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Giornate del Caucaso – Kazbegi alla frontiera

Su una vecchia mercedes grigia ci avviamo verso Kazbegi, tra le montagne del Caucaso maggiore.
Oggi il viaggio vive di un vecchio mito: il percorso di oggi si svolge infatti sulla grande strada militare georgiana!
Per arrivare a Kazbegi (sui cartelli Stepantsminda, ché qui i nomi devono esser facili da ricordare!), si devono percorrere 125 km lungo questa strada, costruita nel 1800 (su tracciati giá esistenti) per collegare Tbilisi a Vladikavkaz (frontiera russa). Annoverata tra le strade più pericolose al mondo, oggi è in verità un comodo percorso che, con suggestivi tornanti, giunge al passo di Jvari (2.400 metri) per poi discendere per venti km fino ai 1.800 metri di Kazbegi. Ancora nel 2015, questi ultimi chilometri erano strada sterrata e dissestata; dopo una serie di frane e allagamenti, che ostruirono l'importante (soprattutto per gli armeni, che non ne hanno altri) passaggio via terra con la Russia, nel 2016, il governo di Tbilisi decise di mettere mano al portafogli e dare definitiva soluzione al problema. Muore così, sotto l'asflato, la leggenda della pericolosa strada e, anche in questa regione di confine poco quieta, si aprono i cancelli al turismo.

I paesaggi che si attraversano risalendo, asfalto o no, restano impressionanti, montagne che sembrano pieghe della terra, si ergono come ondulate pareti verticali di fianco alla carreggiata. La strada arriva al passo con curve strette che aprono la vista alle montagne dell'Ossezia e a quelle della Russia; le curve regalano brividi e i sorpassi georgiani di più! La strada è percorsa da centinaia di vecchi camion armeni che, diretti in Russia, arrancano lentissimi sulle grandi salite in quota e costringono gli automobilisti locali a sorpassi inquietanti, rigorosamente in prossimità di curve cieche! Ad ogni sorpasso ci stringiamo ai sedili, tachicardia e sospiro di sollievo.

Arrivati a Kazbegi scendiamo dal taxi e paghiamo di nostra volontà venti lari più del dovuto. Avevamo 'tirato' il prezzo alla partenza, ma ci siamo sentiti degli affamatori, vista la quantità di strada percorsa dal vecchietto e della sua antica Mercedes. 'Stay human' è uno dei motti del nostro giro georgiano!
E allora via all'aumento del compenso.

Salutato con vigorosa stretta di mano il tassista, vediamo il da farsi: anche oggi, presi dalle mille bellezze del viaggio, non ci siamo ricordati di prenotare un posto per la notte. L'organizzazione è indubbiamente una cifra di questi giorni.

Facciamo due passi attorno alla piazza – in cui un'infinita teoria di taxi e furgoni attendono i turisti- per capire la situazione; ci viene incontro una anziana signora di nero vestita:
– guest house, wi fi?
– ok, how much? (facendo segno con le dita)
– room, 75 lari (25 euro)
– ok!

In tre secondi ci troviamo a seguire la babuska su per le stradine del paese.
Nonostante la quantità di turisti presenti in piazza, a cinquanta metri di distanza dal 'centro', l'abitato si trasforma in un avamposto di frontiera in cui pare sia appena finita la guerra. Strade di sassi, buche e sabbia, case scalcinate, vetri rotti, muri mezzi diroccati, giardini in cui sembra che da vent'anni nessuno tagli più l'erba. Parcheggiate a bordo sentiero vecchie Lada, camion militari con quarant'anni di servizio, mucche e maiali che vagano liberi.

La signora Zordania – così dovrebbe chiamarsi la nostra padrona di casa, con cui ovviamente comunichiamo a gesti – ci apre la sua piccola casa di legno scricchiolante. Il cancelletto è solo accostato, dentro erba alta mezzo metro, rovi, un garage sbilenco con dentro dei bilanceri e una panca per fare i pesi, una gatta e i suoi gattini, la latrina dietro la casa. Saliamo al piano di sopra dove ci apre una stanza che, con i suoi tappeti alle pareti, sembra un preludio d'Oriente e conferma la natura meticcia di questa terra.
L'acqua corrente, ci dice, ogni giorno solo dopo le cinque. Prima dai rubinetti non scende niente.
Dalle belle e luminose finestre, davanti a noi, in tutta la loro bellezza si ergono il monastero di Sameba Sminda (2.200 metri) e il Monte Kazbek, che con i suoi 5.048 metri è il secondo vulcano spento più alto del Caucaso. Svetta da solo tra cime a 3 o 4.000, e col suo ghiacciaio che rifulge al sole, signore della valle, sembra un Cervino del Caucaso.

Usciamo fuori per andare a perlustrare i dintorni lasciando, come consuetudine in Georgia, tutto aperto. Il clima di pace sociale che ancora si avverte nel paese – per noi impauriti e ossessionati d'occidente – è irreale. Le auto vengono parcheggiate con i finestrini abbassati, le borse lasciate sul sedile della marshrutka ad occupare il posto, mentre si va a prendere un caffè, i cancelli e le porte accostati, senza serrature (ogni tanto qualche clavistello o lucchetto).

Dai quattro angoli del villaggio muggiti e starnazzi di pollame e mentre scendiamo verso la piazza incontriamo due maiali che dormono in una buca in mezzo alla carreggiata. Guardando la via e la casa della signora Zordania è più facile immaginare che qui fino a due anni fa non arrivasse alcuna strada asfaltata.

Passiamo sotto la statua di Kazbegi, il poeta georgiano che dà il nome al paese e che qui è seppellito, come sua volontà, alla vista del Kazbek. L'artista divenne famoso perchè, all'acme della sua carriera, decise di lasciare tutto e ritirarsi tra le montagne per dedicarsi alla pastorizia.

Risaliamo l'altro versante della valle, facendo zig zag tra mucche, cavalli e puledri allo stato brado, fino all'abitato di Gergeti che, se mai fosse possibile, è ancora più disastrato di quello di Kazbegi.
Si vedono famiglie sedute in fila davanti a case che apparentemente noi diremmo diroccate; attorno alle case non va meglio, ruderi, bidoni arrugginiti, macerie, carriole abbandonate, lamiere. Una situazione vista in pochi altri angoli d'Europa.

La sera ceniamo, per 15 lari in più, nell'anticamera della signora Zordania. Del resto, vuoi fare esperienza di accoglienza domestica? Bene, allora è cosa buona e giusta che tu la faccia fino in fondo!
Sotto un impolverato quadro che riporta l'albero gerarchico di tutte le più alte cariche del partito comunista georgiano, sopra cui campeggiano le faccione di Lenin e Stalin, nella luce dimessa di una lampadina ad incandescenza, ecco che viene servita la luculliana cena della signora Zordania: minestra di riso e verdure con erbe dell'orto, kinkhali (ravioloni di carne), formaggio locale, polpette alle spezie, insalata di pomodori e cetrioli. La cena è per tre, ma ci staremmo tranquilli in quattro. Un tripudio di generosità e sapori, che un po' parlano di un recente passato italiano e per altri versi delle contaminazioni asiatiche arrivate di cucina in cucina fin qui.

Che bello guardare orizzonti nuovi, scoprire, assaggiare cose che mai prima. Questi spostamenti sono i più bei regali che ci possiamo fare. E resto convinto che se la geografia oggi ha un compito è quello di accendere la curiosità per i luoghi ed educarla.

L'indomani facciamo una passeggiata al monastero. Consiglio: ci sono diversi sentieri, ma il migliore è quello che si prende dal parcheggio (sterrato) del bar che vi troverete sulla sinistra una volta arrivati in alto all'abitato di Gergeti. Sarà facile capire che siete sul sentiero giusto perchè sopra di voi vedrete campeggiare una antica torre diroccata. Il sentiero passa lì accanto e poi sale fino ai 2.200 del santuario.

L'altra alternativa è una ampia carrareccia che sale a tornanti nel bosco. E qui viene la nota dolente e ambigua che sempre il turismo porta con sé. Per quanto il percorso sia breve (un'ora di salita a piedi) i locali hanno intravisto una buona possibilità di lavoro nel fare da taxi tra il paese e il monastero, intercettando in pieno la pigrizia e la maleducazione dei turisti, che da quando l'antica strada militare è stata completamente asfaltata arrivano sempre più copiosi a Kazbegi.
La pista nel bosco così è diventata processione di fuoristrada che a ritmo di uno ogni due minuti salgono e scendono dal sentierone, sollevando polvere, suonando clacson, incastraondosi tra loro e, in una parola, rendendolo impraticabile a piedi. Mentre malauguratamente saliamo da quella parte incontriamo persino degli ingorghi. Noi, a piedi in una nube di polvere, dobbiamo fermarci e fare la coda con loro: spazi per passare non ce ne sono.

Arrivati in cima, il bel pratone che discende dal monastero verso il Kazbek è solcato da piste polverose e in parte adibito a parcheggio di mezzi 4×4. Un pugno nell'occhio. Secondariamente, quando l'accesso è facile e senza impegno, al monumento arriva una massa di disinteressati (all'architettura, alla preghiera, al paesaggio, ec ec) che mettono in campo solamente un festival di idiotissimi selfie. La cosa che fa ridere è che, mentre il sito è pieno di gente in posa, per entrare ci chiedono di coprirci le gambe con un telo nero.

Noi gettiamo uno sguardo e saliamo più su: per arrivare al ghiacciaio ci vorrebbero almeno 8 ore di cammino e una attrezzatura adeguata. Noi ci accontentiamo di salire fino a 2.700 metri e di metterci su un prato davanti a sua maestà e al suo bel cappello di ghiaccio, che brilla già in territorio russo.

Scendendo, nelle luci morbide del tardo pomeriggio, Kazbegi la vediamo così, nella sua poesia di ieri e nella sua trasformazione di oggi. Un altro luogo di transizione da aggiungere a quell visitati in questi anni, un'altra frontiera. La riflessione resta sempre aperta, sempre in corso: il turismo per questa gente sta significando un po' di soldi che qui, ai confini dell'ecumene, non c'erano mai stati. In qualche anno questa località sarà radicalmente diversa, già i primi segni si vedono: a Gergeti si sta cementando la pista che porta al monastero (non le strade che portano alle case), sulla piazza principale sono fioriti bar che offrono colazioni all'italiana. La signora Zordania e la sua generazione magari ignorano il futuro o magari semplicemente vedono i nipoti con qualche occasione in più per stare meglio: credo sia giusto e positivo per una comunità cercare il benessere materiale.
Resta una domanda sul turismo e i suoi benefici progressivi: come scrive quest'anno Marco D'Eramo nel suo libro 'Il selfie del mondo' il turismo fa autocannibalismo: mangia e esaurisce le stesse risorse che gli danno vita.
Cosa cerca oggi il viaggiatore che arriva a Kazbegi? Solo l'alta montagna? O l'alta montagna in un posto remoto e diverso dal suo quotidiano? Per intenderci un luogo dove vivere un'esperienza di vita diversa da quella di ogni giorno, dove entrare in contatto con la signora Zordania, vivere per un po' a casa sua?
Cosa sarà di Kazbegi quando sarà una località montana accessibile e fruibile come tante e tante altre (magari più vicine)?

Parlavo qualche giorno fa con Emanuele Giordana proprio di queste cose. Gli dicevo che sono molto scettico sulla possibilità di controllare gli effetti del turismo. Lui mi sottolineava che il turismo è sì molto pericoloso, ma porta benessere e contaminazione tra culture -uno dei motori del mondo- in luoghi che ne hanno spesso molto bisogno. Per essere positivo, diceva, deve essere consapevole, deve essere un turismo responsabile.
A Kazbegi c'è una comunità fragile, che ha bisogno di soldi e che per soldi sta svendendo la montagna, ma quel che è peggio che c'è un flusso di turisti (molti occidentali) che, pur avendo tutti gli strumenti culturali per sapere cosa significhi fare turismo responsabile, si comporta con pigrizia e maleducazione e partecipa attivamente alla costruzione di un modello turistico insostenibile.

Insomma, scusate la pesantezza e passate a Kazbegi al più presto per salire, rigorosamente a piedi, al suo monastero.

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Giornate del Caucaso – Un sorso di Borjomi

Facciamo colazione all'ombra, sulla terrazza dell'hotel Taoskari, l'aria è ancora fresca, davanti a noi illuminato dal sole e osservato a vista dalle aquile che volano in cerchio il sito rupestre di Vardzia. Neanche un rumore, il paesaggio sembra ancora avvolto nel sonno.

In tavola le mute e dimesse signore che gestiscono la grande baita servono cetrioli, pomodori, formaggio, pane e marmellata. Tè in accompagnamento. Colazione semplice che ricorda quelle fatte al di là delle montagne, in Turchia.

Scendiamo con un taxi alla volta di Borjomi. Il viaggio in taxi in queste aree remote ci costa 60 lari. Sei euro a testa. Per un'ora e mezza di guida.
Percorrendo le ampie curve in discesa, sotto la radiosa luce del mattino, la valle del fiume Mtkvari è ancora più bella di ieri. Una gola stretta tra ampie e scenografiche pareti di roccia, colori dal giallo all'ocra nei coltivi e quelli grigi delle rocce.

Passiamo un paio di centri abitati, il più 'grosso' è Aspindza, dove in posizione sopraelevata c'è una rocca che ha tutta l'aria di essere un caravanserraglio riadattato nei secoli. La Georgia era una delle innumerevoli deviazioni di quell'autostrada commerciale, fatta a piedi o a cavallo, che era la via della Seta. Tra l'anno zero e il 1300 si passava anche di qui. I caravanserragli erano gli autogrill fortificati lungo quel viaggio: la sera ci si chiudeva dentro con merce e animali, al riparo dai predoni, per riposare e riprendere il cammino il mattino seguente.

Oggi di predoni non ce ne sono. Lungo la valle vediamo qualche vecchia Lada scassata – auto che sempre ci ricorda i vecchi confini dell'URSS – un signore che con la pancia all'aria dorme sotto il suo baracchino pieno di cocomeri, qualche vacca che viaggia da sola o in piccolo gruppo dentro il paesaggio afgano.

Arrivati ad Akhaltsikhe, la strada piega a gomito verso destra, seguendo il fiume, il cui corso rallenta e si allarga. Imbocchiamo una valle piena di betulle e abeti, spesso in una inconsueta – ai miei occhi – forma di convivenza mista. È questo il tragitto in dolce e curvosa discesa che ci porterà fino a Borjomi. Lungo la strada centinaia di chioschi e venditori di strada propongono inesorabilmente la stessa merce: ceste, manufatti in legno, vasellame, – e che ve lo dico a fare – angurie; molti dormono su una sedia sdraio a bordo strada, tra le cataste dei loro oggetti. Mi chiedo che senso mettano queste persone in quello che fanno o non fanno: aspettano in solitudine, senza muovere un passo, che un giorno o l'altro qualcuno si fermi e compri. È una domanda per cui non ho risposta e anche per questo resta affascinante continuare a porcela.

A Borjomi ci accasiamo in alto alla collina che domina la città. Il quartiere storico è bellissimo, fatto di casette di legno intarsiato e tetti di lamiera. Sopra i vicoli portano l'ombra alti pergolati sui cui cresce la vite. Arrivati al nostro alloggio presso una casa in via Oberliani, bussiamo, ma non risponde nessuno.
In un paese come quello in cui abito, dove ormai esplode ovunque l'inutile cartellonistica del 'quartiere con controllo del vicinato' potremmo rimanere a lungo ad aspettare, ma in Georgia esiste e si vede una rete di comunità: tempo cinque minuti e da una casa poco distante si avvicina un ragazzo, ci chiede se abbiamo bisogno una mano e poi chiama per noi il nostro ostelliere di giornata.

Chako, così gli amici chiamano il nostro padrone di casa, è un compagno della rivoluzione. Treccine che ricordano una Jamaica un po' annacquata, poster della cannabis (con scritto peace & love su una grande foglia) e del Che appesi al muro, password del wifi: california. Credo bastino questi tre elementi per descrivere il gusto della nostra dimora odierna.
Ci caccia per pochi euro in una stanza da due a cui sopra un tavolo, incastrato tra la parete e il mobile, è stato aggiunto il terzo letto: un bello strato di tre materassi da 5 cm l'uno e graziose coperte rosa fluo.

Fuori Borjomi, vista dall'alto, è un accrocchio di case con i tetti di lamiera, che si snodano dentro il solco della valle fluviale, tra belle cime non troppo alte e tutte ricoperte dal bosco. Qua e là tra le lamiere che scintillano (e cuociono) al sole spunta qualche mostro di cemento armato a ricordare che la colonizzazione architettonica dell'unione sovietica è salita fino a qui.

Siamo arrivati a Borjomi per tanti motivi. Alcuni sono storici: Borjomi era l'acqua sempre presente sui tavoli del partito comunista durante l'impero sovietico, il georgiano Stalin si dice girasse sempre, anche nelle sue missioni diplomatiche all'estero, con una valigia di acqua Borjomi appresso. L'acqua, dal sapore sulfureo e salatino, diffusa in tutto l'impero, alla sua caduta, negli anni '90, si trasformó in una azienda privata che oggi in Georgia ha quasi il monopolio del settore 'acqua frizzante' e che fuori dal paese viene venduta a caro prezzo in mezzo ad altre acque di pregio.
La stazione termale, già cara ai Romanov, venne nel tempo trasformata in un parco delle acque minerali ad uso e consumo del turista della domenica; oggi attira migliaia di visitatori georgiani e dei paesi vicini.
Poi c'è un motivo personale che mi ha spinto a proporre ai miei due compagni questa fermata: con Tino da anni parliamo di Georgia e vagheggiamo un ritiro termale dalle parti di Borjomi!
Si tratta di uno di quei luoghi eletti come 'mitici' a prescindere. A prescindere anche dalla loro eventuale bruttezza!

Così, eccoci all'ingresso del Parco delle acque. In sostanza oggi si tratta di un parco giochi, pieno di cianfrusaglie, musiche pessime, ottovolante e zucchero filato, al cui centro ci sono delle fontane dove due addetti spillano acqua Borjomi gratis per tutti. I georgiani fanno la fila con casse d'acqua da riempire. Gli addetti intervallano il 'servizio famiglia', riempiendo bicchieri e bottigliette dei turisti.
Ci mettiamo in fila anche noi: direttamente bevuta dalla fonte la Borjomi è caldina, puzzettosa di uovo marciulino e salaticcia. I miei compagni, un po' miscredenti, hanno reazioni di sdegno: il più giovane di palato, disapprova con contegno, Alessandro sorseggia con moderazione e falso apprezzamento, poi sputa nel prato, io bevo a pieni sorsi, certo che l'acqua del Caucaso sortirà i suoi prodigiosi benefici!
Be', a distanza di ore non è successo nulla, in compenso mi sono innamorato della Borjomi in bottiglia e dovró cercare il modo di averla anche a casa!

Proseguendo la visita al parco, superati chioschi e giostre, si entra nel bosco, dove un bel sentiero, che corre a fianco del fiume, promette di portarci a delle piscine termali all'aperto. A mezzogiorno il sentiero è quasi solitario, il che ci fa sperare di poterci immergere nelle pozze in tranquillo idillio con la natura.
La verità è che i georgiani sono già tutti là: alla fine del percorso troviamo una specie di Rimini forestale: musica, ombrelloni, torme di bambini e adolescenti in branco che fanno i tuffi in piscine di qualche metro di larghezza.
Davanti al girone turistico e dantesco, a noi , ricercatori del luogo ameno e solitario, viene un naturale gesto di repulsione, così proseguiamo lungo il sentiero che sale all'altopiano di Borjomi. Arrivati in cima con un quarto d'ora di ripida salita, si può andare a destra, verso una serie di piccoli paesi di legno e lamiere, o a sinistra e fare ritorno dall'alto verso l'ingresso del parco delle acque.

Prima andiamo a destra e visitiamo un piccolo agglomerato di case antiche. È mercoledì, ma in questo paese senza lavoro – almeno come lo intendiamo noi – sembra sempre domenica: le donne stanno in cerchio a chiacchierare in veranda e i bambini giocano a calcio negli ombrosi giardini. Per la strada sterrata razzolano libere galline e altri animali di bassa corte.

Veniamo investiti dalla gomma che si stacca da un quad di passaggio. Il ragazzetto che l'ha persa non si è fatto nulla e neanche noi, unica a smenarci un pochino la macchina fotografica di Riccardo, che dalla botta con lo penumatico è stata sbalzata via dalla mano di Riccardo. Anche in questo caso, fortunatamente, solo qualche graffio. La qualità dei mezzi in circolazione in Georgia fa spesso pensare a questa scena: perderemo una ruota!

La strada che torna verso l'ingresso, via altopiano, attraversa una grande pineta e termina dove una funicolare collega l'altopiano al parco sottostante. Per concludere il quadretto da turismo di massa anni Sessanta, di fianco alla funicolare ci sono una deserta ruota panoramica e un tirassegno. Ci fermiamo un po' alla bella terrazza del bar della funicolare, da cui si domina la valle. I turisti salgono e scendono incessantemente e mentre passano alla radio Last Christmas degli Wham e Io non so parlar d'amore di Celentano, sorseggiamo un succo industriale alla mela e – ovviamente – dell'ottima e salvifica Borjomi.

Evitiamo la funicolare. Oltrepassandola di cinquanta metri, proseguendo lungo la strada, sulla sinistra, si imbocca un facile sentierino che scende a tornanti verso l'ingresso del parco. Lì, tra aste di selfie e coni gelato erogati alla spina, la festa del turismo continua allegramente. Strana e sempre fonte di sguardi e riflessioni la presenza di una gran quantità di donne integralmente velate. Turiste di famiglie azere? saudite? iraniane? Sinceramente non sapremmo dire. È certo che al medioriente l'acqua Borjomi (o il turismo paccottiglia?) piace e molto.

Attraversiamo poi il parco pubblico, dove si vendono bicchieri di more e pannocchie bollite. In fondo al parco ci sono dei tavoli da ping pong a prezzi popolari. Un lari e puoi giocare un quarto d'ora. Il business lo tiene sott'occhio una gang – affabile – di ragazzini locali, che concedono l'uso dei campi solo dopo pagamento. Noi improvvisiamo un torneo a girone.

Il resto del paese è sintesi dell'intera nazione: ambienti dismessi e decrepiti si intervallano a pacchiani interventi moderni. La gente è sempre affabile, non si ha mai sentore di pericolo o di tensione, come ha sintetizzato Alessandro, il loro: 'pare un onesto tirare a campare'. E con una certa classe, aggiungerei.

A cena mangiamo trota e kinkhali, dei ravioloni ripieni di carne, funghi o formaggio locale, in una delle poche taverne della città. E, proprio partendo dal senso del tempo che ci trasmettono gli autoctoni, intavoliamo una discussione sul lavoro e sul tempo per vivere. Il tempo come materiale per la rivoluzione: senza tempo per vivere non c'è spazio per fare o perlomeno pensare strade diverse da quella su cui si è. Non arriviamo ovviamente a soluzioni, ma è già molto sentire di poter costruire un orizzonte comune, mettendo insieme sguardi e sensibilità di generazioni diverse.

Torniamo verso casa di Chako salendo le scale del quartiere sotto una bella luna a metà. Nei cortili luci fioche e il mormorio dei discorsi. Il paese vive, le donne e gli uomini ancora stanno con la sedia davanti all'uscio, i bambini giocano a pallone in mezzo alla strada. Ci si parla, ci si conosce, non c'è paura, ci si sente in mezzo a un posto vivo. Quando torno a casa la sera a Contra sono da solo, se incontro qualcuno nella penombra c'è quasi tensione, inutile negarlo: se non ci si conosce ci si saluta a fatica.
Il discorso è lungo e articolato, per ora semplicemente – come altre volte girando ad Est – lo butto lì.

Domani andremo verso Gori, paese natale di Giuseppe Stalin e grosso centro di pianura. Tappa intermedia prima di salire lungo la strada militare georgiana, a Kazbegi, nel Caucaso maggiore.
Di questa giornata termale mancata mi restano grandi domande, tipo: ma con tutti i luoghi affascinanti della Georgia perchè tutta questa gente è qui e a Vardzia non c'è nessuno?
Forse che ognuno deve vivere i suoi anni Sessanta, il suo boom di massa piccolo o grande che sia.

I giorni di Altamura – Gravina in Puglia

Il quinto giorno della mia permanenza altamurana mi dirigo in stazione per spostarmi a Gravina in Puglia. Gravina è una Matera più piccola, meno turistica e più scalcinata, quindi più bella.
La stazione è poco fuori dal centro, in mezzo a quartieri popolari. Quando scendo nell’aria immota e calda del primo pomeriggio le strade sono deserte e arriva solo un diffuso rumore di posate e stoviglie dalle tavole dietro le mille finestre.
Entrando in città si incontra un murales dedicato a una vera e propria istituzione del paese: i fratelli Loglisci, i principali e più brillanti artigiani della Cola Cola, un fischietto a forma di galletto(?), tipico del gravinese.

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Visito la città in solitaria, in giro poco nessuno, negozi  e bar quasi tutti chiusi. Scendo nella gravina, nel canyon, e risalgo dall’altro versante per vedere la città nel suo insieme. Al suo centro ci sono ruderi e alberi; si tratta del quartiere Piaggio, abbandonato e oggi chiuso al pubblico, pieno di stabili pericolanti. Vedo panni a  certe finestre qua e là e saprò solo più tardi, nel pomeriggio, che alcuni appartamenti, quelli un poco più integri, sono stati occupati aggirando reti e divieti.

Caterina per  meglio visitare la città mi ha affidato alle cure del suo amico Giuseppe, un ragazzo gentilissimo, restauratore molto preparato,  che nella seconda metà del pomeriggio mi conduce a spasso per le vie, tra musei, chiese, sotterranei, colline. La cultura dell’accoglienza è una bella e stupefacente scuola, ma non è di questo che ho riflettuto a Gravina. A Gravina mi ha stupito la mia maggiore facilità nell’accettare la proposta di Caterina e farmi accompagnare, senza sentirmi di peso.
Forse mi sto ambientando e lentamente adeguando al sistema di riferimento locale. Non so, certo è che mi accorgo per riflesso di come il settentrione mi metta addosso in alcuni periodi una appiccicosa pigrizia relazionale. Mentre cammino con Giuseppe per il centri metto a fuoco questo pensiero: spesso l’esigenza molto brianzola di essere autonomi finisce col creare handicap relazionali e di far perdere fertili occasioni d’incontro. Il nuovo, il diverso, l’essere gentili, il saper accogliere, il dare e il ricevere, il riconoscere di avere bisogno degli altri, sono tutte cose che chiedono predisposizione mentale e un po’ di lavoro (su di sé e nei confronti di chi si ha davanti). Forse dietro la bandiera dell’autonomia nascondiamo anche la pigrizia. Il fare da soli senza pesare sugli altri – che sembra un principio indiscutibilmente sano – a queste latitudini evidenzia un lato d’ombra, un lato che, se non governato, se non ne siamo consapevoli, ammala. Dobbiamo allenare la socialità. Io mi sto allenando molto in questi giorni e sento che sto meglio assai.

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Giuseppe mi mostra con grande garbo luci e ombre della città all’arrivo delle prime onde del turismo (uno dei tanti effetti di Matera capitale europea della cultura e del richiamo che questa nomination sta creando). Il comune si è consorziato con curia, provincia e privati per sbolognare la gestione del patrimonio artistico. I privati dovrebbero quindi guadagnare da una gestione che non porta una lira nemmeno al pubblico. Come si fa? Si fa che da un mese è stato istituito un biglietto unico per la visita dei principali siti della città. Costo: una decina di euro. Per la singola chiesa o museo  di cinque. Giuseppe da gravinese  si sente defraudato: dove è entrato  gratuitamente fino a ieri, oggi deve pagare o l’accesso è interdetto.  Gli amici del libero mercato saranno felici: stanno cedendo sovranità popolare e rovinando le fortune di diversi paesi. La cittadinanza invasa dai turisti e privata dei suoi spazi come reagirà? Facile arrivare a conclusione.

A fine giornata Giuseppe ci tiene a portarmi a conoscere Beniamino Loglisci, genio e sregolatezza nell’arte della Cola Cola. Personaggio ruvido, ironico, che nonostante gli acciacchi e i suoi ottanta e passa anni, ha ancora voglia di recitare la parte del provocatore, del sovvertitore dell’ordine costituito. Lui fu il primo e il più creativo degli innovatori dell’arte della Cola Cola, produsse in tempi non semplici fischietti con forme bizzarre di donne nude, di parroci colti sul fatto a guardar le parrocchiane e altri soggetti del genere. Una sfida all’orizzonte culturale della Puglia degli anni Sessanta e Settanta.

I giorni di Altamura – Il mare e le pietre

Arrivato qui avevo dei piani, una lunga lista di luoghi, incontrati in letture o interessanti solo per i loro nomi, da andare a vedere. Ho da sempre alcuni nomi che mi attraggono e finiscono per portarmi in posti strani, di cui prima di partire so poco o nulla. Fu il caso di Burgas, in Bulgaria. Sarà così in futuro per altri nomi.

Arrivato qui ho abbandonato la lista e i programmi sul tavolo, senza più toccarli. Sono ancora lì, sotto una pignetta di libri. Meglio stare dentro il tempo che ti si propone: la mia riflessione oggi si ferma qui. Ad Altamura ho trovato delle persone che mi hanno aperto il loro luogo e il loro tempo, dandomi la privilegiata possibilità di guardare dall’interno, da una finestra di cui niente avrei saputo altrimenti. Ho colto un segnale chiaro e ho preferito lasciarmi immergere nel qui ed ora. L’altrove sarà, senza pena, per un’altra volta.

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Così, il terzo giorno della mia permanenza ho accompagnato l’associazione e i suoi volontari al mare. Un bel mare bulgaro dalle parti di Metaponto. La civiltà da quelle parti ha lasciato le sue insegne e gli edifici all’abbandono. Così, le strade che portano alla pineta del lido dei Greci sono desolate, desolanti, un po’ post sovietiche. Varcata la soglia del verde però si apre una spiaggia selvatica con pochi bagnanti del posto,  legni arenati e un mare molto molto blu. Anche se gli amici di Puglia insistono nel ripetermi che preferiscono altri lidi.
La giornata passa piacevole. I ragazzi ospiti di Link sono giunti al termine della loro esperienza e tra pochi giorni torneranno chi nell’est chi nel nord Europa. Il Mediterraneo però ha segnato il cuore e, tra i discorsi conclusivi, gli abbracci, i saluti, si sente. Entro da estraneo in un momento delicato per gli altri, un percorso lungo alle spalle che io non so. Cerco di essere discreto, me ne sto nell’angolo, ascolto, guardo il mare. Scambio ogni tanto qualche parola con Marie, con Susanna, che mi raccontano le loro storie francesi e slovacche. Imparo molto dai giorni in cui posso ascoltare senza altri pensieri in testa.

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Il quarto giorno della mia permanenza salto su un treno a scartamento ridotto delle ferrovie appulo-lucane e raggiungo in solitaria Matera. Andare da soli permette un tempo libero da condizionamenti, ma bisogna essere sufficientemente attrezzati per non perdersi troppo in pensieri, ché dalle onde, quando siamo barche sole, si passa in fretta alle maree. I luoghi, le rocce antiche, la polvere, il sole, gli sterpi, i forni e i gelatai, offrono però un coro di sostegno, un invito a gustare il momento, ché la vita è tutta lì. O qui. O là. A seconda di dove si è.
Matera è bella come Venezia, uno di quegli angoli che, così intensi ed eccezionali, penso si trovino solo in Italia. Ossa della storia, crepe e rughe della crosta, connubio tra pietra e uomini. Il promontorio, scavato, inciso, perforato dalle braccia di qualche generazione, da lontano sembra un formicaio. Lo era di certo fino agli anni Cinquanta, quando i sassi erano l’unica comune forma dell’abitare.
Poi la modernità ha dettato la sua legge: per il potere costituito abitare nei sassi da quel momento non sarà più buona cosa, meglio una città nuova. Fu Piccinato ad occuparsi del nuovo piano regolatore, tentò di fare meno danni possibili. In città però lentamente andava formandosi una specie di coscienza dei sassi, di quale fosse il loro significato nella storia e per la comunità. L’onda lunga di quella accresciuta consapevolezza e di quel lavoro di nuova attenzione da parte di alcune realtà locali ha costituito la base della recente affermazione della città come capitale della cultura europea.

Bella come Venezia, Matera ha oggi gli stessi problemi, quello che alcuni geografi hanno definito ‘effetto Venezia’.

Esplodere di turismo sembra il destino anche da queste parti. Parlando con le persone di qui me lo dicono tutti:  il turismo si mangia le città, le abbruttisce, le arricchisce, le sottrae alla comunità. Gli abitanti non ne possono più dell’invasione, ma i beni immobiliari si apprezzano, il centro storico diventa di moda, gli affitti possono alzarsi. I residenti risolvono l’equazione preferendo mettere a rendita le case del centro e trasferendosi. Sciamano verso la città moderna o le campagne, si fanno l’appartamento o la villetta fuori e mettono in affitto le case del centro su Air Bnb.

Morte annunciata di ogni città turistica quindi: museificazione e dentro di vivo, di vero, ci resta poco niente.
Matera ancora non è ancora così, ma pare si stia incamminando, e nonostante una rete di realtà consapevoli.