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La strada del nord – Vento forte tra Ulcinj e Podgorica

Dopo la neve la mattina di Ulcinj appare gelida e calma. Il mare e il cielo si confondono in scala di grigi. Il promontorio che ci copre le spalle ripara la costa dal vento siberiano che sta schiaffeggiando il resto del paese e si può star fuori.
Passeggiamo un po’ per la città vecchia, appollaiata sopra una scogliera e invasa da (pessime) sgargianti insegne di hotel e ristoranti di pesce. Percorriamo la spiaggia al cospetto di un monumento d’epoca socialista, che somiglia alla coda di un razzo, un siluro caduto dalla luna e conficcatosi a terra. Proseguiamo scalando un promontorio verso sud. È tutto un pullulare di bar e club abbandonati all’inverno. La costa di Ulcinj somiglia purtroppo a tante altre coste bellissime viste tra Croazia e Montenegro: natura divina tempestata da infrastrutture estive di tamarra volgarità.
Alla fine del promontorio c’è una lunga spiaggia di 12 chilometri, termina più o meno in località Ada Bojana dove il fiume Bojana sfocia nell’Adriatico formando un’isola. Lungo il fiume il paesaggio deve essere suggestivo: le guide ne parlano come di sponde che ricordano il Mekong o qualche altro angolo del sud est asiatico, con palafitte e reti da pesca pittoresche. Per noi però, oggi, è fuori portata; non ne abbiamo il tempo necessario.
Nel tardo pomeriggio ci aspetta una corriera diretta a Podgorica. Sarà – scopriremo poi – il viaggio più suggestivo di questi giorni.

Lasciata Ulcinj ci accorgiamo di com’è messo il resto del paese dopo la nevicata del giorno precedente e una notte di gelido vento.
Il paesaggio è incantato: montagne innevate si tuffano nel mare, il mare nebulizza sferzato dal vento, crea mulinelli e nuvole bianche che volano in cielo e si confondono nella luce pallida. Il vento arriva a raffiche, lungo il percorso troviamo tetti divelti, cartelli, rami o interi alberi caduti. Sotto i balconi e le gallerie brillano piccole e medie stalattiti di ghiaccio. Il ghiaccio copre pericolosamente alcuni pezzi di strada.

Passiamo per il porto industriale di Bar, orrendo, e per l’anonima Sutomore, poi prendiamo verso l’interno.
All’altezza di Virpazar, nel cuore del Parco nazionale del Lago di Scutari, il percorso del bus affianca quello del treno. C’è un’unica linea ferroviaria a senso alternato che corre da Bar e va verso il Kosovo, passando per luoghi che hanno tutta l’aria di essere meravigliosi. Bisognerà tornare e prendere quel treno con la giusta calma, scendendo qua e là in paesini di cui sappiamo troppo poco.

Il pullman sfreccia su un lungo ponte che taglia la punta nord del lago più grande dei Balcani, il paesaggio è sublime: acqua a destra e a sinistra, il cielo che prima era un piano di perla è andato in frantumi. I colori ora irrompono insieme ai raggi del tramonto. Il sole accende il lago di blu, i canneti diventano macchie di giallo intenso e sullo sfondo il profilo chiaro dei Balcani. Bocche aperte, cellulari e naso all’insù (anche tra i locali).

Si apre infine un altopiano contornato da montagne bellissime. Lungo il vasto tavoliere corrono appaiate la strada e la ferrovia. In poco tempo all’orizzonte compare Podgorica. Il tutto ha qualcosa di kazakistano: la steppa e le alte montagne, gli ampi vialoni vuoti, l’edilizia squadrata e povera di sapore e colore sovietico.

In città siamo ospiti al Seven Hills, un ostello che vi consiglio, passaste mai di qui. Sono accoglienti, il posto è in centro, in altre stagioni potreste noleggiare delle bici (per andare dove non ho idea!).
La sera, nonostante “un vento a trenta gradi sottozero, incontrastato sulle piazze vuote e contro i campanili, che a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve” (cit.) Ecco, con questo vento decidiamo comunque di uscire a cena, per una degna ultima cena montenegrina.

Ci aggiriamo per gli ampi vialoni, completamente vuoti, sembra una città evacuata e sferzata da una tormenta senza neve. Dopo un chilometro di stradone a due corsie e palazzi, troviamo Pod Volat, un ristorante aperto. Non stiamo molto a domandarci se sia la scelta giusta. È la scelta giusta (per sopravvivere all’assideramento).
E allora, tra camerieri in costume tradizionale, via con taglieri di formaggi misti locali, olive greche, peperoni in salsa di yogurt, kebab alla montenegrina con formaggio, pita calda al sapor di camino, e una necessaria bionda beverina per innaffiare il tutto.

Finisce qui, con questa pietra sepolcrale sullo stomaco, questo breve racconto a puntate e anche il nostro giro. Se l’aereo riesce ad alzarsi in questo vento, domani dovremmo essere in Italia. Come vuole il viaggio vero, non abbiamo raggiunto praticamente nessuno dei nostri obiettivi, ma ci siamo molto divertiti e abbiamo scoperto realtà prima nemmeno pensate. Marta durante l’ultima cena mi dice: mai un paese è risultato tanto distante dall’idea mentale del posto che avevo all’inizio.
L’accoglienza e lo spirito dei luoghi e quella ferrovia che corre oltre Podgorica verso le montagne però invitano a tornare d’estate a vedere quel che si è già visto in inverno (cit.) E non è detto che una più lunga peregrinazione balcanica non sia già il progetto da mettere in cantiere per l’estate 2017.

ps. Ah, oltre a una certa difficoltà di deambulazione post pasto, nel ritorno dal ristorante abbiamo avuto anche il vento in faccia.