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Un salto in Maramures – Il giorno dell’organizzazione

Per organizzarsi poco tempo e troppi desideri. Finisce che arrivi a Sighetu Marmatei senza avere la minima idea di come fare. Unica certezza: il volo di ritorno.
Di primo mattino decidiamo così di prendere d’assalto un insperato ufficio turistico della città (città forse è un termine esagerato, diciamo villaggio più grosso degli altri).

Il responsabile dell’ufficio in un primo momento fa un sorriso ironico e tenta di liquidarci con un: ‘è Pasqua, in Maramures tutto chiuso‘. Fermi gli autobus, i pulmini, i taxi. Niente noleggi auto. C’è un treno, una volta al giorno, ma va sempre dalla parte sbagliata! Una regione ben collegata insomma.
Noi peró piantiamo le tende: appoggiamo gli zaini, ci sediamo e iniziamo a fare domande a raffica. Presto è un allegro caos, tra treni, tassisti, noleggi auto, noleggi bici, prendiamo Petru all’improvviso, come l’onda di Kanagawa, e Petru si arrende; capisce che comunque sia non ci liquiderà e tanto vale collaborare.

Lentamente si appassiona alla causa, diventa alacre. Fa cento chiamate e dalla porta dell’ufficio, come in una piece teatrale, iniziano ad apparire e scomparire guide, tassisti, autisti, aspiranti accompagnatori. Tutti insieme per capire come salvare i nostri giorni di Pasqua dall’immobilismo della regione più tradizionalista e religiosa dell’intera Romania!
Abbracciamo Petru e lo ringraziamo per il grande contributo: ora abbiamo i contatti di mezzo paese.

In men che non si dica siamo su un taxi senza cartello e senza tassametro diretti a Sapanta (che non si scrive così, ma pazienza). Lo guida Johnny, un ragazzo molto ciarliero, dall’aspetto magrebino, ma che sostiene di essere del luogo. Come tanti altri giovanotti del posto coi suoi trent’anni ha in tasca stagioni in Francia, Spagna e Inghilterra. Da una parte cameriere, dall’altra muratore, poi cassiere. Questi miei coetanei dell’est hanno patenti d’esperienza che io non ho, alle loro storie bisogna guardare con rispetto.

Sapanta è sui libri di geografia per due motivi: il cimitero allegro e il monastero con le chiese in legno più alte d’Europa.
Il cimitero allegro è l’idea di un artista boscaiolo che, ad un certo punto, agli inizi del Novecento, colto da un attimo sgurz (cit.), ha incominciato a intagliare lapidi di legno per i morti del paese. Lapidi filosofiche peró. Ironiche e colorate, queste tavole di legno  prensentano la vita del defunto attraverso un aneddoto spiritoso, un episodio che lo fissi nella memoria comunitaria con leggerezza. Mentre visitiamo il cimitero, infatti, non manca qualcuno che ridacchia sotto i baffi tra le tombe. Gli altri si accontentano di qualche selfie con lapide annessa.

Il monastero del paese ospita invece l’edificio di legno più alto d’Europa (quasi settanta metri). Perlomeno, così dicono da queste parti. Primato o meno che sia, la grande chiesa lignea è un capolavoro ad incastro di quercia e di pino. A salirci sopra certi scricchiolii non lasciano quieti (con tutto il rispetto per i maestri di falegnameria della zona, s’intende).


Visitiamo entrambi in una mattina soleggiata e mite, sorprendentemente mite specie pensando che, al di là del bosco, si annidano silenzioso il confine ucraino e le montagne trans-carpatiche  coperte di neve.

Durante il ritorno, mentre superiamo carretti in legno trainati da cavalli e sbirciamo i nidi delle cicogne su pali e tetti, Johnny ci racconta che il Maramures in estate diventa  una meta turistica abbastanza frequentata. Europei, ma anche americani ed asiatici. Qui del resto – e forse per poco – si puó osservare la Romania più autentica, com’era al tempo dei nonni dei nonni. Persone oggi per lo più dedite all’agricoltura di sussistenza, ma la cui occupazione principale potrebbe presto essere il turismo. Sarà così, non sarà così? Johnny è un caro ragazzo, ma non mi sembra il tipo giusto a cui chiedere. Ne sapremo di più il giorno seguente.
Certo è che qui le case tradizionali in legno vengono abbattute e tante strutture in cemento sorgono qua e là: una trasformazione del paesaggio inusuale per una comunità di agricoltori autarchici.


Nel pomeriggio ci dirigiamo invece al museo etnografico del Maramures. Dato che è solo un paio di km fuori da Sighetu perchè non andarci a piedi, cogliendo l’occasione di percorrere qualche strada secondaria?
Ci incamminiamo così per la periferia, lasciamo le strade tranquille del centro e ci immettiamo su quelle contornate da un’edilizia popolare di regime ormai ridotta a pezzi. Povertà, ma anche dignità: qui a Sighetu si ha proprio l’idea di una comunità che tiene. Successivamente, seguendo la mappa, ci infiliamo in un viottolo di campagna.

Purtroppo la promessa di arrivare al museo per strade bucoliche si scontra presto con un’altra realtà, sinceramente insospettata e  che in parte smentisce quanto appena pensato.
Qualche centinaio di metri dopo aver lasciato la strada principale finiamo in mezzo a carcasse di auto abbandonate e cumuli di rifiuti. Qui nel silenzio della campagna, corvi e cani randagi setacciano il pattume in cerca di cibo. Poco più avanti scorgiamo qualche presenza umana, fantasmi che abitano dentro furgoni e baracche tirate su con stracci, plasticoni e lamiere. Preferiamo tornare sulla strada principale e proseguire da lì. In queste situazioni non è tanto il sentimento di possibile insicurezza a decidere, quanto la sensazione di essere fuori posto. Brutto portare il turismo in faccia alla sofferenza di qualcun altro. Non sono per il turismo della disperazione.

Dopo una lunga strada provinciale, si svolta a sinistra e si arriva ai piedi di un colle e quindi al museo. Noi arriviamo giusto all’orario di chiusura (ed è la sera di Pasqua!). Il rubicondo custode però non sembra aver fretta di tornarsene dalla moglie, ci invita a  visitare con calma. Scende per la sterrata e ci dice qualcosa di simile a  ‘vi aspetto all’uscita’  (il rumeno, pur restando pieno di misteri, si intuisce).

Il museo è semplice: conserva, in un piacevole percorso collinare,  edifici che mostrano le principali tecniche costruttive e i principali ambienti dei villaggi tradizionali nei dintorni.


Intanto il cielo litiga con se stesso e cambia ogni cinque minuti, tra minacce di acquazzone e dorati raggi di sole. Intorno è un acquerello.

All’uscita troviamo il custode che cammina avanti e indietro sull’aia. Ci salutiamo calorosamente e prendiamo la via del ritorno.

La giornata potrebbe finire qui. Ma invece no. Ceniamo a Casa Iurca, fantastico ristorante di pietra e legno, dove scorrendo il menù, si scoprono le somiglianze di italiano e rumeno e persino di rumeno e brianzolo, vedi ‘brodo de gaina‘. Coloriti camerieri con cinturone di pelle nera e camicia da spadaccino ci servono polenta, funghi e nuca di maiale alla griglia, con buona pace della mia naturale ritrosia alla carne.

Usciti dal ristorante troviamo un paese magnetizzato dalla cattedrale ortodossa. Da ogni strada confluiscono in centro famiglie con cestini pieni di cibo, che si dispongono poi in una lunga fila davanti al portone della chiesa.

Le strade sono sbarrate, il silenzio irreale. Ci sono un centinaio di metri di persone in fila da ogni lato della cattedrale. Mormorano, tenendo in una mano il cestino di viveri e nell’altra una candela. L’atmosfera è forte. La funzione si segue restando all’aperto e ascoltando la voce amplificata di una decina di sacerdoti. Alla fine della celebrazione i cestini vengono benedetti e finalmente si puó andare a mangiare.
In tempi di continue divisioni, qui, nel cuore geografico d’Europa, la messa pasquale, dopo secoli, viene celebrata insieme da cattolici (in lieve maggioranza a Sighetu) e ortodossi. Questione di buon senso, dicono qui,  e buon esempio.

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La Bulgaria in seconda classe – Epilogo, se vogliamo dir così

Tornati al porto lasciamo i legni ormeggiati e ci sediamo sul molo, stanchi e rigonfi di luoghi, di spunti, ispirazioni. Ci fermiamo un momento a osservare il percorso, l’itinerario con le sue tappe che ancora scintillano dietro di noi, nei passi, e fanno lentamente sangue, fanno ricordo. Luigi Grechi cantava così: un uomo è quel che mangia, ma anche i sogni che si porta nel cuore, i luoghi in cui è già stato come quelli in cui ancora deve approdare. Cantava una cosa semplice, ma vera.
Torniamo indietro sovente, ai giorni appena trascorsi, tra un attimo e l’altro, tra gli impegni che settembre propone sempre con una punta di ostinazione. Tutte le attività fervono, come in una primavera, guadagnano nuova vita, e richiamano alla terraferma il marinaio di recente ritorno, ancora impegnato a lavarsi sabbia e sale dalle mani. Torniamo indietro e ripensiamo, riassaporiamo: le rosse pietre di Melnik, la luna bianca di Sandanski, il blu di Sinemorets, i kebab lungo i vialoni di Sofia. Di tante foto, mi rendo conto, ce ne sono alcune a cui, dopo pochi giorni, sono già più affezionato. E non son per forza le più belle, son quelle che fermano i momenti che ho sentito più vicini, quelli in cui davvero si ha la sensazione di sfiorare l’aria intorno. Quando ci si accorge.

Accorgersi: è su questo verbo anche bruttino che vorrei appoggiare le ultime righe di questo viaggio.
Non son poi così tante le cose di cui ci accorgiamo, che dite? Io ho sempre l’impressione che molto della vita rimanga silente, resti a guardarci passare, noi e i nostri giorni, in un silenzio sommerso. Il compito è nostro: stanare, avere buoni occhi per scrutare e scorgere, un buon fiuto per intuire. Segugi del senso, se si vuole. Io mi sento così. Partendo da questa consapevolezza, alla fine dei nostri tanti chilometri, vorrei provare a sintetizzare ciò di cui certamente possiamo dire di esserci accorti, quello che abbiamo fiutato. Lo farò con un paio di considerazioni.

La prima, doverosamente, riguarda il luogo, la Bulgaria. Per noi uomini d’occidente la Bulgaria diventa fronte compatto con i paesi che fecero parte del blocco sovietico. Lo vedo ogni anno quando chiedo ai miei studenti di provare a disegnare, a mente e mano libere, una mappa dell’Europa mettendoci più particolari possibili. Tutti – più o meno tutti – sanno che il limite spaziale che diamo al concetto (puramente culturale) di Europa sono i monti Urali. Lo sanno e si sentono costretti ad arrivare col disegno fino a lì. Succede così, di norma, che la metà ad ovest della mappa rechi disegnati diversi particolari – città, monumenti, fiumi, catene montuose –, mentre più ci si spinge ad est più i segni sulla carta diventano pochi, imprecisi e via via più radi. Non me la prendo con loro, né con il sistema scolastico italiano: quel risultato un po’ disastroso non è frutto “delle nuove generazioni che non studiano più la geografia”; non solo, perlomeno. E’ il risultato di una tradizione culturale: è il contesto in cui cresciamo che ci dota dei macro riferimenti geografici, che genera la scala d’importanza dei contenuti. E’ normale che i miei studenti sappiano perfettamente di Londra e del Big Ben perché, da brave pecore, subiamo ancora il colonialismo culturale anglosassone e nelle scuole li infarciamo di pleonastica cultura anglossassone. Pleonastica non perché minoritaria o meno importante, al contrario: perché di cultura anglosassone sprizzano televisione, cinema, internet, discorsi e stili diffusi. E’ altrettanto normale che non si sappia qual è la capitale della Croazia, paese che dista pochi chilometri dalle nostre coste e che, in molti casi, ci ha visti trascorrere qualche giorno di vacanza sulle sue spiagge.

Io, che pure mi interesso per lavoro di questi temi, non ho fatto molto meglio: prima di partire ho immaginato il tragitto bulgaro come un proseguimento dell’esplorazione romena. Mi son detto: sì, qualche differenza, ma alla fine… Niente di più sbagliato, le differenze sono tali da non poter assimilare, accostare, le geografie dei due paesi. Per noi quei due paesi sono stati configurati come cugini nel momento in cui hanno compiuto gli stessi passi (negli stessi tempi) per addentrarsi nell’Unione Europea, cioè nel nostro orizzonte di senso: entrambi entrano nella comunità nel 2008, entrambi litigano con l’Euro e con Schengen. Punto. Sì, il nostro “punto” di osservazione.
Ora si tratterebbe di enumerare le differenze. Per ragioni di sintesi e leggibilità, credo che basti citarne una che in qualche modo ne porta molte altre con sé: l’atteggiamento dei suoi abitanti. Uomini e luoghi, ricordate? Uomini e luoghi in un perenne dialogo si influenzano, si costruiscono e si danno senso. Nell’atteggiamento dei suoi abitanti la Bulgaria racconta la sua storia e la sua geografia, i flussi, le dominazioni, le cellule resistenti: tutte tracce sedimentate e rinvenibili nel suo paesaggio.
Nel paese c’è un grado di apertura e un senso dell’ospitalità spiccati, un orgoglio nazionale che tengono a mettere in mostra. In Romania come in altre zone balcaniche abbiamo incontrato un atteggiamento diffuso diverso: si passa molto più tempo sulle proprie. Questa disposizione d’animo potrebbe derivare dalle diverse vicende che i due paesi hanno attraversato, pur così vicini nello spazio. La Romania conserva in sé uno dei sistemi linguistici più fedeli al latino classico in virtù di una specie di isolamento secolare. Diversamente la Bulgaria è rimasta vittima (e beneficiaria) di tutti gli scambi (culturali e non) possibili, zona di contesa prima tra i grandi imperi, tra la civiltà greca e quella ottomana, e poi periferia, di volta in volta, di Pietroburgo, Mosca e Bruxelles. Gente di confine, gente di porto, come si diceva nei giorni passati a Ruse, sul Danubio.
Durante gli anni del regime inoltre Crimea (Ucraina) e costa bulgara del Mar Nero erano luoghi di villeggiatura prediletti da gerarchi e burocrati dell’Unione Sovietica. Anche questa tradizione turistica che precede l’arrivo del mercato, soprattutto nelle grandi città e nelle località rivierasche, deve farci intuire qualcosa.
Questo fatto di essere stato-cuscinetto, punto di confluenza culturale, zona di scontro domato a sintesi, porta questa piccola nazione a diventare un territorio di esplorazione davvero interessante. Riusciamo qui a sbirciare un’ipotesi non remota di futuro: a vedere il minareto di fianco al campanile e alla cupola, il kebab di fianco alla salsiccia di maiale, il cirillico di fianco al greco e al latino. Un sopralluogo è davvero troppo poco per guadagnare profondità e comprendere qualcosa di questo garbuglio, ma marca una decisa differenza tra questa nazione e gli stati a lei confinanti.
Una nota poi sullo spazio fisico: si tratta di un paese piccolo – la massima distanza in linea retta che contiene è di cinquecento chilometri – ma caratterizzato da una varietà, soprattutto una peculiarità, di paesaggi interessanti. Dalla campagna piatta e bruciata del vallone di Plovdiv, si passa in pochi chilometri ai rilievi scuri del Rila e a quelli grigio chiaro del Pirin. Si passa in dieci minuti di treno dalla metropoli di Sofia ad alti e angusti canyon, per arrivare a Belogravdcik e trovare strane rocce rosse dalle forme arzigogolate. Se ci spingiamo a sud, nella Tracia, incontriamo impressionanti paesaggi carsici, se viriamo a nord possiamo sostare in centinaia di località fluviali. Se percorriamo la costa ci imbattiamo in alte scogliere inframezzate da calette di sabbia bianca. La varietà che si può dedurre dall’osservazione di un atlante non dice molto di tutto ciò.
Di questo ci siamo accorti.

Sempre dal tema dell’accorgersi viene una seconda considerazione legata alla scrittura e al tempo.
Ho avuto l’impressione che i giorni passassero pianissimo durante questa peregrinazione bulgara. Lo dissi a Silvia mentre ci bevevamo una birra a Belogravdcik: “siamo in viaggio da due giorni e mi pare una settimana”. Il rapporto tra il tempo dell’orologio e il tempo percepito – in greco non a caso si trovano due termini differenti per indicarli: Chronos, il primo, e Kairos, il secondo – è rimasto lo stesso per tutto il procedere delle nostre perlustrazioni: dopo quindici giorni mi sentivo in viaggio da un mese.
Un tempo lento che nulla ha a che vedere con la noia e che riguarda invece l’essere accorti, il rendersi conto, di ciò che si attraversa: quando si è lucidi, quando si è ben disposti e aperti all’esterno, quando ci si godono paesaggio, atmosfere, discorsi, esplorazioni, quando tutto ciò avviene, i frammenti, le sfumature da cogliere, diventano così fitti, così densi, da produrre una specie di allargamento del tempo. E’ stato un tempo largo quello di questa esplorazione: abbiamo fatto spazio per tutto quel che si poteva. A molto, comunque, è toccato rimanere fuori.
Luoghi e uomini, geografia e storia, spazio e tempo, sempre intrecciati, sempre connessi. A incrociarli, a renderli un unico inscindibile, eppure incessantemente mutevole, è il senso che attribuiamo loro. Tra le dimensioni che ci servono per esplorare e capire un luogo, oltre allo spazio (profondità, altezza, larghezza) e al tempo – lo dico a mo’ di provocazione – dovremmo infilare una nuova misura: il senso, esso agisce in modo marcato e in continuazione sulle altre due grandezze. Una misura, va da sé, difficilmente sondabile – sintesi di aspetti soggettivi e culturali – e da indagare unicamente con esperienze di tipo qualitativo: immergendosi, provando a guardare e interagire col contesto.
L’ultima domanda che mi sono posto nei giorni di viaggio e che voglio pormi a conclusione di queste righe è la seguente: quanto la scrittura quotidiana, questo racconto, scritto in tante stanze d’albergo e scompartimenti di treni, ha influito sulla velocità con cui percepivo scorrere il tempo?
Indubbiamente la scrittura è stata colonna vertebrale in queste settimane, una linea mai interrotta stesa attraverso i giorni: una piccola vertebra, un trattino ogni giorno, giorno dopo giorno. Presenza sotterranea, non invadente, ma importante: un’attività che nasce quando ci si accorge e che aiuta poi, dopo, a provare a capire e di nuovo ad accorgersi ancora. Erano talmente numerosi gli aspetti interessanti da registrare che è stato un gesto naturale ricavare un’ora ogni sera in cui tentare di connettere insieme immagini e pensieri sopra la pagina. Vivere il giorno registrando i particolari, cogliendoli, quindi accorgendosi di loro e del loro contesto, e poi provare a dare un ordine a fine giornata a tutti ai pezzetti raccolti. Raccontare un po’ come rivivere: e solo facendo le prove, la seconda volta si capiscono vera bellezza, errori e miglioramenti possibili.
E’ stato forse anche questo piccolo trucco ad allargare il tempo, a rallentare i giorni, a saldare immagini e pensieri.
Tempo fa leggevo una breve riflessione di Paolo Nori, diceva che chi scrive deve essere capace di fare un po’ come i bambini: affascinarsi e stupirsi di cose anche molto semplici e raccontarle come fosse la prima volta, come se non le avesse mai viste prima. In qualche misura, aiutato dal percorso di scoperta di una realtà per lo più sconosciuta, deve essere successo qualcosa di molto simile. Ci siamo accorti, abbiamo iniziato a scrivere e il tempo ha rallentato la corsa. Potevamo tranquillamente non accorgerci di nulla e finire a dire, anche noi come i nostri compagni d’aereo, che si trattava solo di un paese arretrato e privo di attrattive.
Trovassimo il modo di raccontare ogni giorno le nostre vicende, provassimo a sistemare pensieri e immagini della giornata ogni sera, chissà, probabilmente otterremmo un effetto non diverso da questo allargamento del tempo. Il punto, forse, è nelle parole di Nori: avere occhi buoni, curiosità, per scrutare il silenzio sommerso, per accorgersi del mondo che ci passa di fianco e non filiamo, a Sandanski come a Casatenovo.

I migliori che se ne vanno

Oggi ho incontrato R. un mio nuovo vicino di casa rumeno di Brasov. Dopo aver parlato con lui, sulle scale, pensavo che in questi anni ne ho conosciute di persone (alunni, genitori, cittadini, amici) arrivate da quella terra lì, bella quanto disperata. Ci sono stato, anche, per un breve periodo. Senza generalizzazioni inutili, credo che siano tra le persone più chiare e in gamba che conosco, i rumeni, gente di sani principi. E così, affanculo a tutta la tristissima campagna mediatica che soprattutto negli anni passati è stata fatta contro di loro, m’è venuto da pensare.

15 agosto – Ferragosto alla citta’ della rivoluzione

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Ferragosto. ‘Sacchi sulle spalle e fuoco nelle strade’. Aria calda (35 gradi) e tassi di umidita’ alle stelle consigliano una sosta per una limonata o per stare qualche minuto seduti all’ombra e fanno riecheggiare nell’aria quel vecchio brano di Gianna Nannini (Avventuriera, ndr) perfettamente in tinta con il paesaggio sonoro locale, sempre ‘leggermente’ nostalgia-portami-via.

Dimenticata in fretta, troppo in fretta, l’aria montana della Bucovina – la piu’ settentrionale tra le regioni romene – con le colline piene d’abeti, i fiumi e le  localita’ termali, i silenziosi monasteri affrescati (incredibili, affrescati da cima a fondo), rieccoci oggi nel pieno  scenario metropolitano di Timisoara, sud ovest del paese, confine con la Serbia (nostra prossima tappa).

Quarto centro urbano per  numero di abitanti del paese,  porta verso occidente, citta’ dei fiori e dell’innovazione,  primo comune in Europa a mettere lampioni elettrici nelle strade (anno 1884), culla della rivoluzione che nel 1989 pose fine alla tirannia di Ceaușescu e vide la notte del 25 dicembre dello stesso anno la sua fucilazione: o almeno questo e’ quello che la citta’ racconta, sulle borchures. Le strade e i chioschi parlano di una citta’ di frontiera dove sono presenti rumeni, certo, ma anche molti serbi, ungheresi, rom. Una citta’ piu’ aperta – certamente piu’ della capitale – dove si parla piu’ (sempre poco, sia chiaro) inglese, si ascolta e si suona piu’ musica, si va di piu’ al cinema, si vive in modo piu’ vicino a certa altra Europa, che  pare sempre e comunque distante.

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Il centro di Timisoara

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Per planare da Vatra Dornei (Bucovina) a qui (date le ultime esperienze ferroviarie, direi, con grande perseveranza) abbiamo utilizzato un treno notturo. Ancora una volta siamo incappati in piu’ di qualche sorpresa.

E’ andata cosi’: dopo aver smontato la tenda al buio, facendo base nella cucina del campeggio per trascorrere le ultime ore prima della partenza, ci siam portati verso la stazione attorno alla mezza. Al primo annuncio in rumeno – che iniziamo lontanamente a comprendere – intuiamo un ritardo. Rimaniamo sul binario, tra cani randagi, spazzini che non spazzano e personaggi quantomeno ambigui, accompagnati dall’aria che verso l’una di notte inizia a farsi intuire montana e scende sotto i 10. Nella desolazione della stazione immaginiamo, per un’ora e non senza uno strano  (scaramantico?) divertimento, l’arrivo di un treno vuoto, buio e pieno di pericoli.

Il treno compare lento in fondo alla gola buia del bosco, poco dopo la una, ed ecco la prima sorpresa: appena saliti i tre gradini della scaletta, ci arrestiamo davanti a una calca di uomini, donne, vecchi, bambini, colori e movimenti, caldo e odori. Scorgiamo scompartimenti in cui stanno stipate intere famiglie, generazioni, e un tappeto di anime dormienti si stende sul percorso tra noi e il nostro, di scompaprtimento. Bene, dico tra me e me, e sento salire una certa pressione: dietro la gente spinge per andare chissa’ poi dove e io, io per andare avanti col mio ospite di 14 chilogrammi sulle spalle, dovrei schiacciare bambini e vecchi abbaraccati lungo il corridoio. Un distinto signore rumeno in camicia rossa  si trova davanti a me appoggiato al finestrino, cogliendo il mio ‘leggero’ impaccio mi dice qualcosa che intuisco cosi’: ‘ragazzo, hai il biglietto? E allora fregatene e vai a sederti, qui ci sono abituati’. Mi volto, guardo per un’ultima  volta la folla di spingenti (dietro) e quella di dormienti (davanti), ringrazio con un cenno militare il mio suggeritore, prendo lo zaino sopra la testa e inizio un improbabile balletto tra gli sdraiati, con esiti rovinosi. Arriviamo sudati e un po’ confusi allo scomparto dopo alcuni minuti di lotta contro le complesse leggi dell’equilibrio, ci sistemiamo nel loculo tra una donna incinta che tiene in braccio un primogenito  e al guinzaglio un  marito scontroso, due ragazzine tamarre e due individui che ascoltano musica techno in cuffia ad un volume che, chiusa la porta dello scompartimento dietro le spalle, pare in filodiffusione. Dato che dormire neanche se ne parla, per il sudore che cola, il caldo, l’odore e il rumore, ci interroghiamo su come sia possibile avere tutta quella gente in corridoio se i biglietti sugli accelerat (i nostri intercity) sono a prenotazione obbligatoria. Giungiamo presto al risultato: nessuno dei signori in corridoio ha il biglietto. Torna la storia della mancetta al controllore o chissa’.

Sta di fatto che, legalita’ a parte, si vedono cose oltre il vetro che mai prima: la nonna rom tutta colorata sfila tele e stoffe da sotto la gonna, le butta per terra in corridoio e per ogni strato infila una nipote o un nipotino. Risultato finale: una specie di divano animato da cui spuntano teste di ragazzini da ogni dove, e si picchiano, rotolano, giocano, strillano. Splendido. Ogni volta che sopraggiunge un passante o il controllore – si’, ciao – la torta pluristrato e colorata si scompone, si allinea sul lato e si reimpasta dopo lo scavalcamento in sempre nuove disposizioni cromatiche.

Alle 8 del mattino arriviamo a Deva – non sto a raccontarvi, senza aver dormito – citta’ che ci fa da scalo per raggiungere Hunedoara, nucleo urbano di stampo vetero-comunista, quelle con i murales del regime sui palazzoni popolari, i ruderi delle acciaierie e tutto il resto. La Lonely planet la definisce come una delle citta’ piu’ brutte della nazione. Noi la troviamo incantevole – per il suo genere, ovviamente – e ci facciamo anche una bella passeggiata per la circonvallazione che, in pieno agosto, offre l’ombra di grandi platani e poco traffico. Molto poco traffico: sull’altro lato del corso giocano a calcio in mezzo alla strada.

Mentre scrivo Silvia mi obbliga  a rendervi edotti (ma non e’ l’unica cosa che mi obbliga a fare, si pensi solo che stabilisce austeri budget di spesa giornalieri che nemmeno prima delle perestroika: si deve essere calata troppo nella parte) circa la nostra visita al castello di Corvino, uno dei  piu’ bei castelli gotici della Romania, scenario eventualmente  degno di ospitare un venturo rimaneggiamento  cinematografico di Dracula – di cui nessuno sente il bisogno e figuratevi noi dopo due settimane di Transilvania.

Intanto agosto imperversa e rende l’aria caldissima, dall’Italia arrivano notizie di pioggia e crisi di governo. Scriveva magistralmente Milan Kundera nel suo ‘L’insostenibile leggerezza dell’essere’: <e’ solo il caso a parlarci> e noi, vedi un po’, siamo nella citta’ dove gia’ cadde un tiranno tronfio e megalomane. Noi, da buoni italici, speriamo nelle ricorrenze, insomma.

Nel mentre, ci prepariamo a lasciare la Romania per Belgrado e la Serbia, proprio ora che ci eravamo ambientati, che avevamo fatto cadere alcuni dei troppi, quanto involontari, pregiudizi e che ci siamo immersi con i nervi meno tesi nel clima sociale, certo lontano, di questa gente. Noi con i nostri libri, le nostre foto, le nostre mappe, sempre meno importanti.


damareamare

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damareamare. Potrebbe essere il nome di un itinerario, di uno strano personaggio, di uno stato d’animo, o tutte e tre le cose. E, forse, in qualche modo, lo è.
Di certo sotto questa etichetta nascondiamo un viaggio, il percorso scelto per salvarci, anche quest’anno. Niente pericoli di vita, sia chiaro. Partire si parte sempre anche un po’ per salvarsi o per salvare qualcosa da portare, più avanti, con noi. Per salvare la curiosità, la sensibilità, l’apertura e tutte le cose buone a confrontarsi con, e a attraversare il, luogo, l’abitudine estranea, il volto forestiero, i nuovi linguaggi. damareamare etichetta che diventa metafora per altro, sintesi che segna i punti sulla mappa, quelli cardinali e quelli di riferimento. Da levante a ponente, dal Mar Nero a quello Adriatico, attraverso il cuore dell’Europa meno considerata. Muoversi per viaggiare e non per arrivare. Rotte fuori rotta, in un certo senso.



Partiremo da Bucarest per salire fino a dove il fiume incontra il mare, alle immense foci della vena aorta d’Europa, il Danubio. Dove, se non da qui, potrebbe partire un lento viaggio – fatto a piedi, in treno e in bicicletta – verso ovest, verso il mare che culla la nostra penisola e annuncia, a seconda dei punti di vista, il ritorno a casa o un week-end fuori porta. Arriveremo sulla costa adriatica solo dopo aver attraversato Romania, Serbia e Montenegro, toccando e annusando i luoghi che ora sono solo nomi sulla carta e immagini vaghe nella fantasia, che, in difficoltà, pesca in un immaginario collettivo oscillante tra stereotipo, fiaba e leggenda: zanzare del Danubio, lupi e orsi dei Carpazi, minestre d’aglio, vampiri della Transilvania e cose così.
Vi saluto, quindi, augurandovi di trascorrere buone vacanze. Non so quanto nelle lande povere e arse dell’est Europa sia possibile collegarsi alla rete, state però certi che, se capiterà, questo post sarà il luogo dove leggere eventuali notizie e aggiornamenti.