Archivi tag: maramures

Un salto in Maramureș – La domenica (rurale) di Pasqua 

A Sighetu c’è una facoltà di geografia. Mi sembra un bel presidio che testimonia il miglior stato di salute della materia qui rispetto all’Italia, da noi ormai le facoltà di geo vanno estinguendo anche nelle grandi città.
Gli studenti di Sighetu hanno messo su una associazione ‘Geografia Maramureș‘ che organizza trekking, visite, conferenze. Molti dei soci in estate lavorano come guide.

Nel giorno di Pasqua del cristianissimo Maramureș solo un geografo molto appassionato della sua terra poteva scegliere di accompagnarci a zonzo per villaggi. Cristian, 29 anni, ha finito da qualche tempo gli studi e ora lavora facendo il cameriere nel ristorante del paese e la guida per il resto del tempo. Anzi, col passare degli anni l’attività di guida ha preso sempre più spazi e, mentre scendiamo e saliamo da colline boscose, il collega ci parla di qualche progetto futuro: tracciare itinerari in bici e a piedi, provare a creare  turismo di comunità che unisca natura e cultura e cose così.

Visitiamo il monastero di Barsana. Nove suore per nove edifici immersi nella Valle del fiume Iza, una delle tre valli maramure. Chiese lignee di quattrocento anni fa, che ancora restano solidamente in piedi. All’interno abbondano tappetti, oro e icone ieratiche.

Sopra di noi il cielo cambia colori e regala raggi di sole e lievi pioggerelline, mentre le consorelle, armate di piccole spazzole e cacciaviti, sono impegnate a grattar via dal pavè la cera versata la sera prima durante le funzioni di Pasqua.
Mentre noi facciamo qualche foto, Cristian parla con un anziano del posto.

Risaliamo in auto e proseguiamo attraversando la valle di Cosau. ‘Il vecchio con cui parlavo mi ha detto: ehi, perchè non te ne vai anche tu in Inghilterra? Qui è difficile!’.
Non ha tutti i torti, dico a Cristian. Qui  rimanere deve essere davvero dura: agricoltura antica, isolamento, rigidi tabù sociali e altre amenità difficili da sopportare se hai un cellulare in mano. Guardi le auto, le ragazze, le case della pubblicità e se non hai una filosofia, se non hai altri strumenti, e in più il lavoro non si trova, scegli subito di lasciare tutto e andare.

Ma se me ne vado anche io qui chi rimane? Che futuro ha il Maramureș se tutti vanno? Chi cambia le cose?‘. Cristian ama la sua terra, si sente  – e si vede dal fatto che sta passando la sua Pasqua con noi. A gennaio era in piazza con migliaia di rumeni per protestare contro il governo  Grindeanu e la sua legge salva-corrotti. Da quel che dice e fa, emerge in Cristian – senza alcuna ostentazione – un bel senso politico.

Ama la sua terra e ama anche vedere cosa c’è intorno, fare confronti, parlare con noi. Fra qualche settimana andrà con i suoi amici geografi a fare un tour ferroviario dell’Ucraina, un paese ‘bello e molto economico anche per noi‘, dice. In questo mi sento cugino di Cristian, la mia vita ad altre latitudini viaggia più o meno sugli stessi binari. Crediamo nella necessità di un luogo in cui abitare ed essere cittadini e allo stesso tempo di sentirci  parte di un insieme più grande.

Valichiamo con ampie vedute e le colline punteggiate di fioriture nella valle del Mara, attraversiamo villaggi di legno, che la mattina di Pasqua sembrano disabitati. ‘Sono tutti in chiesa‘ dice Cristian. Staccionate, enormi portali in legno intarsiati, cimiteri senza recinto, tombe nell’erba, torrenti, covoni di paglia, bestiame. Forse l’Europa un tempo era tutta così.

All’uscita da messa le strade si riempiono, le famiglie tornano a casa. Per noi è l’occasione per fare una sosta ed assistere a una spontanea sfilata di abiti tradizionali. Per gli uomini, pantaloni neri,  camicia bianca e nero il cappello. Per le donne abiti e velo coloratissimi. Ai miei, ai nostri, occhi sembra irreale, quasi falso. Eppure qui la domenica si va alla messa vestiti a festa. Nel resto d’Europa, oggi, questo tipo di situazioni si riducono a qualche momento di folklore e troppo spesso a solo scopo turistico.

E’ autentico‘, dice Cristian. ‘In città non ci si veste più in abiti tradizionali, ma qui nei villaggi sì, giovani compresi. La geografia del Maramureș ha protetto e isolato la regione. Siamo contornati da montagne, i monti Rodnei e quelli dell’Ucraina. In questi villaggi i vari poteri esterni, che si sono spartiti il territorio per secoli, hanno sempre avuto difficoltà a penetrare. Ci siamo conservati, insomma‘.

Su e giù per le colline si vedono peró le case in legno diminuire a favore di normali case in cemento. E se penso a certe zone degradate attraversate nel lungo viaggio dal Banato a qui, il Maramureș sembra un piccolo residence francescano. Chiedo a Cristian come mai. ‘La gente qui vive come un tempo, ma tanti se ne sono andati. Tanti connazionali sono in Italia, in Francia, in Spagna e in Gran Bretagna. Sighetu, per esempio, prima del 2008 contava quasi 45.000 abitanti, oggi ne ha 37.000. Una grossa perdita. Dall’ingresso della Romania nell’UE le cose sono andate così in ognuno di questi villaggi. Le case in cemento materializzano i soldi che questa vasta comunità di rumeni della diaspora mandano a casa. Poi c’è la comunità, qui resta una rete di sostegno sociale forte, ci si conosce e aiuta tutti, cosa che nelle grosse cittadine e nelle periferie non succede più‘.

Questi fatti mi fanno sempre pensare – senza scomodare Pasolini – a cosa davvero si debba considerare come progresso. E chi legge qui ormai sa come la penso: a me sembra che la retorica modernista contenga ben poco di nuovo.

Ci fermiamo a mangiare in una pensione. Qui con questo nome si indica una casa privata che ha un salone in cui serve dei pasti, una specie di agriturismo molto genuino. Affrontiamo quindi un pranzo di Pasqua in stile locale: non se ne uscirà in piedi!

Il tutto inizia con un bicchierino di palinka (una specie di grappa ottenuta da fermentazione di diversi frutti) bevuto d’un fiato. Nel giro di cinque minuti arrivano un cesto di pane appena sfornato e un vassoio di legno con sopra due o tre kg di carne e formaggi. Mentre fuori piove, passano sotto le nostre grinfie formaggio di pecora, di vacca, arrosto, salsiccia, sformati di vario genere, molto aglio, altre parti di animale grigliato non meglio identificate,  quattro verdure per fare colore. Vino rosso locale dal sapore dolciastro. Infine, dolcetti in forma di piccole fette di torta pluristrato. Una vera sfida di resistenza! Concluso il banchetto  la famiglia non presenta il conto, ci chiede sommessamente di lasciare un’offerta a nostro piacere, che tanto eran cose già pronte per il loro pranzo di Pasqua. Un senso dell’accoglienza davvero forte.

Tornando verso casa, dopo un giorno di bellissime esplorazioni e chiacchiere, gli occhi si lasciano andare al paesaggio che corre fuori dal finestrino e i pensieri vagano liberi. Penso così che questa comunità e comunanza geografica sia un segno e che questa corrispondenza felice dovrebbe essere onorata e festeggiata con qualche tipo di progetto. Magari l’anno prossimo, magari fra due, mi piacerebbe costruire con i miei studenti un itinerario per venire da queste parti. Un’esperienza di esplorazione che immagino bellissima. La butto lì a Cristian prima di salutarci. Lui si accende subito: ‘abbiamo anche un convitto studentesco dove potreste essere ospitati a basso costo. Ho un amico che insegna qui alle superiori e si potrebbe pensare a uno scambio o qualcosa del genere‘.
Certi incroci fortunati credo non vadano trascurati, lo scrivo qui, come una promessa.

Mentre siamo a cena  Cristian mi scrive nuovamente e mi propone di passare insieme anche il lunedì, con un trekking sopra i villaggi di Ieud e Bogdan Voda; noi ovviamente accettiamo di buon grado.

(ps. le foto non sono granché, ma da qui riesco solo a caricare le poche da cellulare, accontentatevi!)

Annunci

Un salto in Maramures – Il giorno dell’organizzazione

Per organizzarsi poco tempo e troppi desideri. Finisce che arrivi a Sighetu Marmatei senza avere la minima idea di come fare. Unica certezza: il volo di ritorno.
Di primo mattino decidiamo così di prendere d’assalto un insperato ufficio turistico della città (città forse è un termine esagerato, diciamo villaggio più grosso degli altri).

Il responsabile dell’ufficio in un primo momento fa un sorriso ironico e tenta di liquidarci con un: ‘è Pasqua, in Maramures tutto chiuso‘. Fermi gli autobus, i pulmini, i taxi. Niente noleggi auto. C’è un treno, una volta al giorno, ma va sempre dalla parte sbagliata! Una regione ben collegata insomma.
Noi peró piantiamo le tende: appoggiamo gli zaini, ci sediamo e iniziamo a fare domande a raffica. Presto è un allegro caos, tra treni, tassisti, noleggi auto, noleggi bici, prendiamo Petru all’improvviso, come l’onda di Kanagawa, e Petru si arrende; capisce che comunque sia non ci liquiderà e tanto vale collaborare.

Lentamente si appassiona alla causa, diventa alacre. Fa cento chiamate e dalla porta dell’ufficio, come in una piece teatrale, iniziano ad apparire e scomparire guide, tassisti, autisti, aspiranti accompagnatori. Tutti insieme per capire come salvare i nostri giorni di Pasqua dall’immobilismo della regione più tradizionalista e religiosa dell’intera Romania!
Abbracciamo Petru e lo ringraziamo per il grande contributo: ora abbiamo i contatti di mezzo paese.

In men che non si dica siamo su un taxi senza cartello e senza tassametro diretti a Sapanta (che non si scrive così, ma pazienza). Lo guida Johnny, un ragazzo molto ciarliero, dall’aspetto magrebino, ma che sostiene di essere del luogo. Come tanti altri giovanotti del posto coi suoi trent’anni ha in tasca stagioni in Francia, Spagna e Inghilterra. Da una parte cameriere, dall’altra muratore, poi cassiere. Questi miei coetanei dell’est hanno patenti d’esperienza che io non ho, alle loro storie bisogna guardare con rispetto.

Sapanta è sui libri di geografia per due motivi: il cimitero allegro e il monastero con le chiese in legno più alte d’Europa.
Il cimitero allegro è l’idea di un artista boscaiolo che, ad un certo punto, agli inizi del Novecento, colto da un attimo sgurz (cit.), ha incominciato a intagliare lapidi di legno per i morti del paese. Lapidi filosofiche peró. Ironiche e colorate, queste tavole di legno  prensentano la vita del defunto attraverso un aneddoto spiritoso, un episodio che lo fissi nella memoria comunitaria con leggerezza. Mentre visitiamo il cimitero, infatti, non manca qualcuno che ridacchia sotto i baffi tra le tombe. Gli altri si accontentano di qualche selfie con lapide annessa.

Il monastero del paese ospita invece l’edificio di legno più alto d’Europa (quasi settanta metri). Perlomeno, così dicono da queste parti. Primato o meno che sia, la grande chiesa lignea è un capolavoro ad incastro di quercia e di pino. A salirci sopra certi scricchiolii non lasciano quieti (con tutto il rispetto per i maestri di falegnameria della zona, s’intende).


Visitiamo entrambi in una mattina soleggiata e mite, sorprendentemente mite specie pensando che, al di là del bosco, si annidano silenzioso il confine ucraino e le montagne trans-carpatiche  coperte di neve.

Durante il ritorno, mentre superiamo carretti in legno trainati da cavalli e sbirciamo i nidi delle cicogne su pali e tetti, Johnny ci racconta che il Maramures in estate diventa  una meta turistica abbastanza frequentata. Europei, ma anche americani ed asiatici. Qui del resto – e forse per poco – si puó osservare la Romania più autentica, com’era al tempo dei nonni dei nonni. Persone oggi per lo più dedite all’agricoltura di sussistenza, ma la cui occupazione principale potrebbe presto essere il turismo. Sarà così, non sarà così? Johnny è un caro ragazzo, ma non mi sembra il tipo giusto a cui chiedere. Ne sapremo di più il giorno seguente.
Certo è che qui le case tradizionali in legno vengono abbattute e tante strutture in cemento sorgono qua e là: una trasformazione del paesaggio inusuale per una comunità di agricoltori autarchici.


Nel pomeriggio ci dirigiamo invece al museo etnografico del Maramures. Dato che è solo un paio di km fuori da Sighetu perchè non andarci a piedi, cogliendo l’occasione di percorrere qualche strada secondaria?
Ci incamminiamo così per la periferia, lasciamo le strade tranquille del centro e ci immettiamo su quelle contornate da un’edilizia popolare di regime ormai ridotta a pezzi. Povertà, ma anche dignità: qui a Sighetu si ha proprio l’idea di una comunità che tiene. Successivamente, seguendo la mappa, ci infiliamo in un viottolo di campagna.

Purtroppo la promessa di arrivare al museo per strade bucoliche si scontra presto con un’altra realtà, sinceramente insospettata e  che in parte smentisce quanto appena pensato.
Qualche centinaio di metri dopo aver lasciato la strada principale finiamo in mezzo a carcasse di auto abbandonate e cumuli di rifiuti. Qui nel silenzio della campagna, corvi e cani randagi setacciano il pattume in cerca di cibo. Poco più avanti scorgiamo qualche presenza umana, fantasmi che abitano dentro furgoni e baracche tirate su con stracci, plasticoni e lamiere. Preferiamo tornare sulla strada principale e proseguire da lì. In queste situazioni non è tanto il sentimento di possibile insicurezza a decidere, quanto la sensazione di essere fuori posto. Brutto portare il turismo in faccia alla sofferenza di qualcun altro. Non sono per il turismo della disperazione.

Dopo una lunga strada provinciale, si svolta a sinistra e si arriva ai piedi di un colle e quindi al museo. Noi arriviamo giusto all’orario di chiusura (ed è la sera di Pasqua!). Il rubicondo custode però non sembra aver fretta di tornarsene dalla moglie, ci invita a  visitare con calma. Scende per la sterrata e ci dice qualcosa di simile a  ‘vi aspetto all’uscita’  (il rumeno, pur restando pieno di misteri, si intuisce).

Il museo è semplice: conserva, in un piacevole percorso collinare,  edifici che mostrano le principali tecniche costruttive e i principali ambienti dei villaggi tradizionali nei dintorni.


Intanto il cielo litiga con se stesso e cambia ogni cinque minuti, tra minacce di acquazzone e dorati raggi di sole. Intorno è un acquerello.

All’uscita troviamo il custode che cammina avanti e indietro sull’aia. Ci salutiamo calorosamente e prendiamo la via del ritorno.

La giornata potrebbe finire qui. Ma invece no. Ceniamo a Casa Iurca, fantastico ristorante di pietra e legno, dove scorrendo il menù, si scoprono le somiglianze di italiano e rumeno e persino di rumeno e brianzolo, vedi ‘brodo de gaina‘. Coloriti camerieri con cinturone di pelle nera e camicia da spadaccino ci servono polenta, funghi e nuca di maiale alla griglia, con buona pace della mia naturale ritrosia alla carne.

Usciti dal ristorante troviamo un paese magnetizzato dalla cattedrale ortodossa. Da ogni strada confluiscono in centro famiglie con cestini pieni di cibo, che si dispongono poi in una lunga fila davanti al portone della chiesa.

Le strade sono sbarrate, il silenzio irreale. Ci sono un centinaio di metri di persone in fila da ogni lato della cattedrale. Mormorano, tenendo in una mano il cestino di viveri e nell’altra una candela. L’atmosfera è forte. La funzione si segue restando all’aperto e ascoltando la voce amplificata di una decina di sacerdoti. Alla fine della celebrazione i cestini vengono benedetti e finalmente si puó andare a mangiare.
In tempi di continue divisioni, qui, nel cuore geografico d’Europa, la messa pasquale, dopo secoli, viene celebrata insieme da cattolici (in lieve maggioranza a Sighetu) e ortodossi. Questione di buon senso, dicono qui,  e buon esempio.

Un salto in Maramures – La strada per il nord

Si parte in una specie di piazzale sterrato con dei baracchini. Davanti a uno che vende panini ci sono dei signori che sembrano vestiti da Mariachi messicani. Poco dopo compaiono anche donne – i capelli neri e unti come il corvo (cit.) – e ragazze in abiti floreali, coloratissimi. Sono rom. Mi attraversa un’emozione strana. Gli sguardi si incrociano da vicino, ma dietro i rispettivi occhi mondi lontanissimi. 

Lasciamo Timisoara per il grande nord contadino. Il cuore geografico d’Europa: il Maramures. Si prospettano 8 ore di viaggio.

Gli scatti dal furgone non vengono bene. Quindi decido di mettere via la macchina fotografica e annotarmi a parole le foto che avrei voluto fare. Trascrivo di seguito.

A dieci km da Timisoara le pecore pascolano tra i capannoni. 

A venti, enormi pianure. Linee elettriche nere a zig zag nei campi di colza . A perdita d’occhio. La colza è un lampo giallo al parabrise (semicit.)
Ci sono numerosi cartelloni pubblicitari, ma per chilometri e chilometri non c’è incollato niente!

Mentre uno dei passeggeri del nostro furgone russa pesantemente, la signora al mio fianco mi offre dei piccoli covrigi.

A 30 km da Arad i villaggi hanno strade sterrate. La ferrovia arrugginita passa tra le abitazioni, senza alcuno steccato o protezione. I bambini giocano a pallone di fianco ai binari.
Ad Arad la strada che entra in città è fiancheggiata per qualche chilometro da un vecchio gasdotto. Le cicogne fanno il nido su grandi alberi.

Poco fuori città una ragazza corre tutta vestita Nike, con le cuffie nelle orecchie. Qui mi sembra strano. Un lampo di modernità tra le bancarelle del mercato. La modernità oggi non mi manca per niente.

In alcuni villaggi grandi ombrelloni quadrati aperti davanti a una casa qualsiasi indicano il bar del posto.

In Romania le piante da frutto hanno tutte il tronco imbiancato di calce.

A metà tra Arad e Oradea campagne vuote e un’infinita di cartelli di terreni in vendita. Poco lontano dei cerbiatti.

In un villaggio vedo bambini che si inseguono in bicicletta, alzano polvere tra una capra e i panni stesi. Sento qualcosa, nostalgia forse o le mie radici che si muovono. 

Mi ricordo quando da piccolo mio nonno mi portava sulla carriola fino in fondo a via Lodosa. Non veniamo da molto lontano.

Una scuolina in mezzo a vecchie case di legno. Mi domando cosa significhi insegnare qui.

Il cielo si fa grigio. L’autista fuma. Musica tradizionale dalle casse, un misto tra la mazurka di Casadei e la chalga turca. Ogni tanto si apre a un pizzico di Tirolo.


Due ragazze con in mano le loro biciclette se ne vanno di spalle lungo una sterrata che sembra finire all’orizzonte. O forse tornano. In ogni caso una bella foto. 

I benzinai qui non se la passano bene. Sarà la decima pompa abbandonata che incontriamo. Mancano 14 km a Oradea.

Alla periferia di Oradea in un caseggiato di regime una anziana signora sta appoggiata al cornicione a guardare la pioggia.

Diretti verso Satu Mare siamo ormai in viaggio da quattro ore e non ci siamo ancora fermati. Mi sento leggermente rinco. Il terreno intanto si piega e fa delle onde. Colline in arrivo. 

Rispunta il sole.

La pausa pranzo di 14 minuti in un piazzale sterrato, tra case abbandonate. Mangiamo un panino che sa di cetrioli sottaceto della DDR. Di fianco a noi una mietitrebbiatrice abbandonata.

Terra, terra e ancora terra arata. Molto chiara in certi punti, quasi nera in altri. 

In un villaggio il nostro autista si ferma e scarica sacchi pieni di vestiti. Chissà che storia c’è dietro. Due bambini in ciabatte e col berretto di lana osservano la scena fermi sulle loro bici.

Di Satu Mare vediamo solo la periferia. La peggiore edilizia di regime, abitata da uomini e donne dall’aspetto malconcio. I ragazzini anche qui sembrano usciti dal video di un rapper americano. Dai villaggi alle città, da Vimercate a Londra, gli adolescenti di tutta Europa si assomigliano e crescono con lo stesso immaginario in testa. Che noia.


Condomini grigi, uno stradino taglia l’erba con il decespugliatore, altri tre lo guardano immobili, appoggiati alle rispettive scope di saggina.


Sole e nuvole cenere si alternano mentre ci dirigiamo verso nord. Il Maramures è vicino. Prossima fermata: Baia Mare.

L’uomo che qualche ora fa russava ora fischietta allegramente un motivo popolare che passa alla radio.

I villaggi che si arrampicano nel bosco assomigliano a cataste di tegole e legno. Qui è lecito credere ancora a lupi, streghe e altri esseri notturni. Dietro ogni portone di legno c’è un segreto misterioso.

Le case si fanno più colorate, i tetti più spioventi. I giardini piccoli e grandi, che sbucano tra le costruzioni, sono disordinate raccolte di oggetti: vasche da bagno, sedili di pullman, copertoni, macchinari e attrezzi abbandonati, essicatoi, pannocchie, carriole, rastrelli, dondoli, stivali e zoccoli.

Si entra in Maramures inoltrandosi nella selva. La strada sale a curve nella foresta e poi sbuca in un altopiano collinare benedetto dalla luce del tardo pomeriggio: sembra un disegno colorato coi pastelli.

Baia Mare è un grosso villaggio, non una città. Mancano 50 km alla meta. Intorno alle colline ora si alzano dolcemente delle montagne.


L’autista sulle strade di casa prende a fare le curve a cento all’ora. Intanto canta. Noi ci aggrappiamo ai sedili.


Una signora, che ha lavorato per sette anni in una pizzeria di Varese e conosce un po’ di italiano, ci chiede per conto dell’autista dove dobbiamo scendere. Qui è il contrario che in Italia: ci si ferma solo dove serve.

L’inglese anche oggi non pervenuto. Nessun problema, alleneremo altre abilità.

Arriviamo a Sighetu Marmatiei e una ragazza, scesa con noi dal furgone, ci accompagna sulla via per il nostro albergo. Gentilissima. Camminiamo per un po’ ma dell’alloggio neanche l’ombra. Iniziamo a chiedere in giro. Chiediamo a una signora. La signora chiama due giovani nella speranza che sappiano qualche parola di inglese. I ragazzi chiamano i rinforzi. In due minuti si crea un capannello di astanti, accorsi in nostro aiuto. 

Ci lasciano davanti alla porta dell’albergo e uno di questi ci dice: Romania! Come a dire: qui facciamo così!