Eccidio di Valaperta: cosa sappiamo con certezza?

Questa settimana in occasione della giornata di commemorazione dell’eccidio partigiano di Valaperta, prevista dall’ANPI e da alcune amministrazioni comunali della zona, mi è stato chiesto di fare un riassunto storico, cercando, in particolare, di mettere in luce il ruolo di Emilio Formigoni nella vicenda. Riporto di seguito quanto emerso dall’analisi della documentazione disponibile e dalla chiaccherata con i ragazzi del Circolo Libertario L’Erba.

Alla vigilia della seconda giornata di commemorazione del tragico eccidio partigiano di Valaperta, che avrà inizio domenica 13 gennaio, alle ore 10, presso la parrocchia dell’omonima frazione, proviamo a ripercorrere i fatti accaduti in quel 3 gennaio del 1945. A che punto sono le ricerche storiche al riguardo? Cosa sappiamo con certezza?

L’eccidio di Valaperta risulta argomento storico di grande delicatezza in quanto suscettibile di una parziale strumentalizzazione di matrice politica, non è un caso che la maggior parte degli studi, delle ricerche e degli approfondimenti in merito siano stati finora condotti con buona volontà proprio da gruppi e associazioni mossi dai valori di quello che, con un etichetta generica, potremmo chiamare antifascismo. Allo stesso modo, non è casuale, che ad ogni commemorazione dell’eccidio si senta nominare in qualche modo il nome del Presidente regionale Roberto Formigoni, figlio di quell’Emilio che la maggior parte delle testimonianze raccolte attestano quale responsabile delle operazioni violente e della fucilazione.

Non è qui nostra intenzione sostenere che le ricerche possano essere viziate da una cornice analitica di tipo ideologico, ma sarebbe comunque interessante valutare fino a dove dicano il vero, chiarendo le reali colpe e il ruolo di Emilio Formigoni nella vicenda, al di là dei colori che muovono l’analisi. In questa sede vorremmo semplicemente tracciare – senza ambizione di esaustività -, in base ai documenti storici presenti e alle testimonianze raccolte finora, la successione temporale degli avvenimenti.

Riferendoci alla principale documentazione storica apportata durante la propria relazione daGabriele Fontana dell’Associazione Banlieu di Osnago nella sera del 27 dicembre presso la sala civica di Cascina Bracchi, a quei tempi la frazione di Valaperta era costituita da poche cascine, da qualche casa operaia e da un’osteria. Per i partigiani, Valaperta, era più che altro un’area di transito, utile per l’organizzazione dei rifornimenti da portare in montagna, laddove effettivamente si svolgevano le operazioni di guerriglia.

Il 23 ottobre del 1944, il milite Gaetano Chiarelli, del distaccamento della GNR di Missaglia, venne ucciso proprio a Valaperta dal partigiano Nazzaro Vitale. Chiarelli si era recato quel giorno in paese per prendere informazioni a proposito di un renitente alla chiamata fascista, tale Luigi Gaiati.

Sull’episodio specifico le notizie sembrano controverse: secondo il giornale indipendente “Diario”, e in particolare secondo l’analisi di Marina Morpugno, Chiarelli era un fascista abbastanza “mite”, usato più che altro come postino. Al contrario – come testimoniato dal filmato “Ricordando Formigoni” presentato, lo stesso 27 dicembre a Cascina Bracchi, dal Circolo L’Erba, dall’ARCI blob di Arcore e dall’Associazione Banileue -, gli anziani di Valaperta, intervistati in merito al temperamento di Chiarelli, lo hanno tratteggiato come “uno di quelli che quando venivano a cercare i renitenti alla leva sparava tranquillamente ad altezza d’uomo, anche se c’erano civili attorno”. Secondo gli abitanti, insomma, quel giorno Chiarelli fu ucciso per via di una reazione violenta.

Sempre seguendo le testimonianze del filmato, Chiarelli fu seppellito velocemente in un campo di frumento e i tre partigiani scapparono per timore di rappresaglie. Un contadino del luogo fece la spia, telefonando al brigadiere di Missaglia e avvertendolo della scomparsa di Chiarelli. A quel punto giunsero a Valaperta le guardie repubblichine e le Brigate Nere, che già in molti episodi si erano segnalate come propense a saccheggi e azioni violente. Due erano i comandanti delle Brigate Nere presenti a Valaperta: il professor Giuseppe Gaidoni e l’ingegnere Emilio Formigoni. Secondo i testimoni oculari, proprio Emilio Formigoni si distinse per la propria empietà, tanto da essere ricordato ancora come “ul pusè catif” (il più cattivo).

Dopo aver chiesto notizie del milite scomparso e non aver ottenuto alcuna risposta, a Valaperta i fascisti appiccarono il fuoco, bruciando parzialmente le cascine e anche il bestiame. Alcuni anziani di Valaperta raccontano nel filmato come per l’intera notte la frazione fu in balia delle Brigate Nere, che non esitarono a minacciare gli abitanti per farsi consegnare il corpo del milite e i partigiani rei dell’omicidio.

Dopo il ritrovamento del cadavere di Chiarelli, i soprusi non si fermarono e alle famiglie vennero tolte per tre mesi le tessere alimentari. Alla fine di dicembre, furono quattro i partigiani accusati del delitto: Nazzaro Vitale, Mario Villa, Natale Beretta e Gabriele Colombo. In realtà, come egli stesso dichiarò prima della fucilazione, a sparare fu Nazzaro Vitale, ma la sua dichiarazione per scagionare gli altri condannati non servì. I quattro vennero uccisi il 3 gennaio del 1945. Secondo la relazione del medico condotto del paese, Guerrino Della Morte – relazione documentata e ulteriormente confermata nel video dalla testimonianza del figlio Luigi – Verso le 10.30 del 3.1.1945 venne per ordine del Commissario Prefettizio di Casatenovo sig. Gennaro Firmiani, dicendomi di recarmi a Valleaperta ove era necessaria la mia presenza. Colà giunto trovai 2 sacerdoti Don Carlo Sala e il suo coadiutore. Dall’abitato di Vallaperta usciva il BB nero sig, Bonvecchio Giacomo, un sottotenente giovanissimo e due militari, arrivarono poi una o due motociclette, un motofurgone, una o due automobili e un camioncino. Dalle macchine scesero varie persone quasi tutti in borghese armati di mitra, sul camioncino stavano 4 partigiani che dovevano essere fucilati, notai sul loro viso atroci sofferenze. Sopraggiunto il Commissario Prefettizio il quale era allibito di dover assistere, ma gli fu imposto di restare. Giunti sul posto prescelto i 4 Partigiani furono spinti oltre la curva e scomparvero alla mia vista. Il plotone di esecuzione era composto di 4 persone: erano presenti Ing. Emilio Formigoni, Raul Remigi, Achille Miglioli maestro elementare, forse Parmiani e una persona piccola di 35/40 anni, chi sparò era in borghese. Dietro il plotone di esecuzione vi era il brigadiere Bonvecchio. Sentii sparare. Vi era una persona sui 45 anni di media statura con un impermeabile grigio che incitava a mirare nel segno perché alcuni di questi erano riluttanti e sdegnati per quanto stavano per fare.

Il Vitale Nazzaro presentava evidenti segni di gravi sevizie subite in precedenza, gli mancavano quasi tutti i denti, due erano morti subito. Colombo e e Beretta da Arcore furono ripetutamente colpiti col mitra e con rivoltella. Constatata la morte, segnai i nomi dei caduti, composi le membra straziate che per quel tanto che permisero il mio spirito scosso e la mia mente inebetita per tanta barbarie”.

Ad ulteriore riprova della presenza e del ruolo di Emilio Formigoni nella vicenda del 3 gennaio sta la dichiarazione rilasciata dal Commissario prefettizio Gennaro Firmiani il 26-10-1945, che riporto di seguito:Il giorno 3 gennaio 1945 dovetti recarmi a Valleaperta quale Commissario Prefettizio della zona di Casatenovo perentoriamente chiamato dall’ingegner Formigoni Emilio, comandante delle BB nere. Per la fucilazione di ostaggi. Io vidi Formigoni Emilio, Miglioli, Bonvecchio non so se erano presenti Beretta Antonio e Remigi perché io ero agitato confuso e sgomentato di dover assistere a tanta barbiere. Gossetti Federico non era con gli altri delle brigate nere, era con i sacerdoti e formavano un gruppo a sé. Gossetti non faceva parte degli esecutori”.

Il 29 marzo del 1947, la Corte d’assise Straordinaria di Como si pronunciò contro tredici imputati, fra cui Emilio Formigoni, che in quel momento era probabilmente latitante all’estero. Ben dodici i capi d’imputazione contro di lui, compresi la rappresaglia di ottobre a Valaperta, i rastrellamenti di Barzanò e di Monte San Genesio, le sevizie inferte a Nazzaro Vitale, la razzia di tessuti con tentata estorsione ai danni di Giuseppe Gaverbi a Casatenovo. La sentenza fu favorevole a Formigoni, che ottenne l’amnistia. Tra le motivazioni che condussero a questa decisione, i fatti di Valaperta, il saccheggio e le violenze guidate anche da Formigoni vennero giustificati come messi in pratica per mantenere l’ordine e “reintegrare la disciplina”, quindi come un forma di “collaborazionismo” e non di saccheggio, e in quanto tale soggetta ad amnistia.

Emilio Formigoni ricomparve a Lecco dove continuò a vivere, facendo carriera come ingegnere dell’Enel. Morì il 6 febbraio del 2000 a 98 anni.

Infine, prendendo atto della documentazione presente negli archivi storici – ancora in parte da “esplorare” – e in riferimento alle testimonianze proposte dal filmato “Ricordando Formigoni” realizzato dal circolo L’Erba – che ringraziamo per la collaborazione – possiamo definire come del tutto probabile la presenza di Formigoni come responsabile sul luogo della fucilazione; le perplessità riguardo il suo atteggiamento, alla luce dei fatti di cui sopra, risulta un aspetto secondario, se non irrilevante.

Possiamo solo sperare che l’opera di ricerca compiuta dalle varie associazioni e circoli prosegua – magari con un maggior impegno da parte delle locali istituzioni e degli ambiti accademici – portando alla luce nuovi documenti che possano dare un’immagine ancora più nitida di un fatto che rimane, pur tra i molti dubbi, il tragico simbolo di un’epoca permeata di violenze e soprusi, ma anche di motivi e valori che guideranno l’assemblea costituente alla redazione della odierna Costituzione e alla costruzione della Repubblica.

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9 pensieri su “Eccidio di Valaperta: cosa sappiamo con certezza?

  1. Alfio, ho condiviso su facebook questo tuo scritto perché mi sembra uno dei più equilibrati che circolano in materia. Tra l’altro cita la testimonianza del Dott. Della Morte, che ritengo attendibilissima perché in famiglia (soprattutto i miei genitori: io fui sua paziente quand’ero piccola) abbiamo avuto la fortuna di conoscere quale persona stupenda fosse il Dott. Della Morte. E’ ben vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, ma credo sia opportuno che i giovani sappiano da quale famiglia viene il nostro beneamato Governatore che si appresta alla propria trionfale rielezione

  2. Io sono di Casatenovo e mi è stato tramandato il racconto di quell’episodio. Di incontestabile c’è il delitto dei partigiani, che ammazzarono un militare regolare della Repubblica Sociale Italiana, quello Sciarelli della GNR. Le rappresaglie per episodi di questo genere le hanno fatte tutti, specie americani e inglesi, sancite dal diritto militare, però non mi pare che, in questo caso, si possa parlare di rappresaglia, perché i soldati non fecero fuori persone scelte a caso, bensì giustiziarono coloro che erano ritenuti responsabili del delitto, tra cui il partigiano reo confesso.

  3. Sarai anche di Casatenovo, ma hai condensato una sfilza di bestialità, banalità e luoghi comuni in così poche righe.
    Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine, e si potrebbe continuare a lungo.
    Come si fa a sostenere che “le rappresaglie le hanno fatte tutti”?
    O che i Repubblichini erano “militari regolari”?
    La RSI era un fantoccio di repubblica voluta dai nazisti per giustificare l’occupazione di quella parte dell’Italia non ancora liberata dagli Alleati.

  4. In effetti, purtroppo, e questo la dice lunga sul potere degli Stati, il diritto di rappresaglia è contemplato dai codici di guerra e tutti ne hanno sempre fatto ricorso, direi che anche le atomiche sulla popolazione civile di Hiroshima e Nagasaki sono una criminale forma di rappresaglia. Sempre stando all’oggettività, piaccia o no, i militari della Repubblica Sociale erano riconosciuti come truppe regolari da tutti i paesi belligeranti, a differenza delle Formazioni Partigiane. Poi possiamo fare le ovvie valutazioni politiche sulla RSI, ma non dobbiamo prescindere dalla realtà delle cose.

  5. Teniamo presente una cosa: nella RSI militavano parecchie formazioni di Alpini, Paracadutisti, Carristi, Bersaglieri, ecc ecc… non c’erano solo le Brigate Nere o la Guardia Nazionale Repubblicana, circa 200.000 tra soldati e ufficiali. Non possiamo farne una colpa agli Alleati che li consideravano esercito regolare, anche perché costoro avevano caserme, divise, e un territorio con dei confini precisi, e anche una leva militare. Americani e Inglesi erano soliti fare rappresaglie. In Italia il Massacro di Biscari, lo trovate anche su Wikipedia, e tante altre dimenticate perché i potenti hanno sempre ragione. La fece il generale USA George Smith Patton, di cui si ricorda il famoso incitamento ad ammazzare i prigionieri: «Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali! ». Insomma, lo schifo è tanto, e ce n’è per tutti!

  6. Il massacro di Biscari fu compiuto in due riprese da un ufficiale e poi da un sottufficiale USA che si giustificarono con l’esortazione del gen. Patton a comportarsi da killer. Il 23 e il 24 giugno 2004 Gianluca Di Feo scrive due articoli sul Corriere della Sera che per la prima volta, almeno in Italia, squarciano un velo di omertà durato 60 anni: nel luglio 1943 soldati americani appartenenti alla 45esima Divisione dell’ armata comandata dal generale George Smith Patton, appena sbarcati in Sicilia, uccisero a sangue freddo diverse decine di soldati italiani (ed anche alcuni soldati tedeschi) che si erano arresi. Gli episodi citati dal giornalista sono diversi: di due, quelli avvenuti nell’aeroporto di Biscari, nel Ragusano, si conosce ogni dettaglio.

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