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Dopo la neve – Bancarelle nelle Gole di Bicaz

​Splende il sole lungo la statale 15 verso Piatra Neamț​, e anche la campagna piatta e senza sussulti della Moldavia romena ha un viso amico.
La periferia di Bacău finisce subito, poi, come in certi angoli di Brianza, i villaggi si sfilacciano lungo l’asse della strada. Dondoli di legno nei giardini di case di legno. Davanti a ogni casa una panchina, al fianco d’ogni panchina – con sopra uomini scuri e oziosi – donne con velo intente a ramazzare o a battere la polvere dai tappeti. Poi ancora altalene arrugginite, legna, staccionate, lamiere accatastate, teli neri, fango, maiali, covoni, anatre e forconi. Da queste parti non è chiara la linea che demarca lo spazio dell’uomo e quello degli animali.
Ci si ferma a raccogliere giovani e anziani, si raccolgono pacchi oltre che persone. Pacchi pasquali da consegnare due o tre villaggi più avanti.​ Aglio intrecciato, dolci, giocattoli.​ Pensa a tutto l’autista: ritiro, scarico​ e​ consegna a domicilio.


Piatra Neamț​ ​è l’unica cittadina di un certo rilievo (1​0​0.000 abitanti) che attraversiamo quando ormai siamo ai piedi dei Carpazi. La si riconosce dalla Telegondola, la cabinovia che porta sopra ​una montagnetta ​che si alza​ davanti alla città. Una di quelle strampalate iniziative di rilancio turistico che ogni tanto le amministrazioni comunali fanno, probabilmente per dire di aver messo in piedi qualcosa.
La storia non è nuova: la città​, ​cresciuta come centro industriale sotto l’impulso degli investimenti di regime negli anni ‘60 e ‘70​, ​ha vissuto il tracollo dopo la fine del comunismo e ha visto in due decenni chiudere una ad una le industrie dell’epoca​, sostituite solo in parte da qualche nuova manifattura figlia della delocalizzazione​. ​Di vecchio è ​rimasto in piedi il polo chimico di Săvinești, acquisito peraltro da​l​ gruppo italiano​ Radici​.
​Tra i​ tentativi di trovare alternative all’industria ​di stato​, l’Amministrazione qualche anno fa ha fatto costruire sul monte Cozla una pista da sci di 1 km e l’ha collegata alla città con una cabinovia (sempre attiva e​ perennemente sottoutilizzata). Pare – ma non ho fonti certe – che la Telegondola lavori in perdita fin dalla sua nascita e che​, alla fin fine,​ sia la stessa Amministrazione comunale a dover ripianare i debiti della società che la gestisce.​
Il centro storico di Piatra invece rende merito alla lunga vicenda del capoluogo, la cui cittadella fortificata venne fondata da Stefan il Grande (cel Mare) nel 1400.

Da Piatra la strada e la ferrovia iniziano a serpeggiare in mezzo alle montagne fino a raggiungere Bicaz. I villaggi si fanno più poveri. In strada stracolmi carri di paglia trainati da impressionanti coppie di buoi.
A Bicaz ​il tracciato ​si biforca: a sinistra si va verso le gole​ di Bicaz​,​ il villaggiotto di​ Gheorgheni e la Transilvania, a destra si prende in direzione del lago artificiale e​, duecento km più a nord, della bella e bucolica Bucovina​ con le sue terme e i monasteri affrescati​.
La ferrovia con funzioni civili, invece, ​arresta a Bicaz la sua corsa​; solo un binario prosegue oltre: è quello utilizzato dalla ​Carpatcement​​ – un enorme cementificio​, anch’esso eredità d’epoca​ comunis​ta​​ – ​per portare a valle la sabbia estratta a poca distanza dalle Gole.​

Bicaz (una specie di Cortina d’Ampezzo dei Carpazi, dando retta ai locali) dovrebbe essere la porta d’ingresso sulle omonime gole e il Lacul Roşu; arrivati lì si trova invece un paesino abbastanza dimesso, che di turistico ha solo l’ufficio informazioni. Il resto sono decorosi condomini in stile “socialrealismo dal volto umano”: 4 piani, colori tenui, qualche decorazione per rendere il tutto meno scialbo, evidenti segni del tempo e conseguenti calcinacci sui marciapiedi. Nessun luogo di accoglienza (per essere precisi, al momento, c’è solo una signora che affitta una stanza su Airbnb).

Il succitato ufficio del turismo funziona in un modo molto orientale:
– Salve!
– Salve
– Vorremmo visitare le Gole, ha qualche consiglio da darci?
– Non saprei.
– Ci sono guide che offrono tour? che accompagnano? a cui si possa semplicemente chiedere qualche informazione?
– No purtroppo non ci sono guide.
– Associazioni che si occupano della tutela del territorio a cui scrivere?
– No, mi spiace.
– Che mezzo ci consiglia per andare a visitare le gole? Ci sono bus?
– I bus sono pochi. I taxi costano molto. Vi consiglio di fare autostop. In Italia no, ma qui da noi funziona ancora.
– Ah, grazie. Possiamo prendere qualcuno di questi depliant?
– Sì, ma ce li abbiamo solo in rumeno.

La grande ritrosia dell’Est è stata più forte di noi e questa volta siamo usciti con le pive nel sacco. Proviamo a fare autostop per 10 minuti, ma oggi non va. Abbiamo i tempi un po’ stretti (frase che in un viaggio che si rispetti non si dovrebbe mai dire, ma poi sai tra il sogno e la realtà, ec ec). Ripieghiamo sui taxi. Ci raccoglie Mihai che, col suo giubetto di pelle e il capello imbrillantinato, è il Tom Cruise della città (oltre che un bravo ragazzo che ci salverà in diverse occasioni nei giorni a seguire). E’ giovane, ma è un autista di lungo corso: per un decennio ha portato persone dalla Romania nel nord Italia, con furgoncini da 6-7 posti, e per questo sa qualche nostra parola. Nei periodi di maggior impegno faceva anche tre viaggi in una settimana. Poi ha deciso di piantarla lì con le lunghe distanze e si è arruolato nella locale compagnia di taxi.
Un km urbano 1.70 lei, un km extraurbano 2.20. Per attraversare le gole e salire al Lago Rosso, 30 km, fanno 66 lei, che tradotto significa 16€. Il taxi costa caro, ma non per noi che veniamo da €urolandia.

Le gole di Bicaz sono impressionanti, ma non a tal punto da giustificare la loro fama. Attraversandole ci si sente piccoli al cospetto di sua maestà la roccia, ma bancarelle, chioschi, mercatini di finti prodotti artigianali e gente che si fa selfie ad ogni angolo della strada, distruggono la poesia del luogo e lo rendono un po’ banale. Per il Lago Rosso stessa storia: piacevole laghetto d’altura, contornato da una foresta di abeti immacolata, con annessa fiera della fritella, fatta di bancarelle improvvisate ma ormai permanenti sul lato orientale del lago. Gente che mangia hot dog, che mangia gelati, che mangia maiali arrostiti. Il lago è lì ma è come se non esistesse. Tant’è, basta allontanarsi di un km dall’area ristorazione, lungo il sentiero che lo contorna, e si finisce in mezzo a una natura splendida: ruscelli tra i ghiacci, abetaie a perdita d’occhio, picchi rocciosi e rapaci che solcano i cieli.
Il lago Rosso noi lo ricorderemo, così, silenzioso, bianchissimo e interamente ghiacciato. I mesi scorsi sono stati di neve e gelo coi suoi 1000 metri s.l.m. il lago ne porta i segni. Solo due settimane fa qui il termometro segnava i -15°.

 

 

 

 

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Dopo la neve – Bacău e le ossa del realsocialismo

Bacău sta nella parte meridionale della Moldavia romena, in mezzo a campi arati che dopo mesi di gelo e di neve, al primo tepore, sembrano torbiere zuppe d’acqua. Planando sopra le lamiere rosse e blu dei tetti una lieve nebbiolina attenua anche i colori più sgargianti. Vista dall’alto, oggi, Bacău sembra un villaggio fatto di Lego.

Da dentro ci si fa un’idea decisamente meno felice: sembra di camminare in mezzo a una città abbandonata da trent’anni, tra le grigie ossa del socialismo reale. L’apertura al mercato – se così si dice – qui ha riempito lo scheletro della interminabile periferia comunista con una fioritura di sgangherate insegne a colori, ma non ha modificato di un millimetro la struttura della città.

Camminando per viale Mărășești, la Prospettiva Nevskij (povera) di Bacău, si fiancheggia uno stradone a più corsie contornato da spaziali monumenti al cemento armato, che in scala di grigi puntano dritti sulla cattedrale ortodossa. C’è il teatro comunale, unico edificio antico e decoroso del corso, ora purtroppo coperto dalle impalcature dei lavori di ristrutturazione, c’è un casinò, ci sono i nuovi locali pacchiani finto chic, un posto coperto da gigantografie con sopra accostate la facce di Gandhi e di Trump (?!), e dei negozietti di alimentari che, per varietà e densità, sembrano il riassunto in 5 metri quadri di un ipermercato.

In mezzo ai casermoni che tengono duro nella corsa di resistenza contro il tempo, lo spazio urbano è pieno di vuoti, di assenze. Girando su calea Bacovia, tra la stazione di polizia e la mensa militare, gli spazi di abbandono abbondano: case senza più padrone, cucce senza più cani, roveti che avvolgono carcasse d’auto, antichi ed eleganti edifici implosi, tetti caduti, finestre rotte, muri colassati. Difficile da credere, specie vedendo la vita cittadina che senza fare una piega gli scorre attorno. Spingendosi ancora oltre, fino ai margini dell’abitato, le laterali si fanno di fango e i ragazzini giocano a schizzarsi tirando sassi nelle pozzanghere della via.

Leggendo qualche articolo qua e là si capisce meglio come mai la città non abbia avuto, come altri luoghi in Romania, una seconda possibilità, una nuova vita. Questo distretto industriale più di altri ha subito il contraccolpo alla fine del regime e due ondate migratorie, la prima negli anni ‘90, alla caduta di Ceausescu, e poi la seconda dal 2008, con l’ingresso del paese nell’Unione Europea, l’hanno svuotato. Così, Bacău oggi ospita 145.000 abitanti – il livello del 1970 – dopo essere arrivata a toccare quota 250.000 nel 1991.Se la demografia non bastasse, ci sono le storie, i frammenti di vita che emergono nei discorsi delle persone (che spesso parlano italiano). Andrei, per esempio, ha passato otto anni in Sicilia e ha imparato, girando di stalla in stalla, a fare la ricotta; poi è volato a Londra con la promessa di un lavoro nuovo e la speranza di vivere meglio, ma ha trovato solo tanta pioggia e un posto meno accogliente. Messo da parte il gruzzolo necessario è quindi tornato in patria e ha aperto un micro-negozio come fruttivendolo. Lo dice con tono orgoglioso, nonostante la frutta abbia la faccia un po’ triste e il locale sia quantomeno angusto.

La storia di Andrei è una delle tante, di gente che sa l’italiano e racconta di aver lavorato a Genova, a Teramo, a Milano, guidando dalla Romania fino a Torino per anni una o due volte la settimana. Dovremmo avere grande rispetto di queste persone: hanno esperienze di vita spesso straordinarie, che la mia a confronto impallidirebbe.

Le storie di migrazione sono state e sono talmente numerose che a partire dal 2007 è cresciuto un quartiere cinese ai margini del centro per via dei numerosi nuovi operai in arrivo da Oriente. Oggi sono più di 2000. Manodopera asiatica che accetta le 300 euro al mese per un posto in manifattura che i romeni non accettano più. Eccoci qui, davanti ai movimenti del tritacarne globale che qualcuno vorrebbe anche farci credere Babbo Natale.

In una piccola pensione dentro una casa dai fasti antichi, ma rimessa a nuovo, parliamo con Marian. Si può a buona ragione pensare che lui faccia parte della nuova borghesia cittadina: una figlia che studia architettura a Bucharest, l’altro che lavora a Londra come analista finanziario, lui ha lasciato in anticipo il lavoro in banca e ha messo su una pensione che sembra girare, soprattutto – dice – grazie a gente che si muove per lavoro e affari. Turisti stranieri niente? Non molti, non tanto, direi di no, balbetta sommessamente, quasi dispiaciuto di non poter rispondere sì alla nostra domanda.

Per cenare in un locale che non sia tremendamente ‘alla moda’ tocca spingersi ai margini del centro, lungo una specie di tangenziale, dietro Mc Donald’s, sta un ristorante che sembra una stalla in mezzo a stecche da dieci piani di granitico cemento. Per quattro euro a testa, una cena soddisfacente e una zuppa ai funghi che dà il gusto a questa nuova campagna romena.

La nostra fermata a Bacău è rapida, siamo diretti a nord, nei Carpazi, verso le gole di Bicaz. Il mattino dopo siamo già on the road. Saliamo su un taxi chiedendo di raggiungere l’autogara, la stazione da cui partono i furgoni. Faccio l’involontario gesto di allacciarmi la cintura di sicurezza e taxi-driver – sessanta portati male, giubottino di pelle, occhio affilato come una lama e baffo da giannizzero – mi fa no con il dito. ‘Romania!’, dice. ‘Niente cintura’.
E quindi niente. Sento già i vostri rimbrotti, ma non riesco a non pensare che trovo simpatici, se non intriganti, questi modi da smargiassi. Giunti alla stazione, piena di bus e furgoni diretti ad ogni angolo del paese, il vecchietto parcheggia, scende e ci fa cenno di seguirlo. Ancor prima di pagargli la corsa, ci porta sin dentro al furgone diretto a Bicaz e ci mette a sedere.
Paghiamo. Poi prima di andarsene sulle sue scarpe nere lucidate, si raccomanda con l’autista di farci scendere nel posto giusto, ricordandomi sempre perchè amo questo paese e torno a cercare qui.
Terra che avrà pure un rapporto difficile con le regole, ma che conserva un modo di essere uomini, nel senso di umani, che guardo con ammirato rispetto.

Un salto in Maramures – Il giorno dell’organizzazione

Per organizzarsi poco tempo e troppi desideri. Finisce che arrivi a Sighetu Marmatei senza avere la minima idea di come fare. Unica certezza: il volo di ritorno.
Di primo mattino decidiamo così di prendere d’assalto un insperato ufficio turistico della città (città forse è un termine esagerato, diciamo villaggio più grosso degli altri).

Il responsabile dell’ufficio in un primo momento fa un sorriso ironico e tenta di liquidarci con un: ‘è Pasqua, in Maramures tutto chiuso‘. Fermi gli autobus, i pulmini, i taxi. Niente noleggi auto. C’è un treno, una volta al giorno, ma va sempre dalla parte sbagliata! Una regione ben collegata insomma.
Noi peró piantiamo le tende: appoggiamo gli zaini, ci sediamo e iniziamo a fare domande a raffica. Presto è un allegro caos, tra treni, tassisti, noleggi auto, noleggi bici, prendiamo Petru all’improvviso, come l’onda di Kanagawa, e Petru si arrende; capisce che comunque sia non ci liquiderà e tanto vale collaborare.

Lentamente si appassiona alla causa, diventa alacre. Fa cento chiamate e dalla porta dell’ufficio, come in una piece teatrale, iniziano ad apparire e scomparire guide, tassisti, autisti, aspiranti accompagnatori. Tutti insieme per capire come salvare i nostri giorni di Pasqua dall’immobilismo della regione più tradizionalista e religiosa dell’intera Romania!
Abbracciamo Petru e lo ringraziamo per il grande contributo: ora abbiamo i contatti di mezzo paese.

In men che non si dica siamo su un taxi senza cartello e senza tassametro diretti a Sapanta (che non si scrive così, ma pazienza). Lo guida Johnny, un ragazzo molto ciarliero, dall’aspetto magrebino, ma che sostiene di essere del luogo. Come tanti altri giovanotti del posto coi suoi trent’anni ha in tasca stagioni in Francia, Spagna e Inghilterra. Da una parte cameriere, dall’altra muratore, poi cassiere. Questi miei coetanei dell’est hanno patenti d’esperienza che io non ho, alle loro storie bisogna guardare con rispetto.

Sapanta è sui libri di geografia per due motivi: il cimitero allegro e il monastero con le chiese in legno più alte d’Europa.
Il cimitero allegro è l’idea di un artista boscaiolo che, ad un certo punto, agli inizi del Novecento, colto da un attimo sgurz (cit.), ha incominciato a intagliare lapidi di legno per i morti del paese. Lapidi filosofiche peró. Ironiche e colorate, queste tavole di legno  prensentano la vita del defunto attraverso un aneddoto spiritoso, un episodio che lo fissi nella memoria comunitaria con leggerezza. Mentre visitiamo il cimitero, infatti, non manca qualcuno che ridacchia sotto i baffi tra le tombe. Gli altri si accontentano di qualche selfie con lapide annessa.

Il monastero del paese ospita invece l’edificio di legno più alto d’Europa (quasi settanta metri). Perlomeno, così dicono da queste parti. Primato o meno che sia, la grande chiesa lignea è un capolavoro ad incastro di quercia e di pino. A salirci sopra certi scricchiolii non lasciano quieti (con tutto il rispetto per i maestri di falegnameria della zona, s’intende).


Visitiamo entrambi in una mattina soleggiata e mite, sorprendentemente mite specie pensando che, al di là del bosco, si annidano silenzioso il confine ucraino e le montagne trans-carpatiche  coperte di neve.

Durante il ritorno, mentre superiamo carretti in legno trainati da cavalli e sbirciamo i nidi delle cicogne su pali e tetti, Johnny ci racconta che il Maramures in estate diventa  una meta turistica abbastanza frequentata. Europei, ma anche americani ed asiatici. Qui del resto – e forse per poco – si puó osservare la Romania più autentica, com’era al tempo dei nonni dei nonni. Persone oggi per lo più dedite all’agricoltura di sussistenza, ma la cui occupazione principale potrebbe presto essere il turismo. Sarà così, non sarà così? Johnny è un caro ragazzo, ma non mi sembra il tipo giusto a cui chiedere. Ne sapremo di più il giorno seguente.
Certo è che qui le case tradizionali in legno vengono abbattute e tante strutture in cemento sorgono qua e là: una trasformazione del paesaggio inusuale per una comunità di agricoltori autarchici.


Nel pomeriggio ci dirigiamo invece al museo etnografico del Maramures. Dato che è solo un paio di km fuori da Sighetu perchè non andarci a piedi, cogliendo l’occasione di percorrere qualche strada secondaria?
Ci incamminiamo così per la periferia, lasciamo le strade tranquille del centro e ci immettiamo su quelle contornate da un’edilizia popolare di regime ormai ridotta a pezzi. Povertà, ma anche dignità: qui a Sighetu si ha proprio l’idea di una comunità che tiene. Successivamente, seguendo la mappa, ci infiliamo in un viottolo di campagna.

Purtroppo la promessa di arrivare al museo per strade bucoliche si scontra presto con un’altra realtà, sinceramente insospettata e  che in parte smentisce quanto appena pensato.
Qualche centinaio di metri dopo aver lasciato la strada principale finiamo in mezzo a carcasse di auto abbandonate e cumuli di rifiuti. Qui nel silenzio della campagna, corvi e cani randagi setacciano il pattume in cerca di cibo. Poco più avanti scorgiamo qualche presenza umana, fantasmi che abitano dentro furgoni e baracche tirate su con stracci, plasticoni e lamiere. Preferiamo tornare sulla strada principale e proseguire da lì. In queste situazioni non è tanto il sentimento di possibile insicurezza a decidere, quanto la sensazione di essere fuori posto. Brutto portare il turismo in faccia alla sofferenza di qualcun altro. Non sono per il turismo della disperazione.

Dopo una lunga strada provinciale, si svolta a sinistra e si arriva ai piedi di un colle e quindi al museo. Noi arriviamo giusto all’orario di chiusura (ed è la sera di Pasqua!). Il rubicondo custode però non sembra aver fretta di tornarsene dalla moglie, ci invita a  visitare con calma. Scende per la sterrata e ci dice qualcosa di simile a  ‘vi aspetto all’uscita’  (il rumeno, pur restando pieno di misteri, si intuisce).

Il museo è semplice: conserva, in un piacevole percorso collinare,  edifici che mostrano le principali tecniche costruttive e i principali ambienti dei villaggi tradizionali nei dintorni.


Intanto il cielo litiga con se stesso e cambia ogni cinque minuti, tra minacce di acquazzone e dorati raggi di sole. Intorno è un acquerello.

All’uscita troviamo il custode che cammina avanti e indietro sull’aia. Ci salutiamo calorosamente e prendiamo la via del ritorno.

La giornata potrebbe finire qui. Ma invece no. Ceniamo a Casa Iurca, fantastico ristorante di pietra e legno, dove scorrendo il menù, si scoprono le somiglianze di italiano e rumeno e persino di rumeno e brianzolo, vedi ‘brodo de gaina‘. Coloriti camerieri con cinturone di pelle nera e camicia da spadaccino ci servono polenta, funghi e nuca di maiale alla griglia, con buona pace della mia naturale ritrosia alla carne.

Usciti dal ristorante troviamo un paese magnetizzato dalla cattedrale ortodossa. Da ogni strada confluiscono in centro famiglie con cestini pieni di cibo, che si dispongono poi in una lunga fila davanti al portone della chiesa.

Le strade sono sbarrate, il silenzio irreale. Ci sono un centinaio di metri di persone in fila da ogni lato della cattedrale. Mormorano, tenendo in una mano il cestino di viveri e nell’altra una candela. L’atmosfera è forte. La funzione si segue restando all’aperto e ascoltando la voce amplificata di una decina di sacerdoti. Alla fine della celebrazione i cestini vengono benedetti e finalmente si puó andare a mangiare.
In tempi di continue divisioni, qui, nel cuore geografico d’Europa, la messa pasquale, dopo secoli, viene celebrata insieme da cattolici (in lieve maggioranza a Sighetu) e ortodossi. Questione di buon senso, dicono qui,  e buon esempio.

La Bulgaria in seconda classe – Epilogo, se vogliamo dir così

Tornati al porto lasciamo i legni ormeggiati e ci sediamo sul molo, stanchi e rigonfi di luoghi, di spunti, ispirazioni. Ci fermiamo un momento a osservare il percorso, l’itinerario con le sue tappe che ancora scintillano dietro di noi, nei passi, e fanno lentamente sangue, fanno ricordo. Luigi Grechi cantava così: un uomo è quel che mangia, ma anche i sogni che si porta nel cuore, i luoghi in cui è già stato come quelli in cui ancora deve approdare. Cantava una cosa semplice, ma vera.
Torniamo indietro sovente, ai giorni appena trascorsi, tra un attimo e l’altro, tra gli impegni che settembre propone sempre con una punta di ostinazione. Tutte le attività fervono, come in una primavera, guadagnano nuova vita, e richiamano alla terraferma il marinaio di recente ritorno, ancora impegnato a lavarsi sabbia e sale dalle mani. Torniamo indietro e ripensiamo, riassaporiamo: le rosse pietre di Melnik, la luna bianca di Sandanski, il blu di Sinemorets, i kebab lungo i vialoni di Sofia. Di tante foto, mi rendo conto, ce ne sono alcune a cui, dopo pochi giorni, sono già più affezionato. E non son per forza le più belle, son quelle che fermano i momenti che ho sentito più vicini, quelli in cui davvero si ha la sensazione di sfiorare l’aria intorno. Quando ci si accorge.

Accorgersi: è su questo verbo anche bruttino che vorrei appoggiare le ultime righe di questo viaggio.
Non son poi così tante le cose di cui ci accorgiamo, che dite? Io ho sempre l’impressione che molto della vita rimanga silente, resti a guardarci passare, noi e i nostri giorni, in un silenzio sommerso. Il compito è nostro: stanare, avere buoni occhi per scrutare e scorgere, un buon fiuto per intuire. Segugi del senso, se si vuole. Io mi sento così. Partendo da questa consapevolezza, alla fine dei nostri tanti chilometri, vorrei provare a sintetizzare ciò di cui certamente possiamo dire di esserci accorti, quello che abbiamo fiutato. Lo farò con un paio di considerazioni.

La prima, doverosamente, riguarda il luogo, la Bulgaria. Per noi uomini d’occidente la Bulgaria diventa fronte compatto con i paesi che fecero parte del blocco sovietico. Lo vedo ogni anno quando chiedo ai miei studenti di provare a disegnare, a mente e mano libere, una mappa dell’Europa mettendoci più particolari possibili. Tutti – più o meno tutti – sanno che il limite spaziale che diamo al concetto (puramente culturale) di Europa sono i monti Urali. Lo sanno e si sentono costretti ad arrivare col disegno fino a lì. Succede così, di norma, che la metà ad ovest della mappa rechi disegnati diversi particolari – città, monumenti, fiumi, catene montuose –, mentre più ci si spinge ad est più i segni sulla carta diventano pochi, imprecisi e via via più radi. Non me la prendo con loro, né con il sistema scolastico italiano: quel risultato un po’ disastroso non è frutto “delle nuove generazioni che non studiano più la geografia”; non solo, perlomeno. E’ il risultato di una tradizione culturale: è il contesto in cui cresciamo che ci dota dei macro riferimenti geografici, che genera la scala d’importanza dei contenuti. E’ normale che i miei studenti sappiano perfettamente di Londra e del Big Ben perché, da brave pecore, subiamo ancora il colonialismo culturale anglosassone e nelle scuole li infarciamo di pleonastica cultura anglossassone. Pleonastica non perché minoritaria o meno importante, al contrario: perché di cultura anglosassone sprizzano televisione, cinema, internet, discorsi e stili diffusi. E’ altrettanto normale che non si sappia qual è la capitale della Croazia, paese che dista pochi chilometri dalle nostre coste e che, in molti casi, ci ha visti trascorrere qualche giorno di vacanza sulle sue spiagge.

Io, che pure mi interesso per lavoro di questi temi, non ho fatto molto meglio: prima di partire ho immaginato il tragitto bulgaro come un proseguimento dell’esplorazione romena. Mi son detto: sì, qualche differenza, ma alla fine… Niente di più sbagliato, le differenze sono tali da non poter assimilare, accostare, le geografie dei due paesi. Per noi quei due paesi sono stati configurati come cugini nel momento in cui hanno compiuto gli stessi passi (negli stessi tempi) per addentrarsi nell’Unione Europea, cioè nel nostro orizzonte di senso: entrambi entrano nella comunità nel 2008, entrambi litigano con l’Euro e con Schengen. Punto. Sì, il nostro “punto” di osservazione.
Ora si tratterebbe di enumerare le differenze. Per ragioni di sintesi e leggibilità, credo che basti citarne una che in qualche modo ne porta molte altre con sé: l’atteggiamento dei suoi abitanti. Uomini e luoghi, ricordate? Uomini e luoghi in un perenne dialogo si influenzano, si costruiscono e si danno senso. Nell’atteggiamento dei suoi abitanti la Bulgaria racconta la sua storia e la sua geografia, i flussi, le dominazioni, le cellule resistenti: tutte tracce sedimentate e rinvenibili nel suo paesaggio.
Nel paese c’è un grado di apertura e un senso dell’ospitalità spiccati, un orgoglio nazionale che tengono a mettere in mostra. In Romania come in altre zone balcaniche abbiamo incontrato un atteggiamento diffuso diverso: si passa molto più tempo sulle proprie. Questa disposizione d’animo potrebbe derivare dalle diverse vicende che i due paesi hanno attraversato, pur così vicini nello spazio. La Romania conserva in sé uno dei sistemi linguistici più fedeli al latino classico in virtù di una specie di isolamento secolare. Diversamente la Bulgaria è rimasta vittima (e beneficiaria) di tutti gli scambi (culturali e non) possibili, zona di contesa prima tra i grandi imperi, tra la civiltà greca e quella ottomana, e poi periferia, di volta in volta, di Pietroburgo, Mosca e Bruxelles. Gente di confine, gente di porto, come si diceva nei giorni passati a Ruse, sul Danubio.
Durante gli anni del regime inoltre Crimea (Ucraina) e costa bulgara del Mar Nero erano luoghi di villeggiatura prediletti da gerarchi e burocrati dell’Unione Sovietica. Anche questa tradizione turistica che precede l’arrivo del mercato, soprattutto nelle grandi città e nelle località rivierasche, deve farci intuire qualcosa.
Questo fatto di essere stato-cuscinetto, punto di confluenza culturale, zona di scontro domato a sintesi, porta questa piccola nazione a diventare un territorio di esplorazione davvero interessante. Riusciamo qui a sbirciare un’ipotesi non remota di futuro: a vedere il minareto di fianco al campanile e alla cupola, il kebab di fianco alla salsiccia di maiale, il cirillico di fianco al greco e al latino. Un sopralluogo è davvero troppo poco per guadagnare profondità e comprendere qualcosa di questo garbuglio, ma marca una decisa differenza tra questa nazione e gli stati a lei confinanti.
Una nota poi sullo spazio fisico: si tratta di un paese piccolo – la massima distanza in linea retta che contiene è di cinquecento chilometri – ma caratterizzato da una varietà, soprattutto una peculiarità, di paesaggi interessanti. Dalla campagna piatta e bruciata del vallone di Plovdiv, si passa in pochi chilometri ai rilievi scuri del Rila e a quelli grigio chiaro del Pirin. Si passa in dieci minuti di treno dalla metropoli di Sofia ad alti e angusti canyon, per arrivare a Belogravdcik e trovare strane rocce rosse dalle forme arzigogolate. Se ci spingiamo a sud, nella Tracia, incontriamo impressionanti paesaggi carsici, se viriamo a nord possiamo sostare in centinaia di località fluviali. Se percorriamo la costa ci imbattiamo in alte scogliere inframezzate da calette di sabbia bianca. La varietà che si può dedurre dall’osservazione di un atlante non dice molto di tutto ciò.
Di questo ci siamo accorti.

Sempre dal tema dell’accorgersi viene una seconda considerazione legata alla scrittura e al tempo.
Ho avuto l’impressione che i giorni passassero pianissimo durante questa peregrinazione bulgara. Lo dissi a Silvia mentre ci bevevamo una birra a Belogravdcik: “siamo in viaggio da due giorni e mi pare una settimana”. Il rapporto tra il tempo dell’orologio e il tempo percepito – in greco non a caso si trovano due termini differenti per indicarli: Chronos, il primo, e Kairos, il secondo – è rimasto lo stesso per tutto il procedere delle nostre perlustrazioni: dopo quindici giorni mi sentivo in viaggio da un mese.
Un tempo lento che nulla ha a che vedere con la noia e che riguarda invece l’essere accorti, il rendersi conto, di ciò che si attraversa: quando si è lucidi, quando si è ben disposti e aperti all’esterno, quando ci si godono paesaggio, atmosfere, discorsi, esplorazioni, quando tutto ciò avviene, i frammenti, le sfumature da cogliere, diventano così fitti, così densi, da produrre una specie di allargamento del tempo. E’ stato un tempo largo quello di questa esplorazione: abbiamo fatto spazio per tutto quel che si poteva. A molto, comunque, è toccato rimanere fuori.
Luoghi e uomini, geografia e storia, spazio e tempo, sempre intrecciati, sempre connessi. A incrociarli, a renderli un unico inscindibile, eppure incessantemente mutevole, è il senso che attribuiamo loro. Tra le dimensioni che ci servono per esplorare e capire un luogo, oltre allo spazio (profondità, altezza, larghezza) e al tempo – lo dico a mo’ di provocazione – dovremmo infilare una nuova misura: il senso, esso agisce in modo marcato e in continuazione sulle altre due grandezze. Una misura, va da sé, difficilmente sondabile – sintesi di aspetti soggettivi e culturali – e da indagare unicamente con esperienze di tipo qualitativo: immergendosi, provando a guardare e interagire col contesto.
L’ultima domanda che mi sono posto nei giorni di viaggio e che voglio pormi a conclusione di queste righe è la seguente: quanto la scrittura quotidiana, questo racconto, scritto in tante stanze d’albergo e scompartimenti di treni, ha influito sulla velocità con cui percepivo scorrere il tempo?
Indubbiamente la scrittura è stata colonna vertebrale in queste settimane, una linea mai interrotta stesa attraverso i giorni: una piccola vertebra, un trattino ogni giorno, giorno dopo giorno. Presenza sotterranea, non invadente, ma importante: un’attività che nasce quando ci si accorge e che aiuta poi, dopo, a provare a capire e di nuovo ad accorgersi ancora. Erano talmente numerosi gli aspetti interessanti da registrare che è stato un gesto naturale ricavare un’ora ogni sera in cui tentare di connettere insieme immagini e pensieri sopra la pagina. Vivere il giorno registrando i particolari, cogliendoli, quindi accorgendosi di loro e del loro contesto, e poi provare a dare un ordine a fine giornata a tutti ai pezzetti raccolti. Raccontare un po’ come rivivere: e solo facendo le prove, la seconda volta si capiscono vera bellezza, errori e miglioramenti possibili.
E’ stato forse anche questo piccolo trucco ad allargare il tempo, a rallentare i giorni, a saldare immagini e pensieri.
Tempo fa leggevo una breve riflessione di Paolo Nori, diceva che chi scrive deve essere capace di fare un po’ come i bambini: affascinarsi e stupirsi di cose anche molto semplici e raccontarle come fosse la prima volta, come se non le avesse mai viste prima. In qualche misura, aiutato dal percorso di scoperta di una realtà per lo più sconosciuta, deve essere successo qualcosa di molto simile. Ci siamo accorti, abbiamo iniziato a scrivere e il tempo ha rallentato la corsa. Potevamo tranquillamente non accorgerci di nulla e finire a dire, anche noi come i nostri compagni d’aereo, che si trattava solo di un paese arretrato e privo di attrattive.
Trovassimo il modo di raccontare ogni giorno le nostre vicende, provassimo a sistemare pensieri e immagini della giornata ogni sera, chissà, probabilmente otterremmo un effetto non diverso da questo allargamento del tempo. Il punto, forse, è nelle parole di Nori: avere occhi buoni, curiosità, per scrutare il silenzio sommerso, per accorgersi del mondo che ci passa di fianco e non filiamo, a Sandanski come a Casatenovo.

I migliori che se ne vanno

Oggi ho incontrato R. un mio nuovo vicino di casa rumeno di Brasov. Dopo aver parlato con lui, sulle scale, pensavo che in questi anni ne ho conosciute di persone (alunni, genitori, cittadini, amici) arrivate da quella terra lì, bella quanto disperata. Ci sono stato, anche, per un breve periodo. Senza generalizzazioni inutili, credo che siano tra le persone più chiare e in gamba che conosco, i rumeni, gente di sani principi. E così, affanculo a tutta la tristissima campagna mediatica che soprattutto negli anni passati è stata fatta contro di loro, m’è venuto da pensare.