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Emanuele Giordana a Barzanò

Il 20 aprile, grazie all’Associazione MOLO, avremo il piacere di ospitare a Barzanò, Emanuele Giordana: giornalista, reporter, voce storica di Radio3, una delle penne che meglio (“dal campo”) ci hanno raccontato l’Afghanistan di questi anni.
Il punto di partenza della nostra chiacchierata sarà il suo ultimo libro: “Viaggio all’Eden”, Laterza. La destinazione d’arrivo la decideremo insieme lungo il percorso! Di certo, parleremo di viaggi, di anni Settanta, di voglia di andare (di ieri e di oggi), di geografie del mondo che cambia.

 

 

Il Vertice Asia-Europa non è (solo) un pranzo di gala

Non se ne parla molto, ma da domani andrà in scena a Milano il vertice Europa – Asia. Qualcuno potrebbe pensare al solito meeting da vetrina per oliare i meccanismi dell’economia eurasiatica, e così sarà, ma in tempi di crisi Ucraina non è difficile comprendere come l’incontro celi dietro di sé movimenti ben più rilevanti. Cercherò di rendere chiara la questione nelle righe che seguono.
Alcuni commentatori si sono spinti a parlare di nuova guerra fredda. Hanno ragione? Sì, qualcosa di molto simile. Ci troviamo davanti a un nuovo conflitto silenzioso, una guerra con tanti campi di battaglia che gli Stati Uniti d’America hanno ormai iniziato ad ordire più di una decina di anni fa, seguendo una loro personale strategia di contenimento, tesa a mantenere la Cina nella sua posizione di potenza regionale (o, di converso, a non farla diventare una potenza globale; una potenza che, ad esempio, si in grado di influenzare le scelte che vengono prese in Europa). Se questo era l’obiettivo, qualcosa sta andando storto e i movimenti cinesi in campo economico lo fanno comprendere benissimo. Ma andiamo con ordine.

Gli USA temono l’Eurasia

Il 2014 è stato l’anno dell’Ucraina spezzata (il 6° paese d’Europa per numero di abitanti, non esattamente un’inezia) e la guerra alle porte di casa. Niente è accaduto per caso:  l’Unione Europea al momento di usare il guanto di velluto della diplomazia nelle delicate trattative sulla risoluzione della crisi ucraina (una crisi costruita negli anni anche grazie  all’intrusione di attori internazionali come USA e Russia) è invece intervenuta irrigidendo le sue posizioni e sostenendo la formazione di un governo di soli ucraini filo-europei. In una situazione dove ci sono due squadre che si affrontano all’interno dello stesso paese formare un governo con persone di una sola delle due squadre non è un grande esempio di democrazia e non è nemmeno un buon modo per mantenere la calma in città. E infatti, è scoppiata la guerra “civile”. L’Europa di questa guerra non ha alcun bisogno, come nessuno nella vita ha bisogno di appiccarsi un incendio nel giardino di casa. E allora perché? Perché l’Unione Europea è tutto meno che un unione politica e i suoi membri, anche in questo caso, non hanno trovato un accordo sul da farsi, lasciando campo libero alla risoluta diplomazia americana, che ha facilmente eterodiretto tutta la vicenda.

Gli USA in questa questione che interessi hanno? Hanno l’interesse di contenere la Russia e la sua ripresa guidata – nel bene e nel male – da Putin. Ma ecco il punto, credo che qui ci sia un passo in più da fare. La Russia per quanto potenza in ripresa dopo le sventure post sovietiche e gli scellerati anni di Eltsin, non è di per sé un avversario temibile. Dobbiamo guardare alle mosse degli States in centro all’Asia per capire che l’Ucraina è solo un tassello di un mosaico più ampio, un passaggio per troncare sul nascere l’eventualità di un infittirsi dei rapporti, anzitutto, tra Asia ed Europa e in secondo luogo tra le grandi potenze regionali asiatiche tra loro (vedere le dichiarazioni di Obama che entro pochi anni vuol far arrivare in Europa lo shale gas a stelle e striscie). La caccia a Bin Laden, le incursioni in Afghanistan, le ricercate collaborazioni e appoggi strategico-militari in Asia centrale, che abbiamo visto andare in scena negli scorsi anni sono solo i primi passi. La crisi Ucraina idealmente per Washington doveva servire a portare le basi NATO a distanza ravvicinata da Mosca e rallentare le collaborazioni che gli attori economici (imprese tedesche su tutte) hanno cucito in questi anni grazie alla sponda di una rinvigorita leadership russa.

La Cina è vicina e muove passi di velluto

Se questo quadro è chiaro, passiamo all’esame della seconda parte della questione: le mosse cinesi. La Cina ha un corpo da elefante, ma sul piano internazionale e geopolitico si muove come un gatto. Lo può fare soprattutto perché, grazie alla progressiva attivazione dei consumi di massa, continua a crescere al galoppo. E’ attualmente come un corridore che ha molto fiato e per ora corre in discesa. Alla prima salita capiremo qualcosa di più, ma nel frattempo Pechino, silenziosamente, mette le mani ovunque.
Milano da questo punto di vista offre diversi obiettivi per la dirigenza cinese. Il forum euroasiatico che parte domani è, anzitutto, il naturale proseguimento delle intese strategiche firmate con la Russia (400 miliardi di dollari sulla fornitura di gas)  a fine maggio. Inoltre, è la seconda tappa di un piano di avvicinamento al mercato europeo cominciato un po’ in sordina il 9 ottobre, quando la Banca popolare cinese ha dato il via libera alla negoziazione diretta tra yuan ed euro sul mercato valutario, tagliando fuori il dollaro dalle transazioni con i Paesi dell’Eurozona.

L’Italia al centro  (per tanti motivi e non solo geografici)

L’Italia come sempre, dalla sua posizione geografica naturalmente centrale, cuore del Mediterraneo, è un paese che ha già destato l’attenzione cinese. Lo dicono i dati: nel 2014 i cinesi hanno investito da noi 3,5 miliardi di euro. China investment corporation (Cic), giusto per fare un esempio strategico, è azionista niente meno che di Eni ed Enel (energia). La Banca popolare di Cina ha già fatto ingresso nel capitale di Telecom, Generali, e Fiat. Shanghai Electric ha acquistato il 40% di Ansaldo Energia e soprattutto State grid of China il 35% di Cdp Reti (che controlla Terna e Snam, quindi energia). Guardando quanto succede in paesi in cui Pechino ha già allungato le sue mire da tempo, noi, qui, siamo solo all’inizio. Da mesi, ad esempio, si parla di interessamenti cinesi su Saipem, quest’ultima, articolazione di Eni, coinvolta tra le altre cose nel progetto del gasdotto Southstream destinato a portare il gas russo nell’Europa del Sud. Quindi, ancora energia: uno dei problemi più delicati del nostro paese totalmente dipendente dall’esterno per le forniture di gas e petrolio.
Gli imprenditori cinesi hanno tra l’altro anticipato, proprio durante lo scorso week-end, l’arrivo dei politici al meeting milanese. Si è svolto infatti il 13 e il 14 ottobre a Cernobbio il Global China business meeting, con la presenza di numerosi attori economici con gli occhi a mandorla.
Del resto le riserve di liquidità cinesi sono enormi e da qualche parte bisognerà pure orientarle. Basti pensare che a metà del 2014, secondo la Heritage foundation, che traccia tutti gli investimenti della nuova potenza, Pechino ha riversato  in Africa centrale 150 miliardi di dollari, in America del Nord 124  e in Europa 104.

Il vertice milanese e i segnali per il futuro

Ecco qual è la partita che gioca uno dei suoi tanti passaggi al meeting milanese. Una partita che interessa l’Europa occidentale e, in particolare, noi italiani molto da vicino. Gli Stati dell’Asia rappresentano da soli il 45% della popolazione mondiale e il 24,6% della ricchezza mondiale, a fronte di un’Unione europea con il 7,3% degli abitanti e il 26,1% del Pil globale.  Per dirla in breve: è ora di iniziare a pensarci. Rivedere la nostra cieca dipendenza dagli USA potrebbe essere uno dei prossimi passi da compiersi se vogliamo assicurarci un futuro meno agitato: gli avvenimenti che hanno caratterizzato la crisi ucraina sono un buon indizio. I tempi cambiano e le scelte fatte dopo la seconda guerra mondiale potrebbero non essere le scelte giuste per il nuovo millennio. La posizione geografica dell’Europa, piccola penisola dell’Eurasia, qualche pensiero lo potrebbe evocare.

Breve excursus sulla Cina e sull’acqua

Preparando le lezioni sulla Cina ci si imbatte in immagini come queste.

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La regione dello Yunnan, Cina meridionale.

Uno dei paesaggi agrari più sensazionali al mondo, frutto di una civiltà che seimila anni fa ha saputo fiorire grazie alle proprie capacità nel campo dell’ingegneria idraulica.

Parlare della Cina e del suo approvvigionamento idrico rende inevitabile affrontare il tema a scala planetaria. Potrebbe apparire strano, ma anche il nostro futuro si gioca da quelle parti. La partita dell’acqua sarà, insieme a quelle riguardanti l’energia e l’autonomia alimentare, una delle tre grandi sfide che determineranno gli equilibri geopolitici dei prossimi anni. Chi deterrà il controllo di queste risorse rivestirà un ruolo centrale: prepariamoci a diventare periferie piuttosto lontane dal centro.

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Anzitutto, bisogna inquadrare il problema. A prima vista c’è acqua ovunque sul Pianeta Blu, ma… nella vita ci sono spesso dei ma. Il 97% dell’acqua presente sulla terra è salata; il rimanente 3 per cento (di acqua dolce) per il 70% è congelata nelle calotte polari. Meno dell’1% è disponibile per gli usi umani. Il 70% dell’acqua disponibile per l’uso diretto da parte dell’uomo è impiegato in agricoltura, il 20% nell’industria e il 10% nelle abitazioni (cucinare, lavarsi, ec).
Negli ultimi 50 anni con l’aumento demografico i prelievi d’acqua sono triplicati, e si deve mettere in conto che il 90% dei tre miliardi di nuovi nati previsti entro il 2050 sarà nei paesi in via di sviluppo, dove già lo stress idrico è rilevante. Si capisce quindi che la lotta per l’acqua diverrà ancor più feroce di quella per il petrolio e il gas. Controllare le acque, venderle in regime di monopolio e oligopolio, sarà con ogni probabilità l’affare del prossimo secolo.
In futuro, gli esperti del settore agricolo prevedono che 21 paesi con una popolazione totale di 600 milioni di abitanti si troveranno al limite tra l’autonomia alimentare e la carenza strutturale di acqua. Entro il 2025 un miliardo e mezzo di persone si troveranno in queste condizioni, di conseguenza la questione sarà o avere maggiore cibo disponibile o sufficiente acqua per soddisfare i bisogni di base.

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Desalinizzazione (costosissima) delle acque marine a parte, le aree ricche di acqua sono principalmente concentrate nell’heartland asiatico, e questo vantaggio strategico darà all’area sino-indiana un ulteriore elemento per controllare i mercati e il tasso di crescita delle economie dipendenti. Sarà simile a quanto avvenuto in questi anni con i paesi arabi a controllare il prezzo del petrolio.

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Il Tibet e l’Himalaya, il cuore idrico dell’Asia.

E la Cina in tutto questo che ruolo gioca?
Le aree teoricamente arabili e le colline coltivabili in Cina sono rispettivamente il 12 e il 10% del territorio. La superficie coltivata oggi in Cina si aggira attorno ai 122 milioni di ettari. Il 20% della Cina nelle aree concentrate a nord possiede il 65% della terra coltivabile e produce circa la metà delle granaglie necessarie alla sopravvivenza della popolazione cinese. Le risorse idriche cinesi sono ristrette, spesso esterne a un diretto controllo politico di Pechino (l’area del Tibet in questo senso è e sarà decisiva, i suoi maggiori fiumi nascono lì), i bacini fluviali sono 9, ma tutti largamente inquinati. Già oggi 300 milioni di cinesi non hanno accesso ad acqua sana e pulita e in questi anni crescono sempre di più le rivolte per richiedere acque salubri. Questo per dire che la questione delle acque e della loro assoluta sovranità per l’utilizzo civico del popolo cinese è una priorità strategica essenziale per il PCC e riguarda direttamente qualità, quantità, stabilità politica e geografica della forza lavoro cinese.

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Acqua per irrigare, ma anche per produrre energia (di cui la Cina ha estremo bisogno).

Per questi motivi la questione idrica è sempre in prima linea nel dibattito politico interno alla dirigenza del PCC sia dal punto di vista della questione ecologica, sia per le operazioni possibili da intraprendere in termini di gestione e nuove acquisizioni (manu militari) delle linee idriche indiane (conflitto del Kashmir, ad esempio) e russe, per compensare le sue acque interne (di bassa qualità ed elevato tasso di inquinamento) con quelle ancora largamente efficienti sul piano ecologico e geopolitico in India, Bangladesh e sud est asiatico.

La prima partita che pare si voglia giocare a Pechino è quella della diversione delle acque del Brahmaputra verso il fiume Tsandpo in Tibet (affluente del fiume Azzurro) con la conseguente diminuzione delle capacità produttive indiane e l’aumento dell’indipendenza idrica e energetica delle regioni centro orientali della Cina.