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Giornate del Caucaso – Tbilisi no problema

Saltiamo su una marshrutka e in meno di cinque minuti siamo in viaggio verso la capitale, i suoi 40 gradi centigradi e il suo milione di abitanti. A me oggi tocca il posto davanti, che in genere è una bella cosa, ma qui si trasforma nell'essere rinchiusi dentro la camera-car di una formula uno, vivere le emozioni sulla propria pelle.
Il tassista georgiano non guida. Sorpassa.
Mentre i miei due compari di viaggio da dietro, difesi dai sedili, si divertono a filmare le più avventate iniziative del tizio, io perdo chili e giorni di vita: sorpassi in staccata prima della curva, sorpassi in discesa lanciandosi a 120 km orari, sorpassi a filotto (fino a 8 veicoli!) restando nell'altra corsia, sorpassi in doppia fila. Tutto questo con un furgone, non con una Ferrari. Lo spettacolo dura fino alla fermata nell'autostazione di Didube a Tbilisi.

Va be', disavventure automobilistiche a parte, Tbilisi ci accoglie con il suo caldo – ma non afoso – abbraccio. Dalla stazione dei bus le due linee di metropolitana a disposizione sono comode per raggiungere il centro. Un biglietto costa 15 centesimi di euro, cioè dieci volte meno che a Milano.

Facciamo una seconda e giusta colazione in un locale affacciato su Liberty square, dove in vetrina campeggiano torte di panna, cheesecake e semifreddi dell'altezza di 20 cm!
Alessandro da una settimana chiede di poter avere solo del latte, ma per una strana bizzaria dei georgiani, non ci è ancora riuscito.
In un paese dove abbiamo si incontrano più vacche che auto lungo la strada puó sembrare paradossale, ma nella colazione al bar chiedere un latte caldo viene guardato con sospetto. La risposta è invariabilmente: 'with coffee? with chocolate?' E noi, ormai in coro: 'nooo, only milk!'.
'Ah no, only milk no possible!'. A Kazbegi le cameriere mandate in cortocircuito dalla nostra cervellotica richiesta di poter bere del latte, ci risposero che non avevano il prezzo, non sapevano quanto farcelo pagare e quindi ciccia: 'no possible'. Una eguale brillante capacità di problem solving l'ho riscontrata solo nelle cameriere cinesi!

Ci dirigiamo poi verso il parlamento. Abbiamo prenotato un posto a casaccio nella zona diplomatica della città: posizione centrale, ma costo stranamente contenuto. Lo 'stranamente' viene subito a noi.
Supponiamo di aver prenotato un posto che forse si chiama Petit e che forse è in via Chitadze. Lontani dal wi-fi non abbiamo internet e quindi ci accontentiamo delle poche informazioni in memoria.
Arrivati in loco, tra l'Ambasciata Italiana e l'ex palazzo parlamentare (oggi trasferito a Kutaisi), perlustrando meticolosamente la via, troviamo solo una freccia di carta appiccicata al portone di un palazzo; sulla freccia, non più lunga di 30 cm, sta scritto: 'Le Petit'. Senza citofono e con il portone aperto, ci addentriamo: il palazzo sembra un rudere abbandonato dopo un terremoto o un bombardamento. Lunghe crepe attraversano le pareti, scale sberciate, vetri rotti, muri scalcinati e graffitati manco fossimo nel peggior quartiere. Saliamo seguendo un'altra freccia e più ci introduciamo nello stabile e più sembra il set di un film di Dario Argento. Preso un corridoio laterale che non finisce mai e che procede (storto!) nella calda oscurità del pomeriggio, ci fermiamo davanti a una porta con scritto 'Le Petit Journal'.
Alessandro: 'ma no, è impossibile che ci sia un ostello qui dentro! Dai, siamo seri'.
Nonostante le giuste rimostranze del nostro, proviamo a bussare; ma nessuno apre. Chiediamo all'unica forma di vita che si palesa, un ragazzetto del posto, ma dice di non conoscere nessuna guest house nel palazzo e il mistero si infittisce.

Usciamo dall'edificio orrifico e decidiamo, a questo punto, ora che ogni possibile certezza è crollata – nome, indirizzo, ec – di mangiarci una cosa in un bar per rileggere via wi fi la nostra prenotazione.
Risultato: entriamo in un bar che è completamente vuoto, ma impiega 30 minuti per farci tre panini; in quella mezzora proviamo a chiamare via whatsapp il numero indicato sulla prenotazione. Risponde George, che ci dice di essere via, ma di guardare che sotto lo zerbino c'è la chiave per aprire la porta e che possiamo prendere una stanza al piano di sopra. 'No problema'.

'No problema' non è solo una frase che tutti i georgiani tendono a usare davanti a qualcosa che non va come deve andare, è una massima che sintetizza uno stile di vita: il georgiano è un uomo della tranquillità, lascia il finestrino abbassato, la porta aperta, ti aiuta a trovare una soluzione, se hai l'aria un po' triste ti chiede se va tutto bene, un uomo che aiuta il mendicante cieco a muoversi, salire e scendere dal metrò.
Chissà cosa li rende così: la fine di una oppressione durata per davvero troppo tempo? L'avvento di una nuova e forse più prospera stagione? Il senso di comunità? La cultura della vita, legata prima di tutto alla dimensione familire e comunitaria?
Non ne ho idea, forse tutte queste cose, resta il fatto che qui si vive un clima sociale eccezionale. Trovarcisi davanti fa pensare a cosa abbiamo perduto, fa sperare che durerà.

Ritorniamo quindi alla struttura. Entriamo seguendo le istruzioni: in un palazzo che potrebbe crollare su se stesso alla prima vibrazione della terra, scopriamo un appartamento in stile super moderno: tinte di bianco, stencil ai muri, aria condizionata. Incredibile. Ma non è finita: dentro l'ostello una coppia azera, che non spiccica mezza parola britannica e sembra non fidarsi. Così tocca richiamare George e fargli spiegare la situazione (in russo).

Trovata la nostra sistemazione conveniente, con l'incarto antico, 'ma il cuore sempre giovane' (cit.) possiamo finalmente dare avvio all'esplorazione della città.

Scendiamo lungo viale Rustaveli, un grande viale alberato dedicato al poeta nazionale e con in mezzo uno stradone a quattro corsie, per arrivare a Liberty Square, prima piazza Lenin, al cui centro, dalla fine degli anni '90, han tolto la statua del rivoluzionario per mettercene una dorata e pacchiana di San Giorgio in coppia col drago infilzato.

Da lì saliamo nei vicoli della città e scopriamo che, il nostro palazzo, non è che l'antipasto di un disastro immobiliare molto più ampio. I quartieri alti, sulla collinetta sopra la piazza, sono disarcionati e nella maggior parte dei casi presentano crepe e puntellature, in proporzioni viste solo in centro all'Aquila; con la grossa differenza che qui la gente continua a vivere.

Discendendo dalla collina si incontrano invece i viali ristrutturati della città vecchia, un'area piena di botteghe e negozietti, un'altra più patinta con ristoranti e caffè. Percorrendo le vie fino in fondo, si arriva al fiume Kura, con le sue intense acque verdognole e maleodoranti. La parte della città a est del fiume si erge su una formazione roccioso impressionante, che ricorda Pitigliano o qualcosa di simile.

Proseguendo lungo il Kura (il piacere qui è rotto da un viale a quattro corsie, pericoloso, rumoroso e inquinante) si svolta per le terme e da lì si sale alla fortezza e ai giardini botanici.

Ci concediamo una pausa termale. La cerco nei miei gironzolamenti da tanti anni, ma poi o non ho trovato le terme (!) o le ho trovate troppo care per le mie tasche. Qui finalmente ci possiamo concedere una pausa alle terme reali di Tbilisi, che, al di là del nome, sono terme molto spartane e popolari. Un'ora con una stanza privata, vasca piccola e un massaggio ci costa poco meno di 15 euro a testa.
Visti i prezzi e visto che il viaggio è anche o forse soprattutto ricerca del piacere, ci mettiamo in fila. La fila è lunga e ha qualcosa di coloniale: giovani e pelle colorate vengono fatti fuori dalla signora che dice: 'many rezervation' – sì, lo dice proprio con la z e un suono russo – 'come another day'. Sicché della fila rimaniamo solo noi. Un po' basiti seguiamo la signora che ci mostra la 'prozedura', cioè il preciso meccanismo con cui funzionerà la nostra ora: 10 minuti dopo l'immersione in vasca arriverà un energumeno georgiano in ciabatte, costume e con in mano un secchio di sapone. Stesi su un letto di marmo, reso caldo dall'acqua, a turno, verremo insaponati, scrubbati e massaggiati con violenta energia dalla competenza (non professionale) del nostro massaggiatore. Avete qualcosa da obiettare? 'Prozedura', soviet style, così è così si fa!

Sderenati dall'acqua bollente e dalle botte del massaggio fuori ci attendono baracchini con succhi freschi di melograno e gelati alla panna col sapore di tanti anni fa.

Tbilisi mi sembra un grande villaggio, la varietà delle situazioni e del suo costruito, con vicoli interi di legno, alberi e giardini nascosti, affiancati a opere più moderne, ma nel complesso armoniche, la rendono un luogo in cui è bello perdersi e girovagare. Mi sembra – vialoni gasiferi a parte – un luogo molto vivibile e, come ho cercato di raccontarvi, soprattutto per via della sua gente.
Le differenze che corrono tra la capitale e il resto del paese sono grandi, sembrano due mondi appartenenti a due epoche diverse e non vicine.

In tutto questo buen vivir la cosa che non siamo stati in grado di spiegarci è il come mai la città non sia (o non sembri) molto considerata dal turismo: sono pochi gli stranieri che incontriamo per le vie del centro, si diradano a tal punto da sparire se si abbandonano le aree più glamour. Dopo una settimana, per esempio, non abbiamo ancora incontrato un italiano. E, per mia esperienza, è un evento unico e assai strano.

Come funzioni il traffico turistico georgiano resta quindi in incognita, equazione da risolvere nei prossimi giorni: tempo e strada ce n'è. Prossima tappa: il Kakheti, la storica regione vinicola del paese, paragonata Langhe e Toscana. Inutile che storcete il naso, noi siamo qui per vedere.

Irish pics # 4

Colazione freak?

A Derry (o Londonderry, come si diceva l’altro giorno) abbiamo scelto un ostello un po’ freak. Le domande che conseguono nell’interlocutore medio sono: cos’è un ostello freak e perché sceglierlo.
Bene, sul cosa sia freak rispondo come Louis Armstrong a chi gli domandava cosa fosse il jazz: ‘se non lo hai ancora capito, fratello, non lo saprai mai‘. Un po’ western come risposta, ma va così.
Sul perché sceglierlo, eh, mica facile spiegare: i motivi sono diversi e in qualche caso persino reconditi.
Il primo fatto e’ che l’Irlanda e’ cara, costa tanto. Anche per chi viaggia come noi, in modo, diciamo sobrio, diciamo francescano, adeguandosi a quel che trova. Ecco, per chi viaggia così, per i miei standard da frequentatore oltre cortina, difficile dire che si spende poco da queste parti. L’alto costo prefigura sempre scelte molto basic, Sparta e non Atene insomma.
Il secondo fatto e’ che i trentenni fan di tutto per sentirsi giovani, piu’ giovani, per dimostrarsi che sono ancora quelli che erano, che so, a 19 anni. Non so bene perche’, ma fateci caso, voi piu’ piccoli o piu’ grandi che siate: va così. E io, ahimé, son in viaggio con tre trentenni di quella pasta lì: che hanno bisogno di sentirsi giovani. Chissà che torti ha commesso la vita nei loro confronti.
Se sei in viaggio con tre così allora succede che giri senza prenotare, arrivi tardi, cerchi a caso, trovi una camera di fortuna in un ostello con dentro 1000 chili di roba – ammennicoli, chincaglieria, soprammobili, strumenti musicali e da cucina – provenienti dal sud est asiatico e che si trova nel posto meno comodo della cittadina meno comoda. Trovi, ti accampi alla bell’e meglio e provi a dormire: sei in viaggio da giorni, hai camminato chilometri, e provi a dormire. Solo che al piano di sotto suonano il sitar, e va be’, solo che ragazzine corrono su e giu’ ubriache dalle scale, e va be’, solo che bussano alla porta e chiedono di entrare tutti i derelitti della citta’, e va be’, solo che i tuoi vicini di letto si fumano anche i cuscini, e va be’. Ma a un certo punto: l’apice. Nel cuore della notte entra nel dormitorio un uomo di mezza età, gli occhi iniettati di sangue,  giacca e cravatta indosso. Entra, accende la luce, tac, uno scatto, nel cuore della notte, apri gli occhi per vedere che succede. Lui si guarda intorno con aria stralunata: sono le tre di notte, avanza in mezzo allo stanzone camminando passi lenti, e ansimando, sudato come se avesse corso tutte le tre rampe di scale. Avanza e si guarda intorno, li guarda tutti quelli che dormono e tu ti fai delle domande anche normali, in una situazione che normale proprio proprio non è: la prima domanda è scocciata: che cazzo ti accendi la luce alle tre di notte pirla? hai fatto tardi? hai bevuto? fatti tuoi, rispetta il sonno pellegrino! La seconda consegue: ma un vecchio in giacca e cravatta perché diavolo deve arrivare facendo tre rampe di scale di corsa nel cuore della notte in un ostello irlandese? La terza è doverosa: avrò mica esagerato a cena con quel burro d’aglio(…)? la quarta indifesa: saremo mica in pericolo? sarà mica un pazzo mitomane che ha deciso di ammazzare i poveri (effettivamente) avventori di un ostello nell’Ulster? un attentatore sotto le mentite spoglie di un vecchio bancario? Mah, chissà. Infondo son le tre di mattina e sei troppo assonnato, impigrito, per darti delle risposte. Però lo scruti nei suoi gesti lenti e folli, curando di non farti scorgere sveglio. Ancora una domanda lampeggia in testa: ci sono delle ragazze qua dentro con noi, saranno in pericolo? dovrò intervenire? Poi il tizio si ferma piantato in mezzo allo stanzone e inizia a spogliarsi, ancora sudando e ansimando. Le domande e l’apprensione crescono. Rimane in mutande, canotta e calzini: un bijoux d’uomo penso e al contempo mi rimprovero che non è il momento di fare dell’ironia. Poi si gira ed esce dalla porta, sempre lasciando la luce accesa: oddio starà per preparare l’attentato in mutande!? Per un po’ non se ne sa più nulla, ti verrebbe anche voglia di scendere a spegner le luci, ma si sa mai di urtare la sensibilità dello psyko-killer. Mentre pensi al da farsi (o non farsi), il tizio rientra in mutande tirandosi dietro un trolley. L’aria meno indemoniata, i respiri meno affannati, gli occhi meno iniettati di sangue e comunque strani. Ti chiedi ancora quale sostanza lo possegga. Si sciacqua, spegne la luce e, goffamente, molto goffamente, tenta di salire al piano alto di un letto a castello: l’unico rimasto libero. Ora sembra possa cadere nell’arrampicata. Sale con fatica mettendo i piedi sul materasso di sotto, poi rimane per un periodo indeterminato di tempo in bilico con le braccia tese sulla barra di protezione del piano superiore: oddio cade, oddio cade, cadrà nel cuore della notte, un tonfo che sveglierà tutti e saremo tutti morti. Poi, fiù, con sforzo riesce a capitombolare dietro la scaletta posta a barriera e a sistemarsi. Il peggio è passato. Il peggio sembrava passato: dopo cinque minuti attacca a russare come un mantice bofonchio. Provo a mettermi un cuscino in testa, provo con l’mp3, provo e non chiudo occhio tutta la notte.
Però, però, in verità in verità vi dico, mi divertono un sacco queste storie, e chissà che torti mi avrà fatto la vita…