan, il nuovo leader dei movimenti di cambiamento che hanno preso avvio qualche anno fa con l’oceanica manifestazione di piazza definita “Electric Yerevan”. Manifestazioni rivolte contro i nuovi rincari delle bollette di luce e gas, che avevano dato il là a una protesta politica più ampia verso l’autoritarismo e la gestione corrotta relizzata per un ventennio dalla dirigenza post comunista, di cui l’ultimo esponente fu Serzh Sargsyan; il premier uscente che ha dovuto – sull’onda delle agitazioni – rassegnare le proprie dimissioni e indire nuove elezioni nello scorso mese di maggio. Insomma, fino a qualche mese fa la politica armena non era quella dell’impero nepotistico degli Aliyev, ma le differenze erano meno di quanto si potesse pensare ad uno sguardo un po’ distratto.

Eletto da due mesi Pashinyan avrà il compito di mettere fine alla lunga stagione dell’apatia post-sovietica. Il 42enne, ex giornalista e attivista di piazza, ha promesso di svecchiare l’apparato istituzionale (il vicepremier ha 29 anni), di fare pulizia tra i ranghi del potere, e di ripulire il sistema dei monopoli che ha frenato lo sviluppo dell’Armenia, condannando un terzo della popolazione a povertà ed emigrazione.

Molti osservatori europei hanno inscritto questa piccola grande rivoluzione armena dentro il quadro delle rivoluzioni colorate che hanno preso vita in questo ventennio in varie aree post sovietiche, dalla Kirghisia all’Ucraina. Pashinyan ha accuratamente evitaro i riferimenti alle rivoluzioni colorate, sottolineando come alla base della contestazione ci fossero specifiche ragioni interne al paese e non una chiave di lettura anti-russa. Lo ha confermato in parte un comunicato del Cremlino giunto a breve distanza dalle elezioni, che riconosceva e rispettava il carattere “interno” della protesta.

Il nodo del Karabakh

La gestione del conflitto dormiente nel Nagorno Karabakh rimane l’altro nodo chiave a livello di politica internazionale. Pashinyan dovrà provare a riavviare nuovamente i negoziati che si trascinano senza risultati dal cessate il fuoco firmato nel 1994. In un discorso lo scorso 2 maggio il Primo ministro ha ribadito che “la Repubblica del Nagorno Karabakh è una parte inseparabile della Repubblica di Armenia”, lasciando intendere che l’indipendenza è oggi l’obiettivo per la regione abitata da circa 150.000 armeni.

Se Pashinyn affermasse apertamente la sovranità sul Nagorno Karabakh e le sette regioni azere attorno a esso, occupate dalle forze armene nel 1993-1994, non ci sarebbe alcuno spazio negoziale con Baku e si tornerebbe alla guerra. La guerra dei quattro giorni dell’aprile 2016, che ha causato 200 morti, è un recente avviso che ricoda quanto siano alti i costi di una soluzione che non arriva. L’ipotesi di indipendenza del Nagorno Karabakh a fronte della cessione di tutte o parte delle sette regioni cuscinetto potrebbe, forse, con una bella benedizione internazionale, mettere in sicurezza la zona che ora soffrigge, covando la riapertura degli scontri.

Una giornata perfetta

Torna nei cinema un film del compagno Fernando León de Aranoa.
Era il 2002 quando incontrai il suo “I lunedì al sole”, un film per me importante. Ai tempi avevo 18 anni e quel film mi presentò un modo di fare cinema che credo, poi, più di tanti altri, ha cambiato anche il mio modo di vedere e di cercare il cinema.

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Oggi, quindici anni dopo, mi ritrovo davanti ad un nuovo  film di Fernando Léon e termino la visione avvertendo nell’aria un grande senso di freschezza. E’ sempre piacevole incontrare un artista in grado di cambiare registro.

Siamo nei Balcani, durante la guerra di Bosnia. Con tempi e personaggi quasi teatrali, il regista ci porta dentro il mondo non proprio semplice della cooperazione internazionale. Senza elevare mai il tono, senza diventare speculativo, senza puntare ai massimi sistemi, De Aranoa ci fa restare sempre concentrati sulle piccole concrete cose:  di volta in volta, alla ricerca di un pallone, del sentiero giusto o di un pezzo di corda. E intanto, riflettiamo sulla guerra, sulla natura delle relazioni, sulla burocrazia, sulle categorie di “giusto” e “sbagliato”. Lo facciamo senza mai perdere il ritmo e riuscendo sempre a vivere i personaggi con emozione sincera.

La scena finale sorprende, osserva senza dire, con la telecamera che volteggia tra note amare e dolci.

 

Stato di guerra

Le modifiche alla Costituzione discusse (in condizioni che, per essere elegante, definirò inadeguate) negli scorsi giorni contengono tante sorprese. Sorprese, sì, perché la Carta costituzionale è stata modificata in assenza di un dibattito aperto che potesse renderci edotti dei contenuti messi in discussione. Se vanno in porto le modifiche proposte da Renzi, tra le novità avremo anche questa: un solo par­tito poli­tico (che potrà avere la mag­gio­ranza asso­luta alla Camera anche con una mag­gio­ranza rela­tiva dei voti dell’elettorato) avrà il potere di dichia­rare lo «stato di guerra».

Una modifica che snatura le avvedute (e come poteva essere altrimenti dopo trent’anni di guerra?) scelte del 1947, se teniamo in debito conto che  la nostra Costituzione prevede la guerra solo come strumento eccezionale da adoperare quale “ultima spiaggia” per difendere il suolo nazionale qualora  sia aggredito. L’eccezionale gravità in cui si va a dichiarare lo «stato di guerra» in democrazia, va da sé, suggerirebbe allora che la decisione sia la più con­di­visa pos­si­bile.

Stiamo parlando di teoria, ahinoi. In pratica, niente di nuovo. Dall’unificazione a oggi, in un secolo e mezzo, vado a memoria, conto 12 o 13 conflitti internazionali a cui l’Italia ha preso parte. In ognuno di questi il nostro paese era aggressore; mai aggredito. Insomma, la storia degli oltraggi all’articolo 11 (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…”) è molto lunga e nonostante questo pare non insegni granché. Alle porte bussano già nuovi e insulsi istinti bellici. Ora sarà persino più semplice soddisfarli.

Campi di comprensione

Ho lasciato passare appositamente qualche giorno prima di provare a fare un quadro sintetico sui fatti di Parigi della scorsa settimana. L’ho fatto volutamente, perché di questi tempi oltre agli attacchi terroristici dobbiamo sopravvivere a mente fredda anche alle ondate di piena dell’opinionismo e dell’informazione spazzatura. In questi giorni ho letto una quantità di cose sensate sui fatti di Parigi e anche una quantità di stupidaggini, senza spingerci fino agli appelli strumentali di Salvini; appelli che pure non vanno trascurati, perché ultimamente quel tipo di posizioni (razziste e neo fasciste) in Europa raccolgono sempre più consenso. Cercherò di seguito di mettere in fila alcuni dei contributi di maggiore qualità – ovviamente, dato che siamo chiamati a difendere un certo relativismo culturale, tengo a specificare: contributi di qualità secondo il punto di vista di chi scrive.

Anzitutto, parto dal panorama culturale in cui sono cresciuto e in cui mi auguro si possano formare anche i miei studenti, i nostri figli.   Un grande maestro del giornalismo e conoscitore dell’Africa e dell’Asia occidentale come Ryszard Kapuscinski, in una vecchia intervista, a una domanda circa quali fossero per lui i confini dell’Europa di fine Novecento, aveva già tracciato un orizzonte ideale:

«L’Europa deve trovarsi un nuovo posto sulla mappa del mondo. Per l’Europa il nuovo, planetario, ambiente culturale potrebbe anche rivelarsi stimolante, fecondo, aprire nuove possibilità. Uno dei fattori di forza della cultura europea è sempre stata la sua capacità di trasformazione, di riforma, di adattamento, qualità oggi più che mai necessarie perché il nostro piccolo continente possa svolgere un ruolo significativo in un mondo multiculturale. E’ solo questione di volontà, vitalità ed apertura.
Un criterio molto importante in futuro per determinare l’appartenenza all’Europa dovrebbe essere rappresentato dal livello culturale delle società. L’Europa si identifica con un sistema di valori basato su concetti quali democrazia e tolleranza. Se le società confinanti saranno società di stampo democratico e con un atteggiamento aperto e tollerante faranno parte dell’Europa. Quelle invece che si isoleranno, diventando società di dittature e purghe etniche, si staccheranno da sole dalla famiglia europea. Dobbiamo tracciare confini non spaziali, ma culturali. Ecco quali sono per me le frontiere d’Europa».

Credo che in queste parole ci sia un’indicazione lungimirante  circa quanto dovremmo chiedere, in qualità di cittadini democratici, al nostro sistema politico. Le molte persone in piazza ieri a Parigi, e nei giorni precedenti in tanti altri angoli del mondo, fanno ben sperare sul fatto che ci sia consapevolezza crescente circa i valori che fondano l’Europa migliore, quella che aveva in mente Altiero Spinelli ai tempi della fondazione della Comunità Europea. Sottolineava opportunamente Gilioli nei giorni scorsi, dovremmo tornare a discutere e definire chiaramente oggi quali siano questi “nostri valori”, formula di cui  si è fatto nell’ultima settimana un uso facile e distorsivo.

Purtroppo la realtà politica dell’Europa di oggi è lontana  da quell’inziale orizzonte ideale e credo sia il caso di provare a mettere in fila alcuni elementi di cui i confini, nel chiacchiericcio di questi giorni, potrebbero essere stati confusi.

Partiamo dalla reazione. L’allarmismo che si è creato dopo questo attentato mi sembra probabile figlio della disinformazione o forse, più profondamente, di diseducazione e scarsa dimestichezza all’uso corretto delle fonti di informazione. Poco credibile, infatti, attribuire a questo attentato la nascita di una situazione d’allarme per la sicurezza internazionale: un atto simbolico forte, certo, ma che è solo una piccola scintilla del grande braciere che arde a sud est del nostro continente e che ha spinto qualche commentatore, un paio di mesi fa, a parlare di Terza Guerra Mondiale.

Se qualcuno davvero tenesse a spegnere i tizzoni ardenti,  si dovrebbe occupare in primo luogo di rivedere le politiche a stelle e strisce che da vent’anni a questa parte dispiegano i loro effetti nell’Asia occidentale e centrale e così in nord Africa. Lo spiegava bene negli scorsi giorni l’economista Samir Amin. L’Europa – esattamente come nel caso dell’Ucraina – continua a non distinguere i suoi interessi e ad assoggettarli a quelli degli USA: i risultati sono sotto gli occhi di tutti e particolarmente preoccupanti per noi, visto che geograficamente siamo vicini alle aree colpite (tra l’altro con marchiani errori strategici  da parte degli Stati Uniti d’America).

A questo proposito, dal punto di vista del rapporto tra media e reazione sociale, è curioso notare  come una guerra vera e propria, che dura da un anno ai confini est dell’Europa,  preoccupi molto meno, stampa e popolo, di un attentato, dai contorni ancora imprecisati, che capita alle porte occidentali del continente. E’ chiaro, lo dico in tono provocatorio: Parigi è certamente il cuore culturale dell’Europa occidentale ed è normale che i fatti della capitale francese impattino su di noi con maggiore forza, ma fermiamoci un attimo e riflettiamo comunque attentamente su quanto le nostre reazioni siano condizionate dalle ondate di informazione, disinformazione o silenzi che riceviamo dai media.

Una seconda questione che mi sembra il caso di analizzare è relativa ai motivi che stanno alla base di questa tragedia. L’attentato di Parigi non mi pare, come tanto si è detto in questi giorni, l’inizio di una guerra dell’Islam contro l’Europa. Al più, se proprio si vogliono collegare scenari internazionali ed evento locale, i dodici morti di Parigi, come detto, sono uno dei sintomi collaterali delle politiche di devastazione che l’Occidente porta avanti dalla prima guerra del golfo ad oggi, con lo scopo di destabilizzare alcune aree strategiche per controllarne le risorse. Oppure, ad un livello ancora più semplice, si tratta di un problema di integrazione e del funzionamento del modello multiculturale francese. A tal proposito, dice cose chiare e precise in questo intervento l’antropologo Duccio Canestrini. Di certo, nel mondo islamico sono state importanti prese di posizione come quella di Igiaba Scego, ma è fondamentale che arrivino da sole e  non siano risposta a continue sollecitazioni occidentali e alla strisciante (e crescente) islamofobia.

Un’ultima questione sulla quale sarebbe meglio una riflessione lenta e attenta è relativa al significato dell’appuntamento di ieri con protagonisti in piazza molti liberi cittadini, ma anche molti rappresentanti di Stato. Mi piace guardare  più alla piazza vera e propria, quella della cittadinanza,  meno a quella congrega di personalità in prima fila. Il potere per quale libertà avrà sfilato ieri?

Non amo il complottismo e vorrei stesse ben  lontano da queste righe. Limitandomi però ai dati di fatto non posso non rilevare che in prima fila, ieri, a Parigi c’era Benjamin Netanyahu, leader di un governo che qualche mese fa, in nome  dello spazio vitale (concetto che andava molto di moda un secolo fa) ha ordinato il massacro di oltre 1.700 civili. Non era l’unico leader, tra l’altro, ad avere una posizione quanto meno ambigua sulle libertà individuali e i diritti civili, era in buona compagnia. Questo ha qualche importanza? Purtroppo, temo sia un segnale triste e chiaro: il sistema di potere  con quella manifestazione non ha voluto dare un segnale per espellere le tossine che contiene, ma  semplicemente ha difeso il suo funzionamento.  I capi di Stato occidentali ieri non manifestavano tanto per la nostra libertà di espressione o le garanzie circa le libertà individuali (che ultimamente hanno, anzi, messo sotto attacco in casa loro: politiche sulla sicurezza, sulla libertà di stampa, politiche restrittive sulle migrazioni, eliminazione delle elezioni dirette per province e senato, giusto per fare alcuni esempi dal panorama europeo), quanto per la libertà di perpetrare il controllo sugli equilibri e disequilibri globali a favore del grande capitale economico. La libertà di continuare a stringere accordi con le peggiori dittature – teocratiche e non – e imbastire al contempo missioni di pace a pochi chilometri di distanza.

Il rischio conclusivo quindi è che oltre ad essere tutti vittime di un folle attentato ad opera di fanatici, siamo anche spettatori di una sistema di potere che, in nome dei suoi affari amorali, è già pronto a condurci ad una nuova crociata. Ne abbiamo viste troppe in questi ultimi anni. Dichiarazioni di stato di guerra in questi giorni non sono mancate, e non solo da parte di esaltati militaristi o esponenti delle estreme destre. Purtroppo.

Voglio chiudere ribadendo la più bella idea di Europa. I valori di quell’Europa figlia di un orizzonte culturale ampio, che richiamavo all’inizio, io li trovo splendidamente sintetizzati  nella celebre risposta di Tiziano Terzani a Oriana Fallaci, dopo gli attentati alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. La giornalista, dopo quei fatti, scrisse che era tempo di non tollerare più, di incominciare una nuova crociata contro l’Islam radicale, in difesa dei nostri valori. Terzani rispose con questa lunga lettera che  trovo non sia  solo una intensa e luminosa risposta, ma  una  bussola da tenersi davanti in questi giorni confusi. Riportando parole di Edward Said, Terzani scriveva che il compito di chi informa  – e di chi si occupa di educazione, aggiungono quattro professori delle periferie parigine: genitori, insegnanti, fratelli maggiori o amici per la pelle che siate –  è di  “creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia”. Ascoltare, analizzare, comprendere, ragionare, e solo infine farsi una propria idea e sostenerla attraverso l’argomentazione, restando sempre aperti al dialogo: questi dovrebbero essere i valori di un buon europeo, per quanto mi riguarda. Per questi cerco di lavorare ogni giorno dentro la scuola. Ognuno faccia la sua parte.