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Giornate del Caucaso – La Toscana del Caucaso

Rasato e tatuato, sentor di destra nazionalista, il nostro autista, con la sua vecchia BMW, corre verso il Kakheti. È uno che ama fare i tunnel in sorpasso, i migliori sono quelli tra le macchine da scavalcare e i camion che arrivano nell'altra corsia. Sul retro io e Alessandro non sappiamo se ridere o metterci a piangere. Tra la tachicardia e le battute (Ale, che dici, gli chiediamo se puó alzare un po' il volume? No, io gli direi che abbiamo fretta), segno sul taccuino un nuovo postulato: anche se tu mezzacalzetta occidentale vedi disegnate due corsie sull'asfalto, il tassista georgiano ne vede tre. E le usa.

Completa l'opera di disperazione e tragedia una colonna sonora sparata a palla e di grande atmosfera: Snoop Dog e Fifty Cents, svariata dance degli ultimi vent'anni. Cose che, come immaginerete, si sposano perfettamente col bucolico paesaggio del Kakheti.
Menzione d'onore nel diario di oggi per 'Kisses Back' di Matthew Koma, che la fa da padrona. Nonostante faccia la faccia da duro, pensiamo che il nostro driver destrorso sia appena stato mollato dalla sua donna ed esprima con questo esempio di alta profondità elettronica il suo disagio. Uno dei testi più vari e avvincenti che io abbia mai sentito!

Tra un sorpasso avventato e l'altro, ad ogni chiesa, ad ogni monastero, il nostro fa il segno della croce.
Musica dance e religiosità spicciola mixate insieme. Noi osserviamo basiti questo connubio di fede, velocità e tamarra baldanza con una domanda negli occhi: e il mondo dove andrà a finire?

Procediamo spediti in mezzo a quella che i georgiani definiscono 'la Toscana di Georgia'.
Cerco di pensare a cos'hanno in comune a prima vista le due regioni e direi pochetto, al più tre cose: ambiente collinare, coltivazione della vite, un paio di paesi che crescono arroccati su un'altura.
Cos'anno di diverso? Il resto. Ovvero che il Kakheti sembra una regione vuota, in cui non si vede abitato per chilometri; nel Kakheti il vino (ancora) non è sinonimo di ricchezza e non girano molti soldi; qui esiste una cultura dell'ospitalità antica, che viene prima del turismo e tutto il resto, cosa che in Italia s'è persa o si sta perdendo, con la sostituzione dell'ospitalità (cioè una relazione tra persone) con il servizio al cliente (cioè una relazione tra attori economici, dove io e te non valiamo per quel che siamo, ma solo per quel che diamo).

Arriviamo a Sighnaghi accompagnati da 'All that she wants' degli Ace of base, facendo slalom sui tornanti tra vigne a spalliera e vacche vaganti. Sighnaghi si dice sia il più bel villaggio del Kakheti: se volessimo fare un'ardita analogia, Signaghi starebbe al Kakheti come, in Italia, Barolo sta al cuneese.

Raggiunta la piazzetta coperta di alberi davanti alla chiesa, tra vecchietti in piazza, cicale e caldo torrido, ci si potrebbe anche sentire in un qualsiasi borgo dell'italico meridione. Alcuni degli anziani presenti ci accolgono proponendoci una sistemazione per la notte per 15 lari. Lì accanto, un gelataio fa una specie di gelato istantaneo, una cosa che è la prima volta che vedo: su una piasta raffreddata, l'artigiano del freddo taglia delle more, versa del latte, mischia e stende come se dovesse fare una crepe. Sulla piastra gelida lo strato di latte e frutta si congela e lui lo raschia a fogli, che poi finiscono nella coppetta che ti mangi. Alessandro lo prova subito e ne dice una meraviglia!

Girando in perlustrazione per gli stradelli del borgo, tra una Lada e una gallina, barba da corsaro e maglia smeraldina da tamarro, troviamo George.

'Guys, avete bisogno di una stanza? Volete fare un tour del vino? Avete prenotato?'
'Niente prenotazione, no'
'No problema guys, come with me, we can find solution'

Strano trovare un georgiano che ci si propone direttamente col suo simpatico inglese dal bellissimo accento. Con affabilità e cortesia ci conquista e ci porta dritti dentro la sua bella casa di legno, una casa di campagna di tanti anni fa, ma rimessa a nuovo. Lo sono anche le case intorno, riammodernate, si vede che turismo e vino qui hanno dato una mano alla gente.

Eccoci sotto la pergola, su un bel terrazzo, contornati da anziane signore del luogo che ci porgono su antichi piattini di ceramica le delizie regionali: del kachapuri, un po' di formaggio salato, polpette e vini; prima un bianco leggero e beverino, poi un rosso quasi passito.
Tutto gratis, ancor prima di vedere e accettare una stanza, per riconoscibile senso di ospitalità, gente che ti apre la casa, la cucina, il terrazzo, perchè è abitudine farlo, perchè è buona educazione.
Mentre godiamo del pranzo capitatoci davanti per caso e generosità, aspettiamo che una stanza venga preparata per noi.

La stanza – lo scopriamo poco dopo – è una suite con due letti matrimoniali, uno singolo e panoramica visuale sulla pianura benedetta dal sole del mediterraneo (anche se è lontano) e ravvivata dal canto delle cicale. Accettiamo questo piccolo gioiello per la importante somma di 25 euro (da dividere in tre), eppure c'è gente che si ostina ad andare a spendere i suoi stipendi in Sardegna: sa il cielo altissimo come va il mondo!

Nel pomeriggio visitiamo il borgo. Il turismo qui si limita alla presenza di pochi occidentali e mediorientali. Qualche decina e non di più. Questi ultimi, dell'Asia vicina, amano spesso forme di turismo idiota, me ne accorgo in questi giorni in cui a più riprese li abbiamo incontrati. Qui girano e fanno baccano in giro per il silenzioso abitato su inutili quad. Alle spalle del maschio in mutande, infradito, e maglietta della squadra di calcio di turno, stanno ragazze completamente di nero coperte, con solo una feritoia per veder fuori la luce.
Quad, turismo idiota e velo integrale, come per il tassista che si fa il segno della croce e ascolta 'Kisses Back': alto e basso, sacro e profano, senso e non senso, si mischiano in qualcosa che a me sembra il sonno della ragione, un buco nero, il vuoto cosmico. Sono segni che la fine dell'ordine supremo è vicina? Cosa diventeremo? Perchè siamo ridotti così? Va tutto bene? Chi sbaglia e dove?

Il Kakheti è un bel posto per farsi domande sui massimi sistemi e, come dicono Cartesio e Alessandro, dilatare il senso. Seduti sotto la pergola, col bicchiere di vino sempre fresco e pieno, accarezzati da un ampio e solivo paesaggio, accuditi come nipoti da una famiglia di vignaioli georgiani, è più facile mettere in discussione il mondo, disorientarsi, senza paura di cadere soli.

Qui la sera si mangia e si canta. Il capofamiglia nei momenti ufficiali detta il ritmo dei brindisi e della cena stessa, diventa cioè quello che i georgiani chiamano 'Tamada', il maestro di cerimonia. Il tamada inizia con un discorso ufficiale in cui dà senso al convivio e poi lancia con ritmo irregolare diversi brindisi a cui tutti devono prendere parte a bicchiere pieno. Fuori dai momenti indicati dal Tamada il vino non si puó toccare (che in Georgia corrisponde a un: non si puó bere. Dell'acqua da queste parti non capiscono bene la funzione).
Ad ogni brindisi cala il silenzio e il tamada esprime un intento con cui fare festa e brindare: la famiglia, i figli, il buon raccolto, la pace, l'amore e ogni altro valore caro a un buon padre georgiano.

Domani andremo in esplorazione nei dintorni di Sighnaghi, in quella vasta regione che vista da quassù sembra placida e disabitata.

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La Bulgaria in seconda classe – Epilogo, se vogliamo dir così

Tornati al porto lasciamo i legni ormeggiati e ci sediamo sul molo, stanchi e rigonfi di luoghi, di spunti, ispirazioni. Ci fermiamo un momento a osservare il percorso, l’itinerario con le sue tappe che ancora scintillano dietro di noi, nei passi, e fanno lentamente sangue, fanno ricordo. Luigi Grechi cantava così: un uomo è quel che mangia, ma anche i sogni che si porta nel cuore, i luoghi in cui è già stato come quelli in cui ancora deve approdare. Cantava una cosa semplice, ma vera.
Torniamo indietro sovente, ai giorni appena trascorsi, tra un attimo e l’altro, tra gli impegni che settembre propone sempre con una punta di ostinazione. Tutte le attività fervono, come in una primavera, guadagnano nuova vita, e richiamano alla terraferma il marinaio di recente ritorno, ancora impegnato a lavarsi sabbia e sale dalle mani. Torniamo indietro e ripensiamo, riassaporiamo: le rosse pietre di Melnik, la luna bianca di Sandanski, il blu di Sinemorets, i kebab lungo i vialoni di Sofia. Di tante foto, mi rendo conto, ce ne sono alcune a cui, dopo pochi giorni, sono già più affezionato. E non son per forza le più belle, son quelle che fermano i momenti che ho sentito più vicini, quelli in cui davvero si ha la sensazione di sfiorare l’aria intorno. Quando ci si accorge.

Accorgersi: è su questo verbo anche bruttino che vorrei appoggiare le ultime righe di questo viaggio.
Non son poi così tante le cose di cui ci accorgiamo, che dite? Io ho sempre l’impressione che molto della vita rimanga silente, resti a guardarci passare, noi e i nostri giorni, in un silenzio sommerso. Il compito è nostro: stanare, avere buoni occhi per scrutare e scorgere, un buon fiuto per intuire. Segugi del senso, se si vuole. Io mi sento così. Partendo da questa consapevolezza, alla fine dei nostri tanti chilometri, vorrei provare a sintetizzare ciò di cui certamente possiamo dire di esserci accorti, quello che abbiamo fiutato. Lo farò con un paio di considerazioni.

La prima, doverosamente, riguarda il luogo, la Bulgaria. Per noi uomini d’occidente la Bulgaria diventa fronte compatto con i paesi che fecero parte del blocco sovietico. Lo vedo ogni anno quando chiedo ai miei studenti di provare a disegnare, a mente e mano libere, una mappa dell’Europa mettendoci più particolari possibili. Tutti – più o meno tutti – sanno che il limite spaziale che diamo al concetto (puramente culturale) di Europa sono i monti Urali. Lo sanno e si sentono costretti ad arrivare col disegno fino a lì. Succede così, di norma, che la metà ad ovest della mappa rechi disegnati diversi particolari – città, monumenti, fiumi, catene montuose –, mentre più ci si spinge ad est più i segni sulla carta diventano pochi, imprecisi e via via più radi. Non me la prendo con loro, né con il sistema scolastico italiano: quel risultato un po’ disastroso non è frutto “delle nuove generazioni che non studiano più la geografia”; non solo, perlomeno. E’ il risultato di una tradizione culturale: è il contesto in cui cresciamo che ci dota dei macro riferimenti geografici, che genera la scala d’importanza dei contenuti. E’ normale che i miei studenti sappiano perfettamente di Londra e del Big Ben perché, da brave pecore, subiamo ancora il colonialismo culturale anglosassone e nelle scuole li infarciamo di pleonastica cultura anglossassone. Pleonastica non perché minoritaria o meno importante, al contrario: perché di cultura anglosassone sprizzano televisione, cinema, internet, discorsi e stili diffusi. E’ altrettanto normale che non si sappia qual è la capitale della Croazia, paese che dista pochi chilometri dalle nostre coste e che, in molti casi, ci ha visti trascorrere qualche giorno di vacanza sulle sue spiagge.

Io, che pure mi interesso per lavoro di questi temi, non ho fatto molto meglio: prima di partire ho immaginato il tragitto bulgaro come un proseguimento dell’esplorazione romena. Mi son detto: sì, qualche differenza, ma alla fine… Niente di più sbagliato, le differenze sono tali da non poter assimilare, accostare, le geografie dei due paesi. Per noi quei due paesi sono stati configurati come cugini nel momento in cui hanno compiuto gli stessi passi (negli stessi tempi) per addentrarsi nell’Unione Europea, cioè nel nostro orizzonte di senso: entrambi entrano nella comunità nel 2008, entrambi litigano con l’Euro e con Schengen. Punto. Sì, il nostro “punto” di osservazione.
Ora si tratterebbe di enumerare le differenze. Per ragioni di sintesi e leggibilità, credo che basti citarne una che in qualche modo ne porta molte altre con sé: l’atteggiamento dei suoi abitanti. Uomini e luoghi, ricordate? Uomini e luoghi in un perenne dialogo si influenzano, si costruiscono e si danno senso. Nell’atteggiamento dei suoi abitanti la Bulgaria racconta la sua storia e la sua geografia, i flussi, le dominazioni, le cellule resistenti: tutte tracce sedimentate e rinvenibili nel suo paesaggio.
Nel paese c’è un grado di apertura e un senso dell’ospitalità spiccati, un orgoglio nazionale che tengono a mettere in mostra. In Romania come in altre zone balcaniche abbiamo incontrato un atteggiamento diffuso diverso: si passa molto più tempo sulle proprie. Questa disposizione d’animo potrebbe derivare dalle diverse vicende che i due paesi hanno attraversato, pur così vicini nello spazio. La Romania conserva in sé uno dei sistemi linguistici più fedeli al latino classico in virtù di una specie di isolamento secolare. Diversamente la Bulgaria è rimasta vittima (e beneficiaria) di tutti gli scambi (culturali e non) possibili, zona di contesa prima tra i grandi imperi, tra la civiltà greca e quella ottomana, e poi periferia, di volta in volta, di Pietroburgo, Mosca e Bruxelles. Gente di confine, gente di porto, come si diceva nei giorni passati a Ruse, sul Danubio.
Durante gli anni del regime inoltre Crimea (Ucraina) e costa bulgara del Mar Nero erano luoghi di villeggiatura prediletti da gerarchi e burocrati dell’Unione Sovietica. Anche questa tradizione turistica che precede l’arrivo del mercato, soprattutto nelle grandi città e nelle località rivierasche, deve farci intuire qualcosa.
Questo fatto di essere stato-cuscinetto, punto di confluenza culturale, zona di scontro domato a sintesi, porta questa piccola nazione a diventare un territorio di esplorazione davvero interessante. Riusciamo qui a sbirciare un’ipotesi non remota di futuro: a vedere il minareto di fianco al campanile e alla cupola, il kebab di fianco alla salsiccia di maiale, il cirillico di fianco al greco e al latino. Un sopralluogo è davvero troppo poco per guadagnare profondità e comprendere qualcosa di questo garbuglio, ma marca una decisa differenza tra questa nazione e gli stati a lei confinanti.
Una nota poi sullo spazio fisico: si tratta di un paese piccolo – la massima distanza in linea retta che contiene è di cinquecento chilometri – ma caratterizzato da una varietà, soprattutto una peculiarità, di paesaggi interessanti. Dalla campagna piatta e bruciata del vallone di Plovdiv, si passa in pochi chilometri ai rilievi scuri del Rila e a quelli grigio chiaro del Pirin. Si passa in dieci minuti di treno dalla metropoli di Sofia ad alti e angusti canyon, per arrivare a Belogravdcik e trovare strane rocce rosse dalle forme arzigogolate. Se ci spingiamo a sud, nella Tracia, incontriamo impressionanti paesaggi carsici, se viriamo a nord possiamo sostare in centinaia di località fluviali. Se percorriamo la costa ci imbattiamo in alte scogliere inframezzate da calette di sabbia bianca. La varietà che si può dedurre dall’osservazione di un atlante non dice molto di tutto ciò.
Di questo ci siamo accorti.

Sempre dal tema dell’accorgersi viene una seconda considerazione legata alla scrittura e al tempo.
Ho avuto l’impressione che i giorni passassero pianissimo durante questa peregrinazione bulgara. Lo dissi a Silvia mentre ci bevevamo una birra a Belogravdcik: “siamo in viaggio da due giorni e mi pare una settimana”. Il rapporto tra il tempo dell’orologio e il tempo percepito – in greco non a caso si trovano due termini differenti per indicarli: Chronos, il primo, e Kairos, il secondo – è rimasto lo stesso per tutto il procedere delle nostre perlustrazioni: dopo quindici giorni mi sentivo in viaggio da un mese.
Un tempo lento che nulla ha a che vedere con la noia e che riguarda invece l’essere accorti, il rendersi conto, di ciò che si attraversa: quando si è lucidi, quando si è ben disposti e aperti all’esterno, quando ci si godono paesaggio, atmosfere, discorsi, esplorazioni, quando tutto ciò avviene, i frammenti, le sfumature da cogliere, diventano così fitti, così densi, da produrre una specie di allargamento del tempo. E’ stato un tempo largo quello di questa esplorazione: abbiamo fatto spazio per tutto quel che si poteva. A molto, comunque, è toccato rimanere fuori.
Luoghi e uomini, geografia e storia, spazio e tempo, sempre intrecciati, sempre connessi. A incrociarli, a renderli un unico inscindibile, eppure incessantemente mutevole, è il senso che attribuiamo loro. Tra le dimensioni che ci servono per esplorare e capire un luogo, oltre allo spazio (profondità, altezza, larghezza) e al tempo – lo dico a mo’ di provocazione – dovremmo infilare una nuova misura: il senso, esso agisce in modo marcato e in continuazione sulle altre due grandezze. Una misura, va da sé, difficilmente sondabile – sintesi di aspetti soggettivi e culturali – e da indagare unicamente con esperienze di tipo qualitativo: immergendosi, provando a guardare e interagire col contesto.
L’ultima domanda che mi sono posto nei giorni di viaggio e che voglio pormi a conclusione di queste righe è la seguente: quanto la scrittura quotidiana, questo racconto, scritto in tante stanze d’albergo e scompartimenti di treni, ha influito sulla velocità con cui percepivo scorrere il tempo?
Indubbiamente la scrittura è stata colonna vertebrale in queste settimane, una linea mai interrotta stesa attraverso i giorni: una piccola vertebra, un trattino ogni giorno, giorno dopo giorno. Presenza sotterranea, non invadente, ma importante: un’attività che nasce quando ci si accorge e che aiuta poi, dopo, a provare a capire e di nuovo ad accorgersi ancora. Erano talmente numerosi gli aspetti interessanti da registrare che è stato un gesto naturale ricavare un’ora ogni sera in cui tentare di connettere insieme immagini e pensieri sopra la pagina. Vivere il giorno registrando i particolari, cogliendoli, quindi accorgendosi di loro e del loro contesto, e poi provare a dare un ordine a fine giornata a tutti ai pezzetti raccolti. Raccontare un po’ come rivivere: e solo facendo le prove, la seconda volta si capiscono vera bellezza, errori e miglioramenti possibili.
E’ stato forse anche questo piccolo trucco ad allargare il tempo, a rallentare i giorni, a saldare immagini e pensieri.
Tempo fa leggevo una breve riflessione di Paolo Nori, diceva che chi scrive deve essere capace di fare un po’ come i bambini: affascinarsi e stupirsi di cose anche molto semplici e raccontarle come fosse la prima volta, come se non le avesse mai viste prima. In qualche misura, aiutato dal percorso di scoperta di una realtà per lo più sconosciuta, deve essere successo qualcosa di molto simile. Ci siamo accorti, abbiamo iniziato a scrivere e il tempo ha rallentato la corsa. Potevamo tranquillamente non accorgerci di nulla e finire a dire, anche noi come i nostri compagni d’aereo, che si trattava solo di un paese arretrato e privo di attrattive.
Trovassimo il modo di raccontare ogni giorno le nostre vicende, provassimo a sistemare pensieri e immagini della giornata ogni sera, chissà, probabilmente otterremmo un effetto non diverso da questo allargamento del tempo. Il punto, forse, è nelle parole di Nori: avere occhi buoni, curiosità, per scrutare il silenzio sommerso, per accorgersi del mondo che ci passa di fianco e non filiamo, a Sandanski come a Casatenovo.

L’Avellaneta

L’Avellaneta è un agriturismo disperso nel cuore della Daunia, Appenino dove armonicamente si incontrano la mano dell’uomo e quella della natura. Siamo a cavallo tra Molise e Puglia, luoghi dove le povertà economiche hanno conservato paesaggi agrari tra i più belli d’Italia (a mio avviso, ovvio).
In questi giorni ho scritto poco, impegnati come siamo in lunghe tappe sotto un sole via via più tosto e meridionale, ci siamo persi e ritrovati. L’ospitalità credo sia il filo rosso che lega insieme giorni e momenti, un qualcosa che ricorderò sempre quando penserò al Molise. In molti paesi abbiamo ricevuto inviti a pranzo e cena, ospitalità, saluti del sindaco, come primi pionieri scopritori di un percorso. Tutto ciò mi ha riportato a certe sensazioni che erano rimaste appiccicate al cammino maestro, a certi luoghi del camino de Santiago. Fa piacere, davvero, ritrovarle in una bellissima e dimenticata Italia.