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Giornate del Caucaso – Il ruggito della marshrutka

A 2.300 metri s.l.m., pare che Ushguli sia l'insediamento umano permanente più alto d'Europa e il migliore tra i villaggi in cui osservare le torri svan senza di mezzo bar e hotel per turisti, in un paesaggio che non deve essere cambiato molto negli ultimi mille anni.

Ci portiamo nella piazza principale di Mestia e iniziamo ad attraversarla come esche trascinate dalla corrente. I pesci grossi si muovono subito e subito arrivano i primi tassisti e autisti di furgone a farci le loro offerte. Decidiamo di dare credito a una signora che sembra la bisnonna di Jessica Fletcher.
35 lari, poco più di dieci euro, sono una quota onesta per affrontare le due ore di sterrata che distanziano Mestia da Ushguli. Buttiamo un occhio al vecchio Ford Transit, con le ruote liscie, ci interroghiamo sulle inquietanti facce degli autisti, ma, non vedendo molte altre opportunità, accettiamo.

Sul furgone ci siamo noi tre, due tedeschi, due russi, una ragazza irlandese con le infradito di gomma e dei sacchetti di plastica, un giapponese e due coreane, ma non si tratta di una barzelletta.
Dal nugolo di autisti che fumano e bevono davanti ai furgoni, se ne stacca uno corpulento e con lo sguardo bovino. Uno dei miei compagni di viaggio di cui non posso rivelare l'identità sottolinea con una certa lucidità che: 'ha la faccia di uno che si è mangiato un bambino a colazione', ma sospetto che il comunismo in questi casi non c'entri.
A vederlo così, fosse cresciuto in un'altra e più ricca provincia, il nostro pilota sarebbe stato uno di quelli che la sera arriva in piazza con il suo bolide dotato di alettoni, minigonne e fiamme sulle portiere laterali, ma è di Mestia ed è arrivato a piedi in sandali.

Il corpo e le espressioni difficilmente mentono e infatti, appena partiamo, il ragazzo ci fa sentire come deve tirare le marce un vero autista georgiano.
Inizia la salita su una lingua di asfalto. Noi ci autorassicuriamo: 'visto che è asfaltata?', 'sì la metteranno giù un po', ma se ci va un Ford Transit carico come un mulo, sarà di certo una bella sterrata' e altre idiozie consolatorie simili.
Ma qui siamo in Georgia e non facciamo in tempo a finire il pensiero che la strada asfaltata termina in un cantiere, diventa una sconnessa sterrata e scollina nella valle accanto.

Il nostro driver dallo sguardo bovino attacca la discesa come un rapace in picchiata. Una roba da matti, difficile da raccontare ai voi fortunati che leggete in panciolle.
Nei pezzi rettilinei il ragazzo si lancia senza limiti a velocità folli, il furgone non sobbalza sulle buche, le prende così velocemente che sembra fluttuare nell'aria, c'è la sensazione di essere dentro un frullatore. Alla curva stacca all'ultimo metro ed entra come se dovesse affrontarle tutte col freno a mano tirato.

Anche sullo sterrato valgono le regole del buon autista georgiano: l'orizzonte davanti deve essere sempre libero, sgombro, pulito. Non appena il nostro mette nel mirino qualcuno davanti a noi – normalmente jeep ben più attrezzate per il fuoristrada – lo avvicina, mangia qualche metro di polvere (che riduce a zero la visibilità), inizia a suonare all'impazzata e tenta a più riprese di infilarsi in varchi impossibili. Se quello davanti capisce di avere a che fare con un toro impazzito, bene. Se non capisce, scatta la gara a chi tiene più duro e per i passeggeri l'inferno!
In cabina c'è chi ha sguardi sgomenti e chi, come noi, forse forgiati da due settimane sulle strade e tra i piloti georgiani, pervaso da un'idiota ilarità, manco fossimo sull'ottovolante. Ci siamo allenati ad accettare le tradizioni locali senza pensare alla possibilità che una gomma scoppi, una sospensione parta o si finisca diretti nel bosco.

Le due ragazze coreane, che stanno davanti con l'autista – intubate nella loro improponibile tenuta turistica dai colori inutilmente sgargianti e cappellino con fiori e pizzi -, sono terrificate dalla guida del ragazzotto con l'occhio bovino. Lui cerca di tranquillizzarle dicendo 'autisti georgiani tutti campioni' o canticchiando immotivatamente canzoni in lingua locale, mentre effettua curve su due ruote.

Ad un tratto, il Transit lanciato come una betoniera giù dalla discesa stacca all'ultimo prima di una curva per sorpassare una jeep. Il sorpasso ovviamente va a punto, ma dietro la curva, mentre siamo ancora lanciari a gran velocità, troviamo delle mucche! É tardi per frenare e allora driver decide di tentare un varco. Entra tra i bovini tenendo la mano pigiata sul clacson, lo slalom impossibile tra gli animali riesce e solo una mucca si becca una lieve spintarella, che si sente sulle lamiere lanciate a mille del furgone. Noi ci guardiamo e tiriamo l'ennesimo sospiro di sollievo.

Nella parte finale del percorso, prima dell'ultima salita per arrivare a Ushguli, la strada si fa pericolosa; alla sconnessione si aggiunge uno strapiombo laterale: la carrereccia corre infatti per qualche chilometro accanto a un canyon fluviale minaccioso.
Qualche centinaio di metri e il nostro si ferma, spegne il motore e restiamo per qualche momento fermi davanti a una anziana china su se stessa a lato della pista. Intorno a lei un gruppetto di uomini dall'espressione contrita e di nero vestiti.
Dopo un'ora e mezza di musica georgiana e fragorosi sballottamenti, rimaniamo ammutoliti in un silenzio irreale. Restiamo così per qualche istante, poi il nostro pilota con il suo inglese stentato ci dice: 'qui tre giorni fa un mio amico è finito nel dirupo con il suo furgone. Tutti morti: lui e dieci turisti. Quella signora è la madre, prega ininterrottamente da quando è successo'.

Rimaniamo attoniti, in una miscela di sensazioni tra incredulità, tristezza e sgomento. Lui si accende una sigaretta, scende a dire qualche parola agli uomini e a rincuorare l'anziana, che resta inginocchiata con il capo chino a terra.
Altri autisti di passaggio fermano la loro corsa e fanno lo stesso.

Ripartiamo e affrontiamo con furia di toro imbizzarrito le ultime curve che salgono a Ushguli: il nostro uomo, divertito, ci fa notare come le jeep siano guidate da brocchi e invece noi col Transit si vola via che è un piacere. Ok capo, contento tu, basta che al ritorno non ci fai volare nella scarpata…
Arriviamo già sudati.

Ushguli oggi è un luogo parecchio strano. È un sito Unesco, ma la scarsa accessibilità non ha permesso al turismo di massa di cannibalizzare l'area. Ci sono quattro piccoli villaggi posti tra i 2.200 e i 2.400 metri di altezza, che si stendono nel raggio di due o tre chilometri dentro una ampia valle sul cui sfondo svettano alcune delle cime da 5.000 metri del Caucaso Maggiore.

Nella piazzetta principale, dove arrivano jeep e furgoni, non ci sono pannelli illustrativi, info point o bar. Dietro una coltre di tassisti, si vedono cassonetti depredati dalle mucche e maiali che si rotolano beati tra fango e rifiuti. Poco più lontano, latrine immonde scaricano direttamente nel fiume che traversa i villaggi.

Superato il triste e maleodorante impatto iniziale, ci si incammina per un sentiero polveroso e percorso su e giù dai taxi 4×4; occorre ancora mangiare -letteralmente – polvere per un chilometro, prima di arrivare al più alto e tranquillo dei quattro villaggi, al riparo dai motori.

Ci addentriamo in solitudine nell'abitato: si cammina tra torri svan marcescenti, ruderi, case diroccate, ma inspiegabilmente ancora abitate, e casette un po' più integre con il cavallo legato fuori dalla porta. Ci sono pochi turisti e ancor meno abitanti. O forse gli abitanti sono montanari veri e, mentre gli stranieri si aggirano per le strade, si tengono ben alla larga da sguardi invadenti e obiettivi fotografici.
Incontriamo invece gallinacci, maiali e vacche che girano in abbondanza e libertà tra le case.

Nuvole e sole in cielo e un mix di sensazioni ambivalenti in terra.
Un piccolo brandello di paesaggio rurale alpino che sopravvive? O un paesaggio relitto?
Una cultura capace ancora delle cose semplici e del contatto con la natura? O un'umanità avvilita e coi giorni contati?
Cos'è questo posto?

Giriamo in silenzio, facciamo qualche foto, osserviamo divertiti una nutrita famiglia di maiali e pensiamo. Pensiamo a come debba essere questo posto d'inverno, quando per sei mesi la neve, che qui pare cadere ancora abbondante, taglia i collegamenti con Mestia e quindi con l'ultimo scampolo di civiltà.
Cosa fanno queste persone annegate sotto la neve? Come vive nel 2017 uno che fa la vita dei suoi trisnonni, ma con il wi-fi (quindi con rappresentato davanti cos'è il mondo lontano da qui)?

Ci piacerebbe saper parlare la lingua locale. Sicuramente saremmo già in qualche angolo di strada a parlare con un vecchietto, forse ne sapremmo di più. O forse no, che certe persone non ci pensano neanche al perchè e al come e vivono in un modo tanto diverso dal nostro da non essere comunicabile, non del tutto perlomeno.

Qualche casa un pochino più in grazia ospita i turisti, qualche altra si improvvisa bar mettendo un gazebo della birra locale nel prato di fianco.
Un uomo carica del fieno su un camion militare che avrà almeno quarant'anni.
Dentro una casa si sente una signora che fa imparare dei canti – di chiesa? popolari? – a un gruppo di bambine.

Saliti su una collinetta più alta, tra gli abitati, lo sguardo puó spaziare.
Temo che anche per Ushguli sia un addio. Tornare qui tra dieci anni, forse anche meno, vorrà dire trovare qualcos'altro. I giorni contati Ushguli ce li ha scritti addosso in ogni caso. Ce li ha perchè è difficile pensare che, con i turisti quotidianamente in arrivo, un villaggio possa andare avanti come niente fosse, allevando mucche e maiali, facendo il formaggio, coltivando quattro patate, restando per sei mesi sommersi dalla neve. I giovani se va bene apriranno delle guest house per l'estate e passeranno l'inverno in città.
Ushguli ha i giorni contati perchè la costruzione di una strada asfaltata è già incominciata e in un paio d'anni cancellerà il terribile percorso sconnesso, riducendo notevolmente i problemi e i tempi di collegamento. Quando sarà arrivata la strada Ushguli diventerà come Mestia, forse peggio.

Non credo ci sia il tempo per questa gente per pensare, preparare un progetto e gestire questo cambiamento. Qui per secoli non è arrivato nessuno. Tutti gli eserciti e gli invasori si sono fermati prima: l'impresa non valeva la pena per quattro villaggi di riottosi pastori.
Oggi invece il pacifico esercito dei turisti rinforza le sue truppe e marcia deciso in avanti.

Mangiamo un kachapuri d'altura nel giardino accanto a una casetta di legno. Ci serve una ragazzina che, stranamente per questo paese, parla un buon inglese. Bisognerebbe chiedere anche a lei dove va a scuola, se ci va, che vita fa, se è qui solo d'estate e poi scappa altrove, ma non cogliamo il momento.
Va bene così, in un viaggio così pieno di tappe, di luoghi, di sguardi, di voci, si puó solo mettersi nell'animo di ascoltare. Senza pretendere di ottenere, di capitalizzare tutto. Lasciarsi alle sensazioni. È un viaggio che apre, che non pretende di conoscere – sarebbe idiota – ma coltiva il gusto per la comprensione.

Riprendiamo la marshrutka. Il nostro pilota dopo il pranzo è allegro e canta. Chiede il nome a Sonny, la ragazza coreana al suo fianco e le dice: 'Sonny you are so beautiful, I love you!'. Intanto il furgone sembra una frana di sassi giù per la discesa.
Ci fermiamo di nuovo sul luogo dell'incidente e di nuovo, come fosse un rito, il nostro uomo si ferma, scende e va a dire due cose ai famigliari dell'amico deceduto.

Riprendiamo la corsa. A furia di tirare il motore come fossimo su un'auto da rally, il nostro si ferma di nuovo, scende, apre il cofano del Transit, corre al fiume con una bottiglietta e traffica un po' nella zona motore.
Quando risale dice: 'problem radiator'. E te credo, se uno fa i rally con un furgone per muratori non è che puó andare tanto lontano.
La strada sale e scende e, nonostante 'problem radiator' lo stile di guida non cambia di una virgola e nemmeno i sorpassi: la temperatura continua a salire.

Ci fermiamo in mezzo all'unico gruppo di case che sta sulla strada tra Ushguli e Mestia. Un gruppo di case isolate, di legno. Un pensiero corre sempre all'inverno. A come si possa vivere in case di legno con qualche vetro rotto in una valle immersa nella neve. Il nostro intanto chiede una canna dell'acqua e ovviamente non gli viene rifiutata; anzi, mentre armeggia sul motore, la padrona di casa si ferma volentieri a far due chiacchiere e offre la frutta.

Lungo l'ultima salita prima di Mestia ci dobbiamo fermare perchè dal cofano inizia a uscire un po' di fumo, ma siamo lontani da fonti d'acqua. Driver è innervosito, forse per non poter mettere in mostra le proprie doti di pilota, forse perchè, a modo suo, ci tiene a che tutto si svolga nei tempi e modi previsti. Ferma un paio di auto, ma non hanno acqua per noi. Il popolo dei passeggeri non resta a guardare il suo autista in panne: si consulta e tira fuori tutta l'acqua minerale che ha. In un baleno gli porgiamo dal finestrino una decina di bottigliette: risata collettiva.

Aspettiamo un momentino, per lasciar raffreddare, e riproviamo la partenza in salita, ma non va. Il Transit non si riesce proprio ad accendere. Allora il pilota tira fuori tutta la competenza georgiana che c'è in lui, innesta la retro, ci lancia all'indietro in discesa e accende il rombante motore Ford. Con la cinghia che fischia fatica, ma ripartiamo.

Le sorprese, ovviamente, non sono finite qui: arrivato in alto alla salita, con l'ossessione della temperatura, driver inizia a scendere col motore spento, accendendolo solo per accelerare o per fare i tornanti. Forse per lui è una buona idea, per abbassare la temperatura, per noi invece no: è una pessima idea che ci fa sembrare la discesa ancor più pericolosa! Scende a tutta velocità col furgone spento. Il culmine di questa giornata automobilistica surreale arriva quando il nostro domatore di marshrutka tenta il numero della morte e si lancia nel sorpasso di un altro furgone in un lungo rettilineo in discesa a motore spento! Inutile descrivere i nostri occhi fuori dalle orbite e il nostro colore all'incirca cadaverico.

Arriviamo a Mestia stremati come se a Ushguli ci fossimo andati a piedi.
Ci sediamo ad un tavolo e ordiniamo tè caldo, come bevanda per placare la nausea da sballottamento. Arriva la pioggia, rimaniamo incastrati al bar e la merenda sfocia in una cena.

Andiamo in un ristorantino sul fiume, l'unico che ha posto: ci cacciano in fondo a una taverna piccolissima dove stanno cantando quattro ragazzotti nerboruti, che fanno musica tradizionale. Le loro voci da tenores rimbombano nella piccola sala. Le canzoni georgiane non sono esattamente quello che uno vorrebbe come sottofondo per una cena tranquilla: il folk georgiano è un mix tra i Gipsy kings e il Coro dell'Armata Rossa, vagheggiano sempre atmosfere da western caucasico ed epiche cavalcate. Cantata a squarciagola nella sala da pranzo… lascio immaginare.

Non avendo voglia d'altro facciamo un gesto fatale: ordiniamo tre pizze margherita. In Georgia la pizza – almeno crediamo, essendo la seconda volta che ci capita – viene impastata al momento. Morale della favola, le aspettiamo un'ora e venti minuti. Arrivano quando i ragazzi del folk stanno smontando l'attrezzatura e il pubblico se ne sta andando. Rimaniamo noi tre e le nostre tre margherite su cui, tra l'altro, ci sono olive, cipolle e peperoni in abbondanza. Ma è un dettaglio, poiché il prodotto infine si difende.

Torniamo a casa con la sensazione di aver vissuto tre giornate in una.
Sotto una lieve pioggerellina, con le torri svan illuminate lungo la valle e le mucche nere e silenziose che dormono ai lati della strada, le difficoltà di questi giorni si annacquano. In fondo, viene da pensare, anche lo Svaneti, con noi, è stato gentile e 'ci ha svelato il suo mistero, con in cambio la promessa di non raccontarlo in giro' (cit.).

Giornate del Caucaso – La Svanezia ha le ore contate

Arriviamo a Mestia in un bel mattino di sole e ci rechiamo da Roza, l'unica guest house prenotata qualche tempo fa per garantirci il miglior soggiorno possibile in Svanezia. Ma le garanzie qui, e forse in tante altre occasioni della vita, valgono quel che valgono: arrivati in alto a una ripida sterrata in salita, dopo averla cercata tra i tanti edifici sgarrupati in cui ha disseminato stanze della sua guest house, Roza ci accoglie con una cantilena stanca, tipicamente post sovietica, una di quelle tipo: 'ah! Lo stato si è dimenticato di noi, ora qui tanta povertà, ec ec', dicendo che non ha più posto per noi. Pur consapevoli che in Georgia tutto sia relativo, sottolineamo di avere una sua conferma per iscritto. Lei ci dice che le persone vogliono sempre rimanere un giorno in più e poi ancora uno e un altro ancora: 'come si fa a dirgli di no?'
'Ok Roza, ma noi? dove ci metti?'
'No problema, no problema, vi va bene se vi mando a casa del vicino?'
'Certo, basta avere un tetto e un letto'.

Attraversiamo un disordinato giardino pieno di alberi di noce e raggiungiamo, a non più di cento metri di sentiero, un'altra casa in cui, dopo aver parlato con la proprietaria, Roza ci infila. Nota tecnica: da che siamo partiti mai uno che abbia preso i nostri dati. Se siete foreign fighters di ritorno dalla Siria, ricordate: la Georgia è il posto giusto in cui far perdere le vostre tracce.

Foreign fighters a parte, da questo episodio si capiscono due o tre cose di questo paese: Roza sa l'inglese, almeno un po', questo può far la differenza qui: lei è stata brava ed è diventata il boss della zona. Secondo aspetto: la rete comunitaria qui è forte e il boss, se vuole prosperare, non deve dimenticare nessuno. Roza, lo si capisce dalla scioltezza con cui ha trovato una soluzione, a giro, cerca di far lavorare tutti. Terzo aspetto, la filosofia con cui il georgiano affronta i problemi della vita: senza inutili menate, con la sicurezza di chi ha già visto tempi bui e puó sempre contare sull'aiuto degli altri.

Come già Kazbegi, anche Mestia è metà tra paesaggio postbellico e paesaggio neoturistico. Un luogo in cui si coglie la transizione meglio che altrove e in cui si fa sintesi della vicenda che caratterizza molte aree del paese.

Divenuta famosa per le sue torri medievali, che ancora oggi indicano ognuna i possedimenti e il prestigio delle diverse famiglie del villaggio, con la progressiva apertura al turismo Mestia è diventata una tappa centrale di qualsiasi tour in Georgia. Il Caucaso, dice il Gorecki, si trova soprattutto nei villaggi di montagna è lì che la storia si è sedimentata. Per incontrare la memoria in Italia o in Francia andiamo nelle città. Per il Caucaso è diverso: le città sono spesso corpi estranei, cresciuti in pianura, di fianco agli avamposti del colonizzatore di turno.

L'inserimento nel patrimonio Unesco del vicino villaggio di Ushguli (luogo abitato in modo permanente più alto d'Europa, a 2.300 metri e 2 ore di sterrata da Mestia) sta portando in valle un gran numero di turisti e un bel po' di soldi, entrambe cose che da queste parti non si erano mai viste.
La rivoluzione in corso sta creando una specie di cittadina Frankenstein: la via centrale piena di negozi, bar e spazi moderni; le strade laterali viottoli appena dopo una guerra: ruderi, cantieri aperti o abbandonati, buche, sassi, bidoni arrugginiti, maiali che si rotolano nelle pozzanghere e mucche che mangiano la spazzatura.

La partizione, a onor del vero, non è così precisa e schematica: sulla via principale c'è ancora il panettiere che cuoce il pane nel forno di una volta, quello che in Asia chiamerebbero Tandoori. Ha l'aspetto di un Mastrolindo magro e porta un occhio di vetro. A lui dell'aspetto del suo panificio non interessa. Non ammoderna perché non ne capisce il senso. Per lui conta solo fare bene il pane. E ne fa di un solo tipo, una meraviglia. Impasta, fa lievitare, ne prende una quota e la stende su una specie di badile che al posto della pala ha una forma in legno coperta da una tela. Stende la pasta sulla forma, ne perfeziona gli angoli, e poi col badile si avvicina al forno in cui, con un colpo secco, fa aderire la pasta alle pareti verticali. In basso al forno un vassoio orizzontale di ferro brucia pieno di brace. Quando ti avvicini alla finestrella – il pertugio da cui vende il pane – quasi sembra non calcolarti e per qualche momento prosegue a fare il suo lavoro. Poi si avvicina e senza parole, con un gesto, ti chiede quante forme di pane (questo tipo di pane basso e ovale qui si chiama Puri) vuoi. Te le dà avvolte in un pezzetto di carta, prende i soldi (1 lari per pezzo) e ti ringrazia. Sacchetti di plastica non ne usa. Portatevelo, nel caso.

Sulla via principale c'è anche il fruttivendolo, che in verità, dentro la sua stamberga scalcinata, vende di tutto. Conosce tutte le squadre di calcio e le città italiane, ti accoglie con un 'Italia good, Inghilterra mmh', facendoti ancora una volta presente di quale grandissima simpatia internazionale goda il nostro paese.
Il fruttivendolo nasconde, dietro le quattro cassette di frutta esposte fuori da un negozietto, un intero market.

Poco più avanti, in un giardino sembra esserci un rimorchio di camion abbandonato, il cui retro dà direttamente sul marciapiedi. Ad una certa ora della sera, il cassone si apre e dentro si illumina un negozietto di souvenir, gestito da una signora vestita di scuro e con la faccia triste.

Ad Est ogni tanto è così: chi ha una certa età, anche e soprattutto quando i soldi girano, preferisce non investirli in una luminosa vetrina circondata dai marmi. É ancora nell'aria una mentalità da Unione Sovietica: il fruttivendolo sa che, con i marmi, in termini di clientela non cambierebbe nulla, ma si tirerebbe addosso in men che non si dica la finanza o qualche altra forma di potentato locale. Sotto i poteri centrali oppressivi i georgiani hanno imparato a stare 'schisci', ed è un riflesso difficile da eliminare.

Certo è che l'abitato – che tanto ci era stato raccomandato da siti, guide e viaggiatori – con le sue torri soffocate tra cantieri aperti e tetti di lamiera non sembra proprio granché. Qui entra in gioco la questione delle aspettative (create dal sentito dire), ma anche dall'immagine (oggi costruita, almeno per una meta come la Georgia, dal web). Se digitate Svaneti o Mestia su Google, il possente motore di ricerca vi restituirà in larga parte immagini di Ushguli. Non avendo possibilità di verifica sul campo, o essendo pigri e non provando una ricerca alternativa, finiremo per arrivare a Mestia cercando l'aspetto medievale del villaggio a tre ore di distanza.

Mentre scrivo a meno di 100 metri dalla nostra stanza sono aperti una decina di cantieri, si sta ampliando la strada e si stanno costruendo marciapiedi.
Passeggiandoci sopra incontriamo un tizio di Amburgo, che si dichiara un amante del paese: ha scoperto la Georgia nel 2011 e ci è già tornato quattro volte.
'Dal 2011 a oggi sono cambiate moltissime cose qui, tira una brutta aria, costruiscono casermoni, asfaltano e ci sono sempre più turisti. Il turismo puó distruggere'. Annuiamo alle parole dell'anziano teutonico, che sembra saperla lunga sul paese. Anche a noi lo sviluppo di Mestia sembra solo speculativo, di breve respiro. Per niente teso a tutelare o far conoscere patrimonio e storia (per esempio, solo una delle torri svan è visitabile e in precarie – pessime! – condizioni di sicurezza), ma a raccattare i soldi nel modo più rapido possibile. Ovviamente, qui si scontrano due sensibilità diverse e in certo senso entrambe legittime.

Che le priorità siano altre e che lo Svaneti sia una meta recente di colonizzazione turistica lo capiamo la sera rientrati alla guest house. Scopriamo infatti che mancano luce e acqua. Cioè non abbiamo luce in camera e non scende una goccia dai lavandini del bagno in comune.

Decidiamo si raggiungere Roza facendoci strada nel giardino di noci con una torcia. Le chiediamo se è possibile risolvere. Lei, con la solita flemma e cantilena post-soviet, ci dice: 'many problem here, sometimes..' – quindi che capita e quando capita non ci si puó far niente – e ci invita a lasciare la stanza per trasferirci in un'altra guest house a un km di distanza.
Vista la situazione da coprifuoco in tempi di guerra, accettiamo di buon grado la proposta. Ci rende il versato, fa un paio di telefonate e in pochi minuti arriva un omone su una macchinina. L'energumeno ci stipa in sette persone e rispettivi zaini nella piccola auto e, in due minuti, parte alla volta della sua pensione. Scendendo dalla sterrata che porta da Roza al viale principale, l'auto raschia col fondo tutte le pietre possibili, mentre il nostro nuovo padrone di casa ci dice felice 'italiani sono brava gente' e che lui è stato per due anni a lavorare a Firenze. A mezzanotte siamo in una nuova stanza con acqua corrente e una luce tremula, fioca, ma perlomeno accesa.

Lo Svaneti a prima vista può sembrare un mondo di matti. Le persone sono strane. Forse l'isolamento secolare e l'alta consanguineità tra le famiglie hanno qualche responsabiità nella vasta galleria di personaggi non del tutto registrati che stiamo incontrando. Il mito della purezza della razza qui è incarnato meglio che in ogni altro luogo d'Asia e Europa. Gli effetti di questa candida purezza però non sono proprio brillanti. Ditelo a Salvini e ai suoi amici.

Perderemo anche Mestia? È già persa?
Sinceramente non consiglierei a nessuno di fermarsi qui, a osservare il disastro alle porte. La furia cieca che sale dalle valli a ritmo di vagonate di turisti al giorno.
Non tutto è male, come già scrivevo a Kazbegi, ma sta al viandante occidentale portare con l'esempio una maggiore consapevolezza del fenomeno turistico e di come si possa sviluppare.
Invece, anche qui, noi, noi occidente in vacanza, diamo il peggio.

Un solo esempio.
Con Riccardo l'indomani decidiamo di metterci in marcia sui sentieri che portano ai laghi Kuroldi. Il percorso è molto impegnativo e tutto sotto il cocente sole meridionale del Caucaso: sale dai 1.500 di Mestia ai 2.800 dei laghi. Marciamo di buona lena prendendo il sentierino più corto, sperando – invano – di trovare un po' di ombra nel bosco. Il sentiero a tratti è da ribaltamento e si sale a quattro zampe. In due ore e mezza raggiungiamo i laghi e… sorpresa, sorpresa… nonostante lungo la strada non ci fossimo che noi, troviamo ad aspettarci tedeschi, australiani, israeliani, arrivati comodamente con le jeep a 3.000 metri per farsi le foto.

È normale portare un così gran quantitativo di jeep a quote così elevate? È giusto permettere l'accesso a questa specie di terrazza sul Caucaso a individui che poi fanno casino, lanciano sassi nel lago, sporcano e si scattano foto idiote e tutte uguali?

Vi lascio con le stesse e poco originali domande dell'altra volta. Capisco non sia il massimo dell'orginalità, ma il fenomeno qui è talmente accentuato che a vederselo davanti vien male e a qualcuno bisognerà pur dirlo.

Non preoccupatevi comunque, domani andremo a Ushguli, alla fine della strada e dell'ecumene (il mondo abitato e conosciuto). Ne vedremo delle belle .

Giornate del Caucaso – A casa di Stalin

Lasciamo Borjomi e la sua speciale acqua minerale per Gori, che non vi dirà niente ma è il paese natale di Giuseppe Stalin! Se a Gori non si è scritta la storia, Gori ha fatto la sua parte fuori dal paese!

Con 5 lari, un euro e mezzo, i furgoni in partenza da dietro la stazione di Borjomi, picchiano in discesa verso la città. Ci si impiega un'ora e mezza: la prima parte del viaggio scende costeggiando il fiume Mtkvari, tra valli verdi e frondose; la seconda parte invece è in pianura, la poca che c'è, sull'autostrada che fa da spina dorsale al paese e congiunge Tbilisi a Batumi, capitale e Mar Nero.

Riccardo finito davanti al portellone laterale inconsapevolmente si autocandida come capovettura. Alla prima fermata è colto di sorpresa: i passeggeri locali lo esortano a chiudere. Dal secondo stop, senza che l'autista o copiloti diano ulteriori istruzioni, si occupa in autonomia di aprire e chiudere portiere ad ogni fermata: ci si ferma e lui apre, salgono i passeggeri e, mentre il dirver già accelera per andarsene, chiude alle spalle dell'ultimo imbarcato.

La pianura georgiana mi ricorda certi altipiani aridi dell'Asia centrale, la valle del Fergana o giù di lì; per tutto il viaggio mi ritornano le immagini di Kazakistan e Kirghizistan, un bel viaggio di due anni fa. Giallo e ocra, una sottile lingua di terra piana contornata da ripidi canyon, che sembrano di argilla seccata al sole; pompe di benzina abbandonate, piazzali di autostazioni usati per far seccare il fieno, case di lamiera arrugginite, venditori di cappelli in setola animale e commercianti seriali di angurie; dove non ci sono bancarelle è steppa a perdita d'occhio, interrotta solo da qualche industria in disuso o dal verde che sottolinea l'andirivieni del fiume.

Anche Gori (50.000 abitanti), vista dall'alto, ricorda Osh, centro più importante del Fergana: le sensazioni si sovrappongono e fa impressione pensare che le due cittadine abbiano tratti così simili a qualche migliaio di chilometri di distanza.
La fortezza che si erge in mezzo alla cittadina, col suo altipiano di erba secca, è un mega terrazzo da cui ammirare l'abitato: un villaggio di case basse di lamiera, oggi troppo cresciuto. Guardando non si evince ordine logico, anche qui l'urbanizzazione si è verificata a stadi successivi, generando città per accumulazione. Lontano, oltre una cortina di lugubre edilizia popolare sovietica, archeologie che parlano di un passato industriale e alcune zone di campagna strappate all'aridità.

Appena arrivati a Gori siamo avvicinati da un giovane tassista che, complice il suo inglese – qui vera rarità! – e le sue antiche recondite radici di commerciante lungo la via della seta, ci convince al costo di 30 lari (dieci euro) a raggiungere il vicino sito rupestre di Uplisstikhe. Addio programma di visita e via sfrecciando e zizagando -curve praticamente su due ruote- in mezzo a case scalcinate e mucche che placidamente, padrone a casa loro, riposano in mezzo alla strada.

Il sito merita di essere visitato. Meglio conservato di quello di Vardzia e meglio esposto, con una posizione a mezza costa che offre piacevoli panorami sulla valle del Mtkvari. Qui peró, come a Borjomi, si fan di nuovo i conti col turismo di massa che – per ignoranza non l'avremmo detto prima- interessa diverse parti del paese. Si avanza in processione entrando e uscendo tra una grotta e l'altra e si rischia di prendere sul naso qualche asta per i selfie.
Grosse lucertole, che sembrano piccoli dinosauri, appollaiate sulle rocce più alte osservano silenziose e apparentemente impassibili l'assedio in corso.

Rientriamo in città con maggiore lentezza. Il nostro driver è infatti troppo impegnato a venderci i suoi servigi per guidare come un pilota di formula uno: per pochi lari ci propone un programma di due giorni, comprendente visita di Mtskheta e salita fino a Kazbegi (1750 metri). Cerchiamo di contenere la sua verve commerciale, condita di 'hey guys, tranqui, I'm a businessman' e concordiamo semplicemente per un passaggio verso Mtskheta in serata.

Dopo un kachapuri consumato al volo mentre andiamo arrosto (40 gradi) sotto l'ombrellone di un bar, è la volta dell'ingresso al museo di Stalin, vero motivo per cui ci siamo fermati qui, in mezzo alla rovente pianura.
Il Museo fu aperto dal partito nel 1952 come museo generico e stabilmente convertito in museo dedicato alla figura di Stalin nel 1957, quattro anni dopo la sua morte. Da quel momento, tutto è rimasto com'era ed entrarci è come varcare il portale che permette di viaggiare nella storia.

L'edificio è imponente, occupa il fondo di una ampia piazza piena di giardini e fontane (spente). Nel piazzale, sotto una tettoia protettiva, resta in piedi la casa della famiglia del dittatore. Una stamberga in mattoni in cui Giuseppe passó i primi quattro anni della sua vita. Lì il padre aveva il suo negozio di scarpe.
A pochi metri dalla vecchia abitazione i comunisti georgiani vollero costruire un museo dedicato alle opere del partito e poi alla vita del noto concittadino.

Varcata la soglia di ingresso, popolata da dormienti cani randagi, si entra in corridoi in cui si respira, tra arredi dorati e moquette, un'atmosfera anni Sessanta in cui è meno difficile immaginarsi come dovessero essere quei tempi.
A farci da guida per le diverse stanze del museo, una corpulenta signora vestita come una maestra elementare delle campagne dell'oblast di Volgograd che, bacchetta di legno alla mano, con piglio fermo, indica, discetta e spiega rapidamente la vita e il contesto del personaggio Stalin. Nonostante tutto parli di allora, il suo racconto inanella dati e date, una fredda cronaca degli avvenimenti per niente apologetica.
Non era scontato fosse così. Da quando siamo qui Alessandro sta leggendo e apprezzando le pagine del Gorechi, un reporter polacco, figlio della scuola di Kapuscinski, che al Caucaso ha dedicato molti dei suoi viaggi. Nel suo viaggio in Georgia, risalente alla metà degli anni '90, ancora il giornalista polacco parla di un museo dedito all'esaltazione della figura di Stalin e di un paese fieramente attaccato all'illustre conterraneo, tanto da scendere in piazza contro il governo post-comunista per impedire la rimozione delle statue dedicate al dittatore. Statue che infatti campeggiano ancora oggi in giro per Gori.

Alla fine della visita, a lato del museo, si puó inoltre salire sulla carrozza ferroviaria che lo statista sanguinario utilizzava per recarsi agli appuntamenti diplomatici dentro e fuori dall'URSS. Due stanze per sé e diverse per gli inservienti che lo accompagnavano. Chissà dove veniva stivata la scorta di acqua Borjomi!

Verso le 18, dopo un bel gelato alla panna, anche lui dal sapor e dal prezzo (1 lari) anni Sessanta, ritroviamo al luogo stabilito il nostro autista mefistofelico, che, con sguardo indiavolato, ci porta a 130 km/h spianati verso Mtskheta. Arrivati in città, ci affidiamo a lui per trovare una guest house, dato che ci siamo scordati di prenotarne una.
Nonostante guidi come un cavallo imbizzarrito, non ci tira il pacco e ci porta in una casa che mette a disposizione due stanze appena rifatte e, nel moderno stile locale, ben pacchiane. Ai muri una carta da parati con gigli neri su sfondo argento, nel bagno sanitari di colore ebano.
Fuori peró la vista sulla città, sui suoi monumenti illuminati e l'affabile ospite, che sembra Giulietto Chiesa senza capelli, rendono tutto molto piacevole.

Bella è anche la piccola città, appisolata al bordo del fiume, in cui barcaioli, per una volta a caro prezzo, portano su e giù i turisti. Il viale centrale è tirato a lucido e pieno di botteghe, i turisti però – vai a capire – sono così pochi, che quasi non si vedono. Strano paese la Georgia!
A lato del viale patinato, un'ampia piazza e la cattedrale di Sveti Tskhoveli, la seconda più grande della Georgia e, a detta di Kapuscinski (nelle pagine di Imperium), tra quelle dell'undicesimo secolo la meglio conservata al mondo! La leggenda narra che all'architetto progettista dell'edificio venne poi tagliata una mano per ordine di Re Giorgio, affinché non eguagliasse più con la sua opera una bellezza simile. La cattedrale ha così subito pochissimi rimaneggiamenti.

Poco fuori città, in alto a un colle, con bella vista sulla confluenza dei due fiumi, di cui del secondo non ricordo il nome: il monastero di Jvari. Con la cattedrale, questi due edifici hanno permesso l'ingresso di Mtskheta tra i patrimoni dell'umanità UNESCO e come sapete io non so mai dire se questo sia un male o un bene.

Giornata lunga insomma, piena di differenze, angoli diversi. La Georgia è un paese pieno di sorprese. Nella antica discussione tra geografi sui veri confini d'Europa, la Georgia è sempre un paese in bilico: per molti un paese senza dubbio europeo, ultimo baluardo d'occidente in Asia, per altri un paese che per geografia ed attualità va inserito a pieno titolo nei paesi extra europei, quindi asiatici.
Non ho una verità, come non l'avevano molti pareri più illustri e competenti del mio, posso solo dire che a Gori la sensazione d'Asia centrale è vivissima e a 50 km da lì, molto meno.
Se la geografia è cernita dei segni del paesaggio e analisi dei rapporti di potere, la Georgia oggi è un bell'esemplare di paese 'ponte'. Qui l'Est e l'eredità sovietica sfidano gli impulsi della Via della Seta e devono fare i conti con cristianesimo e turismo di massa (in arrivo).